domenica 31 agosto 2014

Là dove risuonavano i rebetika: la fortezza di Yedi Kule a Salonicco


Quest'estate ho letto poco, in maniera distratta e faticosa, e le cose non sono migliorate dopo che sono tornata dal lungo (e inconsulto) viaggio che mi ha portata attraverso nove stati per un totale di quindici passaggi di frontiere. Questo mi ha tenuto lontana dai libri che avevo veramente voglia di leggere (tra cui due appetitose opere di amici e un'antologia cui ho partecipato), e ho perso tempo tra romanzetti di poco impegno e gialli strabolliti. Come si dice: speriamo che passi. Comunque non ho niente da dire di libresco e voglio invece parlare di un posto. Bello carico come piace a me, che ho una certa tendenza a rimanere colpita da prigioni come il Tuol Sleng di Phnom Penh (ma chi potrebbe non rimanerne colpito) o la fantasmatica miniera di Theorichia a Milos.

Yedi Kule
Anche questa è una prigione, la Yedi Kule di Salonicco, situata nella fortezza che sovrasta la città. Detta in greco Frurio Eftapyrgu (Fortezza delle Sette Torri, lo stesso significato di Yedi Kule), fu eretta dagli Ottomani dopo la conquista definitiva del 1429 della città, nella parte più alta dove sorgevano precedenti fortificazioni romane e bizantine, che furono rimaneggiate e ampliate. Nel XVI secolo ospitò la residenza del governatore e le caserme della guarnigione che presidiava la città. Sul finire del XIX secolo fu adibita a prigione e furono costruiti gli edifici contenenti i reparti (sia maschili che femminili) e altri annessi. La prigione rimase in attività fino al 1989 e oggi si può visitare in parte.

L'entrata esterna
Il motivo per cui la visita a Yedi Kule mi ha tanto emozionato è che il suo nome ricorre spesso nella storia del rebetiko di Elias Petropoulos (Nautilus 2013) di cui mi sono occupata in queste pagine. Insieme al porto e alla taverna, la prigione è la culla di questa musica, e costituisce anche l'argomento di molte canzoni. Nel XIX secolo il carcere più terribile della Grecia era il famigerato Palamidi, sull'isolotto di Burzi, di fronte a Nafplia nel Peloponneso. Dopo la liberazione di Salonicco dai turchi, nel 1912, questo dubbio primato è passato a Yedi Kule (chiamato Ghedi-kulé nel libro di Petropoulos da cui ho tratto molte interessanti informazioni).   

Il parlatorio
La porta interna
Il cortile con i reparti maschili
Il reparto femminile
Il locale delle docce
"Durata del bagno, 15 minuti a testa"

Famosa la cella n 15, in mezzo alla quale passava la fogna. C'è una serie di rebetika scritti apposta per questa prigione : Cala la notte a Ghei-kulé, Il muro di Ghedi-kulé ho saltato una notte, Il fuggitivo di Ghedi-kulé. Parlano di celle, di tribunali, pene, fucilazioni all'alba, carabinieri, ferri e secondini. Sempre da Petropoulos: Il carcere è una micrografia di società particolare, con le sue regole, le sue differenze e le sue punizioni. I carcerati chiamano la società "il mondo fuori". [...] c'è un certo modo di riposare, di complottare, di lavorare, di fare la spia, di ipocrisia, di solidarietà eccetera. Dentro al carcere la masturbazione e l'omosessualità sono come istituzioni. [...] Nelle carceri si sentono storie terribili, che ci stupiscono. Il modo in cui i secondini tirano fuori i condannati a morte per portarli alla fucilazione è tragico. L'espressione "Tha fai o kolos su choma" (il tuo culo mangerà terra) significa che ti fucileranno. I carcerati sono dei mitomani: compongono lunghissimi canti rebetika che si trasmettono oralmente.Questi canti hanno una melodia elementare e tutti si assomigliano tra di loro. Quando li cantano usano come strumenti vecchie latte o cucchiai. Un tempo costruivano baglama (piccoli buzuki) dalle anfore di terracotta. Adesso nelle prigioni sono vietati tutti gli strumenti, anche le ceramiche.

