martedì 9 dicembre 2014

Per un Natale sereno, racconti del terrore e donne belle e infelici: E. J. Howard, Il lungo sguardo, Chris Priestley, Christmas Tales of Terror e Le storie terrificanti di Zio Montague

Elizabeth Jane Howard con il secondo marito Kingsley Amis e Martin Amis, figlio di lui.
Post veloce, giusto per dimostrare che non è vero che sono pigra! Metto insieme tre libri di autori inglesi di cui magari non mi sono innamorata ma che certamente possono avere appassionati ammiratori.
Comincio con Il lungo sguardo di Elizabeth Jane Howard (1923-2014), sposata in terze nozze con Kingsley Amis e matrigna di Martin Amis. Confesso che non l'avevo neanche mai sentita nominare prima che un'amica di cui mi fido molto consigliasse con entusiasmo questo romanzo, sul quale non riesco a trovarmi d'accordo con lei. Uscito la prima volta nel 1956, è la storia di Antonia (ma il nome di battesimo lo scopriamo solo verso la fine, prima si chiama solo ed esclusivamente Mrs Fielding), narrata per blocchi separati di anni e avvenimenti, dal 1950 al 1926. Moglie tradita e forse abbandonata, donna scontenta ma non troppo inquieta, madre di due figli che non le piacciono granché, borghese acquiescente alle regole, la sua vita è scandita solo dai rapporti con i genitori prima e la famiglia d'acquisto poi. Ci sono incontri e rapporti ma poco amore, nessuna tenerezza. Storia di formazione a ritroso, storia di un matrimonio, storia di una donna bella e infelice, scritta da un autore onnisciente che alterna i punti di vista senza preavviso, creando l'effetto un po' disturbante di ficcare il naso negli affari degli altri (gli uomini di Antonia). La protagonista alla fine non è tanto un personaggio quanto una proiezione, e piacerà alle donne solo se non si irriteranno per l'evidente convinzione dell'autrice che lo scopo ultimo delle donne è piacere, compiacere e fare contenti gli uomini. Il lungo sguardo è un romanzo molto sapiente, molto scritto, molto costruito, sia nella struttura che nella scrittura tutta giocata su iperboli, contrapposizioni e ellissi che danno un effetto molto sofisticato ma per me un po' insopportabile. Non l'aiuta la traduzione di Manuela Francescon.
Chris Priestley

Tutt'altra storia con Chris Priestley, nato nel 1958, illustratore e autore di libri per ragazzi. Anche se questi due di cui si parla qui non mi sembrano affatto letteratura per ragazzi se non per la semplicità di impianto narrativo e di linguaggio; le storie sono cupe e votate a finali davvero senza speranza, più gelidi che agghiaccianti. A me è piaciuto parecchio Christmas Tales of Terror, calchi perfetti di racconti ottocenteschi del soprannaturale, tanto che viene da chiedersi perché leggere questi e non gli originali. Priestley non aggiorna le vicende, neppure l'ambientazione che rimane quella classica di grandi case in mezzo alla campagna, famiglie formali, servitori e differenze di classe. Si parla di divieti (mai cantare nei cimiteri! non strappate quei rami!), spazzacamini fantasma e giocattoli assassini, pupazzi di neve e cugini odiosi con cui trascorrere a malincuore i giorni di festa. Protagonisti sono sempre bambini che finiscono malissimo, e che in un certo senso se lo meritano perché non sono affatto innocenti. La scrittura semplice e la totale mancanza di artifizi letterari li rende una lettura molto godibile, veloce, gratificante per chi, come me, ama il genere. Certo Christmas Tales of Terror si dimentica immediatamente, non lascia né paura né immagini disturbanti né inquietudine. Un horror omogeneizzato, ben costruito e molto leggibile, ma forse un po' inutile visto che la letteratura inglese abbonda di esempi ben più sostanziosi. Non mi risulta che sia stato tradotto in italiano. Per quel che riguarda Le storie terrificanti di zio Montague dello stesso autore, vi rimando alla recensione di Silvia Treves su LN-LibriNuovi.net che ne parla molto meglio di quanto potrei fare io. Aggiungo solo che la traduzione di Chiara Manfrinato avrebbe bisogno di un'energica revisione.

