lunedì 11 febbraio 2019

Il bellissimo e amaro Midwest di Hamlin Garland, Racconti dal Mississippi

So che parlando di Hamlin Garland (1860-1940) e della sua raccolta d'esordio, i sei Racconti dal Mississippi usciti nel 1891 con un buon successo di pubblico, difficilmente farò suonare corde conosciute per la maggioranza dei lettori. Io, confesso, non l'avevo mai sentito nominare prima di imbattermi in questo libro che, come mi capita sempre con i racconti, mi ha incuriosita e attirata. 

La lettura non mi ha delusa, anzi.

Dimenticate Far West, diligenze e indiani, saloon e stivali, avventurieri e medici ubriaconi. Qui c'è solo lavoro, fatica disumana, stanchezza, miseria, rapporti difficili, delusione. Nel primo racconto, Una storia dal Wisconsin, Howard, che ha fatto fortuna a New York come attore, torna nel paese natale, alla fattoria dove sono rimasti la madre e il fratello Grant, e si scontra con il rancore, l'ostilità di Grant
Quello che non cambia e rimane sempre magnifico è il paesaggio, fatto di cieli dorati e fiammeggianti, di colline verdissime campi sterminati, di fiumi che scorrono veloci e boschi impenetrabili. Le macchine agricole hanno un che di minaccioso e spietato, seguirne la forza e l'implacabile energia spacca braccia e schiene, mentre le fattorie sono misere e spoglie, neanche le case offrono il piacere e il conforto che gli uomini si conquistano spezzandosi le reni sulla terra.

Anche le donne lavorano, sono creature spesso senza voce né volto, o coraggiose e tenaci come e più degli uomini, ma il loro destino è la cura degli altri, mai di se stesse. L'amore non è indispensabile, come dimostra Tra i filari di granoturco, o deve affrontare ogni sorta di difficoltà come nel tragico e patetico Il ritorno del Soldato. I sogni sono limitati e anche quando si realizzano, come nel racconto Il viaggio della signora Ripley, è solo del ritorno alla normalità che vale la pena di parlare. Nella strada secondaria ha un finale positivo, aperto su un futuro da affontare con ottimismo, ma non è difficile immaginare le difficoltà che dovranno affrontare i protagonisti.
In ogni caso le storie sono esili e contano relativamente, quello che colpisce e affascina la descrizione di questo mondo rurale fatto di schiene chinate, mani callose, piedi pieni di piaghe, facce rassegnate o disperate, circondato dalla natura meravigliosa e matrigna. Un libro strano che non deluderà gli amanti dei bei racconti e delle scoperte inaspettate.       

Cura e traduzione, a dire il vero parecchio traballante e a tratti stramba, di V. Valentini.

martedì 5 febbraio 2019

Fuggire da ciò che si ama per non perderlo: Pinar Selek, La casa sul Bosforo

Pinar Selek prima che una scrittrice è un'attivista battagliera e appassionata, che ha pagato di persona il suo coraggio nel denunciare molti aspetti della vita politica turca, anche se La casa sul Bosforo non è la sua sola opera di narrativa. Si tratta di un romanzo corale che abbraccia una ventina d'anni, a partire dal colpo di stato del 1980 fino al 2001, alla vigilia della salita al governo di Recep Tayyip Erdoğan e si dipana tra Turchia, Francia, Armenia pur restando fortemente ancorato al quartiere istambuliota di Yedikule i cui abitanti sono protagonisti.

Si tratta di persone semplici, due giovani coppie, il farmacista, il falegname, il perditempo, la prostituta, tratteggiate velocemente, più dette che rappresentate, ma molto efficaci e di grande umanità. Sullo sfondo scorrono le grandi tragedie del passato, il genocidio armeno (su cui Pinar Selek ha scritto molto), il terribile pogrom del 1955 contro i greci, e del presente: la questione curda, la feroce repressione governativa, il terrorismo, il terremoto del 1999, ma in primo piano ci sono le vicende degli abitanti di Yedikule.

C'è l'affetto e c'è l'amore, ma anche i sogni delle due ragazze, Elif e Sema, mai disposte a restare in secondo piano o mettere le esigenze affettive prima della propria autorealizzazione. C'è un po' di autobiografia nella figura di Elif le cui vicende ricalcano in parte quelle di Pinar Selek. C'è soprattutto la solidarietà, la straordinaria capacità di sostenersi a vicenda del quartiere che è una vera e propria comunità di fronte al mostruoso sviluppo metropolitano di Istanbul. C'è un po' di nostalgia per i tempi passati e per un mondo sparito, c'è il fascino dei nomi evocativi di Istanbul (confesso che io sono molto sensibile a quest'aspetto), ma su tutto prevale l'attenzione e la consapevolezza del mondo tutt'intorno e dei suoi problemi. C'è la necessità di partire, talvolta di fuggire, dalla propria casa e dalla propria vita. Non sono certo dei provinciali legati al passato gli abitanti di Yedikule: ma aggiungo che le storie raccontate da Pinar Selek non ne sono affatto appesantite vi si parla anche di musica, di danza, di teatro itinerante, delle mille maniere in cui la vita riesce a manifestarsi anche nelle circostanze più difficili.

