martedì 17 maggio 2011

ELISABETTA CHICCO VITZIZZAI, DIO RIDE

Una vera sorpresa questo veloce e densissimo romanzo di Elisabetta Chicco Vitzizzai che affronta con levità e ironia argomenti di grande presa emotiva e pregnanza storica. A sorprendere non è certo la bellezza (conosco le opere di questa autrice da tempo, e so che cosa aspettarmi) né l’argomento, ma l’originalità con cui è affrontato. Daniel Avigdor, ventenne ebreo torinese, in un pomeriggio di primavera del 1953 viene incaricato di andare in farmacia a procurare una medicina indispensabile per il padre agonizzante. Daniel ha alle spalle esperienze pesantissime, una madre uscita di casa nel 1943 e mai più ricomparsa, un padre severo, anni di paura, fughe, privazioni estreme in condizioni intollerabili. Però ha anche vent’anni: e la primavera riempie l’aria di polline e luci. Così comincia un vagabondaggio quasi involontario per le vie della città, con il naso per aria e l’imperativo di trovare una farmacia un po’ accantonato in un angolo della mente. Pare di vederlo seguire le uste che man mano il capriccio, o il destino, gli propone, in un percorso dalla topografia e dalla toponomastica di una precisione sbalorditiva. Il suo pomeriggio si dipana alternando parti in prima persona e altre in terza, ricordi che ci rivelano il suo passato e impressioni legate al suo presente, incontri, ricordi di grande sensualità, svagatezze e dolori profondi, finché sul far della sera si imbatte nella tentazione definitiva, quella che il Talmud condanna: “Meglio camminare dietro a un leone che dietro a una donna”. Ma Daniel, tutto preso da quell’ondeggiare rotondo, non solo segue la bella Ada ma trova anche il coraggio di abbordarla. È una donna ma è anche un deus ex machina: in quell’incontro, nel quale getta il denaro per comprare la medicina per il padre, Daniel trova tutto quello che andava cercando da tempo, intimità, scambio, verità e coraggio. Improvvisa e folgorante la verità, amara ma rasserenante come ogni prova severa. Il destino gli presenta la soluzione dei misteri della sua infanzia, ma non dirada la nebbia che li avvolge. Il ritorno dal padre lo rende definitivamente adulto dandogli la consapevolezza che non può assolvere né condannare, ogni colpa porta in sé anche una parte di virtù, l’amore ha tante facce e non è mai innocente.

La lezione finale di questo romanzo di formazione che si dipana con ammirevole equilibrio tra la freschezza svagata dei vent’anni e l’oscura, definitiva angoscia delle persecuzioni contro gli ebrei, è forse che bisogna lasciarsi alle spalle i genitori per crescere. I loro dolori, le loro colpe, e anche i loro bisogni. Il gesto di Daniel, che usa i soldi delle medicine per offrire un frappè a Ada, è una metafora che mi incanta. Come si potrebbe esprimere meglio la grazia, oltre che oltre che l’ineluttabilità, della vita che si libera del passato per correre verso se stessa?