martedì 2 dicembre 2014

Gradisce un assaggino? I love Paris in the springtime, da Il cuore in ballo di Consolata Lanza (che sono poi io)


            I love Paris in the springtime 
– I love Paris in the springtime – cantò Angelica, allacciandosi un paio di scarpe da ginnastica rosse con le stringhe bianche, – I love Paaaris trallala!
Dalla finestra aperta le rispose un allegro stridore di freni, sbattere di portiere e nervosismo di clacson. Un pullman rombò a tempo.
– I love Paris too – frusciarono i pneumatici sull'asfalto.
Che giornata magnifica, per Angelica. Che profumo di tigli e sambuchi saliva fino al sesto piano, a saperlo riconoscere, tra i fumi di scarico del corso. Che incantevole effluvio di felicità. Neanche il fetido sudore dei cassonetti verdi schierati lungo il marciapiedi riusciva a cancellarlo.
– La mer, qu'on voit danser… pom pom pom pom, a des reflets d'argent…
Perché mai sei così contenta, Angelica? Contaci un po', che fa piacere a tutti vedere una ragazza bella e felice in una mattina piena di sole.
– Que reste–t–il de nos amours, que reste–t–il de ces beaux jours…
Eh no, questa canzone non va bene. Conservala per una giornata d'autunno, quando il cielo sarà rigato di lacrime e il tuo cuore anche. Magari per quando avrai qualche capello bianco, un paio di rughe attorno alla bocca, lo sguardo più duro e persino un po' di cellulite sull'alto delle cosce, dove adesso i pantaloni bianchi scivolano disinvolti senza incontrare alcun impedimento.
Ma poi spiegami questo, Angi: dove le hai scovate delle tali anticaglie musicali? Da un rigattiere? Al Balun? Magari rovistando nella soffitta di tua nonna? O alla radio, nella rubrica L'angolo della nostalgia?
Nello zainetto trova posto l'agenda zeppa di foglietti scritti in fretta, il cellulare, un modesto portafogli – anche il contenuto è modesto –, un assorbente che non si sa mai, fazzoletti di carta, spazzola, matita per gli occhi, burro di cacao (non c'è bisogno di truccarsi tanto quando si hanno vent'anni e l'amore in tasca), ma anche, che cosa vedo? un paio di mutandine di ricambio, dentifricio e lo spazzolino da denti. Dove stai andando, Angelica? Se rispondi a lavorare, non ci crede nessuno.
Al portinaio che la salutava sorrise senza parole. Posta non ce n'era, ma tanto la notizia – l'unica notizia che importasse – era arrivata via email: vieni alla stazione domattina alle nove e trenta, salta sul treno che andiamo a Milano insieme. Je t'aime beaucoup, passeremo una notte in albergo – ho un  colloquio di lavoro, poi torniamo insieme e mi fermo da te per qualche giorno. Senza firma, ma ce n'è bisogno? Leo è qui. Leo mi vuole con sé. Leo arriva per amarmi e rendermi preziosa come il sole all'alba, come la luna di sera. Come una meringa, perché mi guarda affamato di me come fossi una meringa, bella piena di panna e bianca e dolce. Proprio lì in mezzo alle gambe Angelica si sente importante, unica. Non è lì che si concentra tutto? Come l'occhio del ciclone, come lo scarico della doccia in Psycho, come il centro del bersaglio quel punto magico attira tutto ciò che gli ruota intorno e lo inghiotte.
– L'ombelico del mondooo…
Adesso basta con le canzoni, Angelica.

