mercoledì 24 dicembre 2014

Julio Monteiro Martins, uno scrittore e un uomo che non dimenticheremo

Julio Monteiro Martins è mancato oggi, nelle parole della sua compagna Alessandra "oggi il nostro Julio ha deciso di lasciarci, che era giunto il momento, se n’è andato sereno, tranquillo, lucido, circondato dall’amore della sua famiglia e degli amici e senza soffrire decidendo di lasciarsi addormentare per poi piano piano scivolare nel suo sonno eterno. La malattia l’ha affrontata da guerriero qual era, con coraggio, senza risparmio di forze e anche con fede, una fede laica, e speranza perché lui era così: un uomo che sapeva raccontarsi una realtà più felice di quella che era, un uomo che volava e immaginava cose belle". 
Io l'ho conosciuto vent'anni fa a Lucca, quando con l'amica Giuse Lazzari, anche lei scrittrice, ho frequentato un corso tenuto da Julio nell'ambito della manifestazione "Scrivere oltre le mura" da lui organizzata. Una settimana stimolante e piena, con le lezioni tenute in una casamatta sulle mura della città la mattina, e incontri con scrittori al pomeriggio. Ne ho conservato un ricordo prezioso legato all'interesse delle lezioni, allo spessore umano e intellettuale di Julio, al piacere che dava ascoltarlo parlare con il suo incantevole accento brasiliano, al fascino della cornice bellissima, e anche all'amicizia stabilitasi in quell'occasione che ha portato a una collaborazione durata negli anni, a una mia partecipazione alla rivista Sagarana, al mio costante interesse per i suoi libri, e proprio negli ultimi tempi, grazie alla sua segnalazione ci siamo trovati insieme nelle pagine di HOTell, Storie da un tanto all'ora, uscito quest'estate.
E non lo dimenticherò, non lo dimenticheremo. E rimarranno i suoi libri a ricordarlo anche a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo.
Qui di seguito, la recensione di un suo libro uscito da Besa nel 2005. 

JULIO MONTEIRO MARTINS 

MADRELINGUA

 Che cosa pensereste di uno scrittore che, dopo avervi messo sul gusto presentandovi i suoi personaggi, mettendoli in movimento, lasciasse voi e loro nel bel mezzo dell’azione appena iniziata per stilare una “piccola enciclopedia arbitraria” di voci fugacemente apparse nel testo? Che vuole esasperare il lettore, o non sa più come andare avanti, o semplicemente è pazzo. Invece Monteiro Martins sa benissimo dove vuole andare, e lo fa con coraggio e maestria, conducendoci per mano nel suo gioco divertente e pieno di intelligenza. Piazza Mané, sessantenne “consumatore di bellezza”, la sua amante K43, il bancario-cinefilo Salvo e Mercedes, espatriata colombiana, su una scacchiera e li fa muovere da un narratore quarantaseienne che assomiglia pericolosamente a Mané e da un petulante secondo narratore che interviene di continuo, in parentesi quadra, a sbugiardare e irridere il primo. L’intento, dichiarato nel preambolo, è quello di scrivere un romanzo decostruito, un’architettura matta, con scale che portano nel vuoto e pareti inesistenti. L’uso insistito del dialogo, tipico di Monteiro Martins, si alterna a citazioni di altre opere dell’autore (Racconti italiani, LN – LibriNuovi 17, primavera 2001 e La passione del vuoto, LN – LibriNuovi 29, primavera 2004), a digressioni sull’attuale situazione politica italiana (con un minaccioso Lui che incombe sulla società con la sua volgare e subdola pretesa di ridurre tutto a commercio), a considerazioni generali, persino a incantate descrizioni della natura. Il teatro dell’azione è una Firenze tra bellezza e sfascio ma altrettanto potenti e presenti sono la Colombia violenta del degrado sociale e il Brasile dei ricordi d’infanzia. Le voci dell’enciclopedia privata sono un piacere prezioso nel loro erratico vagare tra il calcio di Pelé e Garrincha, il cinema di Benigni e De Sica, Borges, Pasolini e gli zombie. Alla fine l’istinto del narratore prende il sopravvento, quasi impietosito di fronte alle aspettative di chi legge, Monteiro Martins ci regala la possibilità di dare uno sguardo sui destini dei personaggi, e persino un lieto fine multiplo ma senza troppe certezze.

