mercoledì 14 giugno 2017

Un'occasione mancata: Ombre, racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper, a cura di Lawrence Block

Confesso che quando ho scoperto questa antologia, tredici racconti di autori illustri ispirati a quadri di Edward Hopper, mi è venuta l'acquolina in bocca e mi sono precipitata a acquistarla. Ma la delusione è stata cocente: un'accozzaglia di storie non so se riciclate o buttate giù con la mano sinistra, di cui solo tre, a mio parere, si salvano a pieni voti: quelle di Stephen King, Joe R. Lansdale e Lawrence Block. E lo dico con immenso dispiacere, per me che adoro i racconti è difficile ammetterlo ma questi sono veramente un prodotto letterario di seconda categoria, alcuni talmente banali e prevedibili da risultare imbarazzanti. Eppure i quadri di Hopper sembrano fatti apposta per fantasticarci su una storia, infondendo vita nelle figure raggelate in un attimo eterno o nei paeseggi immobili, vuoti, silenziosi. Ma tant'è.

Comincia Megan Abbott con Lo spogliarello: moglie tradita con una spogliarellista, si vendica (o punisce il marito?) a modo suo. Mah. Poi Jill. D. Block con La storia di Caroline, figlia abbandonata che cerca la madre, prosegue sulla strada della banalità imbarazzante. Che dire di Robert O. Butler e Soir Bleu? Trama insensata e cliché sulla maschera di Pierrot. Lee Child con La verità su quanto è successo dà voce a un agente FBI che racconta una storia che non ho assolutamente capito, e se qualcuno me la spiega gli sarò riconoscentissima. In Stanze sul mare, Nicholas Christopher intreccia un fascinoso racconto attorno a una casa misteriosa, ma l'accumulo di inesplicabile in poche pagine alla fine non convince. Michael Connelly, in Nighthawks, è sufficientemente buonista da indurre l'investigatore Bosch a mentire per amore dell'arte e tenerezza per una ragazza in fuga, ma lascia il tempo che trova. L'incidente del 10 novembre di Jeffery Deaver è una parodia stanca e pesante della relazione di un agente segreto sovietico.

Meno male che poi arriva Stephen King con la La sala della musica e la sua coppia diabolica, velocissimo e inquietantissimo, magistrale. Il proiezionista di Joe R. Landsdale è un tizio un po' imbranato che ama il suo mestiere, si accontenta, ma se gli si parano sulla strada dei prepotenti sa che cosa fare... Discutibile la morale ma bello e angosciante il racconto. La donna alla finestra di Joyce C. Oates racconta i noiosi, molto ripetitivi, pensieri a incastro di due amanti che si odiano.
Kris Nelscott in Natura morta 1931 imbastisce una vicenda complessa ma lunga e sconclusionata su una bianca che, in piena grande Depressione, cerca di darsi da fare per i neri. Un esempio di quello che non dovrebbe fare un racconto: mettere troppi spunti in campo, dilungarsi e deviare a vuoto.
Jonathan Santflower con Finestre di notte crea un delinquente seriale contro le donne, anzi contro le dirimpettaie: finale a sorpresa più che prevedibile, storia banale e già letta migliaia di volte, e un presupposto insensato: che l'appartamento di fronte alla casa del cattivone venga sempre affittato a donne giovani, sole e vulnerabili. Invece la protagonista del divertente e ben congegnato Autunno, tavola calda di Lawrence Block è una tizia impoverita ma sveglia costretta a contare i centesimi, che sa inventarsi un modo assai creativo per sopravvivere.

Comunque è proprio il mio amore per i racconti che mi ha spinto a fare quello che generalmente evito, cioé parlare male di un libro. Ma i racconti, credetemi, possono e devono essere molto ma molto meglio di questi. Immagino che le brutte e ridicole mini biografie degli autori siano dovute al curatore Lawrence Block, che firma anche una breve introduzione. Belle traduzioni di L. Briasco, F. Deotto, L. Sacchini.

 

giovedì 8 giugno 2017

Una casa editrice che sa fare il suo mestiere: la Isos Edizioni di Pisa

IO CI STO fra i migranti, a cura di Rosario Sardella, è un diario narrativo a più voci anonime, che ci mette a confronto con la realtà sconvolgente e ignota ai più del Ghetto e della Pista di Rignano, famigerato luogo di ricovero per i braccianti di origine africana giunti nelle campagne foggiane per la raccolta dei pomodori, e del C.A.R.A. di Borgo Mezzanotte. IO CI STO è un progetto di volontariato cui partecipano decine di giovani provenienti da tutt'Italia, che si impegnano in molti modi per aiutare i migranti, per esempio insegnando l'italiano. Sono brevi ritratti, impressioni, ricordi, schizzi vivaci e pieni di umana simpatia e vicinanza che i giovani partecipanti tracciano con mano sicura per dare una testimonianza più emotiva che documentale degli incontri e delle scoperte che rappresentano sicuramente una parte fondamentale della loro esperienza. Un testo di agevole lettura che andrebbe diffuso, a mio parere, nelle scuole per essere letto e discusso in classe. 

La casa editrice Istos Edizioni è nata a Pisa nel giugno 2014 (cito dal sito) "dal desiderio di due giovani pieni di entusiasmo di confrontarsi coraggiosamente con il mestiere dell’editore".
Il logo della casa editrice è un ragno che tesse una tela. Dopo un anno è stato scelto di intrecciarsi con la Felici Editore, una casa editrice storica nel panorama locale e nazionale con un passato di oltre 50 anni e con più di 500 titoli, di cui è stato acquisito il catalogo e proseguiti i progetti editoriali.

