mercoledì 3 gennaio 2018

I 20 libri che mi sono piaciuti di più degli ultimi vent'anni



Mi è stata richiesta una lista dei 20 libri che mi sono piaciuti di più negli ultimi vent'anni, per un gioco promosso da exlibris20 . E' un gioco per cui questa lista non è precisissima, è stata fatta a memoria e velocemente. Ma quello che è certo è che tutti questi libri mi sono piaciuti, e tanto. E ne ho scritto. Per cui eccoli qua: 

Magda Szabò - La porta,  Einaudi 2005, trad Bruno Ventavoli
Agota Kristof - La trilogia della città di K, Einaudi 1998, trad Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana, Giovanni Bogliolo
Lucia Berlin - La donna che scriveva racconti, Bollati Boringhieri 2016, trad Federica  Aceto
Halldór Laxness - Gente indipendente, Iperborea 2004, trad Silvia Cosimini
Orhan Pamuk - Il museo dell’innocenza, Feltrinelli 2009, trad Barbara La Rosa Salim
Mo Yan - Le canzoni dell’aglio, Einaudi 2014, trad Maria Rita Masci
Yu Hua - Cronache di un venditore di sangue, Einaudi 1999, trad Maria Rita Masci
David Sedaris - Me parlarebello un giorno, Mondadori 2004, trad Matteo Colombo
George Saunders - Il declino delle guerre civili americane, Einaudi 2005, trad Cristiana Mennella
Kawakami Hiromi - La cartella del professore, Einaudi 2011, trad Antonietta Pastore
Jeet Tayil - Narcopolis, Neri Pozza 2012, trad V Mingiardi
Jón Kalman Stefánsson, Paradiso e inferno, Iperborea 2011, trad Silvia Cosimini
Bai Xianyong - Il maestro della notte, Einaudi 2005, trad Maria Rita Masci 
Julie Otsuka - Venivamo tutte per mare, Bollati Boringhieri 2012, trad Silvia Pareschi
Yusuf Atılgan - Hotel Madrepatria, Calbuig 2015, trad R. D'Amora, S. Gezgin
Goli Taraghi - La signora Melograno, Calabuig 2014, trad A. Vanzan
Nadeem Aslam - Mappe per amanti smarriti, Feltrinelli 2004, trad Delfina Vezzoli
Irfan Orga - Una famiglia turca, Passigli 2007, trad L. Merlin
Per Olov Enquist, Il viaggio di Levi, Iperborea 2004, trad K. De Marco
Sabahattin Ali - La Madonna col cappotto di pelliccia, Scritturapura 2015, trad R. D’Amora

lunedì 1 gennaio 2018

Il primo racconto che ho scritto in assoluto, l'8 dicembre 1982: Quattro storie di viaggio. Devo vergognarmi?



                                                                Caelum non animum mutant

                                                                qui trans mare currunt. 
                                                                Quinto Orazio Flacco, Epistulae, I, 11, 27