– Tu capisci, Lori, una settimana intera senza dormire, tra amore, prove, amore, quel minimo di tempo per mangiare e dare un'occhiata al giornale, poi di nuovo amore, una volta siamo persino andati al cinema…
– Quando dici amore, intendi sesso?
– Ma che sesso! Era amore, estasi, purissimo elevarsi allo stato più alto dell'essere. Compenetrazione di anime e corpi, fusione perfetta.
– Quando dici compenetrazione, intendi penetrazione?
– Lori, come fai a non capire? Hai mai scopato con qualcuno che riesce a trasformare un banale coito in un'esperienza mistica?
– No, mai. Io sono una ragazza abbastanza fortunata. Quelli con cui scopo io sono brave persone, che prima si danno da fare poi gli viene voglia di due chiacchiere, due tenerezze, un caffè, una sigaretta, al massimo un grappino o uno spinello. Una volta uno ha voluto a tutti i costi andare a fare una passeggiata notturna lungo il Po, ma al secondo tossico ha capito che era meglio tornare indietro. Siamo andati in birreria e ha pagato lui.
– Beh… –. Angelica si scompigliò i capelli cortissimi e si sfregò gli occhi spargendosi il rimmel sulle guance. – Leo è diverso. Quando arriva è come se si appropriasse della mia vita e ne facesse un cartoccio. Ma è un cartoccio pieno di caramelle al miele.
Lori la guardò ammirata.
– E adesso, quando vi vedete?
– Chi lo sa? E' impegnato con uno spettacolo a Parigi per un mese, poi andrà in tournée. Io sono bloccata qui fino a settembre. Forse riusciremo a incontrarci per qualche giorno, ma…
– Ne avete parlato?
– Oh insomma! Lori, certe volte mi fai proprio scappare la pazienza. Non è una storia così, lasciamo tutto al caso, all'estro… Un giorno o l'altro mi telefona o mi manda un'email e io salto su un treno e lo raggiungo.
– E se sei tu a telefonargli?
Angelica tirò fuori diecimila lire, agitò lo scontrino verso il cameriere e pagò il conto. Ormai il loro tavolino era stato raggiunto dal sole e faceva troppo caldo per rimanere nella piazza polverosa, dove le vampe di afa stingevano la quinta di colline in una foschia giallastra.
– Adesso devo andare, scusa. Ti chiamo io appena ho tempo. Non ti offro un passaggio perché sono a piedi.
Ci sono volte in cui anche le migliori amiche sono più simpatiche nell'immaginazione che nella realtà. Angelica riconobbe che sarebbe stato molto meglio ripassare i ricordi da sola, invece che cercare di riassaporarli in un franco e intimo colloquio femminile.

Sotto la doccia, Angelica insaponava con furia le lunghe braccia magre, i gomiti a punta, le gambe muscolose, i piedi ossuti, il collo sottile (Sembri Alice quando il collo le cresce a dismisura, e il piccione grida: un serpente! un serpente! stai cercando di mangiare le mie uova! e non accetta ragioni, non vuole credere che sia una bambina), tutto tranne dove la memoria di Leo si è incisa a fuoco. Sui seni la spugna passa con cautela, tra le gambe esita a fregare. Solo a sfiorarli, la pelle comincia a pulsare, i capezzoli diventano sensibili, un calore dolente e inquieto si irradia giù per le cosce e su per il ventre dal centro di tutti i piaceri.
– Quando dici amore, intendi sesso?
E vaffanculo, Lori. Anche l'estasi di tutte le Sante Terese del mondo, con i loro occhi rovesciati, le frecce angeliche puntate verso il pube, il deliquio e il venire meno, sappiamo benissimo che cominciano proprio di lì, da quel punto rovente e capriccioso e vorace. Posso chiamare quello che voglio come voglio? Era sesso ma anche esperienza mistica. Te lo giuro, ho visto il sole roteare e le stelle, la luna, la via lattea, tutto quel che ti viene in mente di astronomico, in pieno giorno e in piena notte, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Ho visto dio e la madonna e mio padre buonanima, ho capito il mistero dell'universo e l'origine del mondo. Tutto in una scopata, sì, proprio tutto nel dolce su e giù, in quella cosa che quando la faccio con Renato al massimo mi esce un sospiro – ah, sì amore – e invece con Leo mi lascia muta, pietrificata e santificata insieme, sciolta come un gelato in una sera d'agosto e trasparente come un ghiacciolo in gennaio. Non me lo spiego, ma è così.
Angelica si avvolse nell'asciugamano più ruvido che aveva, se lo sfregò sulla schiena, si asciugò in fretta e si rivestì in un baleno. Il minimo possibile. Mutandine, bermuda, canottiera e infradito. C'erano un sacco di cose da risolvere, dopo la vacanza d'amore. Due esami da preparare. Bollette, conti, scadenze, telefonate a cui rispondere, e soprattutto ricominciare a esercitarsi, trovarsi con i colleghi del gruppo, lavorare allo spettacolo che stavano allestendo, ma non era ancora il momento. Sdraiata sul parquet fresco, braccia e gambe aperte come una stella di mare dimenticata dalla marea, Angelica si sforzò di pensare.
– Quando dici compenetrazione, intendi penetrazione?

