mercoledì 30 settembre 2015

L'amore tra due donne a Manhattan e on the road negli anni Cinquanta: Patricia Highsmith, Carol, ora film di Todd Haynes con Rooney Mara e Cate Blanchett

Sono andata a vedere il film Carol di Todd Haynes (Lontano dal paradiso, Mildred Pierce) che, lo dico subito, non mi è piaciuto in modo particolare. Indipendentemente dal romanzo omonimo di Patricia Highsmith da cui è tratto, non mi ha affascinato e mi ha fatto ripensare con nostalgia al bellissimo libro facendo continui confronti, cosa sbagliata che non si dovrebbe mai fare, lo so benissimo. Ma tant'è. Bravissime le protagoniste, Rooney Mara (graziosissima mescolanza di Keyra Knightley con - dio mi perdoni - Audrey Hepburn, alla fine) e l'antipatica Cate Blanchett, con i pompelmi nelle guance e il labbro superiore gessificato, inverosimile come trentenne per cui l'eccessiva differenza di età ne fa più una seduttrice che una donna in bilico. Il fatto che Therese sia fotografa invece che scenografa non cambia molto, ma il personaggio è molto semplificato e mancano quasi del tutto gli amici di contorno, l'ambiente newyorchese dei giovani arrivati dalla provincia, precari, ambiziosi, disposti a fare qualsiasi lavoro li porti più vicini alla realizzazione dei loro sogni, e così un po' tutto ciò che nel libro è importante ma esula dalla storia d'amore sparisce, in favore di un certo morbido decorativismo, e il risultato è piuttosto patinato e estetizzante. Le scene di sesso esplicito mi sono parse superflue, ma con due attrici così capisco che si trattasse di una tentazione irresistibile. Comunque le critiche sono tutte positive, e dato il livello di quello che si vede in giro penso che valga la pena di andare a vederlo (ma ieri ho visto Star Wars: Il risveglio della Forza e mi è piaciuto infinitamente di più, mi sono divertita e basta).
E per la cronaca, il gesto finale manca.

Di seguito, la recensione del romanzo:
     
Uno dei molti motivi per cui sono una sostenitrice sfegatata e un'utilizzatrice esclusiva di ebook, è che in formato digitale si possono scovare tantissimi libri che in libreria sono introvabili. Si sa che dopo tre mesi un libro sparisce dalle librerie, e siccome non sono appassionata di best seller e mi capita molto spesso di avere curiosità che riesco a soddisfare con poca spesa cercando in rete, è ormai rarissimo che intraprenda la lettura di un cartaceo. Questo romanzo di Patricia Highsmith (1921-1995), scrittrice che amo moltissimo e non mi ha ancora mai delusa, scritto nel 1949, è uscito nel 1952 negli Stati Uniti sotto lo pseudonimo di Claire Morgan; Bompiani lo ha ripubblicato nel 2007 con la traduzione di Hilia Brinis.

Therese, diciannovenne aspirante scenografa, vive a New York e per pagare affitto e pasti lavora come commessa avventizia in un grande magazzino. Non ha famiglia, è cresciuta in orfanotrofio, ma ha un quasi boy friend, Richard, e qualche amico. Un giorno, al lavoro, vede una cliente bionda, elegante, bellissima, e in un attimo ne è perdutamente affascinata, ossessionata. Con un atto di cortesia riesce a contattarla, e ne nasce un'insolita amicizia basata su un fortissimo interesse reciproco che all'inizio non si esprime ma poi si definisce come amore. Per Therese è la scoperta di se stessa, per Carol, trentenne, sposata e con una figlia, il riconoscimento e l'accettazione di un destino che passa attraverso il divorzio e il doloroso distacco dalla figlia.

Non succede molto altro nel romanzo, ma l'uscita di Therese come da una crisalide e il tormentato abbandono di Carol sono molto più affascinanti e appassionanti che una storia piena di colpi di scena. Uno dei molti meriti di questo bellissimo libro è il tono, caldo ma insieme oggettivo e distaccato, con cui è narrata una vicenda che avrebbe potuo facilmente sfiorare il melodramma o il patetico. I due personaggi principali sono perfetti, e anche quelli di contorno funzionano sempre. Malgrado abbia superato ampiamente i sessant'anni lo rende molto moderno la reticenza, non tanto dei fatti quanto delle parole con cui sono raccontati. Non c'è un particolare superfluo, i cambiamenti di Therese e di Carol si vedono nelle loro azioni, nei loro avvicinamenti e nelle fughe. La società attorno, il marito e il fidanzato, la giustizia umana, tutto cerca di separarle e dimostrare che il loro non è amore ma follia, e non può nemmeno esistere. Ma non ci sono né punizione né lacrime amare per Carol e Therese, e anche questo, oltre a essere bello e giusto, è molto coraggioso per i tempi e a modo suo rivoluzionario. Questo romanzo è l'unico in cui Patricia Highsmith affrontò tematiche di questo tipo.