Un libro agile che si legge d’un fiato, in cui il gioco metaletterario e la densa ma veloce tentazione saggistica non appesantiscono mai il piacere genuino della parola narrativa, spiritoso e ricchissimo di temi che non possono essere esauriti nel breve spazio di una recensione.



lunedì 22 dicembre 2014

Perché è un bel libro e perché facciamo il tifo per Julio: Julio Monteiro Martins, La passione del vuoto



Pubblico questa recensione comparsa a suo tempo su LN-LibriNuovi (La passione del vuoto è del 2003) perché aderisco a una iniziativa degli amici di Julio Monteiro Martins

JULIO MONTEIRO MARTINS
LA PASSIONE DEL VUOTO

Di Julio Monteiro Martins, scrittore brasiliano trapiantato in Toscana dove insegna all'Università di Pisa, autore di molti libri in portoghese pubblicati in Brasile, e altri, scritti direttamente in italiano, in Italia (v. Racconti italiani, LN-LibriNuovi n.17, primavera 2001), abbiamo potuto leggere su LN-LibriNuovi n. 24, inverno 2002, un'interessante intervista  sulla sua esperienza di direttore della Scuola Sagarana e dell'omonima rivista on-line, di insegnante di scrittura creativa in molti paesi  nonché di organizzatore del "Seminario degli scrittori migranti". Con modestia rispetto alle sue multiformi attività, ma cosciente di ciò che per lui conta veramente, di se stesso dice "sono fondamentalmente uno scrittore". E questa raccolta di racconti conferma senza dubbi la fedeltà al proprio "sacerdozio laico".
Sono racconti brevi, a volte brevissimi, che spaziano nel tempo e nei luoghi senza mai insistere sulle note d'ambiente, come se per JMM, che ha vissuto nel mondo e viaggiato sempre, qualsiasi luogo e qualsiasi tempo fossero ugualmente a disposizione, intercambiabili in funzione del frammento di vicenda che ci vuole narrare. Così passiamo dal Brasile dell'inquietante ricordo infantile di Hotel Till al Nicaragua e all'Honduras di La Viejamota, al futuro di Oltre. Spesso le voci dei personaggi risuonano sole nel vuoto, come dialoghi vaganti nell'etere di questa epoca affamata di comunicazione, nuvole di parole, palloni senza freno da cogliere sporgendo una mano fuori dalla nostra personale bolla di individualità. E anche i racconti più strutturati secondo un genere, come può apparire a una prima lettura Eriza Bay, comunicano inquietudine e mistero. Sono lacerti sparsi di vite senza significato, senza ormeggio, carichi di fascino e suggestioni piene di echi, come pietre lanciate in uno stagno che spandono i loro cerchi nell'acqua fonda dell'esistenza.
Però, come lettrice italiana, devo dire che mi hanno colpito in particolare quei racconti che rimandano un'immagine algida e spietata dell'Italia di oggi. Ci vuole l'occhio, la voce di uno "straniero" per dipingere con tanta esattezza il ritratto del nostro paese sofferente. Sofferente di vuoto, di mancanza di significato. Leggendo Istantanee italiane, Vittorio, Il pane bianco, L'irruzione, La passione del vuoto viene una specie di vertigine. Sto spiando me stessa allo specchio? O guardo l'Italia dal buco della serratura? La scrittura di JMM, cristallina ma capace di farsi mimetica quando è necessario, non scende a compromessi con la verità. E' compassionevole ma tanto sincera da fare male. Se ne esce migliori, più lucidi, con gli occhi più aperti.
L'ultimo racconto, Magia, è metafora e autoritratto dello scrittore, il Mago delle Parole, che costruisce mondi di sogno con la sola forza della fantasia e del Verbo che si fa Luce. E così facendo sfama, guarisce e dona pace all'infelicità umana.
La passione del vuoto è un libro che dobbiamo leggere per sapere come appariamo a chi ci guarda con l'affetto della scelta e il distacco della non appartenenza. E' anche un libro scritto benissimo, il libro di uno scrittore di razza e di pensiero. Un libro necessario, che dà molto e richiede cura e attenzione da parte del lettore.

domenica 21 dicembre 2014

La casalinga felice con l'ossessione della verità: Una lettera dal passato di Max Simon Ehrilch