                            QUATTRO STORIE DI VIAGGIO 

 La sera del 25 luglio 1982, quattro turisti occidentali si trovarono casualmente a passare la notte nel medesimo losmen di Parang Tritis, pochi chilometri ad est di Yogjakarta, nell'isola di Giava. La località era abbastanza lugubre e deserta perché i quattro viaggiatori solitari, che durante la giornata avevano passeggiato da soli lungo la spiaggia, ascoltando il frangersi fragoroso delle onde alte e minacciose, trovassero la voglia e il coraggio di abbandonare libri, lettere e diari per riunirsi allo stesso tavolo. Erano le sei del pomeriggio, ognuno aveva consumato in silenzio il suo pasto deludente, le lampade a petrolio sfrigolavano e fumavano. Per prima, una ragazza molto giovane rivolse la parola in francese al giovanotto seduto al tavolo accanto. Ma questi non diede segni di aver capito e rispose con un vago sorriso. Intervenne, in un francese stentato e con un forte accento anglosassone, un uomo sulla cinquantina, il cui aspetto rispondeva  agli stereotipi del viaggiatore occidentale che è vissuto a lungo in oriente; si era già distinto per la disinvoltura con cui si esprimeva nella lingua locale, chiacchierando confidenzialmente con la padrona del losmen. La ragazza rispose in inglese; il giovanotto sorrise e disse di essere americano; e dopo qualche minuto di conversazione a tre, l'ultimo ospite, magro, biondo, sulla trentina, smise di fingere di non capire e si unì agli altri. Disse che era tedesco, esprimendosi anche lui con disinvoltura in inglese.
    La conversazione andò avanti per un po', gradevole e generica; gli argomenti erano i soliti di tutti gli incontri tra viaggiatori, itinerari, tempi di permanenza, scambi di informazioni su percorsi, mezzi di locomozione, luoghi dove alloggiare. La ragazza però era sempre più distratta, assente, imprecisa nelle risposte alle domande che le venivano poste; finché invece di rispondere al tedesco che le chiedeva l'indirizzo di un albergo di Bali, incominciò a dire, con voce un po' ansiosa:
    "Quello di cui ho veramente bisogno di parlare in questo momento è un fatto che mi è successo nel tragitto da Yogja a qui. Di per sé l'episodio è insignificante, ma ha avuto delle conseguenze gravi, e la mia vita ha subito un cambiamento decisivo, di cui ancora non riesco ad immaginare la portata; ma sento che è definitivo, e che il mio futuro ne sarà determinato. Il futuro è per ora la parte più consistente della mia vita; come vedete, sono molto giovane; mi manca un passato cui fare riferimento, in cui cercare ragioni e cause, spiegazioni e analogie. La mia vita è, per usare un'espressione banale, un foglio bianco, una pagina vergine; e fino a pochi mesi fa anch'io ero vergine. Poi, come succede, quest'inverno ho incontrato un ragazzo della mia età, con cui ho cominciato a sperimentare tutto quello che ancora mi era ignoto; il mio corpo, il suo corpo, la sensazione di potenza e d'importanza che dà l'essere finalmente protagonisti di quanto fino a quel momento avevo solo visto al cinema o letto nei romanzi d'amore. Insomma, ognuno di voi avrà vissuto un primo amore, un amore adolescenziale; o almeno ne ha letto e sentito parlare abbastanza da farsene un'idea. Il mio amico Georges e io ne siamo stati un'illustrazione vivente. Per di più siamo anche figli di genitori giovani, democratici, e abbastanza repressi in gioventù da desiderare di facilitarci le cose; così, dopo un po' di insistenze da parte nostra, ci hanno dato la loro benedizione e i  soldi per poter realizzare il sogno di ogni ragazzo sensato, il viaggio in oriente, la mano nella mano, lo zaino sulle spalle, gli occhi spalancati sul mondo grande e misterioso. Non condannate la banalità dei nostri sogni; prima di tutto, il fatto di incontrarvi qui mi dice che anche voi ne siete partecipi; e poi, dobbiamo pure vivere i nostri miti per poterli esorcizzare, se no, che giovani saremmo?
    Siamo partiti due mesi fa, carichi di vaccinazioni e appuntamenti epistolari al fermo posta. Fino a poche ore fa, il viaggio è stato bellissimo. Le difficoltà affrontate in comune ci avvicinavano; le immagini inconsuete e gli incontri insoliti erano ancora più sorprendenti per il fatto di viverli in due; l'intimità e la tenerezza ritrovate ogni sera erano potenziate dall'ambiente esotico, meglio poi se disagiato. Oh la coscienza di essere dei privilegiati in mezzo a un mondo di deprivazioni! la gioia della povertà e dei disagi vissuti temporaneamente, per scelta e non per un fato ineluttabile! Insomma, anche queste sono sensazioni che conoscete benissimo.
    Ma per arrivare al fatto che ha modificato il corso della mia esistenza, stamattina Georges e io abbiamo lasciato la città molto presto per non viaggiare col caldo e con la speranza di passare la giornata in un posto tranquillo e isolato. Voi sapete che, dopo aver guadato il fiume a Kretek, l'ultima parte del viaggio va compiuta a piedi; così ci siamo avviati lungo il sentiero che porta a Parang Tritis. Cantavamo una canzone che era di moda quest'inverno a Parigi; parlavamo dei nostri amici rimasti in Francia; e forse un attimo di nostalgia ha oscurato la dolcezza di quella passeggiata sotto i cocchi. Io cammino lentamente; dopo un po', Georges mi ha sopravanzata di qualche metro. "Georges!" ho detto. "Visto da dietro, il tuo culo mi sembra rotondo come la luna. Le tue spalle sono cadenti! le tue orecchie appuntite! Georges, girati, non ti riconosco sotto l'ombra piumosa di questi cocchi, la tua maglietta bianca è diventata verde, il tuo zaino è una gobba orrenda che porta disgrazia!" Io non so se scherzavo o se in me parlava una Monique più sincera, che per la prima volta riusciva a dire quello che la Monique dei film per adolescenti e dei romanzi rosa non aveva mai detto. Quello che so è che non mi aspettavo che quando Georges si è girato, non l'ho più riconosciuto: le sue orecchie erano davvero appuntite, il suo naso si era allungato, le sue guance erano rosse e rotonde, la sua bocca non aveva più nessuna rassomiglianza con la dolce bocca che tutte le sere percorreva il mio corpo con timida curiosità e inconsapevole autorità; Georges non era più Georges. "Monique!" mi ha detto. "E tu chi sei? Perché le tue braccia sono lunghe, i tuoi seni mi minacciano, i tuoi capelli hanno cambiato colore, le tue unghie sono scarlatte? Monique, dove sei andata? E tu, straniera dalle  cosce magre, chi sei? Non posso continuare il viaggio con te; non ti conosco, non mi piaci abbastanza per aver voglia di affrontare con te la fatica di una conoscenza nuova, voglio tornare indietro nell'albergo accogliente dove ho dormito stanotte, dove c'erano dei ragazzi della mia età con cui potevo parlare di posti che abbiamo visitato in momenti diversi, loro con le loro amiche, io con una certa Monique che stava con me fino a poco fa e che ora non so dove sia finita." E lì, all'ombra cangiante e frusciante dei cocchi, vicino a un boschetto di manghi e banani che sembrava la pubblicità di un'agenzia di viaggi, ci siamo divisi i soldi che avevamo messo in comune e quella parte di bagaglio che apparteneva a entrambi.