Il catalogo è incredibilmente ricco e variegato. Vale la pena di andare a farsi un giro nel sito, anche se ovviamente l'incontro faccia a faccia e carta, come è successo a me al Salone del Libro di Torino del 2016, quando il caso mi ha fatto incontrare Carlo Scorrano (uno dei due fondatori), è più proficuo in quanto molti libri sono illustrati, di grandi dimensioni, estremamente accattivanti da guardare ancora prima che da leggere. Qui di seguito qualche piccolo esempio.

Testo di Giorgio Bacci, dedicato a Roberto Innocenti, uno dei più importanti illustratori del nostro paese.
Raffinato interprete della “visual culture” internazionale, Innocenti raccoglie nel libro (in italiano e in inglese) 84 immagini, tratte da successi come Rosa Bianca, La Storia di Erika, Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Pinocchio, Casa del Tempo, L’ultima spiaggia, Canto di Natale).
Uno sfrenato piacere per gli occhi, irresistibile.  












 La fisica di Galileo in meravigliosi fumetti che la farebbero capire al più zuccone, e rendono la lettura un piacere per tutti.

Testi di Francesca Riccioni, Nadia Ioli Pierazzini, Vittoria Balandi e disegni di Tuono Pettinato.
Un dialogo immaginario che ha come protagonisti Clelia, una ragazza curiosa e perspicace del XXI secolo, Gastone, uno scettico di tutti i tempi e Galileo Galilei, sono illustrati gli esperimenti e le tematiche trattati da Galileo Galilei, il pendolo e il piano inclinato, il galleggiamento e il termometro, il cannocchiale e le osservazioni dal cielo, il pendolo e la misura del tempo, la riflessione e la diffusione della luce, i mille modi di far voci e suoni, nella maniera più accattivante e chiara.





Di Marcello Fois, Alberto Masala, Otto Gabos 
Fa parte di una collana dedicata alle rivoluzioni, e in questo romanzo per ragazzi  si parla niente di meno che della Rivoluzione Francese. E' il 14 luglio 1789 a Parigi e Armand, dall’alto dei suoi 12 anni, ancora non sa che il mondo non sarà più come prima. Incontri importanti come quello con un certo Lavoisier, che gli svelerà che in chimica, come in politica, tutto sta nel trovare la “formula esatta” per creare qualcosa di stabile, o
con Pierrette, la ragazzina ribelle sua vicina di casa. Un mix irresistibile di avvenimenti storici, sentimenti individuali e vicende appassionanti.

lunedì 5 giugno 2017

La solitudine degli amanti disperati di Istanbul: Perihan Mağden, Ali eRamazan

Un libro veramente sorprendente, Ali e Ramazan della scrittrice turca Perihan Mağden. Per molti motivi: è una struggente storia d'amore omosessuale tra giovanissimi, preadolescenti; parla di pedofilia, sfruttamento sessuale di bambini, corruzione nelle istituzioni, prostituzione maschile, dando colpi mortali all'immagine rocciosa del maschio turco; parla di violenza della polizia, vizi e perversioni nella gioventù ricca, alcol, senzatetto, solitudine e disperazione; eppure riesce a essere intriso di tenerezza, amore incondizionato e amicizia pur nel degrado. Inoltre è stato pubblicato in Turchia nel 2010, e ha avuto notevole successo.

La storia è quella di due bambini che si conoscono in orfantrofio a Istanbul, e da quel momento saranno inseparabili. Varie e profonde sono le ferite ricevute nella loro pur brevissima esistenza, il che ne cementa l'amicizia che si riconosce prestissimo in un amore esclusivo e appassionato. Le loro vicende costituiscono il tessuto del libro, che si dipana tutto per le strade, i parchi e le piazze di Istanbul, con una breve parentesi nella maggiore delle Isole dei Principi. Il punto di vista è quello di Ramazan, il bellissimo e estroverso "bambino di un film turco" abbandonato alla nascita nel cortile di una moschea, mentre Ali detto l'Arabo, che proviene dall'estremo est dell'Anatolia, ai confini con la Siria, ha alle spalle una vicenda tragica familiare.

La narrazione ha un andamento semplificato al massimo e ripetitivo, scandito in frasi brevi, piene di punti esclamativi, sicuramente per adattarsi alla semplicità dei due protagonisti (a questo proposito ho letto che già nel romanzo Due ragazze l’autrice aveva fatto un gran lavoro sul linguaggio per individuare il lessico usato dalle adolescenti) ma forse non del tutto convincente in traduzione. In ogni caso nulla toglie alla godibilità di Ali e Ramazan, che nessun amante della Turchia e della sua letteratura deve perdere. Traduzione di Barbara La Rosa Salim.    