mercoledì 11 maggio 2011

Jón Kalman Stefánsson, PARADISO E INFERNO


Ogni volta che penso che gli islandesi sono circa 320.000 (e alla fine dell’800 erano 80.000) provo una specie di vertigine. Chissà se qualcuno ha mai calcolato il numero di scrittori in percentuale e li ha confrontati con quelli di altre più popolose nazioni. Comunque non è il numero che mi stupisce, è l’eccellenza. Ancora sotto l’effetto provocato sulla mia santissima ignoranza dalla recente scoperta del Nobel Haldór Laxness con i due meravigliosi romanzi Gente indipendente e Il concerto dei pesci, divertita e interessata dalle storie di donne di Kristín Marja Baldursdóttir in Il sorriso dei gabbiani (tanto per parlare degli ultimi che ho letto), ecco che l’amica traduttrice Silvia Cosimini mi fa conoscere Jón Kalman Stefánsson e il suo Paradiso e inferno, e resto ancora una volta folgorata.
La trama è veloce: un ragazzo senza nome, segnato dall’infanzia da un destino di lutti e solitudine, lavora come pescatore in un insediamento nel nord-ovest dell’isola. Due baracche isolate e poco lontano un altro gruppo più grande, una trentina, in ognuna delle quali vivono sei marinai e una cambusiera, dormendo tutti insieme in un sottotetto, due per letto a annusare l’odore di piedi del compagno. E se il capo vuole un attimo di intimità con la moglie, è sui mucchi di pesce salato del magazzino che se lo deve conquistare. Si esce in mare su barche a remi, sperando che non arrivi una tempesta e il mare permetta il ritorno alla spiaggia bianca di neve. Si buttano le lenze e si attende che i merluzzi abbocchino, spiando il colore dell’orizzonte e perdendosi nei pensieri, tanto sotto la chiglia fragile, nei calmi abissi del mare, dove non penetrano le intemperie [e] gli unici uomini che si vedono sono gli annegati, e si possono dire tante cose sugli annegati, ma di certo non che pescano pesci, non pescano niente se non il chiaro di luna sulla superficie del mare. E se poi il mare è clemente, il vento e le onde non rovesciano la barca, il ghiaccio non copre tutto, basta amare troppo la poesia per dimenticare di prendere la cerata e morire di freddo. Nella seconda parte il ragazzo fugge al Villaggio: ottocento anime che vivono in case di pietra, confrontandosi con i loro segreti, i loro drammi e le loro complesse ossessioni. La morte, prima di tutto, e lo sforzo della vita che deve continuare malgrado i fantasmi e gli omini neri che abitano nel cuore del capitano ubriacone che non ama più la moglie dagli occhi di cavallo, e ne ha dimenticato il nome, e pensa a un’altra e per dimenticare i sensi di colpa beve. Tra i molti personaggi, sfaccettati e difficili da dimenticare, spiccano la misteriosa Geirþbrúður dagli occhi neri e le efelidi, che accoglie i diseredati senza far domande, e Snorri, il commerciante troppo fiducioso che fa credito a tutti e dimentica la rovina solo con la musica. Non è vero che è subito sera, è buio sempre ma tutti vogliono vivere.
In questo fascinosissimo romanzo si parla proprio di morte e di vita, di luce e di buio, cecità e occhi troppo grandi, della lotta instancabile e coraggiosa della vita che vuole continuare in una situazione estrema. Dove regnano il freddo, la neve, il mare nero, il confine tra vita e morte è labile, e bisogna lottare per non farsi risucchiare dai fantasmi che ti aspettano, ti spiano, ti guardano con occhi vuoti e con le loro labbra blu chiedono allora, quanto tempo dovrò aspettarti?
Eppure non è un libro cupo. I personaggi sono profondi e ricchi di umanità. La vita è potente e potenti sono le parole, la poesia può uccidere ma è anche salvezza e piacere nel grande buio dell’inverno. Jón Kalman Stefánsson, nato a Reykjavik nel 1963, è stato prima poeta che narratore, e si sente. La sua prosa intensa e rapsodica, benissimo resa dalla traduzione di Silvia Cosimini, si illumina continuamente di immagini che sorprendono il lettore e lo conquistano. Paradiso e inferno è il primo volume di una trilogia che la più che benemerita casa editrice Iperborea continuerà a pubblicare. E questo, come lettrice, mi rallegra e mi riempie di aspettativa.

giovedì 5 maggio 2011

Marino Buzzi, Confessioni di un ragazzo perbene

Michele, trentenne plurilaureato in fuga da una famiglia ottusa e opprimente, campa di lavoretti precari a Bologna. Solo la nipote Cristina, che come tutti i bambini è più intelligente e aperta dei gradi, si dimostra curiosa di lui e della sua vita. È ben inserito nella vivace e festaiola comunità gay dove conta molti amici con cui trascorre serate allegre ma non beve, non indulge in avventure sessuali, non fa uso di droghe, è insomma il bravo ragazzo del titolo. L'unica stranezza, per così dire, che si concede è incantevole: ha una bambina immaginaria, Mara, di cui si occupa amorevolmente, le compra tutite rosa e la imbocca a tavola, gettando nello sconcerto i presenti. Un’eredità improvvisa lo rende comproprietario di una villa insieme ai suoi amici. Incontra ragazzi di cui s’innamora o che si innamorano di lui, subisce grandi delusioni ma tutto si accomoda sempre in quel gruppo di chiacchieroni che si vivono addosso spettegolando e intervenendo, per affetto, nelle reciproche.storie. La simpaticissima Cristina, fuggita da casa per insofferenza, adotta il gruppo e ne viene adottata con grande disponibilità. Anche la famiglia d’origine al momento decisivo si rivela molto migliore delle apparenze e accoglie con benevola naturalezza il coming out di Michele. Alla fine, con un doppio salto mortale narrativo, Michele non ha forse l’amore ma la sua bambina sì, anzi due.