    Io adesso ho il mio passaporto, dei traveller's chèques, uno spazzolino da denti tutto per me e niente dentifricio; ma so per certo che non vedrò più Georges, che in questo momento sta raccontando la stessa storia a dei viaggiatori in tutto simili a voi in un losmen di Yojakarta, e se il prossimo inverno ci incontreremo a Parigi, per strada, non ci riconosceremo neppure, perché io non sono più sicura se Georges aveva veramente le orecchie appuntite, né se il suo culo era rotondo o piatto o a pera. Ma ditemi una cosa: secondo voi, le mie cosce sono magre? e le mie unghie, vi sembrano scarlatte?"
    I tre uomini guardarono la ragazza con una certa attenzione, ma nessuno di loro sembrava aver qualcosa da dire. Forse, il cinquantenne le guardò le cosce più a lungo del necessario; forse quello che increspava le sue guance ispide era un sorriso; ma nessuno dei tre parlò per qualche minuto. Infine, il tedesco ruppe il silenzio pieno di sibili e ronzii.
    "Questa storia" disse "me ne fa venire in mente un'altra, con cui ha molti punti in comune. O forse non ne ha nessuno, e l'unica ragione per cui ci vedo una somiglianza è che anch'io ho voglia di parlarne. Potrei dirvi che è successa a un mio amico; ma nessuno mi crederebbe, quindi tanto vale che dica subito che è successa a me. Anch'io, malgrado il fatto che ora mi vedete qui solo, sono partito con una persona cara, una donna, e pur avendola molto amata, sapevo già partendo che questo era un viaggio d'addio. Le ragioni non hanno importanza; semplicemente, la nostra storia non aveva possibilità di continuare. Io ne avevo la consapevolezza totale, ma la mia amica - penso, suppongo, ma non credo di peccare di presunzione nel dirlo - sperava che questo viaggio sarebbe stato una prova d'appello. I primi tempi quindi furono molto penosi. Io cercavo di prendere le distanze, di staccarmi, lei cercava di riconquistarmi, o meglio, visto che il mio amore per lei sussisteva malgrado tutto, di legarmi a sé con la passione, facendomi verificare ogni giorno e ogni notte - soprattutto - la forza del nostro legame. Dopo un po' io riuscii a dimenticare quello che sarebbe successo al ritorno; lei, non lo so.
    Giungemmo ad Agra, città tra le più sgradevoli del mondo. Ambedue la conoscevamo già,  ma  io sono un appassionato fotografo, e volevo vedere se mi sarebbe stato possibile carpire delle immagini insolite del Taj Mahal. Arrivammo una sera in treno, e la mattina dopo cercammo di farci portare al Taj Mahal; dico cercammo perché in quella detestabile città è impossibile sfuggire alla mafia che lega i conducenti di ricsciò con i commercianti. Non riuscimmo a sottrarci e così, dopo penose visite a marmisti, liutai e antiquari, fummo sorpresi da un acquazzone e ci rifugiammo nella bottega di un gioielliere, che ci raccontò di essere un bramino, ex ufficiale in pensione alla ricerca di un po' di benessere nel commercio. Era l'una dopo mezzogiorno, faceva un caldo terribile malgrado la pioggia, e ben presto il bramino si accorse che i suoi modesti gioielli non ci interessavano affatto. Ci offrì un tè, si asciugò la fronte e cominciammo una conversazione tra le più sgradevoli che abbia sostenuto in vita mia.
    Il bramino ci rivelò di essere uno studioso di chiromanzia; non per mestiere né per lucro ma per passione, per la coscienza di avere un grande dono da amministrare in favore di tutta l'umanità, forse anche un po' per la gloria. Si dimostrò fin dall'inizio molto attratto da me. Disse che ero un uomo interessante e manifestò il desiderio di leggermi la mano per pura simpatia. Io ero lusingato e incuriosito; le mie precedenti esperienze di lettura della mano in India erano state banali, del genere "Hai la conoscenza, avrai un'eredità, otto figli e morirai a novantun anni". Mi sottoposi quindi volentieri a questa prova. La mia amica era nervosa, il bramino non le rivolgeva mai la parola, sembrava non la considerasse altro che un accessorio, uno dei tanti elementi del complicato bagaglio dei viaggiatori occidentali. L'unica volta che le aveva rivolto la parola era stato per chiederle se eravamo sposati; avuta una risposta negativa, assunse con lei un comportamento così villano che neanch'io l'avrei tollerato in altre circostanze; ma una strana tensione e una frenesia di conoscere il mio destino mi stava facendo perdere la percezione di tutto quello che mi circondava, compresa la mia amica e il suo crescente disagio.
    La lettura della mano cominciò e una tensione quasi intollerabile si instaurò tra di me e l'uomo che mi teneva la mano destra. Dopo una mezz'ora trascorsa nel silenzio più assoluto, in cui si sentiva solo il nostro respiro affannoso e i rumori della via, ora assolata e addormentata nel calore del primo pomeriggio, il bramino si interruppe, mandò un ragazzetto che ci aveva presentato come suo figlio a prendere degli altri bicchieri di tè (solo a me aveva chiesto se preferivo tè, caffè o una bibita fresca, era sottinteso che la mia amica avrebbe bevuto quello che io avevo scelto) e incominciò a raccontarci una serie di storie incredibili a riprova della sua capacità di divinazione. La più terribile che ricordi era questa: aveva predetto alla moglie, che non voleva crederci, la morte della figlioletta più giovane. Giunto il giorno segnato dalle stelle, la bambina era vispa e allegra come sempre; ma verso mezzogiorno aveva cominciato a manifestare i primi segni della malattia e al tramonto era morta. La moglie ne portava ancora il lutto; ora stava al capezzale di un altro figlio ammalato. La mia amica poco dopo fu invitata a visitarla nelle sue stanze, e ritornò col racconto di una donna  giovane e affranta, prostrata accanto a un bambino febbricitante; ancora in grado, però, di apprezzare il regalo di un campioncino di profumo francese e di chiederne altri.