Piccola anticipazione da Il cuore in ballo, su Amazon

mercoledì 26 novembre 2014

La passione disperata e la difficoltà di amare: James Purdy, Rose e cenere

Che strano, disturbante libro è questo. Ambientato a Chicago negli anni della Grande Depressione, con un soffio di guerra che incombe, segue le vicende di un gruppo di personaggi in continua, fluida trasformazione. Sono tutti variamente emarginati, diversi, esclusi, non omologati, e impossibili da definire secondo i parametri letterari comuni. Seguiamo i complessi intrecci sessuali e passionali che legano lo scrittore fallito Eustace detto Ace, sua moglie Carla, la pittrice Maureen, il giovane e fatale Amos, il virile, inconsapevole e stoico Daniel, Reuben il milionario, l'ufficiale sadico e molti altri. Ognuno di loro ha in sé un nucleo oscuro di disperazione, di angoscia, di bisogni insoddisfatti, che lo spinge a comportamenti a volte incomprensibili a volte autodistruttivi, in una lotta che è tanto di potere quanto d'amore, dove l'omosessualità è una forza oscura, misteriosa, fatale e inevitabile. Tutti tranne Reuben hanno sempre un disperato bisogno di denaro, ma di fronte alla potenza irresistibile della passione anche il denaro non può nulla. La vicenda che comincia come commedia presto si trasforma in un melodramma che trascolora in tragedia per concludersi in puro splatter passando per il delirio a due e il martirio. Su tutto aleggia un disperato romanticismo che seduce e trascina, senza dimenticare un tocco di magia. Quella che dispiace un po' è la traduzione di Attilio Veraldi, legnosa, impacciata e incerta che non aiuta a lasciarsi andare, il contrario di quello che un romanzo così insolito richiederebbe. Io ho fatto parecchia fatica all'inizio, ma poi il fascino di questo mondo antirealistico, percorso da passioni troppo grandi per essere verosimili e insieme esemplari, la violenza di certe scene mi ha conquistata e non credo che lo dimenticherò facilmente. Lo consiglio ai lettori forti, a quelli che in un libro non cercano solo evasione o imitazione della realtà, ma sono disposti a seguire l'autore nella sua calata agli inferi tra le luci (poche) e le ombre dell'ossessione sessuale e amorosa. A chi ha questo coraggio, Rose e cenere potrà dare molto.
James Purdy (1909-2009) è un personaggio molto interessante: amatissimo e protetto da scrittori e artisti, non raggiunse mai una diffusa popolarità malgrado successive riscoperte, neanche all'interno della comunità gay. Rose e cenere uscì nel 1956 con il titolo Eustace Chisholm And the Works suscitando parecchio clamore per la scabrosità del tema, e anche se la critica rimase fredda fu il suo libro che vendette di più.      