Naturalmente il carcere ha ospitato anche molti prigionieri politici oltre che delinquenti comuni, e fa veramente impressione pensare che sia stato in uso fino a venticinque anni fa. Anche se tutto quello che si può visitare è la postazione dei secondini, da cui si potevano sorvegliare i cortili e le mura oltre che avere una visuale completa dei tre reparti maschili (quello femminile è esterno rispetto al cortile), e il sottostante locale delle docce (ma i bagni stessi sono ben chiusi con catene e lucchetti), l'atmosfera è dolorosa e non è difficile immaginare come dovesse essere quand'era pieno di persone, più o meno prigioniere, tutte chiuse nello stesso luogo di dolore e violenza. Particolarmente terribile ho trovato il parlatorio dove la ruggine che ora ricopre le doppie grate non le rende meno invalicabili, e sembra che ancora trattengano le ansie e le lacrime che non sono riuscite a attraversarle.
La visita è gratuita ma quando ci sono stata io Yedi Kule era praticamente vuoto, cosa normale visto che  è isolato, lontano da qualsiasi altro edificio, bisogna andarci apposta e avere qualche motivo per farlo. C'era un padre greco con bambino, che leggeva e spiegava ogni cosa: mi sono chiesta se forse seguiva le tracce di qualcuno che conosceva.
Molti rebetika trattano il tema del carcere e del dolore dei carcerati, ad esempio Antilalune i filakes (Rimbombano le carceri) di Markos Vamvarakis (1905-1972) o Pende chronia dikasmenos (Cinque anni prigioniero) di Vangelis Papazoglu (1896-1943). Ma io qui metto la mia preferita, quella che mi spreme una lacrima ogni volta che la ascolto, Sinnefiasmeni Kiriakì (Domenica di nuvole) di Vasilis Tsitsanis (1915-1984). Non parla del carcere ma dell'occupazione, e ha dentro tutto il dolore e la nostalgia del rebetiko.       

giovedì 24 luglio 2014

Notizie dal mondo fluttuante: Le donne del signor Nakano di Kawakami Hitomi.

Dopo un tot di libri non memorabili, finalmente capito su un romanzo di cui vale la pena di parlare: Kawakami Hitomi, Le donne del signor Nakano. Una bottega di rigattiere, il padrone, sua sorella, un fattorino e una commessa. I clienti, le minute vicende quotidiane, la vita: vita precaria, vite precarie, momenti che non diventano mai una storia compiuta, non assumono significato. Ciò che in un altro libro avrebbe un peso narrativo qui rimane fine a se stesso, non porta da nessuna parte e questo crea un fascino particolare nelle pagine di Kawakami Hitomi. L'io narrante Hiromi, giovane e confusa, ha una voce a tratti svagata a tratti dolorosa, mai troppo lucida. Ora fa la commessa part-time, del suo passato non sappiamo niente se non che il suo ultimo ragazzo l'ha lasciata due anni prima, forse è attratta dal fattorino Takeo, forse no... La stessa vaghezza caratterizza i tentativi artistici di Masayo, sorella del padrone, ultracinquantenne nubile che intrattiene un rapporto amoroso con un divorziato. Il signor Nakano ha due ex mogli, una moglie attuale, tre figli e un'amante che tradisce, ma è convinto dell'importanza di non interrompere i rapporti che hanno una loro intimità. L'instabilità dei suoi pasticci amorosi si rispecchia nelle sue scelte professionali così come l'instabilità caratterizza sia i pensieri che la vita e il lavoro di Hiromi, mentre Masayo sembra aver concretizzato alla fine almeno un sentimento, ma qui è la vita a essere instabile. Tutto è precario, transeunte, instabile, fluttuante. I rapporti tra le persone sono caldi ma non si stabilizzano, e le persone stesse si trasformano secondo linee inaspettate. Nel susseguirsi delle stagioni e dei giorni al negozio si sfiorano appena molte vicende curiose, piene di interesse umano. Kawakami Hitomi ha un modo di scrivere dimesso, sottotono, quotidiano e fluido come la vita stessa. Tutto è sullo stesso piano e ha la medesima importanza, quello che si mangia, il sesso, gli abiti, gli oggetti che riempiono la bottega di rigattiere, cose vecchie ma non antiche come ama ripetere Nakano almeno fino a quando, come tutto il resto, non cambia. Il risultato è un libro pieno di fascino e accogliente, un libro di quelli in cui è bello avvolgersi. La tersa traduzione è di Antonietta Pastore.
Di Kawakami Hitomi ho amato moltissimo La cartella del professore.