    Il bramino mi prese la sinistra e disse: "C'è una donna nel tuo futuro; ora leggerò la mano di questa donna qui, per vedere se è lei". Alla fine della lettura disse, rivolgendosi sempre ed esclusivamente a me: "Non ti preoccupare di costei; lei non c'entra; la donna che conta è un'altra". La mia amica a questo punto uscì; credo che volesse respirare un po' d'aria, fuori dall'atmosfera soffocante del piccolo negozio tappezzato di stuoie in cui il bramino continuava a fumare senza interrompersi che per bere o asciugarsi la fronte. Ma in strada il sole era bruciante, l'uomo del ricsciò insisteva per portarci in altri negozi, e dopo pochi minuti lei era di nuovo dentro. Il bramino la guardò severamente. "Sei mia ospite" disse "e dunque che cosa vai a fare in strada, non stai bene qui da me?" Io mi rendevo benissimo conto che lei era sull'orlo del crollo nervoso, ma non riuscivo a sottrarmi all'eccitazione che mi trasmettevano quelle mani sudate che tenevano le mie, quella fronte sudata che mi stava davanti, quel respiro che a momenti diventava un rantolo. Le ripetevo: "Sento un fluido quando mi tiene le mani, è una cosa che non ho mai provato, quest'uomo ha dei poteri". Lei annuiva. Il caldo, la tensione, la stanchezza mi annebbiavano la mente a tal punto che mi era ormai impossibile parlare o comprendere l'inglese e la mia amica faceva da interprete in questo dialogo virile dal quale era esclusa.
    Continuò così tutto il pomeriggio; prima la destra, poi la sinistra, poi le due palme insieme; le mie mani, quelle della mia amica. Il sole tramontò, giunse la sera e alle sette e mezza ci rendemmo conto che ci restavano solo due ore per tornare all'albergo, fare una doccia, mangiare qualcosa e prendere i bagagli; il nostro treno partiva alle nove e mezza. "Tornate tra un'ora" disse il bramino "vi darò il responso della mia lettura; lo scriverò di mio pugno e avrete il tempo di leggerlo con calma in treno". La cena fu triste e silenziosa; io e la mia amica ci incontrammo un attimo davanti allo specchio del lavandino del ristorante, lavandoci le mani prima del pasto; ma i nostri occhi non riuscirono a incontrarsi nemmeno lì, e abbassammo lo sguardo, scivoloso e sfuggente come il sapone che rigiravamo tra le mani. Sul ricsciò che ci conduceva dal bramino rimanemmo in silenzio; e ritirando i fogli scritti con calligrafia ondulata e approssimativa, ci veniva difficile pronunciare le parole di ringraziamento che la situazione richiedeva. "E' da questa mattina che non mangio" disse il bramino che continuava a sudare, "per scrivere questi fogli non ho potuto cenare".
    Alla stazione il rumore e la folla erano così simili al rumore e alla folla di qualsiasi stazione indiana che ne fui quasi consolato; eppure, sono sicuro che Agra non è simile a nessun'altra città indiana. "Vado a riempire il termos di tè" disse la mia amica. Mancavano tre minuti alla partenza, per cui dissi "No, aspettiamo la prossima stazione, non c'è fretta, il tè si trova dappertutto". Ma lei scese, con il termos stretto in mano e la sua borsa a tracolla. Questo mi stupì un po'. I tre minuti passarono, e il treno cominciò a muoversi. Non ero ancora preoccupato; i treni indiani sia avviano così lentamente che anche uno sciancato riuscirebbe a salirvi. Ma la mia amica che non era sciancata era lì ferma davanti al finestrino, immobile con il suo termos in mano, e sul suo viso non c'era nessuna espressione, solo delle gocce di sudore come sul viso del bramino chiromante. Non l'ho più vista né la rivedrò più naturalmente. Ora io posseggo due pettini, due spazzolini da denti, due zaini, due sacchi a pelo; ma lei, vorrei sapere, che tipo di viaggio può fare con un termos come tutto bagaglio?"
    Questa volta il silenzio non durò a lungo. Il giovanotto americano sbottò impetuosamente, senza quasi attendere che l'altro chiudesse la bocca:
    "L'unica cosa che provo sentendo le vostre storie è invidia. Vi invidio perché tutti e due siete partiti con qualcuno; con un progetto, un sogno, preparato in comune, con una persona disposta a dividere con voi le esperienze e il letto. Ma io sono partito da solo: e orgoglioso, fiero della mia solitudine scelta e voluta. Sono in viaggio ormai da quasi un anno. Per qualche mese, ogni giorno mi sono congratulato con me stesso per la mia forza e la mia capacità di bastare a me stesso. La solitudine amplificava qualunque sensazione provassi; quali emozioni squisite, intensissime, ho ricavato dalle mie passeggiate solitarie lungo i ghat di Benares o sui sentieri rocciosi che portano ai monasteri del Ladak! Com'era importante non dover dividere con nessuno i pensieri altissimi e profondi che sgorgavano dal mio cervello sovreccitato dopo una giornata di perfetta solitudine passata a remare sul Dal Lake! E ogni incontro casuale, sia con altri viaggiatori che gli abitanti dei luoghi che visitavo, lo vivevo con totale disponibilità e un brivido di eccitazione per le potenzialità che portava con sé.
    Fu solo quando giunsi in Tailandia che qualcosa cominciò a non funzionare più. Dapprima si trattò di futili segni che in altri momenti avrei liquidato ridendoci sopra; ma la solitudine, e lo stato di eccitazione cui la solitudine aveva portato la mia mente, mi costrinsero ad affrontare il fatto che una crepa di disagio cominciava a incrinare la facciata della mia serenità. Mi rifugiai su di un'isola. Le spiagge erano splendide, la vita si snodava impercettibilmente secondo ritmi lentissimi che tuttavia non lasciavano tempo per pensare a niente, né per desiderare altro che non fosse un tramonto per completare un'alba, e un'alba per completare un tramonto... finché una mattina al  risveglio trovai un cobra arrotolato ai piedi del letto. Non fu la paura della morte a farmi abbandonare l'isola, ma la consapevolezza che qualche forza oscura, dentro o fuori di me, stava moltiplicando i segni di avvertimento. Stava succedendo qualcosa di cui non avevo più il controllo, e l'unica soluzione che mi venne in mente fu la fuga.
    La sera dopo ero a Kuala Lumpur; per qualche giorno mi divertì l'assurda mescolanza di Cina e Islam, di Hilton ed edifici vittoriani; poi sentii la necessità di abbandonare la città, di rifugiarmi in un posto tranquillo, di rivedere il mare. Scelsi Port Dickson perché era vicina alla capitale; ero stanco di spostamenti lunghi e faticosi. Arrivai nel primo pomeriggio e mi accorsi immediatamente che avevo fatto una scelta infelice. La cittadina era squallida, i caffè sul lungomare vuoti, la gente mi guardava insistentemente con curiosità malevola, il mare era una viscida distesa di fango nero e puzzolente... Alle sei di sera ero seduto sulla veranda della guest-house, profondamente annoiato e depresso, chiedendomi come avrei passato la serata. Vi erano solo altri due ospiti, una coppia malese che dopo tre minuti di conversazione se ne andò in  qualche  luogo di divertimento e perdizione celato nei dintorni.  Un ragazzetto mi portò un piatto di rambutan, aperti e preparati, da parte del manager, impietosito dalla mia figura solitaria sulla veranda, avvolta da una nuvola spessa di zanzare e incapace di inventare un modo per passare piacevolmente il tempo.        
