mercoledì 8 gennaio 2014

Suggerimenti per una vacanza interessante, gradevole, economica, istruttiva e chi più ne ha più ne metta.



Questo post mi serve per fare un esperimento: ho notato che certe parole nei titoli fanno crollare le letture, e quindi ho evitato di utilizzare il nome del paese di cui si parla, che appare solo qualche riga più in basso.    

Quest’estate sono stata in Albania, e la maggiore difficoltà che ho incontrato è la mancanza di una guida affidabile. Ne avevamo una, di Gillian Gloyer, ma era assolutamente incompleta e sovente imprecisa. A onor del vero devo confessare che, avendola comprata su internet, ci è arrivata in spagnolo e può essere che un po’ della precisione sia sparita passando attraverso troppe lingue. Comunque, l’unica cosa che ho trovato a Torino è questo libro, Hotel AlbaniaViaggi, emigrazione, turismo che si è rivelato una lettura preziosa oltre che molto interessante. Francesco Vietti, l’autore, è dottore di ricerca in  antropologia culturale, ha compiuto ricerche sul campo nei Balcani e nei paesi dell’ex Unione Sovietica, e si è occupato in particolare delle badanti provenienti dalla Moldavia. In questo libro affronta l’intreccio tra l’emigrazione e il turismo in Albania, e nelle sue pagine ho trovato molte informazioni e osservazioni che hanno completato e illuminato il mio viaggio. 

Prima di tutto la consistenza e la natura dell’immigrazione albanese in Italia, ancora pesantemente condizionata nell’immaginario mediatico e individuale dai grandi sbarchi degli anni ’90, a cominciare dalla Vlora (agosto ’91) con i suoi ventimila maschi disperati. Ora tutto è cambiato e l’emigrazione albanese in Italia è caratterizzata dalla presenza di nuclei familiari ben inseriti, ben distribuiti e sufficientemente benestanti da dare origine a un fiorente turismo di ritorno, con tutte le conseguenze che questo comporta. L’Albania ha una superficie modesta, 28 mila chilometri quadrati, poco di Piemonte e Liguria,e una popolazione di 3 milioni 6000mila abitanti, meno degli abitanti del Piemonte; negli ultimi vent’anni (tra il 1991 e il 2011) è emigrato oltre un milione di cittadini, pari al 25 per cento della popolazione (romeni e marocchini all’estero si fermano a circa il dieci per cento della popolazione complessiva). Oltre all’ondata di sbarchi sulla costa pugliese dell’estate 1991 in corrispondenza al crollo del regime comunista, un picco di migrazione si registra nel 1997, in seguito al crollo delle “piramidi finanziarie” che portarono alla rovina tanti cittadini che vi avevano investito tutto, e a un’ondata di violenze e distruzioni le cui conseguenze si vedono ancora adesso. “A vent’anni dai primi arrivi, nonostante i meccanismi di stigmatizzazione e di esclusione messi in atto dalla società italiana per almeno un decennio, l’immigrazione albanese in Italia può essere definita per molti aspetti una “migrazione riuscita” […] sono oggi il gruppo più numeroso di stranieri non-comunitari residenti in Italia, con oltre 482 mila presenze, secondi in assoluto solo ai romeni(ISTAT, 2010). Tra il 1994 e il 2009 la percentuale di donne è salita da poco più del 20 per cento al 45 per cento del totale, così come la percentuale di uomini sposati è salita dal 22 al 47 per cento, e quella degli uomini con figli dal 7 al oltre il 20 per cento. 92000 gli studenti di origine albanese nell’anno scolastico 2008-2009, con una grande uniformità di diffusione sul territorio nazionale. Ora, dopo quindici anni, in realtà è il turismo, di ritorno e delle aree circostanti, Kosovo, Montenegro, Bosnia e Macedonia, oltre che il grande flusso delle rimesse di chi lavora all’estero, che ha cambiato totalmente l’aspetto del paese, in particolare le coste. 