Come bonus, Carol ci fa vivere per qualche ora in una New York fascinosissima, quella che abbiamo visto in tanti film in bianco e nero, dove donne bellissime in visone bevono drink sofisticati (e quanti ne bevono! a tutte le ore, a tutte le età) negli alberghi più alla moda di Manhattan. Dove i ricchi che abitano nelle periferie residenziali accompagnano in auto gli amici squattrinati nelle loro abitazioni di Manhattan. E il lungo viaggio in macchina delle due donne verso ovest ci fa sognare autostrade diritte che si perdono nel nulla, motel accoglienti e città torreggianti nel deserto. So che ne è stato tratto un film, forse non ancora uscito in Italia, e spero che abbiano conservato il finale che sembra fatto apposta per il cinema: una mano che si alza in un saluto da lontano, e in quel saluto c'è la gioia inaspettata, la promessa, il riconoscimento, l'accoglienza, la sicurezza dell'amore che si specchia.
Mi resta solo un dubbio, non è che quella che viene più volta nominata come Washington (a Salt Lake, Therese continua a chiedere a Carol: ma sei sempre dell'idea di andare fino a Washington? mentre si spingono sempre più verso la costa ovest) non è la città ma lo stato di Washington, quello di Seattle per intendersi?    

martedì 22 settembre 2015

Il fascino irresistibile del luogo comune: Peter Mayle, Un anno in Provenza, e Valeria Corciolani, Il morso del ramarro

Questo post lo dedico alle consolazioni dell'ovvietà, alle rassicurazioni di ciò che è scontato, al caldo rifugio del prevedibile. Al conforto dei libri banali, che tengono compagnia senza scossoni né buche improvvise. Alle pagine terra terra e a quelle di fantasia fatta in serie. A un libro rosa e a uno senza colore, ma profumato di soffritto, di tartufo e (spiace dirlo, spiace anche solo immaginarlo) di aglio.

Cominciamo proprio dal libro del golosone inglese Peter Mayle, Un anno in Provenza (1990).
Resoconto scandito mese per mese delle esperienze di una coppia britannica che decide di trasferirsi a a vivere in Provenza, non sul mare ma nel Parco naturale del Lubéron, compra una casa nel bosco e ne intraprende la ristrutturazione, mette in fila una serie di luoghi comuni sui francesi che sono davvero un piacere. Chissà se le cose sono cambiate in venticinque anni, ma nell'esperienza di Peter Mayle e sua moglie, due persone davvero gradevoli a quanto si evince dal testo, ospitali, pazienti, ironiche, piene di affettuosa ammirazione per i nativi, gli aborigeni della Provenza pensano soprattutto a mangiare, sono assolutamente inaffidabili come operai per quel che riguarda puntualità e impegni ma dei mostri di ingegnosità e perizia in grado di risolvere problemi insormontabili per il pragmatismo britannico escogitando soluzioni originali.
Peter e sua moglie sono degli entusiasti, sempre pronti a sperimentare nuovi ristorantini di paese dove rustiche signore cucinano in maniera sublime, partecipano alla corsa delle capre, imparano il francese, accolgono visitatori importuni, corrono di qua e di là alla ricerca del vino migliore, insomma si ambientano benissimo e vedono solo quello che vogliono vedere. Certo c'è il mistral che soffia duro, d'inverno fa freddo, i turisti sono fastidiosi, ma anche se Peter Mayle non arriva a dirlo il lettore non può fare a meno di immaginare tutti quei provenzali girare col basco e la baguette sotto l'ascella, bofonchiando oh bon bon bon e oh là là e bevendo pastis nei caffè all'aperto.

Un libro estremamente amichevole e piacevolissimo da leggere. Non ci troverete una parola che vi sorprenda o vi insegni qualcosa ma trascorrerete qualche ora in compagnia di un amico simpatico che sa raccontare in maniera coinvolgente, amena e riposante. Consigliatissimo per viaggi in treno o traghetto, attese in aeroporto, sonnellini sulla spiaggia.  
Traduzione di Emilio Castellani.

Il morso del ramarro (2014) di Valeria Corciolani è altrettanto impalpabile ma molto meno distensivo, almeno per me, perché il tipo di luoghi comuni che utilizza è del genere che trovo irritante al massimo. Ma questo è un problema mio: me lo immaginavo benissimo prima di cominciarlo, e il rimedio era semplice, bastava non leggerlo. Il motivo per cui l'ho fatto è che sono iscritta all'"offerta lampo kindle" e non smetto mai di stupirmi del numero abnorme di libri "rosa", o meglio libri di donne per donne, che vengono proposti e quindi sfornati da autrici prolificissime che si moltiplicano in progressione geometrica. Di questo ho letto recensioni ottime e così l'ho scaricato.