    Io non so se la colpa sia stata dei rambutan, frutti che ho sempre detestato per il loro aspetto osceno, tanto più quando sono spaccati in due come quelli che stavano sul piatto davanti a me; o se fu la rabbia di vedere che la mia preziosa solitudine era oggetto di compassione per un infelice abituato a vivere in un posto tanto squallido; so solo che mi alzai, andai in camera a prendere un pacco di carta da lettera e per tutta la notte scrissi, scrissi, scrissi, lettere orribili e sincere a tutti i miei amici in America, lettere di quelle che non si dovrebbero scrivere mai, lettere che non si potranno mai più cancellare né strappare perché non chiedevano niente, non portavano niente, dicevano solo cose a cui nessuna amicizia potrà mai sopravvivere, per quanto io possa dire o fare per tutto il resto della mia vita. Ed erano lettere sincere: non una parola   scritta quella notte mi sembra inutile o falsa: solo che ci sono parole che non dovrebbero uscire dalla bocca o dalla penna in nessun caso, per quanto calda, opprimente e piena di zanzare possa essere la notte. Scrissi fino all'alba; e la mattina dopo, quando l'ufficio postale aprì, ero il primo della coda che aspettava fuori.
    Ora le mie lettere sono arrivate a destinazione da molto tempo, io ho continuato il mio viaggio e ancora per qualche mese non ritornerò in America. I segni non si sono più ripetuti, ma il mio disagio è cresciuto col tempo. Adesso odio la mia solitudine, che mi sembra una pianta maligna che mi soffoca con la sua ombra velenosa; ma quella sera sulla veranda della guest-house di Port Dickson, quel piatto di rambutan, l'hanno resa una condizione stabile, il bastone intorno a cui la mia vita si avvolge, e quando sarò di ritorno in America potrò verificarne la misura e la portata, e diventerà definitiva."
    Ancora una volta si fece silenzio intorno al tavolo, sotto al lume sfrigolante. Giunse silenziosamente la padrona; si affaccendò per qualche istante intorno alla fiamma sottile e fumosa, che alla fine si erse chiara e brillante. La donna se ne andò, ma i quattro rimasero in silenzio; la ragazza e il tedesco sembravano addormentati. Il viaggiatore che non aveva ancora parlato disse:
    "Naturalmente ora è il mio turno: e anche se il pubblico è distratto, non perderò quest'occasione. Anche io, come voi, sono un viaggiatore, ma la mia non è una condizione temporanea. Il mio viaggio è cominciato più di vent'anni fa, e non è ancora terminato. I miei genitori erano olandesi; ma io trascorsi l'infanzia e la giovinezza, fino alla fine degli studi universitari, in Inghilterra. Durante questo periodo vidi i miei genitori forse due volte; vivevano a Giava, dove mio padre possedeva delle piantagioni. Un giorno mi giunse la notizia che erano morti entrambi, a pochi giorni di distanza l'uno dall'altra, vittime di una malattia tropicale di cui non ricordo il nome. La notizia di per sé non mi sconvolse, ma mi attirava l'idea di vedere quei paesi di cui mi parlavano nelle loro lettere e dove io non ero mai stato. Venni a Giava, liquidai i miei possedimenti (appena in tempo perché i giorni degli olandesi in Indonesia erano contati) e partii alla conquista del mondo. Ma mi fermai quasi subito, a Singapore. Avevo incontrato una ragazza, una cinese, e con lei e altri membri della sua numerosa famiglia misi su un'impresa commerciale che prosperò e prospera tuttora; almeno così credo perché ho lasciato Singapore da alcuni mesi, e non ho mantenuto i contatti con nessuno. Il mio viaggio ora è una fuga. Sono fuggito dal benessere, da una casa troppo accogliente, da una donna con cui vivevo da vent'anni, da due figli adolescenti. Sono fuggito perché mi sono ricordato improvvisamente che vent'anni fa ero partito alla conquista del mondo, e mi sono fermato alla prima tappa. Sono partito, ma non sono ancora arrivato da nessuna parte, e nel mio viaggio manca un episodio da raccontare la sera per ingannare la noia e dimenticare le zanzare. Niente di quello che ho vissuto ha abbastanza valore da essere tradotto in parole.
    La mia storia può essere raccontata al futuro: un giorno sbarcherò in qualche porto lontano, alle Molucche o in Nuova Guinea, e in una baracca sul molo un allegro poliziotto mi darà un formulario da riempire. Motivo della visita: turismo? affari? studio? o altri, meno confessabili? E io scriverò, in stampatello accurato: conquista del mondo, ricupero di sogni adolescenziali. Durata della visita? una vita, risponderò, anche se forse la mia è già finita e neanche me ne sono accorto. Luogo di provenienza? un lungo sonno. Prossima tappa prevista? non lo so, è molto tempo che ho smesso di cercare di prevedere il futuro. A questo punto il poliziotto sarà molto meno allegro; e con ogni probabilità il mio passaporto sarà trattenuto, e qualcuno scoprirà un'irregolarità nel visto. Intorno a me ci saranno cinque o sei poliziotti, altrettanti doganieri, un corrispondente del console olandese e almeno un missionario. "Caro signore" mi dirà qualcuno nella mia lingua natale "ma lei è sicuro che era proprio diretto qui?" "No di certo" risponderò "non ne sono sicuro affatto." "Allora ci pensi bene: la sua nave è ancora nel porto, lei è ancora in tempo a ripartire." "Occhèi padre" risponderò "lei ha ragione, questo non era certo il luogo cui ero diretto; d'altra parte non ho idea di dove ero diretto. Volevo conquistare il mondo; lei sa dov'è, per caso?" "Bravo ragazzo, vedo che lei ha perfettamente capito il punto; sia gentile, prenda i suoi bagagli e riparta; vedrà che a bordo si troverà benissimo, il capitano è un'ottima persona, molto comprensivo". E la stessa cosa succederà quando sbarcherò a Darwin, a Christchurch, o a Papeete; finché anch'io incontrerò un bramino chiromante, o troverò un sentiero all'ombra dei cocchi, o una veranda afosa e un piatto di rambutan. E forse la prossima volta che mi troverò a scambiare esperienze con dei casuali compagni di viaggio, racconterò proprio questa serata a Parang Tritis. Oppure domani ritornerò a Yogjakarta e prenderò un aereo che mi porterà indietro, a Singapore, e magari scoprirò che nessuno, in questi mesi, ha avuto il tempo di accorgersi della mia assenza. Ma vedo, cari signori, che la mia storia priva di fatti e tutta proiettata nel futuro non vi diverte molto. Buona notte."
    In effetti, gli altri tre viaggiatori si erano addormentati e, scivolati sulle  scomode sedie, giacevano ora nelle pose più scomposte. Al saluto dell'olandese si riscossero a fatica, mormorarono un "Buona notte" frettoloso, poi ognuno raccattò le proprie cose e si ritirò nella propria stanza.
    La mattina dopo, a colazione, i tavoli occupati erano di nuovo quattro; e quando l'olandese, poco più tardi, attraversò la tettoia del ristorante con una sacca da viaggio sulla spalla e si avviò verso il sentiero che portava in città, nessuno alzò la testa da diari, lettere e libri per augurargli buon viaggio né per chiedergli quale fosse la sua meta.           