giovedì 1 giugno 2017

In memoria di Maria Teresa Novara: Ad una morte, racconto di fantasia


AD UNA MORTE

Amor condusse noi ad una morte.
Dante, Divina Commedia, Inferno, V, 106

Maria Luisa aveva quattordici anni e frequentava la terza media, perché aveva perso un anno per motivi di salute. Era alta per la sua età, e abbastanza sviluppata, anche se la faccia era proprio da bambina, bianca e rossa sotto una frangetta troppo lunga, che sua mamma le diceva sempre di tirare indietro. Aveva gli occhi azzurri e le ciglia chiare, e le sarebbe piaciuto truccarsi, ma suo padre non voleva. "Guai se ti vedo con quella porcheria sulla faccia!" le diceva sempre, ma lei, la domenica pomeriggio, quando andava con le sue amiche a fare un giro in paese, si dava di nascosto un po' di rossetto rosa e trovava che le stava proprio bene. Poi, prima di tornare a casa, si leccava le labbra e se le strofinava col dorso della mano finché erano pulite.
Per andare a scuola doveva fare un paio di chilometri a piedi, perché la cascina in cui viveva con i suoi genitori e i tre fratelli era fuori dal paese, isolata, e nessuna corriera passava di lì. Per fortuna c'era la sua compagna di scuola, Carolina, che abitava a qualche centinaio di metri, e le due ragazze si trovavano per fare la strada insieme. D'inverno la mattina era ancora buio, faceva piacere avere compagnia. Carolina era piccola e magra e aveva paura di tutto, così Maria Luisa si sentiva grande e coraggiosa.

La strada che percorrevano finiva in una frazione di poche case, per cui il traffico era ridottissimo; ma qualche volta passava una macchina e se il guidatore conosceva le due ragazze, si fermava e dava loro un passaggio. Maria Luisa e Carolina accettavano volentieri. Tra questi abitanti dei paraggi c'era anche un certo Giacomo, che guidava un vecchio camioncino rosso e possedeva una cascina cadente, appartenuta ai suoi genitori contadini: lui però non abitava stabilmente in campagna, stava molto tempo a Torino e faceva delle comparse saltuarie, fermandosi a volte anche per lunghi periodi. Quando i genitori di Maria Luisa seppero che Giacomo le aveva dato dei passaggi, le proibirono di accettarne ancora: Giacomo non era ben visto, aveva fama di uomo rissoso,  sbruffone, e non si sapeva di che cosa vivesse, visto che aveva venduto le terre intorno alla cascina e sicuramente non aveva un lavoro fisso in città. Anche se non si sapeva niente di sicuro sul suo passato, era noto che i carabinieri lo tenevano d'occhio e ogni tanto erano andati a cercarlo in cascina o l'avevano convocato in caserma. 
Maria Luisa però lo trovava abbastanza simpatico, le diceva delle cose carine che la facevano ridere e aveva l'aria di interessarsi a lei, le faceva un sacco di domande, ignorando Carolina che era ancora una bambina e se ne stava seduta nel camioncino in silenzio, col muso. Maria Luisa apprezzava molto quando qualcuno la trattava da adulta, specialmente se era un uomo, e Giacomo era proprio un uomo, anzi quasi un vecchio per quel che lei poteva vedere: aveva almeno trentacinque o quarant'anni. Per cui quando i genitori l'avvisarono di non dargli confidenza, lei rispose di sì, e si fece una risata tra sé e sé: ma per chi mi prendete? Non sono mica una bambina che non sa quello che fa. Maria Luisa aveva un carattere allegro, le piaceva ridere. 

Di Giacomo che cosa si può dire? Che aveva trentaquattro anni, aveva fatto il servizio militare negli alpini, era un balordo, faceva il ricettatore e talvolta aveva preso parte a furti e piccole rapine, ma senza mai pensare in grande. Era stato arrestato, processato e condannato a qualche mese di carcere; non aveva una casa in città, viveva in pensione, e passava lunghi periodi di solitudine nella vecchia cascina dei suoi genitori, morti da molto tempo. Gli piacevano le donne, particolarmente quelle molto giovani, ma non aveva rapporti facili con loro, era troppo introverso, quasi timido. Aveva un fratello che viveva ad Alba, ma non si vedevano mai ed erano in lite per la cascina, che apparteneva a entrambi.
Maria Luisa gli piaceva. Se la ricordava bambina, quando la incontrava sulla strada con la madre o i fratelli o nei negozi del  paese. Ora era cresciuta e rideva volentieri, sapeva accettare un complimento e aveva l'aria di chi ha voglia di divertirsi. Fu molto deluso quando per due o tre volte di fila lei rifiutò di salire sul suo camioncino, e attribuì il fatto alla presenza dell'amica, una bambina pallidina e poco attraente. Si accorse di pensarci spesso; cercava di trovarsi sulla strada alle ore in cui sapeva che lei andava o tornava da scuola. Incominciò ad accarezzare l'idea di portarla nella sua cascina, se lei avesse di nuovo accettato di salire sul camioncino. E dopo un po', Maria Luisa e Carolina ricominciarono ad accettare le sue offerte di un passaggio, senza più raccontarlo ai genitori. Però c'era sempre Carolina di mezzo, e Giacomo non aveva nessuna intenzione di portarsi anche lei in cascina. 
Infine, una volta, poco prima delle vacanze di Natale, incontrò Maria Luisa che tornava sola da scuola, perché Carolina aveva l'influenza. Pioveva, e la ragazza salì senza esitare sul camioncino rosso. La strada era deserta, come i frutteti e le vigne che la fiancheggiavano. Maria Luisa non voleva assolutamente accettare l'invito di Giacomo ad andare a vedere la sua cascina: prima di tutto l'aveva vista un sacco di volte passandoci davanti, poi l'aspettavano per pranzo e sua madre si sarebbe arrabbiata moltissimo non vedendola arrivare, per non parlare poi se avesse saputo con chi era. Rifiutò decisamente, senza più ridere per i complimenti che lui le rivolgeva; quando vide che lui aveva superato la sua casa senza fermarsi, si mise a piangere, cercando di aprire la portiera per buttarsi giù. Lui fu costretto a trattenerla con il braccio libero dal volante, e le mollò un ceffone. Lei pianse più forte, ma smise di agitarsi. 