Ambientato a Chiavari, patria della bella autrice, narra le vicende intrecciate di parecchi personaggi ma il principale è Virginia, trentenne separata con una figlia adolescente e due gemelli in età da asilo, un marito traditore sullo sfondo, qualche nuovo astro all'orizzonte, un'amica, una suocera, ecc ecc. Poi ci sono dei giovani ricchi e delinquenti ovviamente rampolli (termine che ormai significa "ragazzo ricco" e si usa senza indicazione di chi è il rampollo), dei vecchietti in gamba (molto di moda, si trovano in una casa di riposo e sono inevitabilmente "arzilli"), una badante peruviana e un maggiordomo (sic!) filippino con ruoli di un certo rilievo, eccetera eccetera, cioè il repertorio completo del neoconformismo da sitcom più che da telenovela (quello, per intendersi, per cui per rappresentare l'intimità familiare viene mostrata la coppia, e magari anche i piccini, mentre si lavano i denti tutti insieme e conversano con lo spazzolino in bocca). Anche i capitoletti brevi e frizzanti sono come strisce quotidiane, e la vicenda rispetta tutti gli elementi che lo spettatore (ooops, il lettore) si aspetta e pretende: un po' di amore e sesso of course, una sfumatura di giallo, attenzione alla cucina (la suocera complice e simpatica!), un po' di ironia blanda e benevola, la famiglia come centro e orizzonte, un pizzico di cultura ogni tanto (stile copia e incolla da wikipedia) e uno spruzzo di spiritualità. Buoni premiati e cattivi puniti. Ma è la protagonista che colpisce di più, rispecchiando un tipo di donna che è, appunto, l'immagine del conformismo televisivo-cinematografico di oggi. Precaria, gelosa, vendicativa, mamma più che sollecita, con un'amica del cuore che fa un mestiere strano (ma l'amico gay con problemi amorosi ci viene risparmiato).

In questo caso a rassicurare il lettore bambino è l'accumulo di elementi noti e stranoti, e soprattutto di conformismo: non c'è nessun elemento che possa stancare, sconcertare o inquietare chi legge. L'unica sorpresa finale (e qui, contro le mie abitudini, rischio lo spoiler) ce la riserva Virginia ma è uno scarto verso la norma, che ha lo scopo di gratificare e rassicurare. Ma non fraintendetemi, questa non è una recensione malevola. Il morso del ramarro fa strabene il suo mestiere, e mi ha aiutato egregiamente a capire quello che volevo, cioè il motivo del successo di questo tipo di letteratura: la prevedibilità. La lettura che offre è davvero uno svago, nel senso che non chiede nessuna fatica, né per cercare di capire quello che si legge, né per interpretare azioni, eventi, parole o affrontare idee e immagini nuove. Come quando si compra qualche prodotto confezionato al supermarket: si sa quello che si vuole e si è certi di trovarlo dentro la vaschetta. E di rimborsi non c'è bisogno di parlarne, perché si resta soddisfatti di sicuro. 

sabato 19 settembre 2015

Date retta a Lou Reed, quanto si chiacchiera a NY! Letture futili su argomenti seri, David Leavitt - Martin Bauman

Ma quanto si chiacchiera a New York! New York telephone conversation di Lou Reed è la perfetta colonna sonora per questo libro: Oh oh my, and what shall we wear? Oh oh my, and who really cares?

Di David Leavitt ho letto a suo tempo La lingua perduta delle gru (1986), di cui ricordo poco se non che mi era piaciuto abbastanza da spingermi a leggere anche Ballo di famiglia (1984). Poi confesso di essermi persa tutta la sua produzione finché sono incappata in Un posto dove non sono mai stato (1990) e infine in Martin Bauman (2000). Questo romanzo mi ha fatto pensare molto, e per molte ragioni. Prima di tutto il lungo monologo in prima persona mi ha costretta a farmi continuamente una domanda che considero sbagliata, inutile e anche stupida: ma Martin Bauman è David Leavitt? Quanto di quello che l'autore racconta è autobiografia, quanto è invenzione? Il fatto è che il protagonista ha in comune con l'autore così tante caratteristiche che è difficile non pensarci. Martin Bauman è un giovane ebreo (come Leavitt), omosessuale (come Leavitt), borghese (come Leavitt), con istruzione universitaria (come Leavitt), ambizioso e determinato (qui posso solo immaginare che lo sia anche Leavitt, ma non credo di essere molto lontana dal reale), raggiunge una grande notorietà letteraria all'età di 23 anni, all'inizio degli anni '80, con una raccolta di racconti (come Leavitt con Ballo di famiglia), vive a New York.