E siccome ho detto che non valeva la pena parlarne, ecco che parlo dei libri non recensiti: Patricia Highsmith, Gente che bussa alla porta e L'amico americano, Henning Mankell, Muro di fuoco. Il primo ha qualcosa di insoddisfacente ma è del 1983 e tratta un argomento scottante negli USA (e non apro il discorso sull'Italia): l'aborto e il fondamentalismo religioso. È un libro pieno di coraggio, molto interessante, vivido come tutto quello che scrive questa autrice, ma ha anche qualcosa di sfuggente o non risolto, come se alla fine l'argomento l'avesse stancata, o disgustata. Trad. di A. Veraldi. L'amico americano è una delle storie di Tom Ripley (del 1974), un po' tirata per i capelli e eccessiva, in cui il protagonista dà inizio per gioco a una mattanza in cui c'entra la mafia (una famiglia mafiosa di Milano...) ma ovviamente alla fine lui ne esce indenne. Trad. di T. Dobner. Di Muro di fuoco, il primo libro con l'ispettore Wallader come protagonista che leggevo (e non ci sarà un secondo) dico solo che l'ho trovato inverosimile, noioso, confuso, stralungo a vuoto, macchinoso e scritto in modo insopportabile, piatto e pieno di particolari inutili, con uno stucchevole abuso della tecnica di descrivere piccoli atti intercalati all'azione principale. Trad. di Giorgio Puleo.

lunedì 7 luglio 2014

Ancora ALIA Evo e il conflitto d'interessi: non posso dire di più!

Non posso certo fare una recensione di ALIA Evo per evidente conflitto di interessi, ma quello che invece posso e voglio fare è dare un'idea del suo contenuto, un avant-goût come, ci crederete o no, si diceva un tempo per trailer. Allora, ribadisco: trattasi di magnifica antologia di racconti fantastici che spaziano dalla science fiction pura e dura allo sword & sorcery al surreale alle storie di fantasmi ecc ecc, per tutti i gusti e al massimo livello. Autori italiani, più un'americana, un francese, un giapponese e un cinese. 1) Perfettamente in tema con il momento, Segni di morte di Maurizio Cometto è ambientato durante i mondiali del 1994 che segue in molte partite, e piacerà tanto ai tifosi che a quelli che non capiscono niente di calcio. 2) Lazzarella, di Vittorio Catani, è una classica storia di amore e di morte, tragica e tenera ma anche beffarda, e con una morale che servirà a tutti. 3) Avvistamenti, di Mario Giorgi, è un magistrale pezzo di bravura su ciò che appare e ciò che è vero, sulla strenua lotta della ragione per interpretare ciò che non può comprendere. 4) Francesco Troccoli, con Il misterioso diario del giovane Piotr dipinge una romantica e immaginosa crociera tra i ghiacci su una nave carica di misteri e personaggi straordinari. 5) La farfalla e la zanzara, di Massimo Citi, è un fulgido esempio di fantascienza ambientato nel Mondo della Corrente che se siete lettori di Massimo conoscete già (il Mondo, non il racconto che è inedito), e se non lo conoscete peggio per voi, correte a leggerlo. 6) L'arsenale dei cuccioli di Vincent Spasaro, qui mi sbilancio, è un racconto che vi lascerà stupefatti per la naturalezza con cui l'autore ci conduce in un mondo infantile dove l'immaginazione è tanto più strepitosa quanto più è crudele. 7) A Napoli si svolge La sindrome della Locusta di Fabio Lastrucci, che sfrutta sornione i topoi legati alla città per creare un affresco davvero spaventoso. 8) Luca Barbieri scherza coi santi in Viale del tramonto, dove ci viene raccontato il destino dei personaggi cinematografici più famosi quando lo schermo si è ormai spento. 9) La clinica dell'arcobaleno, di Massimo Soumaré, è un fantasy muscolare con due bellissimi personaggi femminili (o quasi...) che si affrontano con armi non tradizionali in un dinamico intreccio tra spie, cambi di identità e sorprese continue. 10) Gran Dio, morir sì giovane di Consolata Lanza, com'è facile combinar guai in vacanza (la rima è un bonus). 11) Quello dipinto da Paolo Cavazza in F come Frankestein è un quadro piuttosto agghiacciante: un programmatore informatico trascorre la notte sul luogo di lavoro per rimediare agli errori provocati da programmi obsoleti e scopre ciò che non avrebbe mai voluto sapere... 12) La solita spiaggia di Silvia Treves non avrebbe potuto scriverlo che lei, che in questa storia apparentemente svagata di una vacanza al mare fuori stagione usa tutta la sua maestria nel seminare ambiguità, indizi impalpabili, piccoli tocchi descrittivi, fino a creare una situazione di tensione piena di oscura inquietudine. 13)  E ecco che la sontuosa fantasia di Davide Mana ci dà un racconto di ambientazione più che suggestiva, il III secolo della disgregazione dell'impero romano nelle montagne della Persia, una fatucchiera egiziana e un avventuriero latino, un incantesimo assiro... Ditemi voi se si può resistere a La valle delle teste mozzate. 14) Un nome più che illustre, Marcel Schwob, per una oscura e violenta storia di ambientazione medievale, La piccola Blanche (trad. di Davide Mana). 15) Di Lillian Csernica è un'altra storia che si svolge nel Medioevo, in Francia, dove una dotta e gentile vampira svolge un compito che si direbbe il meno adatto alla sua natura: Piena di Grazia (trad. di Davide Mana). 16) La residenza sicura Mikasa! di Okika Kamino ci porta in Giappone, narrandoci l'incontro tra una guerriera geneticamente modificata, costosissima perciò preziosa, e l'accogliente custode di una "residenza" molto particolare (trad. di Massimo Soumaré). 17) Nulla è quello che appare, è la morale beffarda e sorniona che i protagonisti di La guerra degli dèi di Fei Dao, dopo averci tratti in inganno con storie mirabolanti, ci impartiscono alla fine (trad. di Federico Madaro). 
Sulla copertina un'elaborazione di Francesco Eandi e Massimo Citi da una foto originale di Paolo Cavazza. ALIA Evo è curato da Silvia Treves e Massimo Citi, i testi sono scelti e raccolti da Silvia Treves, Massimo Citi, Massimo Soumaré, Davide Mana e Federico Madaro. ALIA Evo la trovate qui o su Amazon al prezzo di € 7,21. Pdf su richiesta.          