La casa di Giacomo era vicina. Arrivarono in fretta, lui svoltò nel viottolo in salita che portava allo spiazzo davanti alla cucina e fermò il motore. Immediatamente Maria Luisa sgusciò fuori dal camioncino e cominciò a correre giù verso la strada. Ma Giacomo era assai più veloce: la riacchiappò ridendo, perché il gioco lo divertiva abbastanza, e per sicurezza le mollò un altro ceffone. Lei lo morse in un braccio. Giacomo le dette ancora uno schiaffo e, tenendole entrambi i polsi con una mano, la spinse e la strattonò fino in cucina. Lei si divincolava e cercava di tirargli dei calci, ma lui la teneva a distanza di sicurezza e rideva dei suoi tentativi goffi e deboli: era chiaro che non sarebbe mai riuscita a liberarsi. Però non poteva tenerla così per sempre, per cui la chiuse a chiave in una piccola legnaia che c'era nel cortile, poi pensò al da farsi. 
La ragazza faceva un sacco di rumore, gridando e piangendo e tirando calci alla porta, e lui aveva paura che la serratura non tenesse. Si ricordò allora che nella rimessa vicino alla stalla ora vuota c'era una specie di cisterna sotterranea, delle dimensioni di una piccola stanza e coperta da uno sportello di legno pesantissimo, che si chiudeva con una sbarra di ferro. Andò ad aprire lo sportello e un odore terribile di chiuso, di muffa, di mosto e di immondizia lo investì. Lasciò lo sportello aperto per un po', mentre correva in casa a prendere una vecchia branda di ferro e una sedia e le calava giù nel buio. Poi prese delle candele, dei fiammiferi, una bottiglia d'acqua e un secchio e con una scala a pioli che stava in un angolo della rimessa, portò tutto giù e lo sistemò sulla sedia. Infine, dopo un attimo di ripensamento, portò ancora un po' di pane, del formaggio, dei biscotti, una coperta, e andò a liberare la ragazza dalla legnaia. 
Lei non piangeva più ma cercò di nuovo di scappare; siccome non si divertiva più, Giacomo la colpì in testa con un pezzo di legno e la trasportò inanimata fino alla rimessa, la calò nella cisterna, ritirò la scala e se ne andò all'osteria, in paese, per calmarsi e decidere che cosa fare. 
Intanto, a casa di Maria Luisa, c'era solo sua madre, che cominciava a preoccuparsi. Non era insolito che la ragazza tornasse tardi per il pranzo, ma se si fermava da un'amica telefonava sempre, e in una giornata di pioggia era difficile che fosse rimasta a chiacchierare per strada. Telefonò a casa di Carolina, dove le dissero che la ragazzina era malata e non era andata a scuola. Telefonò al marito, che alternava l'attività di contadino con quella di falegname nel laboratorio di un amico in paese; lui andò a informarsi a scuola e da qualche compagno della figlia, ma nessuno l'aveva più vista da quando le lezioni erano finite e lei si era avviata come sempre verso casa. Nel pomeriggio furono avvertiti i carabinieri e squadre di volontari si misero a battere  la campagna.

Mentre, nei giorni seguenti, le ricerche continuavano, Giacomo se ne stava a casa. La sera del rapimento, all'osteria era giunta notizia della sparizione di Maria Luisa. Lui aveva partecipato alla discussione e alle ipotesi, ma non alle ricerche; anzi, era tornato a casa con un piacevole senso di aspettativa. Parcheggiò il camioncino e, portando un pacco di frutta che aveva comprato in paese, sollevò lo sportello della stanza sotterranea. 
Non si sentiva nessun rumore provenire dall'oscurità in fondo, ma una debole fiammella brillava in un angolo: Maria Luisa lo guardò con occhi resi enormi dal buio e dalle lacrime. Non aveva mangiato, stava rannicchiata sulla branda, avvolta nella coperta. La puzza era tremenda e faceva freddo. Lui le si avvicinò e le porse la frutta, ma lei non fece nemmeno un gesto, non disse nulla. Quasi mai, anche nei mesi seguenti, i due si scambiarono una parola: Giacomo non aveva più cose carine da dire e Maria Luisa comunque non avrebbe più riso. Durante la notte lui rimase nella cisterna: lei non oppose resistenza, solo pianse tutto il tempo, fino a quando si addormentò con il viso nascosto dalle braccia. 
Quando Giacomo riemerse, coprì con cura lo sportello con fascine e vecchi attrezzi che si trovavano abbandonati nella rimessa; poi andò  in paese a sentire notizie delle ricerche. 
I carabinieri avevano parlato anche con Carolina, così ben presto si recarono nella cascina di Giacomo per interrogarlo e fare un sopralluogo: non trovarono niente di sospetto, lui fu portato in caserma per essere interrogato più a fondo, ma dopo una notte in cella furono costretti a lasciarlo andare e lui potè tornare dalla sua prigioniera, che per tutto il tempo aveva continuato a giacere sulla branda senza toccare cibo. Però quel giorno Maria Luisa si decise ad assaggiare un po' della minestra che lui le aveva portato; da quel momento in poi, mangiò regolarmente, anche se molto poco. Non cercava più di fare resistenza, non gridava e non scalciava, subiva tutto quello che Giacomo le imponeva: solo, piangeva in continuazione. Poi smise anche di piangere.