L'altro aspetto che mi ha acchiappata, tra stupore e incredulità, è tutto quanto riguarda lo scrivere e la carriera dello scrittore (e mi ha fatto ripensare allo sventurato Joël Dicker e il suo La verità sul caso Harry Quebert, probabilmente ispirato nella figura del protagonista da un'indigestione di Martin Bauman & friends). Martin e i suoi amici scrivono con l'unico scopo di raggiungere il successo, che a sua volta consiste (oltre a strappare anticipi sempre più consistenti agli editori - ma non ve l'avevo detto che questo è un romanzo di fantascienza!?!) nella partecipazione continua e compulsiva ai party letterari pieni di celebrità, da indicare all'inizio con stupefatta ammirazione e salutare poi per nome con familiarità paritaria. E chiacchierano un sacco, fanno un sacco di pettegolezzi, commentano i rapporti di questo con quello, stanno tra di loro, si consolano e si specchiano l'un l'altro. I personaggi sono molti e meravigliosamente descritti. Naturalmente chi è addentro nel mondo descritto ha capito subito chi è chi, ma per noi umani questo è un dettaglio di poca importanza. Spiccano il maestro amato e odiato Stanley Flint, l'amica nemica Lisa Perlman, e l'amante non tanto amato Eli Aronson.

La storia è impalpabile, non succede praticamente niente se non traslochi e incontri ma la lettura incanta, David Leavitt è uno scrittore eccellente che riesce a tenere incollati per centinaia di pagine su quello che lui ha detto a lei e quello che lei ha risposto. Persino quando parla di argomenti tragici e seri come l'AIDS riesce a farli sembrare futili, come se tutta la vita fosse un lungo gossip, e nello stesso tempo riuscire interessante. Un romanzo vivamente consigliato a chiunque, e in particolar modo a chi scrive e punta molto alla celebrità letteraria. Con un'avvertenza: da quello che racconta David Leavitt, non pare che i VIP dell'editoria a New York vadano molto in televisione. Se è quello cui aspirate, forse è meglio restare in Italia.
Bella traduzione di Delfina Vezzoli.

domenica 30 agosto 2015

Quando i racconti deludono: AA VV Ferragosto in giallo e Ilias Venezis, Mer Égée - Nouvelles

Metto insieme due raccolte di racconti, un'antologia (Ferragosto in giallo, Sellerio 2013) e una personale (Ilias Venezis, Mer Égeé - Nouvelles, traduzione e note di Catherine Grigoriou) che più diverse non si può, giusto per dimostrare che non basta che siano racconti per piacermi.

L'antologia mette in campo cinque autori italiani, tre dei quali confesso di non averli mai sentiti nominare, e una spagnola (forse per dare smalto? ma è la modestissima Giménez-Bartlett, e Camilleri non ha bisogno di puntelli) ma nell'insieme non funziona, i racconti sono brutti, tirati giù, si vede benissimo che gli  autori pensavano tanto è solo un racconto, inutile fare troppa fatica. Così Andrea Camilleri (Notte di Ferragosto), sempre abilissimo con personaggi e situazioni di partenza, poi se la sbriga con la soluzione più ovvia, anche se mestiere e simpatia lo salvano. Marco Malvaldi (Azione e reazione), che sembra scrivere per bambini un po' ritardati, (oltre a fare uno spottone lungo e didattico, del tutto superfluo, per la sigaretta elettronica), anche lui sceglie l'ovvio, cioè la soluzione logica, quella che tutti si aspettano. Antonio Manzini (Le ferie di agosto) mette in campo un personaggio di rara antipatia, maschilista, scorretto con le donne, insomma odioso. Però questo come racconto, a parte qualche falla in conclusione, funzionerebbe, ma il finale è talmente vergognoso per squallore, ipocrisia e scorrettezza (il protagonista approfitta spudoratamente del suo ruolo) che non sono riuscita a essere obiettiva nella lettura, resa irritante anche da una scrittura molto approssimativa. La vicenda narrata da Francesco Recami (Ferragosto nella casa di ringhiera) ha il merito di non essere prevedibile, acchiappa, e malgrado un po' di luoghi comuni nella descrizione dei personaggi, è originale (anche qui la scrittura è parecchio tirata giù). Gian Mauro Costa (La lupa) costruisce un'ambientazione interessante, dei personaggi gradevoli in una Sicilia insolita ma poi scivola in una soluzione troppo vaga e banale facendo ricorso a cliché usurati. Vero amore, di Alicia Giménez-Bartlett, mette in campo personaggi assurdi (tipo il giovane poliziotto coatto, costruito con stereotipi tanto assurdi che alla fine risulta troppo scemo per essere credibile). La storia è francamente senza senso, e soprattutto non acchiappa, alla fine strappa al lettore un bel chi se ne frega