Non bisogna farsi ingannare da quella che sembra l'ennesima storia di un matrimonio: Una lettera dal passato di Max Simon Ehrlich (1909-1983), uscito nel 1955 e pubblicato in italiano da Frassinelli nel 2012, è un libro spiazzante. Vi si parla di individuo e società, di giustizia e affetti privati, famiglia e etica, e le parole sono americane (molto) ma i conflitti sono universali. Ambientato nei primi anni Cinquanta, inizia con un doppio prologo in cui vediamo due famiglie, una infelice e l'altra infelice, che senza saperlo contribuiscono allo sconquasso della famiglia protagonista impedendo alla lettera del titolo di arrivare al suo indirizzo. Dieci anni dopo, Martha e George, due ricchi borghesi che abitano in una bellissima casa nei sobborghi di New York e si amano appassionatamente, si preparano a festeggiare il matrimonio della figlia e la promozione a capitano del figlio quando il postino finalmente consegna una busta spiegazzata... E' indirizzata a George ma la legge Martha. Quello che viene a scoprire la sconvolge perché si tratta di un segreto del passato di George. Il suo mondo si sgretola sotto l'urto del sospetto, in un fatale crescendo che nemmeno i colpi di scena e il rovesciamento finale riescono a fermare. 
La narrazione è un po' prolissa e non fa stare con il cuore in gola né spinge a girare freneticamente le pagine (se non, magari, per affrettare un po' la lettura), ma cresce lentamente e fa molto pensare, il che di questi tempi di letteratura di genere escapista (malgrado l'aspetto "impegnato" nel thriller non c'è mai il tempo di riflettere sul contenzioso tranne in casi molto rari, vedi Ferdinand von Schirach), rosa o da pensiero unico (disgrazie, malattia, guerre in cui è fin troppo evidente che c'è una sola parte da cui stare), è un grandissimo merito. E lasciamo perdere se il personaggio di Martha, tutta calata nei ruoli femminili di moglie e madre, è un po' claustrofobico e fa venire i nervi, e se attraverso i suoi occhi povertà e miseria coincidono con bruttezza, squallore e pochezza dei poveri, sgradevoli e sporchi quindi cattivi. E' solo un personaggio, e poi sta in un romanzo americano degli anni Cinquanta, quelli delle casalinghe felici in grembiulino che aspettano i mariti commuters con un Martini in mano. Ciò che conta è il dilemma in cui si trova, che verte, più che sugli affetti, sulla verità: vedi l'episodio della sua infanzia di figlia di pastore luterano, in cui un furto di venti centesimi di dollaro è percepito come gravissimo non certo per l'entità ma perché frutto di una menzogna. E proprio l'impossibilità di perdonare la menzogna e la necessità di dire la verità costituiscono la terribile trappola in cui si impiglia la sua vita. Anche se tutti ripetono che la famiglia viene prima di tutto, che sono disposti a tutto per proteggerla, in realtà la famiglia è una gabbia, l'amore da solo non riesce a vincere la forza del caso e l'individuo non può che soccombere. Alla fine prevale un disperato pessimismo perché gli innocenti sono colpevoli, tutti sono colpevoli, chi per avere fatto chi per non saper dare.
Lo consiglio? Non so. Ha molti meriti, come ho già detto, in tempi in cui immagine e storie prevalgono sul pensiero e dio ci scampi sul dibattito (e io per prima tendo a leggere libri poco problematici), ma forse è un po' datato, consigliabile ai lettori forti curiosi e capaci di concedere al contesto quello che è del contesto.
Elegante traduzione di Maurizio Bartocci.         