venerdì 22 dicembre 2017

Consigli per gli acquisti natalizi: bei libri da regalare agli amici. Adriana B. Ferrari, Loris Maria Marchetti, Darinka e Desy, Anna Maria Dalla Torre, Paola Gamna, Mariagrazia Nemour, Roberto Turolla

Qui alcuni libri consigliatissimi, più che consigliati; tutti, se non sono in vetrina nella libreria sotto casa, facilmente reperibili in rete in versione cartacea quindi non ci sono scuse. Se siete arrivati fin qui siete capacissimi di trovarli. Sono diversissimi, quindi in grado di soddisfare ogni tipo di gusti. Allora.

Cominciamo con Strade paralLele di Adriana B. Ferrari. Più di 400 pagine di poesie appassionanti come racconti e altrettanto limpide, che riuniscono sotto un unico titolo i cinque già pubblicati e alcuni inediti di un'artista, oltre che della parola, anche del collage. Grande maestria metrica e stilistica, che spazia dall'endecasillabo all'haiku all'acrostico, e un continuo, lucido e ludico ragionare con se stessa e con un "tu" sfuggente e sempre presente: Che fossi tu quello che nel passare - / avevo solo diciannove anni - / una sera ha lanciato un impietoso / "Brutta!"? No, inverosimile, sapendo, / conoscendoti adesso come sei...

 
Raffinatissima operazione di ricupero del ricordo e delle ondivaghe passioni dei vent'anni, Le imperfette quadriglie d'agosto di Loris Maria Marchetti si pone come una danza, appunto, fatta di avvicinamenti e allontanamenti, repulsioni e attrazioni, all'interno di un gruppo di ragazzi in vacanza a Milano Marittima negli anni '60 del secolo scorso. Sullo sfondo di miti, comportamenti, musiche e aspettative tipiche di quegli anni, l'esile vicenda di Eliana e dell'io narrante si dipana a passo di danza in una prosa elegantissima, sorvegliata con la cura e la sapienza dei classici, senza nessun cedimento alla retorica della nostalgia, attraverso un'analisi continua dei moti del cuore, quasi prustiana per precisione e complessità.





Altrettanto prezioso Salva con nome di Paola Gamna, sottotitolo Manualetto di scrittura di memorie familiari. E' una tentazione di molti raccogliere e scrivere le memorie della propria famiglia, ma spesso il piacere della ricerca necessaria si scontra poi con la fatica di dar loro una forma narrativa. Il manuale di Paola Gamna fornisce gli strumenti necessari con grazia e ironia, dà indicazioni sulla scelta dei punti da sviluppare, con frequenti interessantissimi esempi presi da libri che, appunto, trattano la memoria. Infine nella sezione "MG" dà un esempio del suo metodo ricostruendo al figura del padre, e sullo sfondo, di una Torino borghese della seconda metà del novecento. E non manca un eserciziario, per i più diligenti.    
                 


 Con Un martedì di pioggia e altre storie di Lionello Capra Quarelli entriamo nel campo del noir, graditissimo ai lettori. Quattro inchieste del commissario De Nicola, ognuna un piccolo giallo perfetto che possiamo seguire dall'inizio alla fine nel breve spazio di una cinquantina di pagine. Il protagonista ha tutto l'armamentario necessario per diventare un eroe amatissimo, sia per il bell'aspetto e il carattere complesso che per i rapporti intriganti con la fidanzata Maria, collega all’Ufficio Stranieri, la bella PM Enrica Risso e una vice ispettore in totale adorazione. L'ambiente è sempre Torino declinata in tutte le sue sfumature. Veloci e privi di compiacimento, ci portano nel cuore del delitto e poi si affidano alla lucida intelligenza di De Nicola per risolverlo.  




E per riprendersi dalle emozioni del crimine, niente di meglio che Le profumiere di Darinka e Desy, dove Darinka Mignatta, pittice, illustratrice e fumettista, e Desy Icardi, attrice, scrittrice, cabarettista, umorista, blogger (https://patataridens.wordpress.com/) si scatenano in un perfido e divertentissimo manuale scientifico e sistematico in cui le profumiere vengono analizzate, catalogate e inchiodate alle loro (tremende) responsabilità. E chi sono le profumiere? Quelle che non la danno mai ma, secondo la ben nota espressione, la fanno spesso annusare. In pratica tutte le stronze: qui si analizza ogni categoria di femmina terribile, quelle da cui è meglio scappare lontani. Darinka e Desy ci offrono uno strumento per riconoscerle facendoci divertire alle loro spalle, vendicandoci di tutte le volte che ci hanno fregato con la loro abilità di fragranti gattemorte.    




Adattissime al Natale le Favole in Piemonte - Masche, esseri fatati e creature magiche di Anna Maria Dalla Torre, illustrate da Fernanda Dalla Torre, sorella dell'autrice. Si sa che in Piemonte circolano numerosi esseri magici e ci sono parecchi luoghi fatati, propizi agli incontri misteriosi. Qui fiabe e leggende vengono gradevolmente variate e storicizzate, dando nomi precisi ai luoghi e spesso anche ai protagonisti, che sotto la trasparente deformazione dei loro nomi sono perfettamente riconoscibili. Contro i loro soprusi combattono i piccoli, gli umili, aiutati dalle creature magiche, spesso anche animali, sempre pronti a dare una mano (o una zampa) a chi è in difficoltà. Oltre alla tradizione orale le fiabe si rifanno ai modelli letterari di Guido Gozzano e Edoardo Calvo, che dal folklore hanno tratto ispirazione.
 