lunedì 23 giugno 2014

Eccola, è arrivata, non ce la facevo più a aspettare! ALIA EVO, antologia di letteratura fantastica edizione 2014 è pronta per regalarvi un inizio d'estate di felicità.

Nuntio vobis gaudium magnissimum: è uscito ALIA, antologia di letteratura fantastica internazionale cui sono fierissima di aver partecipato e partecipare e per cui sono riconoscentissima ai curatori e ai valorosi traduttori, ai collaboratori e a tutti quelli che hanno dedicato tempo e lavoro per farla bella e appassionante.   
Come si conviene alla sua natura fantastica, ha subito una trasformazione assumendo il nome di ALIA EVO e il formato digitale. Contiene 17 racconti inediti di tredici autori italiani e di quattro stranieri. Eccoli qua:
Lo Sguardo degli Altri – prefazione
Segni di morte di Maurizio Cometto
Lazzarella di Vittorio Catani
Avvistamenti di Mario Giorgi
Il misterioso diario del giovane Piotr di Francesco Troccoli
La Farfalla e le zanzare di Massimo Citi
L’Arsenale dei cuccioli di Vincent Spasaro
La Sindrome della Locusta di Fabio Lastrucci
Viale del tramonto di Luca Barbieri
La Clinica dell’arcobaleno di Massimo Soumaré
Gran Dio, morir sì giovane di Consolata Lanza
F come Frankenstein di Paolo Cavazza
La solita spiaggia di Silvia Treves
La Valle delle teste mozzate di Davide Mana
La Piccola Blanche di Marcel Schwob (Francia)
Piena di Grazia di Lillian Csernica (U.S.A.)
La guerra degli dèi di Fei Dao (Cina)
La residenza sicura Mikasa! di Okina Kamino (Giappone)
L’editore è cs_libri, ovvero lo stesso di tutti i numeri a suo tempo usciti di LN-LibriNuovi e dei precedente numeri di ALIA, i curatori sono Silvia Treves e Massimo Citi. Ci sono molti altri nomi da citare, traduttori, autori della copertina, ecc ecc ma per stasera vi dovete accontentare. O, meglio, dovete comprare ALIA. su Amazon.it in formato .mobi, o sul sito di LN in formato .epub o, a richiesta, in formato .pdf al prezzo di 7,21 euro, IVA compresa.
Tutto qui per il momento, dei racconti parlerò dopo aver finito la lettura. Ma non perdetevi l'occasione di un tuffo nel fantastico, ce n'è per tutti e troverete molta gioia nella lettura, parola di una che può fieramente definirsi Figlia di Cthulhu.