sabato 13 dicembre 2014

Un thriller scandinavo, anzi islandese: Arnaldur Indridason, Sotto la città

Un giorno o l'altro qualcuno mi deve spiegare perché c'è questa mania per i gialli, o thriller, o noir, scandinavi. Me lo spiego solo con la stufite per gli americani e i loro sparatori muscolari, e per l'esotismo profondo che rappresentano per noi le ambientazioni nordiche. Non conosco Stieg Larsson perché ho visto i film (belli) e non ho avuto poi voglia di leggere i libri, ma ho letto Henning Mankell, Anne Holt, Camilla Lackberg, e appunto Arnaldur Indridason di cui qui si parla. Che cosa ne penso non lo dico, ma non ne penso niente di che. Di Indridason avevo già letto Un caso archiviato, che non ho neppure recensito perché non mi aveva detto niente, e forse anche Un corpo nel lago, ma non sono sicura. Protagonista dei gialli di Indridason è Erlendur Sveinsson, commissario di polizia che più stropicciato e incasinato a livello personale non si può: divorziato, solitario, non parla con l'ex moglie da vent'anni, un figlio alcolizzato e una figlia drogata, in questo romanzo incinta, ovviamente non si sa di chi. Anche nervoso e neanche tanto in accordo con i suoi collaboratori. La vicenda, e qui tutti i miei preconcetti si sono ravvivati e confermati, gira intorno a argomenti supersfruttati e molto alla moda: violenza sulle donne, genetica, l'immancabile segreto dal passato e tanto per non negarsi nulla, pure una ragazza molestata dal padre fin dall'infanzia. Le indagini vanno avanti sotto una pioggia battente senza grandi sorprese né spreco di azione, diciamo che è facile dimenticare di che cosa si sta parlando ma insomma non viene voglia di mollarlo a metà. Forse la mia delusione è dovuta anche al fatto che ho una grandissima ammirazione per la letteratura islandese, venero Halldór Laxness, ammiro Jón Kalman Stefánsson e parecchi altri che non sto a ricordare. Mi impressiona il numero di grandi scrittori in quel paese, o anche semplicemente di scrittori, in rapporto a quello degli abitanti. Quindi da uno scrittore di thriller islandese, anche tenendo conto dell'ambientazione straordinaria che ha a disposizione, mi aspetto molto molto di più. Indridason ha una scrittura modesta e un'immaginazione poco fascinosa. Si può leggere, beninteso, in un momento di depressione, quando si è in coda e si dispone di un'attenzione limitata, per passare una domenica pomeriggio di pioggia, ma insomma si può anche farne a meno. La cosa bella di Sotto la città è che è tradotto da Silvia Cosimini, eccellente traduttrice di autori assai più prestigiosi, che gli presta comunque una lingua fluida e elegante.      

martedì 9 dicembre 2014

Quello a cui tengo di più, e ve lo affido tremando! Gli anni al sole, l'autore sono me.

E questo arriva per ultimo perché ci tengo tanto, troppo, e ho fatto una fatica immane a staccarmene. Ma viene il momento che anche i figli più cari devono andarsene per la loro strada, no? Spero di avere fatto il possibile per lui, di avergli dato tutto quello che gli serve per essere amato anche dagli altri...
Ecco, per esempio posso garantire che in Gli anni al sole non ci sono metafore melense e banali come questa, di cui ho fatto uso solo per superare il momento difficile. Si svolge in uno dei posti che amo di più, l'isola greca di Chios, nella seconda metà dell'Ottocento, un po' a Londra e un po' nella Francia del nord. Termine ante quem, il 1881. Racconta di Alain, della sua fatica per essere all'altezza delle aspettative delle donne, dei guai tremendi in cui lo cacciano tutte quante, sorelle amiche e amanti, di lettere rubate (sì!), di agnizioni, delitti e tradimenti, canzoni e mastìcha. Eccetera eccetera. Non sono brava a fare riassunti. Un po' è un romanzo di formazione che parla della difficoltà di crescere e districare i sentimenti, della responsabilità, della necessità di capire il prossimo e l'amore, e un po' è un feuilleton dove ne succedono di belle e di brutte seguendo tutte le convenzioni del genere. Comunque è un romanzo unitario: niente divagazioni, inserti di racconti, false piste. Questo lo dico per rassicurare chi ha già letto qualcosa di mio e probabilmente non ha nessuna intenzione di ripetere l'esperienza: provateci, lo giuro croce in bocca, è proprio un romanzo tradizionale. Lo trovate qui, insieme a tutti gli altri. 


Tutte queste donne. Maledetta Eva e la sua mela, e benedetto il loro dolce seno, le labbra morbide, i fianchi frementi, il resto che non nomino. Tutto quello che vorrei conoscere di Saskia e ancora mi è ignoto. Sono sul ciglio, forse precipiterò, forse rimarrò per sempre in bilico, dondolando a piedi fermi davanti al baratro del rischio senza rete che uomini e donne, per una volta d’accordo, chiamano amore. 