Romanzo discorsivo, ottimista e di facile lettura.

martedì 26 aprile 2011

Andrea Camilleri, Gran Circo Taddei

Sono una ammiratrice di Andrea Camilleri, leggo buona parte di quel moltissimo che pubblica, mi piace quasi sempre e comunque mi dà sempre piacere. Confesso che ho una netta preferenza per i non-Montalbano, senza per questo trascurare le vicende del commissario. Mi piace tantissimo Vigata, il mondo su una capocchia di spillo. Ho una passione per i racconti, per cui non potevo certo perdermi questo nuovo libro. E non sono rimasta delusa, anzi, mi ha divertito un sacco, sia per le trame "grassottelle", pervase di sana e allegra sensualità, gusto per la beffa, figure femminili sempre astute e piene di risorse. La congiura è appunto il racconto di una beffa crudele organizzata dalle un gruppo di donne nei confronti di una loro simile che se la merita appieno. In Regali di Natale un giovanotto sveglio e fortunato trae vantaggio da un violento imbroglio contro un gruppo di ricchi, tanto scemi quanto appassionati al gioco d'azzardo. Il protagonista di Il merlo parlante è il tipico piffero di montagna, che credendo di essere più furbo degli altri finisce per farsi fregare (anzi, trattandosi di una storia di sesso, per farsi tradire). Gran Circo Taddei mette in scena una frenetica commedia degli equivoci dove, tra avidità di sesso, di cibo e di denaro e con l'ausilio di un leone, un altro piffero viene pifferato. La fine della missione narra dell'insolita vocazione di un pio benefattore, mentre Un giro in giostra è la malinconica storia della vita di un nato sfigato. La trovatura è il mio preferito: una maga scalcinata ma fortunatissima trova l'amore facendo del bene anche a distanza di anni dopo la sua morte. La rivelazione è ambientato dopo la liberazione della Sicilia da parte degli americani nel 1943, quando i comunisti rientrati da carcere e confino cercavano di riorganizzare le sezioni e ogni militante aveva il suo peso, anche se la sua vita aveva preso una svolta inaspettata.
Certo Camilleri ha scelto di rappresentare un mondo dove il male non è mai del tutto tale, dove la mafia sta sullo sfondo, prevale il teatrino sul dramma, l'atmosfera non è noir ma vivacemente colorata. Per me questo non è certo un limite, anzi, fa sì che io abbia sempre voglia di leggerlo, e che mi metta di buon umore. La sua grande maestria è nell'uso della lingua, che sa piegare a ogni necessità (anche qui abbondano le esilaranti lettere scambiate tra le autorità fasciste), nella capacità di disegnare personaggi credibili e fortemente caratterizzati pur tenendosi lontanissimo
da qualsiasi accenno di psicologismo, nell'occhio benevolmente cinico e capace di trovare un filo di divertimento in qualsiasi umana vicenda, per quanto immonda e oscura possa essere.
Non ha senso cercare nei suoi scritti quello che lui non vuole metterci. E nel suo campo è un grande, inimitabile e bravissimo.

giovedì 21 aprile 2011

Alan Bennett, Una vita come le altre

Ho molto amato altri libri di Alan Bennett (così a memoria, soprattutto La sovrana lettrice, La cerimonia del massaggio, Signore e signori) e anche questo l'ho trovato un bel libro, anche se molto diverso dalla maniera frizzante e spiritosa che contraddistingue l'autore. Qui siamo piuttosto nel campo della sobrietà che confina facilmente con la depressione. Almeno questa è l'impressione che mi ha lasciato, a lettura finita, Una vita come le altre. Forse non tutti i ricordi d'infanzia sono condivisibili senza il rischio di annoiare chi ascolta o legge. Il fatto è che quasi tutti hanno avuto almeno un paio di nonni/e, di genitori, zii e zie, fratelli ecc; e chi non li ha avuti, forse non è interessato a ascoltarne le storie, a meno che non cerchi rassicurazione sul fatto che è stato veramente fortunato fin dall'inizio. Ci vuole qualcosa che renda unico o universale il parentado altrui per farcelo sorbire. Quello di Alan Bennett secondo me non lo è. O almeno, rinunciando alla sua scrittura spiritosa e pungente, rinuncia a farcelo apparire tale. Figlio di un macellaio introverso e molto composto e di una casalinga gravemente depressa che trascorre anni dentro e fuori dalle cliniche psichiatriche, precocemente intelligente, studioso e esibizionista, Bennett cresce a Leeds in una normale famiglia piccolo borghese. Ci narra di suo padre e di sua madre, delle due sorelle della madre, di un segreto, il suicidio del nonno materno, gelosamente custodito per anni e scoperto per caso, delle gite e dei Natali, degli ultimi anni della madre in una casa di riposo anticamera della morte (indimenticabili le inservienti euforiche e affettuose). Forse a lui ha dato molto scriverne, forse è una specie di risarcimento o omaggio alla famiglia, ma ha me non ha lasciato molto. La parte dedicata agli ultimi anni della madre mi ha fatto pensare, per contrasto, a quanto mi aveva coinvolto un libro pur distaccato e minimalista come Ricordi di mia madre di Yasushi Inoue. Certo Una vita come le altre si fa leggere, è pur sempre l'opera di uno scrittore notevole, ci dà uno spaccato dell'Inghilterra dagli anni '30 agli anni '70 acuto e interessante, rappresenta in punta di penna dei caratteri che più british non si può. Ma forse un eccesso di britannico aplomb lo rende un po' freddo, forse, a dirla tutta, un po' depresso e deprimente.

