
Banville scrive benissimo ma viene da
dire troppa grazia: una pagina da maestro qui e là si apprezza molto, tutto un
libro così cesellato forse stroppia. Leggetelo se siete ammiratori della bella
scrittura, se sapete apprezzare la stupefacente maestria del flusso di immagini
e attimi fissati nella precisione della fotografia, o piuttosto, con maggiore
precisione, del ritratto. Bisogna ammettere che c’è una grande naturalezza nel
fittissimo tessuto di paragoni, associazioni, divagazioni, descrizioni,
splendide ma molto faticose perché contengono già tutta una nuova storia. Due piccoli esempi (la traduzione è mia per cui scusate le goffaggini): "Mi sentii grande e grosso, goffo e impacciato come un bambinone delinquente mandato dai genitori disperati in campagna per essere sorvegliato da una coppia di anziani parenti" e "[la seguii] con la borsa in mano, come l'assassino beneducato in un vecchio thriller in bianco e nero".
Se cercate l’intreccio, l’avvicendarsi
dei fatti, astenetevi. Vi verrebbe solo un’irritazione incontenibile. Questo è
un libro che potete ammirare incondizionatamente o può farvi stramazzare di
noia, ma di cui probabilmente non è facile innamorarsi emotivamente. È pervaso
da una certa freddezza dovuta all’eccesso di virtuosismo della scrittura e al
compiacimento evidente dall’autore. Non voglio dire che sia un libro insincero
ma certo in ogni pagina c’è un sospetto di statuarietà, pare di vedere l’autore
atteggiarsi, applaudirsi da solo per la propria bravura.
Questo virtuosismo esibizionistico è in
chiara competizione con la pittura, cui in effetti l’io narrante fa continui
riferimenti, soprattutto a Bonnard (su cui sta scrivendo un saggio), Van Gogh e
chi più ne ha più ne metta. E anche se è tutt’altro che noioso, richiede
un’attenzione continua.
Pur così studiato, tutto sommato freddo
malgrado i temi siano potenzialmente molto emozionanti, riesce in qualche
momento a commuovere e lascia pieni di ammirazione per un autore che svetta
sulla produzione media come un cipresso in un campo di fragole (per fare un
paragone à la Banville), sicuramente molto cosciente di sé e mai spontaneo ma
felicemente lontano da qualsiasi moda e vezzo letterario da scuola di scrittura
americana. Inoltre
nel sottofinale il colonnello in pensione diventa protagonista di un
episodio di così smaccato patetismo da strappare l'applauso per il
coraggio, lo sprezzo per la critica e la sicurezza di sé dimostrati dall'autore, che mi ha fatto schiattare d'invidia perché adoro il patetico ma non oserei mai utilizzarlo (oltre a non esserne capace).
John Banville, nato a Wexford in Irlanda nel 1945, è romanziere e giornalista, pluripremiato e prolifico. Ha utilizzato anche lo pseudonimo di Benjamin Black. Il mare (2005), il suo diciottesimo romanzo, in Italia è stato tradotto da Eva Kampmann per Guanda.
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