venerdì 21 luglio 2017

Una scoperta preziosa: Philip Ó Ceallaigh, Appunti da un bordello turco

Di questo libro, il primo pubblicato dalla mirabile e mai abbastanza lodata casa editrice Racconti, confesso che mi ha colpito soprattutto il titolo geniale, Appunti da un bordello turco. Avrei da dire la mia sui bordelli turchi (e in effetti ci ho scritto su un racconto, Le principesse in fiamme, uscito nell'antologia di racconti erotici HOTtell), così ho comprato senza esitazioni questo libro di esordio dello scrittore irlandese Philip Ó Ceallaigh. Dico subito che ne sono stata conquistata: una corposa raccolta di racconti ambientati per lo più a Bucarest, di cui l'autore, che ci vive da una quindicina d'anni, dà un ritratto vivissimo.   

Si tratta di storie pessimiste e desolate ma assolutamente non deprimenti, anzi, piene di senso del comico e vivaci, dinamiche, piene di sorprese. Philip Ó Ceallaigh ha il dono di saper rappresentare la vita nei suoi aspetti più agghiaccianti, nel suo squallore, senza per questo spaventare il lettore né allontanarlo dalle sue pagine che scintillano d'intelligenza e umanità, né dalle sue parole che avvincono per la grandissima perizia narrativa. Il paradosso sottende sempre le vicissitudi dei personaggi che non cadono mai nel grottesco né nel patetico, e la noia non sfiora mai chi legge. Protagonista è sovente un maschio abbastanza giovane, nullafacente o quasi, con velleità di scrittura, dedito all'alcol, sensibile al fascino femminile e spesso immischiato in situazioni complicate. Altro personaggio importantissimo e ricorrente è il "palazzo", il falansterio, eredità del regime in cui il protagonista abita invariabilmente al decimo piano. Grande pregio è anche la scrittura essenziale, priva di compiacimenti e luoghi comuni, tutta concreta e insieme tesa a mettere continuamente in comunicazione l'esterno con l'interno del personaggio.

Così si comincia alla veloce con Taxi, in cui un tassista ciarliero capisce troppo tardi che ci sono volte in cui è meglio tacere, per passare subito a Nel quartiere, il più articolato e corale dei racconti, in cui gli abitanti del palazzo vanno per i loro affari. Giovani sconclusionati e vecchi volenterosi, inquilini in bolletta e amministratore altrettanto squattrinato, tutti imbozzolati nella solitudine di chi si vive fianco a fianco, isolati ma in mezzo agli altri, riescono a creare sprazzi di solidarietà, di spalleggiamento tra solitari. Filosofia, sesso variamente mercenario, felice mancanza di inibizioni e amore per la cultura greca fanno di Who let the Dogs Out? un divertentissimo spaccato di vita spregiudicata. Dolcezza, resoconto di un formale invito a cena nei ricchi sobborghi di Phoenix, Arizona, è un agghiacciante ritratto dell'american dream visto da chi lo ha realizzato. Gli incontri che costellano la strada del protagonista di Camminando verso il Danubio scatenano complesse reazioni, mescolando generosità, minaccia, paura e la stanchezza di affrontare la vita. Denti rotti è il terribile resoconto di come Radu, un rottame di uomo, riesce a autodistruggersi distruggendo la sua unica speranza, andarsene in Canada a cominciare una nuova vita. Del tutto privo di speranza è anche La mia vita d'artista, in cui si parla della vita senza senso, del lavoro senza senso, della fatica, della mancanza di sonno, della pura sopravvivenza degli immigrati illegali nel distretto di Columbia degli USA. 

Nel divertente La bestia, due vecchi amici scoprono un animale mai visto prima e tra di loro si scatena la competizione per il possesso della rarità. La soluzione è salomonica. Surreale Un'altra storia d'amore, mentre il minatore protagonista di Mentre affondo vede svanire le sue prospettive di  
cambiare vita tra l'orrore della miniera e Bucarest, città spaventosa. Una performance è quasi insostenibile nella descrizione di un'agghiacciante spettacolo teatrale e delle reazioni di pubblico, impresario e artista. Brutta avventura per lo sconsiderato scrittore di Appunti da un bordello turco, ambientata in una città portuale sul Mar Nero che non può essere che Trebisonda, forse non fascinosa quanto il nome suggerirebbe ma con un fronte del porto vivacissimo e straripante di bordelli a vista. Filantropia è un racconto bellissimo e di desolazione totale, forse il mio preferito, in cui un misantropo si dà un gran da fare per aggiustare le cose lo tormentano, girando per Bucarest e facendo incontri disparati, ma alla fine era più vecchio di un giorno e la città rimaneva la stessa. La Moldavia, la Transnistria e Atene costituiscono lo scenario di Riportare i fatti, in cui dominano apatia e nichilismo, mentre la gelosia pervade Una serata d'amore e in Delitto e castigo uno squinternato alcolizzato con ricca fidanzata americana, in preda a follia, vaneggiamento e delirio maschilista, parla troppo e ne paga il fio. A New York, la sfiga perseguita il disoccupato di La vita, la morte e i miei ultimi cinque dollari, e la difficoltà di capirsi e di capire pervadono A pesca e La ritirata da Mosca. Traduzione di Stefano Friani.  