mercoledì 20 aprile 2011

ROBERTA ANAU, ASINI, OCHE E RABBINI


Fresco di stampa per le edizioni e/o questo bel libro, che la quarta di copertina definisce romanzo ma in realtà è tutt’altra cosa, anzi, molte altre cose. È innanzitutto una dichiarazione di appartenenza e identità ebraica, piena di affetto e orgoglio. È un’autobiografia che si diverte a ricostruire un teatrino famigliare pullulante di tutto ciò che è vita, dalle manifestazioni alte come la religione, la tradizione, alle sue espressioni più basse e corporee, che tanto divertono i bambini, nulla disdegnando né dimenticando; e la voce della protagonista fa rivivere davanti ai nostri occhi i personaggi della sua infanzia (alcuni larger than life come l'amata-temuta-ammirata madre Fernanda), l’amatissima Ferrara e le sue nebbie avvolgenti e tiepide, gli oggetti, i cibi, gli spazi della “casa d’angolo” in città e della Luchinata, la casa di campagna delle estati di libertà e natura, le parole (moltissime) che trasmettono la cultura ebraica e i riti familiari, quelle del dialetto ferrarese paterno e soprattutto quelle del nonno materno Orazio, piemontese e depositario di formule adatte a qualsiasi occasione. Man mano che Roberta cresce, lascia Ferrara per la gelida Torino in seguito alla morte del padre, al calore della famiglia d’origine si sostituisce il matrimonio, la nascita di una figlia, dolori grandi, grandissimi, e piccole difficoltà, le fatiche e le gioie della vita degli adutli, la voce diventa più dolente e il mondo un po’ più monocromo. Ma non diminuisce la sensazione di ricchezza che questo libro trasmette. Il punto di forza è la scrittura sapiente di Roberta Anau, euforica e barocca, amante dell’accumulo fin dal titolo, dei sinonimi, delle liste di paragoni e metafore, pimpante e esagerata. Una scrittura che vuol farsi notare, non teme di portare via la scena ai contenuti, soprattutto all’inizio in cui sembra che voglia rendere conto dello stupore goloso di una bambina di fronte alla vita bella e nuova, tutta da scoprire. È viscerale e carnale, cresce su se stessa, un pensiero tira l’altro, non ha bisogno di fatti cui appoggiarsi, è sovrabbondante e ellittica, espressionista. Fa un generoso uso di ironia, condimento paragonabile solo all’amato grasso d’oca. Sa operare trasformazioni favolose sulla realtà (basti come esempio l’episodio della conserva di pomodoro di pagina 125), caratterizza i numerosi personaggi con voci sempre personali, li accarezza con amore e li punzecchia senza pietà nel caso che lo meritino.
Asini, oche e rabbini è un libro intensamente originale sia nell’affrontare l’argomento mille volte trattato della ricostruzione di un mondo dell’infanzia, sia nell’appassionata dichiarazione di appartenenza ebraica, nella sensualità con cui racconta i cibi, la scoperta della sessualità, la baldanza giovanile e le prime malinconie dell’età, definite con felicissima ironia le ultime stagioni della mia “età della ragione”. Per concludere, ottima la scelta editoriale di mettere in copertina i genitori di Roberta, ritratti nello splendore del loro giorno di nozze. Un esauriente glossario riunisce i termini ebraici disseminati nel testo.
Roberta Anau ha vissuto a Ferrara e a Torino, è stata insegnante e ora gestisce un agriturismo, La Miniera, nel Canavese, dove propone cibi della tradizione ebraica e piemontese. Ha pubblicato con Elena Loewenthal Cucina ebraica (Fabbri 2000), La cucina della Bibbia (Il leone verde 2002) con Daniela Messi e Gianburrasca: ragazzo di marzapane e cervello di crema (Il leone verde 2010).

domenica 20 marzo 2011

Ma mi faccia il piacere!