venerdì 20 giugno 2014

La vera prova dell'esistenza di Dio: una storia di Bolzaretto Superiore



RISUS DOMINI LAETIFICAT VITAM MEAM

Al Bar Evaristo di Bolzaretto Superiore si ritrovavano i migliori cervelli, i portafogli più solidi, le lingue meno torpide del paese. Tutt'intorno, d'inverno la nebbia e d'estate le zanzare formavano una cortina protettiva contro coltivatori di meliga, allevatori di vacche, beghine, cacciatori di rane, ubriaconi abituali, vergini da pagliaio, chierichetti, mogli, vedove, preti, ciabattini e bambine col moccio.
Evaristo presiedeva dietro al bancone versando tubi di barbera e bianchetti con l'amaro, Punt e mes prima di cena e grappe la sera tardi. Le donne erano ammesse solo la domenica mattina dopo la messa delle undici, per prendere un vino chinato al banco nella scia dei mariti, il pacchetto delle paste e quello del salè dondolante dal mignolo. Mai nessuna aveva messo piede nella sala da biliardo.
Tra una partita di scopone e una carambola, le conversazioni scoppiettavano. Tutti erano liberi pensatori, ma avevano mogli devote, sempre intente a berliccare balaustre e portare mangiarini a don Ferruccio, il parroco. I mariti ne scusavano la debolezza (a sun mac dle fumne), andavano a messa per farle contente e per rispetto della propria posizione sociale, alcuni si spingevano fino a invitare a pranzo don Ferruccio una volta all'anno.
Una sera di fine settembre, fresca e limpida, ancora memore degli ultimi profumi dell'estate e insieme piena di promesse autunnali, Oreste Gallina, giornalaio e fotografo di matrimoni, giunse al bar molto presto. Fuori le stelle si specchiavano serene nelle bialere, tra l'odore di druggia e le prime spire di nebbia. Dentro, si stava come in un nido caldo di fiato, e i vetri appannati tenevano lontano il buio.
Il giornalaio si fece versare un quartino di rosso e sedette rivolto verso la porta. A ognuno che entrava, faceva cenno di raggiungerlo, tanto che alla fine si dovette accostare un altro tavolino.
Quando tutti furono seduti, i bicchieri pieni, i toscani accesi e le bocche già rotonde di parole, Oreste si schiarì la gola e posò sul marmo un pacchetto avvolto in un foglio della Gazzetta dello Sport.
"Cari signori," disse, "ho da sottoporvi una questione teologica".
Silenzio interrogativo.
"Oggi ho trovato la prova che se Dio esiste, non è così male come ho sempre pensato".
Con mani rispettose aprì l'involto. Un fetore nauseante si sparse nell'atmosfera fumosa e densa di umanità. Dal roseo involucro emerse un esemplare di Fallus Impudicus di dimensioni straordinarie, preciso in ognuna delle sue caratteristiche mimetiche, testicoli e prepuzio ben formati, posizione orgogliosamente eretta, appena un po' arcuata per accentuarne l'eroicità.
Un sospiro collettivo spazzò via le volute di toscano. La regale esuberanza del fungo spinse tutti a segreti, deprimenti confronti.
"Be', Oreste?" chiese il farmacista, ripresosi dall'avvilimento. "Bello. Ma mi sfugge la valenza teologica".
"Come fai a non vedere? Questa potrebbe essere la testimonianza che da qualche parte esiste una mente superiore che trama e ordisce, che progetta il mondo attraverso una rete di rimandi e somiglianze. O pensate che il caso, la natura cieca abbiano saputo produrre qualcosa di così perfetto?".
Giacinto Gamba, il macellaio, tese la mano per toccare il fungo. Con il dito grasso come un cotechino ne sfiorò la cappella.
"Boiafaus, se puzza," mormorò.
"Quello che mi rallegra," disse Oreste, "è l'immagine di sé che Dio ci comunica con questa sua epifania. Un Dio burlone, persino un po' goliardo, che non ha paura di prendere in giro le proprie creature, le stuzzica nei loro punti deboli. Un Dio simpatico. Forse un po' greve, ma spiritoso".
Paulin Pera, direttore delle poste, scosse il capo.
"Ma allora questa gli è proprio scappata. Millenni di tormenti per capire se c'era o no, e bastava una passeggiata nei boschi per trovare l'unica prova oggettiva della sua esistenza?".
Oreste rifece il pacchetto con cura.
"Forse un momento ludico incontrollabile. Una sfida a chi è più furbo. Un indizio da caccia al tesoro, disseminato tra ricci di castagne e foglie marce, per chi sa vedere e interpretare. O magari un atto di misericordia per quei miscredenti, come noi, che hanno bisogno di prove concrete, che parlino agli occhi e alla ragione in maniera inconfutabile. Comunque, ne esce bene. Altro che Dio degli eserciti e delle trombe del giudizio. Questo qui è un Dio del c..."
Dieci mani si tesero a tappargli la bocca blasfema.
"Ne parlerò con Dorina e don Ferruccio," concluse Oreste.
Dorina, sua moglie, minacciò la separazione immediata se non buttava via quello schifo puzzolente. A don Ferruccio la prova micologica dell'esistenza di Dio fu risparmiata. Però, da quella sera, ogni volta che al Bar Evaristo si parlava in tono irrisorio di sacristi e turiboli, Oreste faceva una risatina e osservava, a parte:
"Certo che se c'è, e ha creato a sua immagine e somiglianza, non posso che fargli tanto di cappello".