Oltre a ricostruire la storia dei viaggi in Albania nel tempo ottomano (dove spicca Edward Lear, proprio quello dei limerick, che la visitò intorno al 1850 lasciando bellissime illustrazioni di città, bazar e persone), i complessi rapporti con l’Italia e il fascismo, le strutture e i flussi del turismo nell’epoca comunista, Francesco Vietti si sofferma su due interessantissimi “casi”: un viaggio compiuto insieme a un gruppo di ragazzi di origine albanese residenti a Torino, alcuni nati in Italia altri giunti da pochi anni, e quello del villaggio di Ksamil, nel sud del paese. Entrambi sono estremamente significativi. L’itinerario dei ragazzi era più meno lo stesso che ho seguito io, e mi ha molto divertito trovare conferma a abitudini notate in loco, come il xhiro, cioè il giro, struscio serale molto importante per residenti e turisti di ritorno.
Kasmil, d’altra parte, lo avevo visto la prima volta che sono stata in Albania, nel 2010, e ero rimasta impressionata dal gran numero di scheletri di edifici in costruzione semicrollati, sui quali mi ero interrogata a lungo: terremoto no, perché gli edifici finiti non erano crollati: mancanza di un esame geologico dei terreni di costruzione? Sembrava strano ma non ero riuscita a trovare altre spiegazioni. In Hotel Albania ho trovato la soluzione del mistero, legata alla natura stessa del villaggio, un tempo insediamento modello di una cooperativa agricola, ora vivacissimo centro turistico balneare, situato in una cornice spettacolare e a pochi chilometri da Butrinto, uno dei maggiori poli d’attrazione turistica del paese, e dalla frontiera greca. Io il mistero non ve lo rivelo, leggete il libro che ne vale la pena e magari contribuirà a dissipare tanti pregiudizi sul paese.

Infine due parole sul viaggio. Quando quest’estate mi chiedevano dove sarei andata e quando rispondevo “In Albania”, la reazione era invariabilmente un silenzio imbarazzato. Al ritorno, la domanda era solo: “Ti è piaciuta? È bella?”. Un vero peccato, ma bisogna ammetterlo: in Italia, l’Albania rievoca l’idea di delinquenti, prostituzione, furti, insomma un classico “Mamma li albanesi”. Non è così evidentemente per tutti, perché abbiamo incontrato parecchi turisti di altri paesi europei, oltre ai tantissimi turisti di ritorno. E non dirò se è bella, o se mi è piaciuta. Dirò che è un viaggio che vale assolutamente la pena di fare, che ci sono posti bellissimi come l’Occhio Azzurro, Gjirokaster o Berat, Butrinto, Bylis, città gradevolissime come Scutari, Durazzo, Körce, e vere sorprese come Tirana, laghi struggenti e fortezze magnifiche, gente che guida come pazzi furiosi, strade orrende e pericolose, ottima cucina (italiana), alberghi di tutti i tipi, alcuni davvero di gran livello e tutti molto dignitosi, gente gentilissima e pronta a aiutare, indicazioni stradali carenti e nessuna informazione turistica, impossibilità di avere notizie sulle strade, prezzi ottimi, acqua di mare fantastica, birra a fiumi, bar, birrerie e caffè strapieni e allegri, ecc ecc. 

Soprattutto, un paese pieno di storia e storie a due passi da noi, che sarebbe una vera vergogna trascurare perché gli ultimi contorcimenti della storia lo hanno trasformato in un mistero e in uno spauracchio. Dove tornerò di sicuro perché ci sono posti che non ho ancora visto e voglio vedere assolutamente. Forse è meglio evitare luglio e agosto se volete andare sulla costa, credo che sia veramente affollata. A settembre, una spiaggia del sud si presentava così.
L
Leggete qualche libro di autore albanese: Ismail Kadarè, soprattutto, qualsiasi titolo;
Anilda Ibrahimi, Non c'è dolcezza