 

Per un Natale sereno, racconti del terrore e donne belle e infelici: E. J. Howard, Il lungo sguardo, Chris Priestley, Christmas Tales of Terror e Le storie terrificanti di Zio Montague

Elizabeth Jane Howard con il secondo marito Kingsley Amis e Martin Amis, figlio di lui.
Post veloce, giusto per dimostrare che non è vero che sono pigra! Metto insieme tre libri di autori inglesi di cui magari non mi sono innamorata ma che certamente possono avere appassionati ammiratori.
Comincio con Il lungo sguardo di Elizabeth Jane Howard (1923-2014), sposata in terze nozze con Kingsley Amis e matrigna di Martin Amis. Confesso che non l'avevo neanche mai sentita nominare prima che un'amica di cui mi fido molto consigliasse con entusiasmo questo romanzo, sul quale non riesco a trovarmi d'accordo con lei. Uscito la prima volta nel 1956, è la storia di Antonia (ma il nome di battesimo lo scopriamo solo verso la fine, prima si chiama solo ed esclusivamente Mrs Fielding), narrata per blocchi separati di anni e avvenimenti, dal 1950 al 1926. Moglie tradita e forse abbandonata, donna scontenta ma non troppo inquieta, madre di due figli che non le piacciono granché, borghese acquiescente alle regole, la sua vita è scandita solo dai rapporti con i genitori prima e la famiglia d'acquisto poi. Ci sono incontri e rapporti ma poco amore, nessuna tenerezza. Storia di formazione a ritroso, storia di un matrimonio, storia di una donna bella e infelice, scritta da un autore onnisciente che alterna i punti di vista senza preavviso, creando l'effetto un po' disturbante di ficcare il naso negli affari degli altri (gli uomini di Antonia). La protagonista alla fine non è tanto un personaggio quanto una proiezione, e piacerà alle donne solo se non si irriteranno per l'evidente convinzione dell'autrice che lo scopo ultimo delle donne è piacere, compiacere e fare contenti gli uomini. Il lungo sguardo è un romanzo molto sapiente, molto scritto, molto costruito, sia nella struttura che nella scrittura tutta giocata su iperboli, contrapposizioni e ellissi che danno un effetto molto sofisticato ma per me un po' insopportabile. Non l'aiuta la traduzione di Manuela Francescon.
Chris Priestley

Tutt'altra storia con Chris Priestley, nato nel 1958, illustratore e autore di libri per ragazzi. Anche se questi due di cui si parla qui non mi sembrano affatto letteratura per ragazzi se non per la semplicità di impianto narrativo e di linguaggio; le storie sono cupe e votate a finali davvero senza speranza, più gelidi che agghiaccianti. A me è piaciuto parecchio Christmas Tales of Terror, calchi perfetti di racconti ottocenteschi del soprannaturale, tanto che viene da chiedersi perché leggere questi e non gli originali. Priestley non aggiorna le vicende, neppure l'ambientazione che rimane quella classica di grandi case in mezzo alla campagna, famiglie formali, servitori e differenze di classe. Si parla di divieti (mai cantare nei cimiteri! non strappate quei rami!), spazzacamini fantasma e giocattoli assassini, pupazzi di neve e cugini odiosi con cui trascorrere a malincuore i giorni di festa. Protagonisti sono sempre bambini che finiscono malissimo, e che in un certo senso se lo meritano perché non sono affatto innocenti. La scrittura semplice e la totale mancanza di artifizi letterari li rende una lettura molto godibile, veloce, gratificante per chi, come me, ama il genere. Certo Christmas Tales of Terror si dimentica immediatamente, non lascia né paura né immagini disturbanti né inquietudine. Un horror omogeneizzato, ben costruito e molto leggibile, ma forse un po' inutile visto che la letteratura inglese abbonda di esempi ben più sostanziosi. Non mi risulta che sia stato tradotto in italiano. Per quel che riguarda Le storie terrificanti di zio Montague dello stesso autore, vi rimando alla recensione di Silvia Treves su LN-LibriNuovi.net che ne parla molto meglio di quanto potrei fare io. Aggiungo solo che la traduzione di Chiara Manfrinato avrebbe bisogno di un'energica revisione.

martedì 2 dicembre 2014

Gradisce un assaggino? I love Paris in the springtime, da Il cuore in ballo di Consolata Lanza (che sono poi io)


