mercoledì 22 febbraio 2012

Yasar Kemal, Guarda l'Eufrate rosso di sangue


Un nobile romanzo che si svolge su un’isola dell’Egeo (l’Isola delle Formiche, forse inesistente ma, da qualche scarna indicazione geografica, identificabile con Bözcaada, l’antica Tenedos dell’Iliade di fronte a Troia) dopo la prima guerra mondiale, al momento del cosiddetto (dai turchi) “scambio di popolazione”, cioè la cacciata dei greci residenti  nel territorio della Repubblica Turca appena nata, per motivi nazionalistici e come conseguenza dell’avventatissimo tentativo di invasione greco. Vi sembra argomento complesso? Lo è. Comunque. Sull’isola svuotata dei suoi abitanti greci che hanno lasciato case, uliveti, vigne e tutto ciò che non hanno potuto portare via o vendere prima della partenza,  giunge Poyaz Musa, turco eroe di guerra dal passato misterioso. Si compra una casa e un mulino, anzi se li fa assegnare dai corrotti o integerrimi funzionari pubblici della più vicina città, e si insedia. Lo turba un’ombra sfuggente che appare e scompare come un fantasma nel villaggio e sulle spiagge. È Vasili, giovane pescatore greco che si è rifiutato di abbandonare l’isola e ha giurato di uccidere il primo che vi metterà piede. Lo seguiamo nei suoi vagabondaggi senza meta né sosta tra il mare e terra, tra pesca e case abbandonate, incalzato dalla solitudine, dalla rabbia e dai ricordi. Capitoli veramente difficili da mandare giù, ripetitivi, lirici, lunghi, immobili proprio per quel continuo agitarsi senza scopo di Vasili. Oltre alla loro solitudine e all’esiguo spazio che condividono, qualcos’altro accomuna i due uomini: l’esperienza devastante della guerra. Poyaz Musa ne è uscito ricco e decorato da una medaglia d’oro che lo protegge, Vasili è rimasto profondamente disturbato, tormentato da incubi e visioni della terribile battaglia di Sarıkamış, dove nel 1914-15 l’esercito ottomano è stato sconfitto dai russi con perdite di oltre 60.000 soldati, morti per il freddo oltre che per l’artiglieria. Poyaz Musa invece ha combattuto contro i francesi a Urfa, ha disertato, si è dato al banditismo in Mesopotamia, ha perseguitato i yezidi, è stato aiutato dall’Emiro di Baghdad, e infine, non si capisce perché, è arrivato all’Isola delle Formiche. L’incontro impossibile tra il greco clandestino e il turco eroe di guerra infine si compie, ma non dico come per non sciupare la sorpresa. Intanto, nella seconda parte dove sono narrate le vicende di Poyaz Musa in un lungo flash-back e nella processione di personaggi che visitano l’isola senza decidersi a sceglierla come residenza, veniamo messi alla presenza di molti “tipi” storici, il turco rispedito in patria dalla Grecia, il giovane pescatore ingenuo, il medico idealista e altri. Il romanzo è molto maschile, tutti i personaggi sono uomini, le poche donne che compaiono di sfuggita sono madri, spose devote o fantasmi d’amore che balenano dal passato. L’argomento principale, il collante di tutta la vicenda, è la guerra, la sua assurdità crudele, i danni irreparabili che porta nella vita e nella mente di chiunque ne sia sfiorato. Alla fine però rimane un afflato di speranza, forse l’isola sarà di nuovo abitata e dalle rovine di una convivenza secolare potrà nascerne una più sincera e cosciente.