domenica 29 dicembre 2013

Un film coraggioso e divertente: La mafia uccide solo d'estate, di Pif

Oggi niente libri ma un film che consiglio vivamente, "La mafia uccide solo d'estate" di Pierfrancesco Diliberto in arte Pif. Un film secondo me sorprendente, perché è molto intelligente, piuttosto divertente e sicuramente benefico per il cervello e la memoria. In veste di romanzo di formazione, ci racconta del piccolo Arturo nato a Palermo nel '70, la cui vita è accompagnata fin dal concepimento da coincidenze e incontri con le vicende mafiose della sua città. Senza mai abbandonare il tono da commedia legato al suo amore pieno di speranza ma senza sbocco per la bella Flora, la storia ci mette sotto gli occhi la volontà di non sapere (il bel personaggio del padre di Arturo, piccolo impiegato di banca che non riesce neanche a capire con chi deve incazzarsi), l'omertà, il coraggio e l'umanità di chi la mafia la combatte, l'inganno della politica, la pochezza e la stupidità dei mafiosi, l'orrore della violenza, la speranza della riscossa... ma tutto con un tocco leggero e grande ironia. Ci sono trovate geniali (la passione di Arturo per Andreotti, scelto come guru e oracolo), la solitudine di Dalla Chiesa simbolizzata rappresentando il palazzo della prefettura come un deserto di corridoi e porte spalancate, il finale in crescendo dove si mescolano magistralmente la commozione e il discorso politico con un di più di paradosso perfettamente dosato (e ha scatenato applausi in sala). Il finale mi ha fatto pensare a quello de "I cento passi" di Marco Tullio Giordana, poi cercando notizie in rete ho letto che Pif è stato suo assisente proprio in quel film. Secondo me vale la pena di vedere questo film per molte ragioni. Prima di tutto, come ho già detto è gradevole, Pif, che ne è anche interprete come Arturo adulto, è persona intelligente, spontanea e cortese. Il suo programma "Il testimone" su MTV è molto interessante, io che detesto le interviste (mi mettono un sacco d'ansia e mi annoiano) lo vedo volentieri. Poi, e secondo me è il merito principale, sa sfruttare l'attuale necessità della risata per acchiappare un pubblico più vasto di quello che si muoverebbe da casa per andare a vedere un film sulla mafia, e lo fa con garbo e (lo so che mi ripeto, ma è la caratterstica che mi ha più colpito) intelligenza. Terzo, affronta un tema di quelli che fanno tremare le vene e i polsi tanto è pericoloso, rimosso, a rischio di sbadiglio e rimozione, diciamo pure noioso, e anche scivoloso, riuscendo a dare una rappresentazione della mafia che è prima di tutto antimitica (i mafiosi sono stupidi, ridicoli, rozzi, privi di qualsiai appeal) ma fortemente realistica: la violenza arriva sempre spaventosa, ingiusta, cattiva, ottusa. Anche io confesso che degli articoli sulla mafia, sul giornale, tendo a leggere solo i titoli, non è un argomento che mi attira: perché mi pare un problema insolubile e quest'idea mi angoscia, perché la sento lontana, perché sono superficiale, ho poca memoria, è una questione troppo complicata, ecc. "La mafia uccide solo d'estate" mi ha preso amichevolmente per mano e mi ha costretta a pensare a tutto l'orrore che c'è dietro quella parola ormai logora per abitudine. E per di più mi ha anche divertito. 
Non apro bocca sugli aspetti più strettamente cinematografici perché non me ne intendo e non saprei che cosa dirne. Tra gli intepreti, tutti bravi comunque, ricordo solo, oltre al già nominato Pif, Cristiana Capotondi e il piccolo Alex Bisconti. Molto efficaci gli inserimenti di filmati di repertorio.              

martedì 24 dicembre 2013

L'Irlanda, i ricordi, la morte e uno scrittore troppo bravo: John Banville, Il mare