Tutt'altra storia la raccolta di Ilias Venezis. Neanche lui non l'avevo mai sentito nominare, l'ho scoperto mentre ero a Ayvalik, leggendo qualcosa sulla città, uno dei centri della Turchia abitati da greci che furono coinvolti dal cosiddetto "scambio di popolazione" dopo la Grande Catastrofe del 1922. Più di un milione e duecentomila greci furono cacciati dai luoghi in cui abitavano da sempre e rientrarono in una patria, dove costituirono il 20 per cento della popolazione totale, non proprio entusiasta di accoglierli. Molti meno, circa trecentomila, i Turchi che dovettero andarsene, soprattutto da Creta e Salonicco. Questa è una pagina di storia di cui sapevo pochissimo ma avendo viaggiato molto nei luoghi coinvolti e toccato con mano la portata della vicenda, ho finito per appassionarmi. Inoltre Ayvalik è una delle culle del rebetiko, altra storia affascinante, insieme a Salonicco, Smirne, il Pireo e Ermoupolis sull'isola di Siros. Così quando ho visto citata questa gloria locale mi sono precipitata a cercare in rete qualcosa di suo da leggere, ma ho trovato solamente questa traduzione francese di racconti. 

La cosa più interessante, però, rimane la sua biografia. Ilias Venezis (pseudonimo di Ilias Mellos, Ayvalik 1904-Atene 1973), fa parte della "generazione 1930", una ventina di scrittori diversissimi per temi e posizioni ideali, che ebbero il merito di liberare la letteratura greca dalle panie della katharevousa, la lingua esclusivamente scritta che si rifaceva alla lingua classica, stabilendo il predominio del demotico, la lingua quotidiana parlata da tutti. Nato in Asia Minore, ne fu allontanato con la famiglia durante la prima guerra mondiale, quando si scatenaro gli eccidi nei confonti dei greci; vi tornò nel 1919 durante l'occupazione greca di Smirne e dintorni (la sventurata e avventata "Grande Ideadi Elefterios Venizelos di riconquistare l'impero bizantino, conclusasi con la sconfitta della Grecia, l'incendio e la strage di Smirne e la conseguente cacciata dei greci dalle loro case in tutta l'Anatolia (e ce n'erano veramente dappertutto, fino in Cappadocia e sul Mar Nero per esempio). Venezis all'età di diciotto anni fu preso prigioniero dai turchi come ostaggio nei battaglioni di lavoro composti dalla popolazione greca maschile tra i 18 e i 45 anni, e sottoposto alle "marce della morte". Dei 3000 che partirono con lui da Ayvalik ne tornarono 23. Una volta liberato andò a Lesbo, dove il giornalista Stratis Myrivilis lo incoraggiò a scrivere delle sue esperienze nel romanzo Numero 31328 che, insieme a Aeolia (il titolo varia nelle traduzioni con Terra d'Eolia e Oltre l'Egeo) e Serenità costituisce, da quello che ho capito, il nucleo della sua opera, in cui parla rispettivamente dei giorni felici della sua infanzia in Asia Minore e delle difficoltà incontrate dai profughi per ambientarsi nella patria d'origine. Lavorò a lungo in banca e nel giornalismo, si trasferì a Atene, e nei giorni tragici dell'occupazione tedesca in Grecia fu arrestato e rilasciato dopo qualche settimana per l'interessamento di autorità e mondo intellettuale. Scrisse anche molti libri di viaggi e di racconti. 
 
Ecco, i racconti, ci sono arrivata. Con tutto l'interesse che provavo per l'autore e soprattutto per i temi che mi aspettavo trattasse, non sono riuscita a appassionarmi. Sono brevi narrazioni, schizzi di personaggi sospesi tra tragedia e sogno, raccontati oggettivamente ma tutto sommato un po' sospesi nel vuoto. Ho apprezzato Lios, in cui si tratta direttamente il tema dei rapporti tra greci e turchi, dove la vicinanza tra individui riesce a superare la distanza della storia, stesso tema trattato con maggiore riflessività e minore fascino in Le descendant du renégat, la tristezza composta e fatale di Le caïque du Théséion, Les mouettes, Phteri, Les eaux dormantes, ma i brani in cui è più scoperto l'intento onirico e poetico (Santorin, Le petit bateau en argent, Lycabette) mi hanno lasciata piuttosto fredda. Nel complesso devo ammettere che questo libro mi ha annoiato parecchio e lo consiglio solo a chi ha interessi specifici. Cercherò ancora con più attenzione le opere maggiori di Ilias Venezis, e sono certa che mi soddisferanno di più. 
Morale, non basta che siano racconti per essere belli. 