            I love Paris in the springtime 
– I love Paris in the springtime – cantò Angelica, allacciandosi un paio di scarpe da ginnastica rosse con le stringhe bianche, – I love Paaaris trallala!
Dalla finestra aperta le rispose un allegro stridore di freni, sbattere di portiere e nervosismo di clacson. Un pullman rombò a tempo.
– I love Paris too – frusciarono i pneumatici sull'asfalto.
Che giornata magnifica, per Angelica. Che profumo di tigli e sambuchi saliva fino al sesto piano, a saperlo riconoscere, tra i fumi di scarico del corso. Che incantevole effluvio di felicità. Neanche il fetido sudore dei cassonetti verdi schierati lungo il marciapiedi riusciva a cancellarlo.
– La mer, qu'on voit danser… pom pom pom pom, a des reflets d'argent…
Perché mai sei così contenta, Angelica? Contaci un po', che fa piacere a tutti vedere una ragazza bella e felice in una mattina piena di sole.
– Que reste–t–il de nos amours, que reste–t–il de ces beaux jours…
Eh no, questa canzone non va bene. Conservala per una giornata d'autunno, quando il cielo sarà rigato di lacrime e il tuo cuore anche. Magari per quando avrai qualche capello bianco, un paio di rughe attorno alla bocca, lo sguardo più duro e persino un po' di cellulite sull'alto delle cosce, dove adesso i pantaloni bianchi scivolano disinvolti senza incontrare alcun impedimento.
Ma poi spiegami questo, Angi: dove le hai scovate delle tali anticaglie musicali? Da un rigattiere? Al Balun? Magari rovistando nella soffitta di tua nonna? O alla radio, nella rubrica L'angolo della nostalgia?
Nello zainetto trova posto l'agenda zeppa di foglietti scritti in fretta, il cellulare, un modesto portafogli – anche il contenuto è modesto –, un assorbente che non si sa mai, fazzoletti di carta, spazzola, matita per gli occhi, burro di cacao (non c'è bisogno di truccarsi tanto quando si hanno vent'anni e l'amore in tasca), ma anche, che cosa vedo? un paio di mutandine di ricambio, dentifricio e lo spazzolino da denti. Dove stai andando, Angelica? Se rispondi a lavorare, non ci crede nessuno.
Al portinaio che la salutava sorrise senza parole. Posta non ce n'era, ma tanto la notizia – l'unica notizia che importasse – era arrivata via email: vieni alla stazione domattina alle nove e trenta, salta sul treno che andiamo a Milano insieme. Je t'aime beaucoup, passeremo una notte in albergo – ho un  colloquio di lavoro, poi torniamo insieme e mi fermo da te per qualche giorno. Senza firma, ma ce n'è bisogno? Leo è qui. Leo mi vuole con sé. Leo arriva per amarmi e rendermi preziosa come il sole all'alba, come la luna di sera. Come una meringa, perché mi guarda affamato di me come fossi una meringa, bella piena di panna e bianca e dolce. Proprio lì in mezzo alle gambe Angelica si sente importante, unica. Non è lì che si concentra tutto? Come l'occhio del ciclone, come lo scarico della doccia in Psycho, come il centro del bersaglio quel punto magico attira tutto ciò che gli ruota intorno e lo inghiotte.
– L'ombelico del mondooo…
Adesso basta con le canzoni, Angelica.