Irlanda, ai nostri giorni. Max Morden, non più giovane e non ancora vecchio, vedovo recente, è alla ricerca dei propri ricordi e del proprio passato. Vuole mettere in vendita la casa dove ha trascorso la vita con l’amata moglie Anna e la figlia Claire e torna nel paesino dove passava le vacanze durante l’infanzia, prendendo alloggio nella casa detta Cedars tenuta da miss Vavasour, in cui è l’unico ospite oltre a un colonnello in pensione. In una particolare estate sul finire dell’infanzia Max, di origine proletaria, con una famiglia infelice e disfunzionale, entra in contatto con la famiglia Graces, composta da padre, madre, due figli e una baby sitter. I Graces sono ricchi e hanno affittato la bella proprietà dei Cedars, mentre i Morden stanno in un bungalow estivo senz’acqua corrente né luce elettrica. Dapprima ammirandoli da lontano, poi diventando amico dei bambini, riesce a essere ammesso in un ambiente per lui sconosciuto e lontanissimo dalla sua vita. Di queste vicende l’io narrante ci mette al corrente con un continuo monologo autocentrato su una specie di narcisismo, di compiacimento dell’io e delle proprie minime sensazioni, attraverso una continua epifania dello sguardo e un’esibizione di bravura che presto diventa un po’ stucchevole e claustrofobica. Tutto passa attraverso lo sguardo, quasi non ci sono parole (pochissimi i dialoghi) tra i personaggi. Devo dire che a metà mi trascinavo piena di ammirazione per il virtuosismo, una lievissima curiosità (e in rapida diminuzione) per il dramma che evidentemente doveva scoppiare e una noia, un senso di estraneità in rapido aumento. Non che sia difficile seguire questo arabesco della memoria in cui i ricordi si distendono come ramages in nero su un paesaggio nevoso, questo susseguirsi di attimi che costituisce la narrazione, attraverso una complessità di sensazioni e sentimenti assolutamente inverosimili in un bambino. Vi sono due linee narrative che si intersecano continuamente, una legata all’infanzia, che parte dall’incontro con Chloe, Myles e i loro genitori, che procede mantenendo viva una certa suspence verso il dramma che si intuisce inevitabile e si manifesta in una rappresentazione fin troppo simbolica della fine dell’infanzia e della scacciata dall’Eden per colpa della solita mela; l’altra che parte dalla morte della moglie per risalire alla vita in comune e all’incontro con Max. Il terzo tema, in sottofondo come un basso continuo, riguarda Miss Vavasour e i Cedars, conducendo alla fine il lettore a una doppia sorpresa (o meglio una sorpresa e mezza, perché la seconda non è così sorprendente). Si rivela così, sotto l’apparente svagatezza di chi scorre di ricordo in ricordo, una struttura complessa e di ferrea costruzione.     
Banville scrive benissimo ma viene da dire troppa grazia: una pagina da maestro qui e là si apprezza molto, tutto un libro così cesellato forse stroppia. Leggetelo se siete ammiratori della bella scrittura, se sapete apprezzare la stupefacente maestria del flusso di immagini e attimi fissati nella precisione della fotografia, o piuttosto, con maggiore precisione, del ritratto. Bisogna ammettere che c’è una grande naturalezza nel fittissimo tessuto di paragoni, associazioni, divagazioni, descrizioni, splendide ma molto faticose perché contengono già tutta una nuova storia. Due piccoli esempi (la traduzione è mia per cui scusate le goffaggini): "Mi sentii grande e grosso, goffo e impacciato come un bambinone delinquente mandato dai genitori disperati in campagna per essere sorvegliato da una coppia di anziani parenti" e "[la seguii] con la borsa in mano, come l'assassino beneducato in un vecchio thriller in bianco e nero".  
Se cercate l’intreccio, l’avvicendarsi dei fatti, astenetevi. Vi verrebbe solo un’irritazione incontenibile. Questo è un libro che potete ammirare incondizionatamente o può farvi stramazzare di noia, ma di cui probabilmente non è facile innamorarsi emotivamente. È pervaso da una certa freddezza dovuta all’eccesso di virtuosismo della scrittura e al compiacimento evidente dall’autore. Non voglio dire che sia un libro insincero ma certo in ogni pagina c’è un sospetto di statuarietà, pare di vedere l’autore atteggiarsi, applaudirsi da solo per la propria bravura.
Questo virtuosismo esibizionistico è in chiara competizione con la pittura, cui in effetti l’io narrante fa continui riferimenti, soprattutto a Bonnard (su cui sta scrivendo un saggio), Van Gogh e chi più ne ha più ne metta. E anche se è tutt’altro che noioso, richiede un’attenzione continua.   
Pur così studiato, tutto sommato freddo malgrado i temi siano potenzialmente molto emozionanti, riesce in qualche momento a commuovere e lascia pieni di ammirazione per un autore che svetta sulla produzione media come un cipresso in un campo di fragole (per fare un paragone à la Banville), sicuramente molto cosciente di sé e mai spontaneo ma felicemente lontano da qualsiasi moda e vezzo letterario da scuola di scrittura americana. Inoltre nel sottofinale il colonnello in pensione diventa protagonista di un episodio di così smaccato patetismo da strappare l'applauso per il coraggio, lo sprezzo per la critica e la sicurezza di sé dimostrati dall'autore, che mi ha fatto schiattare d'invidia perché adoro il patetico ma non oserei mai utilizzarlo (oltre a non esserne capace). 
John Banville, nato a Wexford in Irlanda nel 1945, è romanziere e giornalista, pluripremiato e prolifico. Ha utilizzato anche lo pseudonimo di Benjamin Black. Il mare (2005), il suo diciottesimo romanzo, in Italia è stato tradotto da Eva Kampmann per Guanda. 