mercoledì 19 agosto 2015

Passeggiata in Licia: Çirali, Chimera e dintorni


Perché il mondo è pieno di bei posti e io vorrei vederli tutti, ma nel contempo voglio anche rivedere quelli che mi sono piaciuti così ci ritorno e il tempo passa e più ne vedo e più me ne piacciono e... Va be', basta scemenze per oggi. Fatto sta che eccomi qui, in un posto che ricordavo bellissimo e lo è ancora di più. Si chiama Çirali, è in Turchia, ci fa un caldo tremendo, c'è il mare e la pineta, le Caretta Caretta (o almeno le loro uova sotto la sabbia che bisogna fare attenzione a non pestare, così ci hanno messo sopra dei trespoli che fanno molto spiaggia politicamente corretta). Non c'è rumore, niente musica, niente lungomare né alberghi illuminati, niente motorette. Spiaggia immensa sia in lunghezza  (5 km) che profondità, lettini lontanissimi dall'acqua. Ecco, l'acqua: come fare il bagno nella nivea, ti avvolge e ti accarezza, calda, morbida come una mamma. Si può nuotare o stare a galleggiare guardandosi intorno tanto è bello il paesaggio. Catene di montagne una dietro l'altra, le prime verdi di pini poi man mano più grigie e arcigne fino a una cima di 2300 metri. 
Dietro la spiaggia e la pineta, una strada sterrata su cui si affacciano alberghi a bungalow (molto confortevoli, con aria condizionata, frigorifero ecc ecc... ma senza televisione!) immersi in giardini verdissimi e grandissimi, sotto piante di agrumi, gelsi, lagestremie, buganvillee, peschi e fatevi venire in mente quello che volete. Colazione sotto le frasche compresa nel prezzo, molti bambini tranquillissimi, gli unici a farsi sentire sono i polli che scorrazzano liberi sul prato, fornendo le uova per colazione e forse anche il kebab per cena.
La mia preferita è la Hobbit Evi (Casa dello Hobbit) il cui cortesissimo padrone, Serhat Öztürk, è uno scrittore che mi ha regalato una sua opera, "Selanik", che parla appunto di Salonicco. Io non capisco il turco ma per fortuna ci sono tante foto antiche, molto interessanti. 

In spiaggia non è raro imbattersi in donne che portano il costume da bagno islamico, new entry di qualche anno, di fogge varie ma in genere composto di tunica fino alle ginocchia, accollata, a maniche lunghe con cappuccio + braghe lunghe fino ai piedi e aderenti, il tutto in nailon tipo tuta. 

Tutto questo sarebbe già abbastanza, ma sulle colline alle spalle della spiaggia c'è Chimera, uno dei posti più insoliti che si possano vedere. Si può arrivare all'entrata del sito in bici (gli alberghi le prestano) poi si sale per venti minuti (io mezz'ora) un faticoso sentiero a gradini altissimi sotto la pineta (da fare assolutamente dopo il tramonto o col buio, portandosi una pila e dell'acqua) e si arriva a un pendio di roccia pelata da cui sgorgano fiamme. Vere fiamme, di cui non è mai stata studiata a fondo l'origine scientifica, che possono essere spente soffocandole ma poi riprendono. Luogo di culto di Efesto nell'antichità, vi sorgono le rovine di un tempio ma sono davvero pleonastiche, bastano le fiamme che scaturiscono dalla pietra a farne uno luogo magico e ovviamente infernale. I visitatori ci arrostiscono toffolette e salamini (non di maiale of course), si sparano foto a raffica e si divertono un sacco. Anche io naturalmente, anche se ho avuto una delusione - la prima volta che sono salita a Chimera, con la lingua fuori e senza fiato, c'era un venditore di tè, un benefattore dell'umanità potrei definirlo dato che si era portato fin lì acqua, braciere, carbonella, bicchieri, piattini, tè, zucchero, cucchiaini per vendere a 1 TL quella delizia corroborante che è il çai turco. Ma questa volta niente, il benefattore non c'era e io ci sono rimasta malissimo. Chimera ha dato origine al mito di Bellerofonte, una storiaccia che vale la pena di andarsi a leggere. 