Tutt'altro che favole sono quelle di cui parla Mariagrazia Nemour in Bianca non era a Shatila. Qui siamo nel Canavese, ma non si tratta di un piccolo mondo antico: lo sguardo è aperto sul vasto mondo e i problemi che lo dilaniano oggi, immigrazione e razzismo e integrazione, Palestina e islam, ma anche un amore difficile e coraggioso e ricordi della Resistenza e della guerra, passione per il Toro e le Alpi, la famiglia e i nuovi abitanti delle valli, insomma la vita di oggi con tutte le sue difficoltà e le sue bellezze. Lieve malgrado gli argomenti e profondamente sincera, la penna di Mariagrazia Nemour ci racconta sommessamente la storia di Veronica, Kais, Bianca e molti altri.  




Dieci racconti sul tema del buio di Roberto Turolla, con prefazione di Massimo Tallone e postfazione dell'autore. Premessa indispensabile: Roberto Turolla è un non vedente dalla nascita. E per usare le parole di Massimo Tallone, il non vedente "come fa a costruire un mondo di oggetti mentali che corrisponda a quello dei vedenti?". La risposta è una sola: "la letteratura è il patrimonio di immagini mentali condivisibile tra vedenti e non vedenti". Attraverso la letteratura Roberto Turolla, liceo classico e una laurea magistrale in letteratura, filologia e linguistica italiana, si è creato il patrimonio che gli ha permesso di scrivere i racconti in cui dieci personaggi (in parte immaginari in parte storici o cinematografici) si trovano in situazioni estreme in cui la luce manca del tutto, protagonista e autore condividono la medesima situazione e il lettore non percepisce altro. Il risultato è che "Qui ci sono soltanto due protagonisti: un autore e un libro".    

lunedì 11 dicembre 2017

Lo sapevate che anche gli islandesi picchiano le donne? Arnaldur Indriðason, La signora in verde

Mi perdonerà di sicuro Arnaldur Indriðason, scrittore islandese di successo, se uso il suo romanzo La signora in verde (anche questo un libro antico, del 2001, publicato in Italia nel 2006 da Guanda e da me acchiappato in qualche offerta speciale Kindle) per fare un paio di riflessioni antipatiche. Premetto che il romanzo non mi è dispiaciuto e mi astengo da giudizi perché non sono un'appassionata di gialli (li chiamo così anche se so che ormai o sono noir o sono thriller, la versione italofona non ha più corso) per cui non ho l'autorevolezza per farlo. 

Ciò che mi è venuto in mente è: ma è possibile che a nessuno siano venuti a noia i cliché senza i quali pare che nessun giallo possa esistere? Questa riflessione mi ha colpito particolarmente perché un classico che negli altri è spesso metaforico (lo scheletro sepolto) in questo romanzo invece è reale e dà, onestamente e senza pretestuosità, inizio alla vicenda. Ma la storia del passato sepolto che torna alla luce e determina il presente è talmente scontata e prevedibile che dovrebbe essere vietata per legge. Inoltre il più delle volte rende molto facile indovinare (o capire) la conclusione della vicenda (vedi Resa dei conti di Petros Markaris). L'altro aspetto che trovo veramente stucchevole al limite della nausea è la preponderanza dei fatti privati del detective, in questo caso Erlendur Sveinsson della polizia di Reykjavík, sfigato e pasticcione e infelice e pieno di casini famigliari a livelli preoccupanti. Perché un tizio che nella sua vita è riuscito solo a combinare pasticci dovrebbe essere capace di risolvere quelli altrui? E diciamocelo una volta buona, i Wallander e compagnia bella hanno veramente stufato. Molto meglio i razionali alla Montalbano, ma anche lì delle storie di Livia, Mimì e le sue donne, non se ne può più. 

Sfogata così la mia personale stufaggine, posso dire che questo La signora in verde è meglio di Sotto la città o almeno mi ha annoiato di meno. La vicenda si svolge su due piani temporali, uno nel passato di cui è protagonista una donna malmenata da un marito violento e uno nel presente, che segue le indagini di Erlendur. Leggetelo se vi piace l'argomento "violenza domestica" così alla moda (qui bisogna dire che l'autore è stato un precursore, ma direi che l'argomento è una sua fissa), se vi piace un'indagine tutta fatta di visite a vari testimoni non sempre facili da distinguere, e se riuscite a non indovinare l'assassino dalla prima volta che viene nominato. Io ho trovato molto meglio la parte ambientata nel presente, e un po' noiosa quella che segue nel passato le vicende della donna picchiata dal marito. E mi resta una domanda: ma non ci hanno sempre raccontato che sti nordici sono tanto civili? Allora non era proprio sempre vero?  
La bella traduzione è di Silvia Cosimini.

venerdì 8 dicembre 2017

Che cosa succede quando uno scrittore si innamora di un altro scrittore: Julian Barnes, Il pappagallo di Flaubert

Può sembrare strano scegliere di parlare oggi di un libro uscito nel 1984, e in effetti lo è.
Finora di Julian Barnes avevo letto solo Il senso di una fine (di cui è uscita recentemente una sciapissima versione filmica, L'altra metà della storia), che mi è piaciuto ma non mi acchiappato per il fatto che la storia non è particolarmente nelle mie corde, ma mi ha lasciato il ricordo di un libro scritto magistralmente. E anche questo Il pappagallo di Flaubert è scritto benissimo, e mi conferma nella mia convinzione che la scrittura è tutto. Questo è il motivo per cui ne parlo.