Ora, tutta questa vicenda storicamente appassionante e ricca è molto difficile da seguire per un sacco di motivi. Il primo, più evidente, è che come romanzo è eccessivamente scombinato, squilibrato nelle parti e nei personaggi. Il protagonista Poyaz Musa, per esempio: veniamo messi al corrente del suo passato da quel flash-back che è una specie di piccolo romanzo nel romanzo, oltre tutto pieno di temi che non si amalgamano per niente con il resto della vicenda, ma ci restano oscuri molti altri particolari della sua storia, in primis come è capitato all’Isola delle Formiche, e com’è finita con i beduini che volevano ucciderlo. Seconda cosa, il titolo. Molto bizzarro per un libro che si svolge in un’isola dell’Egeo, è tratto da un’affermazione dell’Emiro a proposito delle stragi di yezidi proprio in Mesopotamia. Corrisponde al titolo originale, ma in turco c’è un sottotitolo – Storia di un’isola 1 – che mi ha fatto pensare che si tratti del primo volume di un’opera più ampia. Questo spiegherebbe tutto, e renderebbe giustizia all’autore che a fine lettura mi sembrava un po’ carente. E per capire meglio l’autore sarebbe molto importante anche conoscere qualcosa di più della sua vita di curdo nato in un villaggio dove ha svolto ogni lavoro umile, dal pastore al contadino, e ha cominciato la sua carriera come bardo e compositore di lamenti funebri. A questo forse si possono ascrivere certi pezzi eccessivamente lirici, o la ripetizione insistita di formule e immagini come la descrizione del mare che cambia colore o i veli abbandonati che conservano l’odore dei seni femminili, eccetera. Insomma, quello che io non capisco è perché la Rizzoli ha pubblicato un libro tanto impegnativo, in edizione cartonata elegante e costosa (20 € sono molti per un romanzo sia pure ponderoso, 400 pagine), affrontando la molto lodevole scommessa su un autore non tanto noto in Italia, per poi abbandonarlo nudo e crudo senza quel tanto di paratesto che sarebbe indispensabile per poterlo apprezzare pienamente. C’è un piccolo glossario, benissimo. Ma sarebbe stato tanto difficile mettere una cartina? Io ho comprato Guarda l’Eufrate rosso di sangue perché negli ultimi anni ho girato la Turchia in lungo e in largo, il che mi ha fatto imparare un sacco di cose e incuriosire di tantissime altre, conoscevo i posti di cui si parla e ho potuto seguire la vicenda con una certa facilità, ma per esempio, pur essendoci stata, ho scoperto qui che a Sarıkamış c’è stata una battaglia così disastrosa. E che il fronte orientale della prima guerra mondiale in Anatolia andava dal Mar Nero alla Mesopotamia. Della terribile questione della cacciata dei greci so molto, e ho visto come è sentita e ricordata sia in Turchia che in Grecia, come ancora oggi si tocca con mano l’eredità greca, lo strazio dei villaggi abbandonati, i patetici ricordi e museini che tentano strenuamente di tenere viva una tradizione distrutta da novant’anni. Ma se mi tenessi alla quarta di copertina, dovrei credere che si tratta di una vicenda dei primi anni del Novecento (mentre siamo dopo la prima guerra) che costituisce un capitolo dimenticato della storia turca. Be’, se Rizzoli vuole buttare via i soldi fatti suoi. Siccome però questo romanzo è destinato a un pubblico diverso dai lettori di Moccia e Faletti, mi sembra molto miope questa mancanza di cura. Due pagine di contestualizzazione storica, una cronologia, non penso che avrebbero appesantito il testo né sarebbero costate uno sproposito. Così com’è, se vi interessa leggere questo (apparentemente) squilibrato romanzo, tenete presente che vi toccherà passare un bel po’ di tempo su Wikipedia e Google Maps per cercare le informazioni che l’editore non si è sognato di fornirvi.
L’ottima e flessibile traduzione, questa sì molto curata, è di Simone Abramo e Pınar Gökpar. 
N.B. Non sapete chi sono gli yazidi? Non mi riguarda. Se Rizzoli, in un libro di 400 pagine, se la cava con quattro righe nel glossario, io, in una recensione di poco più di 7000 caratteri, posso ben infischiarmene. ;-)  

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