A venti chilometri di distanza da Çirali per strada asfaltata (se ci si vuole andare in macchina) o dieci minuti per spiaggia (a piedi) si arriva alla valle di Olimpos, città licia le cui rovine, non scavate, si stendono lungo una gola fittamente coperta di pini, platani e altri alberi ad alto fusto su cui negli anni 60 e 70 gli hippy australiani e neozelandesi costruivano le loro casette sugli alberi. In fondo erano rimasti bambini. Adesso ci sono pensioni, ristoranti e parcheggi ma è un bel posto e una bella passeggiata. Io, guadando il torrente che scorre nella valle, ho trovato un pezzo di vera ambra il che mi ha fatto toccare il cielo con un dito.

Un altro sito ancora più straordinario è Phaselis, una ventina di chilometri a est, altra città soprattutto romana che si stende in una pineta, con tre spiagge in cui si possono fare splendidi bagni tra le rovine. Una volta erano i tre porti di Phaselis, adesso ospitano finti vascelli pirati con musica tumpe tumpe che si spingono fin qui da Kemer o dai resort frequentati dai russi verso Antalya. Ma poi se ne vanno, hanno un sacco di cose da fare, shopping, fitness, wellness, barbeque, snorkeling eccetera. 

Per chi poi ha proprio voglia di vedere cose ci sono molte altre rovine nei dintorni (io ne vado pazza: non mi perdo un muretto a secco di epoca ellenistica per niente al mondo). Particolamente impressionante e davvero speciale per imponenza e grandiosità di resti è Arykanda, una quarantina di chilometri nell'interno, i cui abitanti ai loro tempi avevano fama di essere pigri e edonisti, ma visti i dislivelli su cui è costruita la città c'è da dubitarne. Se abbiamo lo stesso concetto di pigrizia, io sarei morta di fame in due settimane pur di non arrampicarmi tutti i giorni fino all'agorà commerciale. 

E proprio sotto a Arykanda, vicino al villaggio di Arif, c'è una cascata sotto a un folto di pioppi, platani e gelsi con un'acqua freddissima e buonissima, in cui lavarsi la faccia e riempire bottiglie, bere e naturalmente farsi valanghe di foto. Intorno c'è un mercatino della domenica molto frequentato in cui l'attività principale è mangiare pannocchie bollite e guardare l'acqua che cade abbondante e violenta. Oltre a fotografare e fotografarsi, naturalmente. 

Per chi ha voglia di percorrere tutta la Licia a piedi c'è la Likian Yolu, una strada molto ben segnalata che scavalca montagne e vallate passando per posti straordinari. Così ho letto sulla guida, e non ho motivo di non crederci. 
Çirali, Turchia, 19 agosto 2015

martedì 18 agosto 2015

La felicità è una trappola di sei metri: Fredrik Sjöberg, L'arte dicollezionare mosche

Raramente mi è capitato di imbattermi in un libro più adatto alla vacanza di questo, che pure non è un giallo né un rosa ma una sorta di divagazione tra i ricordi e le riflessioni sulla vita di un entomologo (anzi, collezionista di surfidi, e solo quelli) svedese, ex giramondo che vive in un'isola dell'arcipelago di Stoccolma e odia i viaggi. Non farò a "L'arte di collezionare mosche" il torto di definirlo incantevole (aggettivo che quando mi ci imbatto in una recensione mi fa scappare a gambe levate) ma lo è, e l'incanto è dovuto alla serissima svagatezza, all'ironia, curiosità e simpatia umana con cui Fredrik Sjöberg si accosta ai colleghi entomologi e alle loro variabili originalità. 

Tra tutte spicca la figura di René Malaise, massimo esperto di tentredinidi (qualunque cosa siano), giunto alla fama in giovane età per una spedizione nella Kamchatka in cui aveva individuato centinaia di nuove specie di insetti (e mi ha fatto sognare l'idea di un tempo, e un paese, in cui si diventava famosi per motivi simili) e per l'invenzione della trappola per mosche che porta il suo nome. L'autore ne ricostruisce la vita attraverso pochi e sparsissimi indizi, con  pazienza da entomologo e intuito da archeologo cerca parenti, vecchi articoli in riviste scientifiche e periodici dedicati alle follie dei collezionisti, ne ipotizza le traversie amorose e matrimoniali, fino all'ultima trasformazione in collezionista d'arte dove inseguitore e inseguito in qualche modo si confondono. Ma sono molte le figure che si incontrano in queste pagine, da Bruce Chatwin a Edward Lawrence a Milan Kundera, ai turisti che non vogliono credere che i surfidi, massimi esperti di mimetismo, siano mosche e non vespe, fino allo studioso finlandese che barava tagliando le ali degli insetti per aumentarne il numero di battiti al minuto, alla cilena incontrata casualmente in aeroporto o ai familiari dell'autore, che immaginiamo sullo sfondo a reggergli il retino, ironici e pazienti come lui. 