martedì 10 giugno 2014

Tre donne intorno al cor: Le zampe dei gatti hanno cinquant'anni, di Fiorella Bruno, Emilia Bersabea Cirillo, Rosa Di Zeo

Allora, tre donne – tre scrittrici – si trovano periodicamente nel freddo inverno di Avellino, protette dall'ombra di Montevergine, davanti a una tazza di tè chiacchierano, si scambiano idee e sciorinano ricordi, e quello che ne viene fuori è questo piccolo libro. Piccolo per numero di pagine, 113, ma così ricco che per cominciare ha ben tre autrici, le cui tre voci si alternano a formare il ritratto polifonico di una città molto amata e molto criticata, scrutata, analizzata, ricordata e descritta come solo chi vi ha trascorso l'infanzia può fare. Emilia Bersabea Cirillo, con grande padronanza di mezzi, ricrea pezzi di una città del passato che sapeva vivere in simbiosi con la campagna che la circondava, racconta delle grandi sapienze femminili che senza prosopopea, attraverso le umili attività quotidiane, creano civiltà e cultura. Si trova qui al suo meglio la capacità della scrittrice di chinarsi con amore e competenza sulla civiltà materiale (vedi il bellissimo Il pane e l'argilla). La scelta di Fiorella Bruno è più narrativa, e affida a una terza persona senza nome sensazioni e esperienze sicuramente autobiografiche, che esprimono felicità e riconoscenza per la città dove vive. Rosa Di Zeo intreccia veloci poesie (suo è il geniale titolo) dal tono piano e riflessivo, o abbozza impressioni con mano leggera. Tutte ricreano genealogie personali, tratteggiano indimenticabili figure di nonne, zie, maestre e amiche, personaggi spariti ma vivissimi: basti citare l'ultimo brano di Fiorella Bruno, Era... Anche questa, in un certo senso, è letteratura locale, dove però Avellino è un mezzo per ampliare la veduta e buttare lo sguardo sul vasto mondo dei sentimenti e dei ricordi, della ricostruzione di sé, della propria identità nel flusso della vita e delle generazioni. 

lunedì 9 giugno 2014

Ombre coltelli e scheletri - Due secoli di Torino noir, di Milo Julini

Un veloce libretto che raccoglie articoli apparsi sul giornale online Civico 20 News (che cercherò) in cui l'autore racconta fatti di sangue avvenuti a Torino tra Otto e Novecento, con tono discorsivo e le notizie raccolte sui giornali del tempo, in particolare la Gazzetta Piemontese. Ora, non posso dire che questi crimini suscitino un interesse straordinario: accoltellamenti per lo più, guerre di bande di ragazzi, qualche strage familiare, e un gran numero di ritrovamenti casuali di scheletri. Inoltre, date le fonti ci vengono comunicati solo i fatti in maniera molto telegrafica, e giustamente l'autore non sta a ricamarvi sopra. Se ci fosse solo quello, Ombre coltelli e scheletri sarebbe poca cosa. Ma sono moltissime le notizie interessanti, di storia torinese spicciola, sparse nelle cento pagine che si leggono in un paio d'ore. Per esempio, le abitudini di vita dei barabba (giovani operai, delinquenti occasionali), gli esiti dei processi e le pene comminate, pena di morte inclusa, e soprattutto quella che per me è stata la molla che mi ha spinto a arrivare fino alla fine in fretta: l'affascinante e precisa topografia della città, la ricostruzione dei luoghi scomparsi e relativa collocazione attuale, i nomi delle strade e delle osterie, di modo che risulta facile collocare le vicende nello spazio oltre che nel tempo. E per questo perdoniamo a Milo Julini l'uso frequente di location e altri anglicismi.