giovedì 13 luglio 2017

Se volete scoprire un mondo sconosciuto: Ivo Andrić, Racconti di Bosnia

Ivo Andrić davanti al ponte sulla Drina a Višegrad
Io sono riconoscente a Ivo Andrić, Nobel 1961, non solo per la bellezza delle cose che ha scritto e che ho letto, ma perché Il ponte sulla Drina, in cui mi sono imbattuta a poco più di vent'anni, mi ha colpita, stregata, ammaliata, lasciata sbaccalita e con un intero mondo del tutto sconosciuto spalancato davanti agli occhi della mente. Ora, forse questi racconti non sono proprio straordinari come il romanzo citato, ma sono comunque molto, molto interessanti. Con un gravissimo difetto: io li ho trovati in un'edizione economica Newton del 1995 su una bancarella, e cercandoli poi sul web in vista della recensione, non li ho trovati da nessuna parte, di sicuro non in formato digitale. Per cui, se vi viene voglia di leggerli, tenete gli occhi aperti che ormai i banchetti di libri usati si trovano dovunque. E comunque se trovate un titolo di Andrić non fatevelo scappare,vale la pena scoprirlo se non lo conoscete ancora. 

Questi dodici Racconti di Bosnia si svolgono a Travnik, Sarajevo, Višegrad e dintorni, e parlano di un paese selvaggio, montuoso, povero, abitato da gente selvaggia e abituata a soffrire, attraversato e vessato da padroni e eserciti selvaggi e crudeli. Le storie vertono su lotte tra individui che facilmente, si intuisce, diventeranno lotte fratricide tra popoli che vivono insieme ma sono separati da tutto. I padroni turchi sono lontani ma la loro longa manus è fatta di generali polacchi islamizzati, funzionari rapiti da bambini e educati a Istanbul, inviati dalla capitale come in un esilio, soldati stanchi, mentre gli indigeni sono mercanti, strozzini, banditi, schiavi, donne senza voce. Una voce importante è quella della piazza, che commenta e sostituisce l'azione degli abitanti paralizzati da paura, abitudine, rassegnazione. Un mondo affascinante perché estremamente complesso e lontano, esotico persino, che qualche anno fa si è dilaniato sotto i nostri occhi distratti e sconcertati. Leggere queste storie può aiutarci a posteriori a capire qualcosa in più.

Farà piangere gli animalisti La storia dell'elefante del visir, ma non può non incantare con la sua polifonia di personaggi che ritraggono una città vessata da un visir crudele e ottuso, dove la comparsa di un vivace elefantino è la goccia che fa traboccare il vaso. Un anno inquieto è dominato dalla figura grandiosa del ricco padron Jevrem, la cui unica, tardiva debolezza lo rende vulnerabile alla prepotenza del crudele comandante Alibeg. Il tragico amore tra un nobile croato e una bella ragazza ebrea è raccontato in L'amore nel villaggio i cui abitanti non conoscevano l'allegria. Poi ci sono i racconti di fra Petar, monaco vecchissimo ma pieno di ricordi mirabolanti da condividere (La coppa, Il tronco), il crudele comandante Zivan, la sua sventurata moglie e il feroce brigante Lazar (La sete), le ragazze pietose (Il serpente) e l'infelicissima madre Kata (Miracolo a Olovo), e i ponti: Il ponte sulla Zepa, storia della costruzione del meraviglioso ponte progettato da un architetto italiano per ordine del gran visir Jusuf in un momento di nostalgia per il villaggio della Bosnia in cui era nato e da cui era stato rapito bambino per farne un obbediente servitore dei turchi, e I ponti, incantevole inno alla natura quasi magica, alla funzione e alla sacralità dei ponti.