Lui cominciò ad andare a Torino di tanto in tanto, per comprare delle cose che non osava comprare in paese: vestiti, assorbenti, giornalini, una lampada a pile potente abbastanza per leggere, cibi ricercati e poi anche smalti, rossetti, profumi perché Maria Luisa  potesse farsi bella e passare piacevolmente le lunghe ore in cui restava sola. Dopo un po' lei cominciò a usare tutto quello che lui le portava, a sorridergli quando sollevava lo sportello e calava la scala a pioli; era sempre pallida e silenziosa, ma col rossetto e un po' di cipria il suo aspetto migliorò, e aspettava con ansia i giornali e gli altri piccoli regali.
Intanto le ricerche continuavano, ma i genitori di Maria Luisa stavano perdendo le speranze. Se ne sentono tante di ragazzine che improvvisamente decidono di abbandonare casa e famiglia e chissà dove e con chi finiscono! Lanciarono appelli alla radio e alla televisione, fecero pubblicare inserzioni sui giornali, ma tutto fu inutile. Anche i carabinieri avevano abbandonato le ricerche, pur continuando a controllare le segnalazioni di ragazzine scappate di casa e ripescate in ogni parte d'Italia. Ma quasi tutti, tranne forse sua madre, erano ormai sicuri che Maria Luisa fosse morta. Carolina aveva ripreso ad andare a scuola e ad accettare passaggi dai vicini che incontrava sulla strada. 

Giacomo era quasi felice per la prima volta in vita sua. Una donna più docile di Maria Luisa era impossibile da trovare. Anche se non rispondeva affatto alle sue effusioni, tuttavia non poteva sottrarsi, e non piangeva più: anzi, qualche volta sorrideva, quando lui le portava un Topolino nuovo o qualcosa di buono da mangiare. Lui svuotava il secchio e puliva la cisterna, lasciava lo sportello aperto qualche minuto per cambiare aria, ma non la faceva mai uscire: una delle poche volte che lei gli rivolse la parola, fu per chiedergli di farla uscire per un po', ma lui non le rispose nemmeno. Lei non aveva più le guance rosse se non quando se le truccava; non aveva nemmeno più la frangetta sugli occhi, perché le era cresciuta tanto da confondersi con il resto dei capelli.
Alla fine della primavera Giacomo scoprì che non aveva più soldi, e si vide costretto a cercare di procurarsene. Telefonò al fratello per chiedergli un prestito; ma quello per tutta risposta gli disse che l'aspettava di lì a qualche giorno dal suo avvocato, per risolvere la questione della cascina indivisa. 
Fallito questo e altri tentativi di trovare denaro a prestito, fu costretto a riprendere i contatti con alcuni dei suoi amici di Torino, che negli ultimi mesi aveva trascurato per via di Maria Luisa. Con uno di questi, Maurilio, pregiudicato, organizzò una rapina che si prospettava semplicissima, in una piccola gioielleria sotto i portici di Piazza Vittorio, priva di sistemi d'allarme, il cui proprietario era un vecchio. Era un colpo modesto, ma sicuro: del resto Giacomo non aveva tempo da sprecare in lunghi preparativi. Fecero insieme un sopralluogo nei dintorni del negozio, si misero d'accordo per ritrovarsi un paio di giorni dopo, e ognuno tornò a casa sua. 

La mattina della rapina, quando Giacomo si alzò, Maria Luisa dormiva ancora, e lui mentre faceva i preparativi per la giornata lasciò lo sportello aperto per cambiare un po' l'aria. Portò giù del cibo e dell'acqua, e partì tranquillo: la ragazza aveva abbastanza giornalini e riviste per tenersi occupata nel tempo che avrebbe dovuto passare da sola, e le pile della lampada erano nuove. Non le disse dove andava, naturalmente, anzi, non la salutò neppure, la lasciò dormire, era abituata alle sue assenze; e poi, sarebbe tornato di lì a poche ore. Pensò ai regali che avrebbe potuto portarle, forse anche qualche gioiello, tanto nessuno l'avrebbe visto addosso alla ragazza e non c'era pericolo che se ne potesse riconoscere la provenienza; e vestiti da estate, perché ormai cominciava a fare caldo persino nella stanza sotterranea.
Era giugno avanzato, Torino aveva un'aria estiva. Nei viali gli ippocastani erano ormai sfioriti e le foglie nuove davano un'ombra allegra e trasparente, ma Giacomo non aveva testa per le bellezze della città nella sua stagione migliore. Non riusciva più a pensare ad altro che a Maria Luisa, ormai da mesi. Anche all'organizzazione della rapina aveva pensato soprattutto Maurilio, in modo piuttosto approssimativo. 
All'inizio tutto andò come stabilito. Giacomo parcheggiò il camioncino in una strada appartata di periferia, dove poco dopo passò a prenderlo Maurilio a bordo di una macchina rubata, e insieme attraversarono la città percorsa dal traffico mattutino in direzione di Piazza Vittorio. Giacomo scese, Maurilio rimase al volante della macchina parcheggiata di fronte al loro obiettivo. Il negozio era vuoto, e nel bar attiguo c'era solo un cliente oltre al barista dietro al banco.
La porta della gioielleria non aveva sistemi di apertura dall'interno, ma era semplicemente accostata; quando Giacomo entrò, un campanello si mise a trillare. Dal retro uscì un vecchio con un pullover blu che lo salutò e  tirò fuori gli orologi che lui gli aveva indicato. Si volse un attimo per prendere una sigaretta e mentre l'accendeva Giacomo estrasse la pistola ordinando di mettere orologi e gioielli nella borsa che gli porgeva. L'uomo  ubbidì senza parlare e attese che il rapinatore fosse uscito per cominciare a urlare; lo seguì fuori, in tempo per vedere una macchina che partiva a tutta velocità. 