venerdì 21 novembre 2014

A tutto c'è un limite: Pablo Tusset, Il meglio che possa capitare a una brioche

Diciamo che me lo sono meritato, mi sono lasciata andare alla pigrizia, ho continuato a  leggere gialli scriteriatamente e mi sono imbattuta nel libro più inutile e scemo che abbia letto negli ultimi anni. Barcellona intorno all'inizio del millennio, prima dell'introduzione dell'euro: Pablo è figlio di famiglia ricchissima ma vive come un disgraziato, o almeno vuole farcelo credere ma in realtà abita in un appartamento di proprietà del padre, pesa centoventi chili, ha un ruolo nell'impresa di famiglia che è una sinecura, passa il tempo a bere, farsi di tutto quello che trova, scopare esclusivamente con puttane, dormire tutto il giorno e andare in giro la notte, e (!!!) chattare di filosofia con amici internazionali. Ha girato il mondo e adesso gira a vuoto. Difficile immaginare un personaggio più finto, uno che le spara grosse per far credere di essere brutto sporco e cattivo ma non ci riesce neanche un po'. E dovrebbe far ridere, essere spiritosissimo, ma la risposta alle sue iperboliche sparate in piemontese sarebbe una sola, piuttosto grezza: gatiime l'ala, fammi il solletico sull'ala, di cui propongo l'acronimo gla, da opporre al bennoto lol per indicare che qualcuno ci prova a a fare dello spirito ma non ce la fa proprio. Suo fratello, che è tutto il contrario, serio, ricco, fighetto, rangé, lo coinvolge in un confuso intrigo di cui non si capisce bene in che cosa consista. Per i tre quarti del romanzo non si riesce a capire dove stia il problema mentre nell'ultima parte l'attenzione ormai vaga per i sentieri del cielo, tanto è insensato e campato in aria il finale. Lungo, stralungo per quel che vale, è quel tipo di libro che fa rivalutare la televisione e dubitare che la lettura sia sempre un'attività lodevole e proficua. E poi, in quanto lettori abbiamo anche noi una dignità, non possiamo berci qualsiasi cosa ci venga propinato. Traduzione di Tiziana Gibilisco.

lunedì 17 novembre 2014

La torinesità è un delitto? Rosa Mogliasso, L'assassino qualcosa lascia

Va be', piove, fa buio presto, sono più indulgente e più pigra, forse anche un po' più buona, e continuo con gialli e gialletti che con un tempo meno inclemente probabilmente non aprirei neppure. Comunque: giallo torinese che più torinese non si può, nel senso che l'autrice fa parte della nutrita schiera delle nipotine (e nipotini) di Fruttero & Lucentini, è molto diligente e se la cava con onore per almeno tre quarti del libro. Questo è il suo primo romanzo, pubblicato nel 2009, in cui appare il commissario (la commissaria?) Barbara Gillo, destinata a riapparire nei successivi. La vicenda si snoda, prevedibilmente, attorno a una famiglia dell'alta borghesia torinese, ormai un luogo dell'immaginario altrettanto ben definito e frequentato della Terra di Mezzo o del Paese delle Meraviglie. Questa famiglia non delude perché ha tutte le ovvie caratteristiche dello stereotipo che ci aspettiamo: ipocrisia, vizi di ogni tipo, perbenismo, tic snobistici, soldi senza limiti, un po' di anticonformismo, sicurezza, ironia, insomma torinesità a palate. Si spazia, come in una Dowton Abbey alla bagna cauda, da padroni a servitori mescolati sopra e sotto le lenzuola, c'è un delitto trucido ma tutto sommato non tanto importante, palestrati misteriosi, marchettari rumeni, studenti detective, droga e alcol q.b., locali trendy e tutto quello che ci vuole perché il lettore si trovi a suo agio, gratificato e con la voglia di andare avanti. Il côté rosa è affidato alla protagonista Barbara Gillo, bionda algida ma con i piedi ben piantati sulla terra, e al collega Massimo Zuccalà, mentre non mancano i battibecchi comici con l'aiutante Peruzzi e una sorella squinternata che si preoccupa per la vita sentimentale della commissaria. La lezione di Fruttero & Lucentini si intravede dappertutto, anche nei titoli dei capitoli, e tutto sommato, malgrado l'evanescenza della trama, non ci sarebbe proprio da lamentarsi di niente se non fosse che alla fine la vicenda si ingarbuglia repentinamente e lo scioglimento è davvero troppo insoddisfacente. Ma l'insieme è rassicurante proprio per la sua mancanza di originalità e viene voglia di ripetere l'esperienza con gli altri romanzi della serie. Mi resta solo un dubbio: che cosa vuole dire la pelle del collo [...] cadeva stentorea simile a quella di un molossoide? (capitolo 2)   