venerdì 13 dicembre 2013

Consigli natalizi: AA VV - Natale in giallo, Massimo Tallone - L'amaro dell'immortalità, Lorenzo Papagna - Il Signore dei Gasepiu



Molti anni fa, mio nipote Antonio, ora stimato geologo e padre di famiglia, allora noto per l’immortale domanda “Quand’è già che si fa merenda? Mattina o pomeriggio?”, aveva imparato all’asilo una poesia natalizia: È natale, è Natale, è la festa dei bambini. Non so come continuasse e non lo sapeva neppure lui, ma non me la sono più dimenticata. Così, visto che a Natale si torna bambini si può anche concedersi un po’ di autoindulgenza. Niente mattonazzi né cose troppo serie o ricercate, ma invece di buttarmi sui cri-cri o il torrone, mi sono tuffata in una succulenta antologia.  

Gialli di Natale è una delle moltissime antologie tematiche che Einaudi sforna perché io possa soddisfare la mia vergognosa passione senza danni, in quanto si tratta di raccolte mediamente dignitose, spessissimo occasione di trouvailles preziose, a prezzo abbastanza contenuto e soprattutto con la copertina flessibile, quindi facili da leggere in cartaceo senza massacrarsi polsi e braccia. Questa particolare raccolta, con prefazione di Margherita Oggero, è del tutto pretestuosa per quel che riguarda il tema, veramente tirato per i capelli nella maggior parte dei racconti, giusto un riferimento temporale che non ha alcun spessore nelle vicende. Ma tant’è. Anche la scelta è abbastanza strana, mescolando i massimi numi del poliziesco con sconosciuti e addirittura inserendo Thomas Hardy accanto all’unica vivente, una dimenticabilissima e superflua Fred Vargas. Un gran divertimento è ritrovare Rex Stout in una storia complicatissima e sufficientemente assurda, un impeccabile Conan Doyle con una strepitosa esibizione di Sherlock Holmes in grandissima forma, Ellery Queen capzioso come ci si aspetta, Agatha Christie come sempre la più perfida e sottile, con Miss Marple che rimesta nel torbido in cui si trova così a suo agio, G.K. Chesterton che si sforza di rendere credibile una storia assolutamente demente. Non mancano racconti che stanno sul crinale tra il giallo e la storia di fantasmi, come quello di Fergus Hume, e soprattutto quello di Amelia B. Edwards, che conferma quanto la ferrovia abbia stimolato nell’immaginario inglese storie di mistero. Per altri, di Hardy appunto o di Erckmann-Chatrian, è veramente difficile usare l’etichetta di racconto giallo. In tutte, tranne Vargas, circola un'incantevole aria rétro, sia che ci si trovi a Manhattan, a Heidelberg o nella classica magione di campagna inglese Traduzioni di AAVV. Per me, che come ripeto ad nauseam adoro racconti e antologie, una lettura divertentissima e altrettanto gratificante di molte fette di panettone. Vivissimamente raccomandata.