Ora, cerchiamo di capirci. Con scrittura non intendo dire pretenziosità, registro alto, ricercatezza, stile iper raffinato. Intendo parole scelte per dire quello che si vuole dire: quindi prima di tutto sapere che cosa si vuole dire, e poi saper usare le giuste parole, il tono, l'alternanza dei contenuti, tenere alta  l'attenzione del lettore perché si vede, è evidente, che quello che dice interessa prima di tutto l'autore. Il pappagallo di Flaubert parla esattamente di questo, cioé del pappagallo di Flaubert, oltre che di mille altre cose, in maniera apparentemente svagata e divagante, passando con facilità da un aspetto all'altro della vita di Flaubert o delle sue opere e personaggi, senza mai cadere nell'erudito, nella critica letteraria, nella barba della biografia. Gli aspetti di cui ci parla Julian Barnes sono spesso concreti, materiali (gli animali, i luoghi, gli oggetti) e altre volte spaziano tra gli amici dello scrittore, i suoi viaggi, gli amori, le lettere. La famiglia. Gli spunti da cui possono essere stati tratti i personaggi. E così via, in un continuo (apparente) divagare e affabulare.

In realtà forse la cornice narrativa (il romanzo è in prima persona, e il narratore è un medico inglese, vedovo, che si reca in Normandia, e ovviamente a Rouen, sulle tracce dello scrittore amatissimo) mi è parsa la parte meno interessante, che in qualche punto interrompe il tessuto narrativo così variegato e accattivante. Ma è un'osservazione superficiale, forse a una seconda lettura troverei del tutto necessarie le parti dedicate alla moglie defunta e altre. Ma quello che mi ha colpito moltissimo leggendo, è che mi sono sciroppata con grande piacere e desiderio di tornarci quando interrompevo, tutto un volume su un autore di cui, sinceramente, poco mi interessa. Ho letto a suo tempo, nella prima giovinezza, Madame Bovary, L'educazione sentimentale, Trois contes, Il dizionario delle idee correnti e forse altro; ne ho tratto godimento e giovamento, ma non sono rimasta toccata nel profondo come da altri scrittori dell'Ottocento. Il che non vuole dire che non ne pensi tutto il bene possibile, che non mi renda conto della sua importanza, ma semplicemente che non avevo una spinta particolare a affrontare Il pappagallo di Flaubert. Quindi tutto il merito va a Julian Barnes e alla maestria della della sua scrittura, irresistibile anche in totale mancanza di un plot avvincente, anzi di un qualsiasi sviluppo narrativo.

Perciò lo consiglio vivamente sia agli appassionati di Flaubert che a tutti quelli che amano leggere per divertirsi e far funzionare il cervello, disposti a seguire l'amabile e vivace discorso di un innamorato (come lo è Barnes di Flaubert) per nulla geloso, che vuole condividere con noi tutto quello che sa, o immagina, o inventa, sull'oggetto del suo amore. Bella traduzione di Susanna Basso.
E presto leggerò Il rumore del tempo, anche se di Dmitrij Šostakovič nulla so e poco m'importa.         

lunedì 4 dicembre 2017

A morte i democratici: Petros Markaris, Resa dei conti

Avevo giurato che non avrei più letto nessuna storia di Petros Markaris, perché mi hanno stufato le
storie di Adriana, i ghemistà, Caterina, Fanis e i consuoceri, il traffico tra Singrou e Sintagma, le manifestazioni, il dizionario, la Mirafiori che adesso è diventata una Seat, insomma tutto l'armamentario iperipetitivo di Costas Charitos. E i suoi intrighi piuttosto noiosi e prevedibili. Ma siccome la coerenza non è tra le mie vistù, in un momento di debolezza ho scaricato Resa dei conti (ed.orig. 2012) e in un altro l'ho letto.

La vicenda è ambientata in una specie di presente immaginario in cui la Grecia, l'Italia e la Spagna hanno abbandonato l'euro ritornando alle vecchie valute nazionali. Il ritorno alla dracma fa salire alle stelle l'inflazione, lo stato decide il blocco degli stipendi, tutti sono in miseria nera e fanno rinunce su rinunce. Persino quella rompiballe di Adriana elimina la carne dai suoi manicaretti e va giù di zucchini e scarola. Comunque, questo lo sappiamo tutti, io che amo i greci e ho la Grecia tra le mie seconde patrie, ne sono dispiaciutissima e spero che venga presto il momento della riscossa (prima che se la siano comprata tutta i tedeschi e i cinesi).

La storia è presto detta e come sempre prevedibilissima (io che non sono un'aquila e frequento poco gialli e thriller avevo capito chi era il colpevole diciamo prima della metà): in sequenza tre ricchi ateniesi (un costruttore, un insegnante di politecnico e un sindacalista) vengono trovati morti, c'è un messaggio dell'assassino che li lega e scavando nella loro vita viene fuori che tutti e tre appartenevano alla generazione del Politecnico e avevano fondato le loro fortune sull'aver contribuito alla fine della dittatura dei colonnelli

Ora, che né Markaris né Charitos siano di sinistra lo sapevamo da mo', e andava benissimo. Ma sono rimasta veramente colpita da questa vicenda in cui i cattivi sono gli ex giovani della generazione che ha vissuto e respinto la dittatura militare - e a lungo sono stati considerati eroi nazionali. In questo libro sono la feccia della società, corrotti, disonesti, mafiosi, ignoranti e delinquenti, a loro è dovuta l'attuale rovina della Grecia, tanto che si capisce benissimo che l'autore pensa che le tre vittime hanno avuto proprio quello che si meritavano. Mi ha fatto molto pensare, visto che ricordo bene quegli anni e mi chiedo se si tratta di un'opinione condivisa da molti in Grecia. Non ho voglia di affrontare un discorso complesso, sgradevole e che mi fa stare male. Però è così, e è quello che mi è rimasto di più del romanzo.

Per il resto come giallo secondo me Resa dei conti vale poco, ma dà un'immagine vivida delle difficoltà di vivere in un paese in bancarotta, e di questo bisogna dare il merito a Markaris che con il suo modo di scrivere più che semplice e attaccato ai particolari concreti, tutto sommato leggero e veloce, disegna efficacemente una società molto confusa, nervosa, angosciata e incerta sulle gambe. La bella traduzione è di Andrea Di Gregorio.