In realtà questi racconti formano un grande, fascinosissimo affresco di un mondo scomparso già ai
Il ponte di Mostar
tempi
Ivo Andrić, che balza vivido e pieno di senso e di umanità dalle sue pagine. Ripeto il mio consiglio spassionato: cercatelo, cercatelo, sulle bancarelle o nei negozi polverosi in cui le pagine cartacee non più indispensabili trasmigrano e dolcemente si spengono. Cercatelo in rete, dove almeno Il ponte sulla Drina si trova facilmente in cartaceo (e forse anche in pdf). Insomma, la Bosnia è vicina, e dopo avere letto i Racconti di Bosnia vi verrà voglia di correre a visitarla. Io ho già la nostalgia.  

 

sabato 8 luglio 2017

Una bella lettera di Giuseppe Giordano, autore di "Santa Ilde di Porta Palazzo", a proposito di "Gli anni al sole"

Giuseppe Giordano, autore di Santa Ilde di Porta Palazzo, mi ha mandato una bella lettera a proposito di Gli anni al sole che voglio condividere


Per  CONSOLATA  LANZA

Come vedi, sono arrivato fino a pag. 249.
Prima di tutto, complimenti!
E adesso, se posso permettermi, un mio commento.
È, però, un commento non da specialista. Non sono un critico letterario, non ne ho le capacità, è quindi il mio commento è tutto d’istinto, di testa, e anche di cuore.
Confesso che nella prima parte di lettura mi ero un po’ perso, e anche spaventato. Di fronte a ‘misteriose donne velate’, ‘confessioni in punto di morte’, ‘parenti perduti e poi ritrovati’, ‘documenti di famiglia che appaiono e ricompaiono’, e compagnia bella, ho visto aleggiare le grandi ombre di Balzac, Flaubert, Dickens ecc. e ho avuto paura.
Poi, all’improvviso, ecco che tu mi ha teso una trappola e io ci sono cascato: laddove citi il primo verso, in greco, dell’Iliade che, una volta, obbligavano a mandare a memoria.
Ti giuro, erano più di cinquant’anni che quel verso era sepolto in qualche strato profondo della mia memoria e, di colpo, mi sono trovato a scorrere le righe del tuo romanzo mormorando quelle vecchie parole: Menin aeide thea… ecc. ecc.
Da quel punto in poi, la lettura è stata più che scorrevole, piacevole, e posso dirlo?, divertente.
Svanite quelle pesanti ombre, tuffato nell’azzurro cobalto (come la copertina) di Chios, la musica è cambiata.
E, quindi, tra i pasti, le cene, i giardini, la campagna e il mare, ho cominciato a sentire in sottofondo arie rossiniane (‘L’Italiana in Algeri’), e perché no?, anche mozartiane.
E qui mi viene in mente la scena in cui sulla piccola isola di Inusses si spande la falsa notizia dell’imminente terremoto e tutti gli abitanti scappano alle barche lasciando sull’isola soli soletti Alain e Markela.
Tutta la scena è da Opera Buffa rossiniana: al posto dell’isola ho percepito soltanto un fondale dipinto, sembra di sentire il coro che canta: ‘Alle barche! Alle barche!’, un crescendo rossiniano che poi cala pian piano, mentre le barche s’allontanano; poi, i violini riattaccano quando appare Markela, tutta stordita di sonno e di libidine.
Esotismo lirico ed esotismo pittorico.
E, così, pagina dietro pagina, mi son venuti in mente Ingres, Delacroix, Bagno Turco, Donne di Algeri, le odalische, tutto l’Oriente delle ‘Turcherie’, i romanzi di Thrasso Castanakis.
E a proposito di Castanakis, la scena delle 6 coppie (+ 1 spaiato) di reclusi omosessuali sulla panca della cella l’ho trovata esilarante oltremodo e m’ha fatto venire in mente un altro romanzo (ricordo solo il titolo: Portiere di Notte, l’autore ci vinse il Premio Formentor nel 1968, altri tempi!). Trama semplice: un uomo e una donna vivono avventure esotiche e paradossali, ma tutto come strisce di fumetti, tipo Pentothal di Paz.
Una di queste strisce è ambientata a Smirne, in un locale-bordello (stile Totò le Mokò), dove c’è una certa panca con efebi in attesa di ricchi commercianti.
E verso il finale il divertimento è stato ancora più intenso.
L’arrivo nel porto di Chios del grande yacht olandese Freya è stato proprio un gran finale mozartiano (‘Il Ratto dal Serraglio’), non solo perché il tuo finale (come quello mozartiano) non è da ‘E tutti vissero felici e contenti…).
Infatti, m’è sembrato che l’esperienza per l’Amore del tuo IO Narrante sia piuttosto un conflitto tra vita vissuta e regole che ci sovrastano.
O meglio, un incontro-scontro tra ciò che nella vita è possibile e ciò che è probabile. Cioè, una ricerca di equilibrio fra questi due poli. In fondo, è ciò che fa Mr Roland alla fine, come già fa Selim Pascià nel finale mozartiano, permettendo agli amanti di lasciare il Serraglio.
Questo mi ha suggerito la tua cabaletta finale: ‘Maledetta Eva e la sua mela e benedetto il loro dolce seno…’
Nel finale del tuo romanzo si ritrova un gustoso connubio di Opera Buffa e Commedia dell’Arte. Nelle ultime pagine, infatti, dentro quella limpidezza sensuale, quasi uno sfondo di acquerelli
veneziani (o goldoniani), non c’è la presenza di un arlecchino, quanto piuttosto l’invito, sotteso ma intrigante, a saltare nel tempo, a saltare ai nostri giorni. E, quindi, la riflessione su com’era un certo Oriente e com’è diventato ai nostri giorni.
Mi si può accusare di non aver saputo cogliere il sociale, il politico, l’ideologico (inglesi, francesi, turchi, greci, i padroni del mondo e i proletari del mondo eccetera eccetera). Ma io ho gustato (passami ancora il termine) il tuo lavoro proprio come un’Opera Buffa, un film d’avventura, una fiction televisiva a puntate.
E, qui, sarebbe da fare una riflessione ancora più articolata. Fossi un produttore televisivo ti comprerei i diritti d’obbligo per un lavoro sul piccolo schermo.
Ma non vado oltre. L’argomento è molto attuale e controverso e merita tempo, disponibilità, ricerca.
Spero che al prossimo nostro incontro sia possibile riparlarne.   
 