Nel momento caldo del bunga bunga, escort & affini non sono riuscita a scrivere niente per mancanza di tempo e anche perché tutto quel gran pontificare a vuoto mi ha nauseata. Non che pensi di essere esente dal rischio pontificale, anzi. Forse mi piace farlo in esclusiva. Comunque, in sostanza 1) il tizio di cui tutti parliamo da vent'anni faccia quello che vuole nella sua tavernetta da bauscia (minorenni a parte), 2) però non pretenda anche di governarmi mentre lo fa. E basta, non ho altro da dire sulla sostanza. Però non capisco perché nel mondo del liberismo sfrenato, della monetizzazione assurta a religione, in cui un'opera d'arte viene valutata in numero di biglietti staccati, volume del merchandising e ritorno economico sui ristoranti del circondario, l'unico tabù rimasto, l'unica cosa che non si deve vendere è proprio quella lì, quella per cui la creatività lessicale della nostra bella lingua si è scatenata, l'origine del mondo di Courbet, insomma avete capito. Eppure le allegre ragazze che ne fanno commercio ne hanno anche l'assoluta proprietà, perché non dovrebbero farne l'uso che vogliono? Perché solo quella va concessa in beneficenza, per ammore (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi grossa come una casa sul fatto che dall'amore non ci aspetti nessun vantaggio...), pena lo stigma morale e sociale, l'autorizzazione a tutti (ma proprio tutti) di agitare il ditino ammonitore, il così non si fa? E l'esimio Francesco Merlo su la Repubblica che le chiama impunemente le lupe di Arcore? Si può vendere lo sperma, svendere il cervello, affittare l'utero, baciare l'anello ai dittatori per scopi commerciali (e bombardarli per scopi umanitari), sfruttare gli immigrati, inventarsi qualsiasi cosa per indurre il prossimo a consumare, ecc ecc. Ma quello proprio no. E' il limite, l'ultimo paletto che la moralità integerrima di una società in pieno svacco non intende spostare. Qualche motivo ci sarà, ma mi sfugge completamente.
E poi: voglio varare una petizione (magari al padreterno che ha le sue responsabilità) perché chiunque scrive controlli i suoi automatismi, per evitare di dovere ancora e sempre leggere perle come queste: Giovanni Valentini, la Repubblica 22/1/2011, Se il biscione diventa un drago (si parla ovviamente di Ruby Rubacuori & c) "Ne abbiamo già abbastanza per dire che tutta questa vicenda è un'offesa alla donna, alla figura femminile e quindi a tutte le donne. Di centrodestra e di centrosinistra. Cattoliche e laiche. Madri, mogli, sorelle, fidanzate e compagne". Il grassetto è mio. E anche: Antonella Barina, Il venerdì di Repubblica, 11/3/2011, Arriva il quadro più scandaloso dell'umanità, sull'esposizione al Mart di Rovereto del quadro "L'origine del mondo" di Gustave Courbet: "Una tela senza precedenti nella storia dell'arte, che [...] diventa il sesso di tutte le donne – madri, sorelle, mogli, amanti, figlie – il punto di partenza di ogni vita". Di nuovo il grassetto è mio. Ma fatemi il piacere! Il santissimo piacere di connettere per un istante il cervello e vergognarvi! So che l'intenzione è buona, ma possiamo smetterla di definire le donne in base alla loro collocazione nei confronti di un uomo? Perché altrimenti non esistono, non sappiamo come definirle, dove piazzarle? E forse neanche ce l'hanno, l'origine del mondo?
P.S. in margine all'articolo di Giovannini, di cui ho apprezzato il sincero sdegno e il solidale attestato di stima per le donne. Io non mi sento né mi sono sentita offesa da tutta la vicenda del bunga bunga. Perché dovrebbero offendermi questi traffici in cui non c'entro niente, e non mi hanno portato via niente? Fatti loro. Io della mia dignità ho una considerazione molto più alta e una sicurezza molto più solida di quanto possa essere sgualcito dai vecchi sporcaccioni e le loro giovani complici. E poi, diciamolo pure, se qualcuno deve eventualmente cominciare a preoccuparsi della sua dignità e della sua immagine, sono gli uomini, e non certo le donne.