Insomma un gran bel libro che consiglio a tutti, da portarsi in vacanza per seguirne il ritmo divagante, intelligente e gradevole, e anche per tenere le distanze da quello che talvolta si riesce a lasciarci alle spalle partendo - l'amore, la politica, il denaro, le tentazioni - per entrare nel magico mondo degli insetti e di chi li colleziona perseguendo lentezza e rispetto dei propri limiti. Non le farfalle, per carità, troppo facile, ma tentredinidi e surfidi, che si catturano col retino ma anche con la gloriosa e mitica trappola di Malaise di sei metri. 
La scorrevole traduzione è di Fulvio Ferrari.

domenica 9 agosto 2015

La verità, la guerra, l'ossessione e forse anche l'amore: Nadeem Aslam, La veglia inutile

Devo dire che sono arrivata alla fine di questo libro con molto sollievo, e non sono sicura di averne capito fino in fondo il significato. O meglio il messaggio, perché un messaggio c'è anche se coperto da un lussureggiare di bellissime immagini, di osservazioni pensose o folgoranti, che fanno ricordare a ogni riga che Nadeem Aslam è un poeta. Io nella mia semplicità ho capito questo: secondo l'autore tutto si può riassumere in: USA good, russi, comunisti, musulmani, pakistani, afgani no good. E diciamo che questo, forse, è il limite più grosso che mi ha impedito, malgrado i moltissimi pregi, di apprezzare quest'opera di Nadeem Aslam quanto "Mappe per per amanti smarriti" o "Note a margine di una sconfitta". Non che sia una patita di terrorismo islamico, beninteso: ma la mancanza di sfumature nei personaggi, nelle loro motivazioni e reazioni è eccessiva, li rende più partiti presi che figure realistiche in grado di suscitare empatia o rifiuto. 

Comunque. La storia è ambientata in Afghanistan, in una casa su un lago nelle vicinanze della città di Usha, che significa Lacrima. La casa, un tempo fabbrica di profumi, appartiene a Marcus, un anziano inglese espatriato per amore (ha sposato una afgana, Qatrina, e si è formalmente convertito all'Islam). Quatrina è morta all'epoca del dominio dei talebani, in circostanze che verranno chiarite nel corso dell'azione; con lui, nella sua casa, ci sono Lara (una russa che ha perso le tracce del fratello, soldato ventenne in Afghanistan ai tempi dell'occupazione) e David, americano ex agente della Cia cui Marcus è molto legato perché ha conosciuto, e amato, sua figlia Zameen, anche lei sparita nel gorgo delle guerre che da venticinque anni tormentano l'infelice paese. Ognuno cerca qualcuno, Lara il fratello Benedict, Marcus il figlio di Zameen di cui non si conosce il destino, David la verità su Zameen. A loro si aggiunge a un certo punto Casa, giovanissimo integralista islamico, terrorista votato al martirio, intorno al quale finiranno per condensarsi tutte le vicende. Ma la verità, così difficile da trovare e così facile da nascondere o manipolare, forse è tanto dolorosa che alla fine è meglio non conoscerla del tutto.   

Molto simbolica è la fabbrica di profumi sotterranea, in cui è contenuta una colossale testa di Buddha rinvenuta in loco che, colpita, ha sanguinato oro: il passato sereno e armonioso dell'Afghanistan, sepolto sotto la violenza, l'odio e il dolore del presente? E la barca che David e Carta costruiscono insieme, destinata a non navigare mai sul lago? Di simboli e rimandi è intessuta la storia, come un prezioso ricamo antico.

È un libro bello, scritto benissimo, pieno di colpi di scena, complesso e ricco di personaggi e citazioni colte, notizie interessanti e squarci decisamente poetici: ma gli nuoce, secondo me, la totale mancanza di ambiguità anche se i personaggi compiono giravolte continue e le verità si capovolgono sovente. È anche un libro molto duro, che volutamente insiste a raccontare crudeltà davvero spaventose, disumane, sempre attribuite ovviamente ai soliti, mentre le crudeltà minori degli americani (tipo lasciar trucidare villaggi interi sapendo in anticipo di un attacco, ma non avvertendo le vittime per non far capire al nemico di aver intercettato un ordine; a questo proposito è imperdibile, al limite del comico, la discussione dei rapporti tra USA e Arabia Saudita) sono sempre fatte a fin di bene, con uno scopo finale altruista e nobilissimo. E sarà, non voglio dire niente. Tutto sommato è un bene, così si digeriscono atrocità che altrimenti sarebbero veramente disturbanti: ma va a finire che a Nadeem Aslam non si riesce a credere fino in fondo. O forse, semplicemente io non riesco a credere fino in fondo.

Edizione originale 2008, uscito in italiano lo stesso anno con la traduzione di Delfina Vezzoli.