                                                                                                   Giuseppe Giordano

P.S.:
Ultima riflessione: la stampa, la carta, i caratteri, la copertina è tutto OK, un vero piacere per la vista.
  

domenica 2 luglio 2017

Un libro che lascia il segno: Giuseppe Giordano, Santa Ilde di Porta Palazzo

Si sa che la vita a volte, bontà sua, attraverso percorsi insoliti ci riserva sorprese veramente piacevoli. E questa volta è stata la congiunzione di curiosità (dell'autore) e cortesia (dell'autore e dell'editore Enrico Cavallito di Impremix Edizioni) che mi ha portato alla scoperta di Santa Ilde di Porta Palazzo di Giuseppe Giordano.

Dico subito che si tratta di un romanzo davvero fuori dall'ordinario. La storia di Ilde, trans sui generis, si svolge a Torino, a Porta Palazzo e dintorni. Ilde è giovane, bella, sola e vulnerabile, in un mondo difficile e cattivo. Sa muoversi ma le difficoltà sono davvero tante, in un pullulare di personaggi straordinari. Per fortuna c'è l'amore, non solo quello mercenario (che può servire nei momenti di necessità) ma l'amore vero, a volte solo sognato a volte concreto e salvifico. Il valore aggiunto, ciò che trasforma quella che potrebbe essere solo una storia a forti tinte, patetica, quasi cristologica, in uno straordinario pezzo di bravura è la scrittura sincopata, spezzettata, spesso modellata sulla stringatezza degli sms, e la sterminata capacità immaginativa e creativa, ricca di neologismi e libera da qualsiasi vincolo strutturale. In un crescendo esuberante, frenetico, direi incontenibile, di inventiva linguistica, la storia corre con Ilde tra violenza paradossale, masochismo, sesso come sopraffazione e umiliazione, in uno slalom continuo nei rapporti molto complessi tra i personaggi, fino all'ironica logicità della conclusione. Giuseppe Giordano ha un'incredibile capacità d'immedesimazione nei processi mentali più diversi, dalle trans alle maman africane che praticano il vudù e venerano la dea Yurugu, dai tossici alle donne delle pulizie, dalla zingara ai criminali di ogni nazionalità, e sono solo esempi. 

Santa Ilde di Porta Palazzo è un romanzo intensamente nuovo e insieme spontaneo, più che naturale nell'effetto. Non sto dicendo che è un libro facile, sto dicendo che è un libro bello e fuori dall'ordinario, che unisce l'interesse dell'ambientazione alla sperimentazione linguistica e strutturale, all'umanità dei personaggi e alla straordinaria conoscenza di una Torino esotica e sotterranea, in cui leggi e regole sono stravolte, e la vita è un rischio pieno di sorprese. Non si può che concordare con l'osservazione dell'editore nella nota introduttiva, Giuseppe Giordano è un autore sicuramente sopra la media e in tempi e luoghi più giusti e sensati avrebbe fama (almeno) nazionale.