E siccome a Natale siamo tutti più buoni, persino io, continuo a segnalare due libri divertentissimi, veloci, direi festivi. Ottimi anche quando si è mangiato troppo e si ha bisogno di un po’ di sostegno e allegria. Il primo è L’amaro dell’immortalità. Le metamorfosi del Cardo, ottava (mi pare) avventura dell’ignobile e irresistibile eroe che vive in una cascina di Stupinigi tra grandi bevute alla bocciofila e veloci incontri con Angela la prostituta. Ma questa volta ci sono molte novità, tra cui una davvero straordinaria: il Cardo è perdutamente innamorato, ma proprio sul serio, al punto che giunge a estremi tanto sconsiderati da mettersi a lavorare. Di qui un intreccio di quelli cui ci ha abituato Massimo Tallone, e di cui non vi dico niente. Questo non è uno spoiler ma un consiglio natalizio, quindi fidatevi di me. Come sempre il sornionissimo personaggio, schifido e ignorante, ci regala in realtà digressioni di filosofica saggezza sull’amore, sul vino, il dolore e qualsiasi argomento gli capiti a tiro; qui in aggiunta ci sono liriche descrizioni delle Langhe e i vigneti che le rendono belle e ricche, e del dolce Canavese. C’entra anche un amaro che dà l’immortalità, come si evince dal titolo, un pelato di nome Rombo, grossissimi guai in cui il Cardo si ritrova tutto solo, la costante di Planck e Pelizza da Volpedo, un elogio della fluitazione umana, ma queste sono cose che scoprirete da voi. 

Infine ecco Il Signore dei Gasepiu di Lorenzo Papagna (alias, ho appreso dalla quarta di copertina, Gian Lurens ed San Salvari) esilarante divertissement in cui su una veloce parodia di Il Signore degli Anelli sono incastonati (e brillano come gemme, vi assicuro) nomi dei più fantasiosi e filologicamente ineccepibili che occhio piemontese abbia mai letto. Chi non si innamorerebbe della principessa Pupe d’Or, non si affiderebbe alla spada di Fol Mènamica, non chiederebbe lumi alla veggente Masmiava (questo è un colpo di genio!) e aiuto al mago Ciamlu Fol?  E questo è solo un assaggio. Certo, se non proprio di San Salvario bisogna essere almeno piemontesi, meglio ancora torinesi e un po’ di barriera, avere frequentato piole e qualche biliardo fumoso, ma per chi non è ferratissimo c’è un paratesto d’eccezione: elenco di personaggi e luoghi, alberi genealogici e cartine per facilitare al lettore la strada nella Terra dei Gasepiu. Si scatena anche, nel lettore di lingua madre, un'euforia di competizione compilativa di nomi che potrebbero offrirsi, belli e pronti, per un secondo tomo. Dotta e arguta prefazione di Massimo Tallone. Datemi retta, cercatelo in libreria, o meglio ancora lasciatevi trovare. Io non l’ho cercato Il Signore dei Gasepiu, mi è venuto incontro lui: e forse si trattava di un avatar del famoso Tirtenabàla, libro magico dei Gadani.            
     