– Tu capisci, Lori, una settimana intera senza dormire, tra amore, prove, amore, quel minimo di tempo per mangiare e dare un'occhiata al giornale, poi di nuovo amore, una volta siamo persino andati al cinema…
– Quando dici amore, intendi sesso?
– Ma che sesso! Era amore, estasi, purissimo elevarsi allo stato più alto dell'essere. Compenetrazione di anime e corpi, fusione perfetta.
– Quando dici compenetrazione, intendi penetrazione?
– Lori, come fai a non capire? Hai mai scopato con qualcuno che riesce a trasformare un banale coito in un'esperienza mistica?
– No, mai. Io sono una ragazza abbastanza fortunata. Quelli con cui scopo io sono brave persone, che prima si danno da fare poi gli viene voglia di due chiacchiere, due tenerezze, un caffè, una sigaretta, al massimo un grappino o uno spinello. Una volta uno ha voluto a tutti i costi andare a fare una passeggiata notturna lungo il Po, ma al secondo tossico ha capito che era meglio tornare indietro. Siamo andati in birreria e ha pagato lui.
– Beh… –. Angelica si scompigliò i capelli cortissimi e si sfregò gli occhi spargendosi il rimmel sulle guance. – Leo è diverso. Quando arriva è come se si appropriasse della mia vita e ne facesse un cartoccio. Ma è un cartoccio pieno di caramelle al miele.
Lori la guardò ammirata.
– E adesso, quando vi vedete?
– Chi lo sa? E' impegnato con uno spettacolo a Parigi per un mese, poi andrà in tournée. Io sono bloccata qui fino a settembre. Forse riusciremo a incontrarci per qualche giorno, ma…
– Ne avete parlato?
– Oh insomma! Lori, certe volte mi fai proprio scappare la pazienza. Non è una storia così, lasciamo tutto al caso, all'estro… Un giorno o l'altro mi telefona o mi manda un'email e io salto su un treno e lo raggiungo.
– E se sei tu a telefonargli?
Angelica tirò fuori diecimila lire, agitò lo scontrino verso il cameriere e pagò il conto. Ormai il loro tavolino era stato raggiunto dal sole e faceva troppo caldo per rimanere nella piazza polverosa, dove le vampe di afa stingevano la quinta di colline in una foschia giallastra.
– Adesso devo andare, scusa. Ti chiamo io appena ho tempo. Non ti offro un passaggio perché sono a piedi.
Ci sono volte in cui anche le migliori amiche sono più simpatiche nell'immaginazione che nella realtà. Angelica riconobbe che sarebbe stato molto meglio ripassare i ricordi da sola, invece che cercare di riassaporarli in un franco e intimo colloquio femminile.

Sotto la doccia, Angelica insaponava con furia le lunghe braccia magre, i gomiti a punta, le gambe muscolose, i piedi ossuti, il collo sottile (Sembri Alice quando il collo le cresce a dismisura, e il piccione grida: un serpente! un serpente! stai cercando di mangiare le mie uova! e non accetta ragioni, non vuole credere che sia una bambina), tutto tranne dove la memoria di Leo si è incisa a fuoco. Sui seni la spugna passa con cautela, tra le gambe esita a fregare. Solo a sfiorarli, la pelle comincia a pulsare, i capezzoli diventano sensibili, un calore dolente e inquieto si irradia giù per le cosce e su per il ventre dal centro di tutti i piaceri.
– Quando dici amore, intendi sesso?
E vaffanculo, Lori. Anche l'estasi di tutte le Sante Terese del mondo, con i loro occhi rovesciati, le frecce angeliche puntate verso il pube, il deliquio e il venire meno, sappiamo benissimo che cominciano proprio di lì, da quel punto rovente e capriccioso e vorace. Posso chiamare quello che voglio come voglio? Era sesso ma anche esperienza mistica. Te lo giuro, ho visto il sole roteare e le stelle, la luna, la via lattea, tutto quel che ti viene in mente di astronomico, in pieno giorno e in piena notte, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Ho visto dio e la madonna e mio padre buonanima, ho capito il mistero dell'universo e l'origine del mondo. Tutto in una scopata, sì, proprio tutto nel dolce su e giù, in quella cosa che quando la faccio con Renato al massimo mi esce un sospiro – ah, sì amore – e invece con Leo mi lascia muta, pietrificata e santificata insieme, sciolta come un gelato in una sera d'agosto e trasparente come un ghiacciolo in gennaio. Non me lo spiego, ma è così.
Angelica si avvolse nell'asciugamano più ruvido che aveva, se lo sfregò sulla schiena, si asciugò in fretta e si rivestì in un baleno. Il minimo possibile. Mutandine, bermuda, canottiera e infradito. C'erano un sacco di cose da risolvere, dopo la vacanza d'amore. Due esami da preparare. Bollette, conti, scadenze, telefonate a cui rispondere, e soprattutto ricominciare a esercitarsi, trovarsi con i colleghi del gruppo, lavorare allo spettacolo che stavano allestendo, ma non era ancora il momento. Sdraiata sul parquet fresco, braccia e gambe aperte come una stella di mare dimenticata dalla marea, Angelica si sforzò di pensare.
– Quando dici compenetrazione, intendi penetrazione?

Piccola anticipazione da Il cuore in ballo, su Amazon