Da quel momento in poi tutto cominciò ad andare male. Il programma era quello di attraversare il ponte della Gran Madre, svoltare in Corso Moncalieri, uscire dal centro il più velocemente possibile, poi abbandonare la macchina e ricuperare il camioncino di Giacomo. Ma l'imprevisto si presentò subito sotto forma di un grosso camion da traslochi che bloccava la corsia facendo una faticosa manovra per entrare in un cortile, mentre da qualche strada laterale si sentì ululare una sirena della polizia. Maurilio, preso dal panico, abbandonò il volante e scese allontanandosi di corsa sotto i portici in direzione del Po. Giacomo lo seguì con la borsa dei gioielli senza sapere bene che intenzioni avesse, ma capì quando lo vide attraversare Corso Cairoli e imboccare correndo la discesa verso i Murazzi. Una gazzella a sirene spiegate li seguiva ormai da vicino. Quando vide l'amico buttarsi nel fiume con l'evidente intenzione di attraversarlo a nuoto, Giacomo non esitò a seguirlo, anche se il livello dell'acqua era alto e la corrente veloce. 
Maurilio era un buon nuotatore, aveva le mani libere e riuscì a raggiungere la sponda opposta, risalirla nascondendosi tra i cespugli e dileguarsi nel traffico di Corso Moncalieri, mentre Giacomo nuotava male, aveva la borsa che lo intralciava, e non ce la fece. La corrente lo travolse quasi subito. Il suo corpo fu ripescato poco tempo dopo qualche centinaio di metri più a valle; non aveva documenti e non fu riconosciuto. I giornali cittadini pubblicarono un paio di articoli sul fatto, con titoli come "Balordo annega nel Po dopo una rapina" o "Rapinatore sconosciuto annega nel Po". Il cadavere rimase all'obitorio in attesa di avere un nome.

Qualche giorno dopo, il fratello di Giacomo, dopo averlo atteso invano nello studio dell'avvocato, andò a cercarlo a casa; ma non vedendo nemmeno il furgoncino, pensò che fosse sparito per un po' proprio per evitare quell'incontro, come aveva fatto altre volte, e non giudicò opportuno denunciarne la scomparsa. Solo quando Maurilio, riconosciuto in una foto segnaletica dal barista di Piazza Vittorio, che l'aveva notato nella macchina ferma con il motore acceso, fu arrestato, il rapinatore morto fu identificato e la polizia andò a fare un sopralluogo nella sua cascina. 
Furono ispezionate le stanze e il cortile. Un poliziotto, che si era spinto per zelo fin nella rimessa, notò che un tratto del pavimento era pulito e vi si trovava uno sportello, con una grossa sbarra di ferro infilata in due anelli. Lo sportello fu sollevato portando alla luce una stanza sotterranea, o meglio una cisterna, da cui uscì una zaffata di cattivo odore. Una scala a pioli che stava lì accanto fu calata nel buio, e il poliziotto che vi discese si ritrovò in un angusto vano arredato con una sedia e una branda, sulla quale giaceva una ragazza vestita con una maglietta e un paio di pantaloni, le palpebre innaturalmente azzurre, le guance rosee, le labbra rosse. Malgrado tutti i suoi colori la ragazza era morta da qualche giorno, sicuramente per asfissia. Aveva gli occhi chiusi, e un "Topolino" appoggiato sullo stomaco.

Maria Teresa Novara, 1955 - 1968
















Ines Arciuolo, A casa non ci torno - Autobiografia di una comunistaribelle.

Un libro che ho amato moltissimo, che mi ha fatto pensare e ricordare e mi ha lasciata piena di ammirazione, simpatia e empatia verso l'autrice. Ammirazione perché la protagonista di questa autobiografia, Ines Arciuolo appunto, è sincera e indomita, coraggiosa e candida: nella gestione della sua vita, non nella finzione letteraria. Simpatia perché la vita non è stata facile con lei, anzi, e Ines l'ha sempre affrontata con grinta ma soprattutto con attenzione verso gli altri, i loro diritti, le ingiustizie e le storture; empatia infine perché, pur nella grandissima differenza di scelte personali e vicende esistenziali, in molto di quello che dice Ines mi riconosco, nei suoi sogni, desideri, tensioni ideali, illusioni forse, ma comunque aspirazioni che pur frustrate e deluse continuano a sembrarmi giuste.
Ines ci narra con molta attenzione, semplicità e precisione le sue vicende: l'infanzia serena in un paese vicino a Caserta, l'amato padre comunista che per primo le insegna il coraggio e la capacità di pagare di persona per le proprie idee, la mamma, la nonna, le sorelle, le numerose e vivaci persone che animano vie e cortili, l'asilo, le suore reticenti, il cibo indimenticabile... Riesce a far rivivere un mondo con mezzi minimi e una gran naturalezza. Poi la morte del padre, l'abbandono degli studi, il trasferimento a Milano, la militanza nell'Unione dei Marxisti-Leninisti, il lavoro in fabbrica, le lotte, e poi ancora Torino, altre lotte e finalmente l'approdo sempre vagheggiato, Mirafiori. Siamo negli anni fatidici del 1979-80, i 61 licenziati in odor di terrorismo, gli scioperi duri, la marcia dei 40.000, i 23.000 in cassa integrazione. E accanto scorre la vita di una ragazza, le sue amicizie e i suoi (discretissimi) amori, i compagni, le moltissime figure che attraversano la sua strada descritti con pochi tratti e molto equilibrio. Poi gli anni in Nicaragua a inseguire il sogno di una rivoluzione realizzata, i nuovi amici e i nuovi affetti, il lavoro, le scoperte e le delusioni. Infine il ritorno in Italia, a Torino, le difficoltà terribili di reinserimento, il lavoro in una cooperativa che si occupa di malati mentali e disadattati, i "ragazzi" descritti a uno a uno con affettuosa attenzione, i rapporti con i colleghi e la direzione, le nuove delusioni... Tutta una vita condivisa con il lettore con una sincerità che conquista e un linguaggio semplice e diretto che non si può che ammirare.
Un libro secondo me davvero speciale, un documento su tempi importanti e vicende importanti narrate da una protagonista dall'occhio acuto e dalla mente equilibrata, che ristabilisce la verità, oggi così spesso distorta e fraintesa.
Pubblicato nel 2007 da Stampa Alternativa, A casa non ci torno si trova in rete su parecchie piattaforme di vendita (in formato cartaceo).