mercoledì 4 dicembre 2013

In (strenua) difesa di Checco Zalone

Normalmente evito di esprimere pareri troppo personali su questioni che esulano dal campo dei libri (non della letteratura, troppa grazia) o dell'uso delle parole, non per pusillanimità ma perché penso che non gliene freghi niente a nessuno. Però stamattina ho visto un'esternazione di Philippe Daverio (personaggio di cui ho sempre sentito dire solo un gran bene, ma che non conosco direttamente in quanto dalla televisione non pretendo cultura ma solo svago e cazzate) così concepita "Berlusconi e Zalone, simboli del ventennio trash" in cui con notevolissima spocchia e un evidente desiderio di épater le bourgeois liquida in un minuto e cinquanta Dan Brown, la democrazia, Hitler e in pratica cinquanta milioni di persone (i lettori di Dan Brown, da lui definiti analfabeti). Bontà sua. Comunque, dica quello che gli pare che la cosa mi è del tutto indifferente. Invece voglio spezzare molte lance in favore di Checco Zalone, ignoto ai più fino a qualche anno fa e ora diventato così famoso tra rustici e villici che persino gli intellettuali ne hanno sentito parlare. E quindi possono storcere il naso con ribrezzo ogni volta che viene nominato, sentendosi politicamente corretti e culturalmente puri. Diciamo pure che il povero Checco è diventato un modo veloce per sentirsi furbi, come Dan Brown lo è per Daverio. E qui mi inalbero. Non dico niente dei suoi film, ho visto solo il primo e non mi ha detto granché, edulcorato e buonista, con preti e oratori, qualche momento esilarante e molto assolutamente insipido. Ma Checco io lo seguo da quando ancora si chiamava Luca Medici e faceva il cantante neomelodico: svettava di qualche metro al di sopra della massa ripetitiva dei comici che si guardano con un occhio solo. Meglio ancora poi quando, diventato Checco Zalone, faceva la parodia di cantanti famosi come Carmen Consoli o fantastici duetti come questo con Vanessa Incontrada. Sboccato, maestro di doppi sensi scivolosi, scorretto, abilissimo nel surfare fino alla cresta della porconata e scivolare giù dall'altra parte, ottimo pianista e cantante, ironicissimo: ecco come mi piace Checco Zalone. Mi fa ridere, non solo sorridere. Mi mette di straottimo umore (come I soliti idioti, altra mia passione comica molto più estremi nel parolacciare e spararle grosse). Certo, se vi piace solo l'humour britannico, evitate. Se volete solo satira politica, anche. Io per esempio non ne posso più che siano i comici a commentare la situazione politica e a darmi la linea. Il pur bravissimo Crozza non lo guardo mai perché so già quello che dirà, oltre a essere troppo ammiccante e narciso, e perché mi fa senso che vent'anni di esercizio continuo della risata per non tagliarci le vene dalla disperazione ci abbiano abituati a sghignazzare su tutto, all'imitazione continua del politico che ne amplifica fama e impunità, a sentirci in pace con la coscienza e virtuosamente di sinistra se conosciamo a memoria le vignette dell'Espresso, così possiamo continuare a accettare tutto. Lasciatemi Checco e lasciatelo stare. E' bravissimo nel suo campo anche se non si atteggia a fustigatore di costumi e moralista. Di comici che si prendono sul serio e fanno i moralisti ne abbiamo fin troppi. E gli intellettuali che lo guardano con infastidito sgomento, come un segno dei tempi bui, farebbero meglio a ascoltare le sue canzoni (non mi spingo certo a dire di guardare i suoi film, non mi sembra proprio un grande attore e non mi pare che sia diretto da grandi registi, oltre a non avere bisogno della mia pubblicità per attirare pubblico) e farsi due risate, ricordando che la storia del miliardo di mosche nella sua semplicità nasconde una grande verità, su cui non fa male almeno documentarsi.          

sabato 30 novembre 2013

Il 2000: sembrava una data così fondamentale, e chi se la ricorda più?