mercoledì 12 novembre 2014

Un legal thriller e un giallo scandinavo: Ferdinand von Schirach, Tabù e Henning Mankell, Assassino senza volto

Di Ferdinand von Schirach mi sono invaghita, si fa per dire, leggendo Un colpo di vento cui sono seguiti Il caso Collini e I colpevoli, per cui appena ho visto che era uscito un suo nuovo libro, questo Tabù appunto, mi sono affrettata a scaricarlo (a ben 9,99 €) e l'ho letto. Con qualche fatica devo dire, perché mi ha un po' sconcertata. Nella prima parte, piuttosto lunga e non appassionante, è narrata con oggettività e distacco e una grande economia di parole l'infanzia di Sebastian von Eschburg in una famiglia piuttosto disfunzionale, segnata da un'esperienza tragica e un rapporto molto carente con la madre. Dopo un'adolescenza solitaria in collegio, Ferdinand si dedica alla fotografia e ben presto diventa un artista molto noto, e organizza performance in cui usa la fotografia per cercare la verità. Nella seconda parte, assai più leggibile, entra in campo l'avvocato Konrad Biegler (fantastica la parte iniziale in cui è descritta la sua vita in un albergo sulle Alpi, a metà tra la clinica e il convento, dove trascorre la convalescenza dopo un attacco di cuore). Non voglio rovinarvi la sorpresa, anche se in rete ho letto recensioni che raccontano tutto per filo e per segno, ma il succo è che Biegler viene chiamato a assumere una difesa che sembra assolutamente impossibile, ci sono prove molto gravi e persino la confessione dell'imputato. Biegler è un avvocato molto in gamba, accetta il caso e trova il bandolo necessario, ma alla fine c'è un ribaltamento totale che risulta, secondo me, piuttosto fumoso e intellettualistico. Si parla di verità, bellezza, giustizia e inganno, ma forse forse Ferdinand von Schirach sopravvaluta un po' i lettori, me di sicuro, e alcuni particolari non si chiariscono affatto. Se non conoscete l'autore non cominciate da questo libro, passate prima da quelli di cui sopra. Traduzione di Irene Abigail Piccinini.
Per gli appassionati del genere segnalo anche Assassino senza volto: La prima inchiesta del commissario Wallander, di Henning Mankell, traduzione di Giorgio Puleo. L'ho scaricato anche se il primo che ho letto, Muro di fuoco, non mi era piaciuto affatto, per l'unica ragione che l'ho trovato gratis su Amazon. In realtà questo mi è parso molto meglio, anche se lungaggine e ripetitività ci sono anche qui, l'argomento è meno campato in aria, anzi i problemi legati all'immigrazione e alle richieste d'asilo in Svezia sono interessanti e incuriosiscono. Certo il romanzo è del 1991 quindi rispecchia una situazione probabilmente molto diversa da quella di oggi. Comunque, mi sento di consigliarlo. La vicenda segue due linee intrecciate (un doppio omicidio raccappricciante in campagna e l'insorgere di violenze razziste contro i centri d'accoglienza per i rifugiati) oltre all'inevitabile vita privata, complicata e frustrante, del protagonista. Ma qui almeno alla fine quasi tutti i conti tornano.