lunedì 29 maggio 2017

Contro la lettura: Freya, da La lametta nel miele



Nelle mie passeggiate [...] scoprii altre botteghe di libri usati, che non avevo mai notato perché non mi interessavano. Molte si affollavano vicino a Campo de' Fiori. Presi l'abitudine di curiosarvi senza mai comprare niente. I proprietari mi guardavano con diffidenza, mi chiedevano se cercavo qualcosa in particolare, non mi lasciavano sola un attimo. Non sapevo di avere l'aria equivoca, ma evidentemente pensavano che fossi una vecchia taccheggiatrice, una potenziale ladra di volumi preziosi. Finì che una sera, per togliermi di dosso gli occhi di una negoziante dalla faccia stanca e violenta, acquistai un volumetto in brossura, antico ma senza pretese. Delle fatiche e dei doveri delle donne oneste, Letture edificanti, recitava il titolo sulla copertina smangiata.
- Le interessa la storia delle donne? – mi chiese la libraia mentre l'impacchettava.
- Veramente no. Ne ho abbastanza della mia. Lo voglio regalare a un'amica che si interessa a questi argomenti, - mentii, già pentita di quella spesa impulsiva e inutile.
- Eppure, sapesse… Si impara da libri come questo. Se non altro a non lamentarci della nostra vita. Siamo tanto fortunate a essere nate qui e ora. Lei e io, quando questo libro è stato stampato, probabilmente saremmo già state morte da anni, di parto o di fatica. Certo non saremmo qui a chiacchierare. Lei non avrebbe avuto i soldi per comprare un libro né io la libertà di tenere un negozio.
Mi venne un senso di oppressione, di rifiuto.
- Magari saremmo state entrambi ricche cortigiane senza obblighi né carichi di famiglia.
Rise. Anche a me l'idea sembrava assurda, in realtà.
- Con la nostra faccia? E comunque, prima avremmo dovuto lavorare duramente in un sacco di letti faticosi e spietati.
Mi resi conto di avere detto una grande cazzata. Chissà perché avevo avuto una simile fantasia. Riuscii a tirare fuori un sorriso di complicità femminile, del genere che di solito mi faceva vomitare.
- Forse ha ragione lei. Comunque preferisco non pensarci affatto.
- Be', se riesce dia un'occhiata a questo libro prima di regalarlo. E torni a trovarmi, ne parliamo.
Mi fece uno sconto consistente, di cui mi vergognai. Avevo pensato di gettare Delle fatiche e dei doveri delle donne nel primo cestino dei rifiuti che incontravo. Invece lo portai a casa e lo misi su uno scaffale. A parte gli elenchi del telefono, non ne avevo altri.
Non amo leggere. I pochi libri che sono entrati nella mia vita non li conservo mai. Trovo deprimente quel loro riempirsi di polvere in silenzio, dimenticati. Mi sembrano tanti cadaveri mummificati, in attesa di un archeologo che li riporti alla luce e che non arriverà mai. A maggior ragione mi infastidiva quel libro pubblicato nel 1844, stanco, decrepito, mai più letto da anni e anni. Se poi l'aveva letto qualcuno. Quanti sono i volumi stampati che nessuno mai ha sfogliato? Nelle librerie antiquarie avevo notato che molti avevano ancora le pagine intonse. Che sorte orribile, starsene lì con tutte quelle parole a disposizione di un lettore che non arriva. Come lettere che non abbiano mai raggiunto il destinatario.
Andò a finire che una sera di temporale in cui ero stata costretta a rientrare prima del solito e non avevo voglia di stordirmi di televisione, aprii quel volumetto poco attraente. Mi piacque l'odore di muffa che ne esalò. C'erano delle illustrazioni rozze, donne con i capelli ben tirati e gli abiti accollati che sorvegliavano bambini intenti a scrivere, donne che pregavano inginocchiate a fianco di alti letti, porgevano medicine a vecchi ammalati, sedevano accanto al fuoco con aria affranta, camminavano per strada con una sporta al braccio e il capo chino. Una mi colpì. Con i capelli sciolti, coperta fino alla gola, ai polsi e ai piedi da un camicione da notte, una disgraziata guardava la luna attraverso i vetri chiusi. L'attesa, diceva la didascalia in basso. Mi fece passare qualsiasi curiosità di continuare. Comunque su una rete locale trovai un film inglese degli anni settanta, una rapina in banca con attori strizzati in giacchette marroni e pullover bianchi a collo alto, che mi aiutò a tirare tardi.