Un altro breve racconto, per la semplice ragione che gli ultimi libri che ho letto non mi sembrava che valessero lo sforzo e la fatica di scrivere una recensione. Così per non lasciare del tutto inattivo il blog ho ripescato un'altra cosa brevissima scritta per il Capodanno del 2000.
                                                                 
NON PIÙ MILLE
La donna camminava lentamente facendo dondolare con una mano un parasole di seta color crema. Portava un abito scollato di pizzo nero e tacchi altissimi che la facevano barcollare. Mi chiesi come potesse sopportare il gelo della notte invernale. Vista da dietro, la sua figura sottile faceva pensare a una giovinezza inoltrata e un’espressione meditativa. Quando la superai e mi volsi a guardarla, vidi invece che era quasi vecchia e sotto alle spesse lenti da miope piangeva lacrime così brucianti da esalare vapore. “Non si sente bene? Le serve qualcosa?” le chiesi. Non è mia abitudine rivolgere la parola per strada a donne sconosciute, ma quella era una notte speciale, sembrava che tutti conoscessero tutti e parlassero con tutti. Lei scosse il capo, forse non mi vide nemmeno, tra il buio, le lenti e le lacrime. Non insistetti, perché ero in ritardo. Viola, vestita di lamé d’argento, mi aspettava nella baraonda della sua casa profumata di fiori e frizzante di champagne, calda di cibo, vibrante di musica e dell’allegria di chi in quel momento stava pensando: “Purché mi basti il fiato ancora per tre ore, due ore, un minuto, dong! Mezzanotte!”. Nella strada non c’era più nessuno. I caroselli con il claxon schiacciato, le urla ubriache, i fuochi artificiali e gli spari sarebbero cominciati dopo, nel nuovo millennio. Mi volsi ancora a guardare la donna. Si riparava sotto il parasole per difendersi dai primi fiocchi lenti e radi. Quando mi aprì la porta, Viola aveva in mano una coppa piena di vino e due orchidee bianche dietro all’orecchio. Mi baciò sulla bocca e disse: “È bello essere insieme stanotte”. Gli amici mangiavano e si scambiavano brandelli di ricordi, dichiarazioni d’amore, e nomi, sfilze di nomi di assenti lontani spariti defunti. Viola mi teneva per mano come se avesse paura che d’improvviso mi sarei buttato dalla finestra, spalancata per fare uscire il fumo. Trascinandomela dietro, mi affacciai a guardare in strada. La donna in nero era sul marciapiede di fronte, avanzava piano piano nel vortice di fiocchi bianchi stringendo il parasole con entrambe le mani. “La neve!” gridò qualcuno, spingendomi via. A mezzanotte le coppe scintillanti volavano l’una verso l’altra in brindisi storditi, su tutti i volti splendeva il sollievo: “Ce l’abbiamo fatta! Siamo qui, siamo vivi, noi, i privilegiati, abbiamo piantato solidamente un piede nel 2000, alla faccia delle persone care o dei nemici caduti per strada!”. Ballai un lento con Viola, sussurrandole nell’orchidea ciancicata parole d’amore che non avevo mai saputo prima. Verso l’alba uscimmo. Nevicava fitto e quel bianco intatto era più eccitante dello champagne. Tutta la città era per strada, solo i malati e i troppo vecchi erano rimasti nelle loro tane calde a leccarsi le ferite. Certo qualcuno stava morendo, felice di avere comunque varcato la soglia fatidica o incosciente del giorno e dell’ora. I fuochi d’artificio scoppiavano anche se la neve li spegneva prima che potessero levarsi nel cielo giallognolo. Ebbi la visione di tutto il pianeta che brindava, ventiquattr’ore di tappi che saltavano, baci distribuiti a casaccio o con intenzione, coppie che copulavano per inaugurare il millennio, bambini che nascevano al momento giusto, un caos di vita e di morte che festeggiava un evento insignificante, un giorno di più per il mondo, uno di meno per noi sopravvissuti. Per un attimo mi parve di riconoscere la donna in nero appoggiata a un lampione, con un bicchiere in mano e un braccio che le cingeva la vita. Poi la folla si mosse e non la vidi più. Tornai a casa con Viola per fare l’amore, ma eravamo così ubriachi che ci addormentammo vestiti nella luce sporca del mattino. La sera, la neve era già sciolta.