venerdì 26 maggio 2017

L'amore in panetteria, l'anno che cadde la Mole: La lametta nel miele



 LA LAMETTA NEL MIELE

Ero sicuro che il garzone della panetteria fosse innamorato di lei. Bastava vederlo quando fermava la bicicletta mettendo un piede a terra, trafelato, una pioggerella di sudore sulla fronte tenuta sgombra dalla retina. Aveva occhi a mandorla in un viso magro, zigomi alti e il naso a becco. Magari sarebbe stato anche bello se avesse potuto permettere al ciuffo nero e lucido di planare ondoso sulle sopracciglia. Così, povero ragazzo, era solo un po' ridicolo, sempre bianco di farina, con quei polpacci sottosviluppati malgrado il gran pedalare che faceva su e giù per il paese. Però aveva un buon odore. Dalla cesta agganciata al manubrio venivano effluvi di pane appena sfornato, mischiati al sudore e alla fragranza della camicia di bucato. Devo ammettere che questo era un punto decisamente a suo favore.
Guarda caso, quando lei entrava in panetteria lui era sempre lì a riempire la cesta. Invece di ripartire subito ciondolava, blamblinava, lanciava battute alla signora Piolatto che a sua volta gli lanciava occhiate feroci.
- Tre chili di biove alla Trattoria della Corona Grossa, due alla signora Fedele, cinque di banane all'olio all'asilo, svelto che è tardi.
Come se ci fosse bisogno di ripetere tutti i giorni il rosario delle consegne, le conosceva benissimo. Mi faceva pena la sua ansia di farsi notare, il gesto furtivo con cui si asciugava la fronte con il dorso della mano.
Lei, niente. Tutta composta nel tailleur beige, il manico della borsetta al gomito, comprava otto biove e due pesche per le bambine. Contava i soldi e li lasciava sul banco con una smorfia all'angolo della bocca, come se le desse fastidio toccare i biglietti sporchi e cincischiati malgrado i guanti di pelle marrone. La signora Piolatto porgeva le brioche alla marmellata alle bambine che se le cacciavano in bocca immediatamente. A me parevano più culi rosati che pesche.
Anch'io ero sempre in panetteria a quell'ora. Ogni volta le sorridevo, senza risultato. Le bambine mi guardavano con quelle loro faccette sporche di marmellata, curiose, gli occhi ancora un po' assonnati ma vigili. La madre infilava il pane nella rete della spesa, acchiappava le figlie una per mano (la borsetta di pelle nera le scivolava dal gomito al polso e restava a dondolare sull'intrico di dita adulte e dita infantili) cedendomi il posto davanti al bancone. Io mi infilavo nella nicchia d'aria ancora calda di lei, senza muovermi finché non avevo aspirato tutto quello che immaginavo fosse il suo odore.
- Tre paste dure, due biove e un panino all'olio.
Alla signora Piolatto non ero simpatico, chissà perché. Mi incartava le pagnotte a muso duro, contava ogni volta i miei soldi con la speranza di beccarmi in difetto. A lei, solo sorrisi.
- Arvëdse madamin, ciau bele cite.
Uscivamo tutti e cinque, due ragazzi due bambine e una signora, ognuno con la fretta di correre da qualche parte e la certezza che ci saremmo ritrovati la mattina dopo. Le bambine erano uguali, biondine, pallide, con i capelli lisci divisi sulla sinistra e una molletta a trattenerli sulla destra, occhi grigi, labbra a cuore, solo che la grande era bella e la piccola brutta. Si chiamavano Stella e Fiorenza. La madre, Clara Berlaita. Il garzone Luigi Scicchitano. Io, Filippo Paschetto.
Nel paese piccolo in cui abitavamo, alle porte di Torino, tutti sapevano tutto di tutti. La mia storia avrebbe potuto commuovere i sassi. Se vivevo solo con la mia anziana nonna, se compravo io il pane prima di andare al Politecnico dove frequentavo il primo anno, se non ero sempre in ordine e ben pettinato come avrei dovuto, c'erano motivi seri e conosciuti. Eppure la signora Piolatto non si commuoveva affatto, mi guardava diffidente e un po' schifata. Mah. Avrà avuto le sue ragioni. Forse non le piaceva il modo in cui  a mia volta guardavo madamin Berlaita.
Che aveva anche lei le labbra a cuore, coperte di un rossetto scuro e opaco, gli stessi occhi grigi delle figlie, lo stesso naso corto, ma i capelli ricci e neri. Permanente o ricci naturali? Non ero abbastanza esperto per decidere da me. Mi sarebbe piaciuto discuterne con Luigi, o almeno chiedere l'opinione della signora Piolatto. Inoltre di carnagione era assai colorita, le sue guance erano belle rosse, mentre la pelle che si intravedeva nello scollo della giacca era bianca come la panna, compatta e liscia. Anche i polsi, tra la manica e il guanto, luccicavano di candore.
Portavo il pane alla nonna, che potesse inzuppare nel caffelatte quel buon odore di biova appena uscita dal forno. Lei mi metteva una cotoletta o un pezzo di frittata nel panino all'olio che doveva accompagnarmi nella giornata di studio, due pere, una manciata di ciliegie in un sacchetto. Poi correvo alla fermata del tram e via, fino a sera non tornavo nel paese cadente e triste dove battevano i nostri cuori, il mio, quello di Luigi Scicchitano e quello di Clara Berlaita.

La lametta nel miele la trovate qui