Mi ha molto stupito, dal momento che l'autrice è così impegnata politicamente e socialmente, la sua straordinaria capacità di narrare vicende individuali e marginali con grande leggerezza, velocità e empatia, che rende gradevolissima la lettura di questo romanzo, vivamente consigliato sia per la sua validità narrativa che per l'interesse aggiunto della cornice storico-politica in cui si svolge. Piacerà sia a chi ama Istanbul e la Turchia che a chi non vi è mai stato. Traduzione a cura di Ada Tosatti e Camilla Diez.

sabato 12 gennaio 2019

Come si diventa un grande scrittore sognando di diventare autista di camion: Mo Yan, Cambiamenti

Mi fa sempre piacere parlare di Mo Yan, uno dei miei grandi amori letterari, e sono molto contenta di poter dire che Cambiamenti è decisamente un bel libro, anche se non ha niente a che vedere con il resto della sua produzione. In poco più di cento pagine ci racconta la sua vita, dipanando una concisa autobiografia a partire dagli anni dell'infanzia fino al momento in cui raggiunge la fama letteraria.

Gli episodi raccontati sono curiosi e interessanti, a partire da quelli relativi ai compagni di classe delle elementari elementari, alcuni dei quali sono destinati a ricomparire nei momenti topici. C'è il maestro Liu Bocca larga, protagonista di un mitico incidente durante una partita di ping pong, la bella Lu Wenli, compagna di banco del narratore, notevole per le sue grazie e anche perché suo padre guida un camion Gaz-51 di produzione sovietica, rapido come il vento, veloce come una saetta, dall'aspetto imponente e minaccioso, che affascina Mo Yan e gli altri scolari, in particolare He Zhiwu che sognava di diventare proprio il padre di Lu Wenli, e il cui destino si incrocerà nuovamente più volte con quello di Mo Yan.

Il quale, cacciato da scuola, le prova tutte per farsi largo nella vita, e infine riesce a entrare nell'esercito. La sua storia, le vicissitudini che accompagnano la sua carriera (o meglio, la sua mancanza di carriera nell'esercito), i tentativi infine riusciti di studiare e laurearsi, gli scontri con la burocrazia ottusa, e le altre vicende più o meno banali di un'esistenza qualsiasi sono raccontate con ul linguaggio piano, scorrevole e ironico, privo degli arditi barocchismi e delle esagerazioni che tanto mi hanno affascinato così come della tendenza alla narrazione fluviale dei romanzi, soprattutto gli ultimi. Ma l'occhio dello scrittore è acuto, smaliziato, osserva con equilibrio, distacco e divertimento gli incontri con gli antichi compagni, i loro diversi destini, segue il mitico Gaz-51 di produzione sovietica nelle sue incarnazioni, e pur astenendosi da giudizi politici o storici se ne legge tra le righe il distacco. Mo Yan è nato nel 1955 quindi ha vissuto in pieno gli anni del maoismo ma i riferimenti alle vicende storiche sono molto scarni, dati di fatto e non opinioni.

Questo non è un racconto storico ma una ricostruzione privata di alcuni aspetti autobiografici, molto scorrevole, veloce e interessante, ricco di episodi curiosi che danno una visuale insolita di quegli anni. Un Mo Yan diverso per me, ma sempre decisamente godibile. Se per caso vi interessa leggere le mie recensioni precedenti, qui potete trovare Il supplizio del legno di sandalo, Il paese dell'alcol, Grande seno fianchi larghi, Le rane, Le sei incarnazioni di Ximen Nao, Sorgo rosso.      


domenica 23 dicembre 2018

Un incontro davvero prezioso per capire la storia recente dell'Iran: Chahdortt Djavann, Vengo da altrove

Questo snello e veloce libretto (ma solo per le dimensioni) di
Chahdortt Djavann, Vengo da altrove, è uno dei testi più efficaci, interessanti e illuminanti sull'Iran che abbia incontrato. Ed è anche di lettura molto gradevole, con una struttura a brevi capitoli legati a momenti del passato dell'autrice e contemporaneamente a precisi snodi storici. Seguiamo così i passi di Chahdortt Djavann da quando era una studentessa dodicenne, legatissima a Sara e Mahsa, compagne di classe, come lei provenienti da un ambiente colto, laico e di sinistra. La rivoluzione komeinista le proietta in un mondo di divieti, controlli, obblighi, spioni, delazioni, ricatti e molto peggio. La reazione è forte, ma la dittatura religiosa vince su tutta la linea e la vita di tutti ne è totalmente sconvolta.

Spariscono le sicurezze e spariscono, cosa ben  più grave, le persone. Tutto diventa difficile, neanche l'amicizia più salda riesce a opporsi alla follia della repressione di ogni resistenza. Gli anni passano, la protagonista sopravvive, come tutti, scavandosi i suoi spazi negli angoli dove non arrivano gli sguardi inquisitori dei pasdaran, degli insegnanti, dei guardiani della morale assatanati nel loro sforzo di controllare tutti i comportamenti dei cittadini, fino al più piccolo gesto. Solo in casa, dove nessuno può fare la spia, ci si rilassa, ma con molta cautela. Dopo gli anni dell'università a Bandar Abbas, nel 1993 Chahdortt Djavann emigra in Francia e ricomincia una vita da esiliata: Sette anni fa, non sapevo nè leggere, né scrivere, né parlare. Nemmeno una parola. Era una notte d'inverno, arrivai a Parigi. Il suo sogno era stato diventare scrittrice, e trovarsi in un paese libero le dà la sicurezza di poter presto scrivere il suo primo libro. Ma l'indomani mattina, dal fornaio, non avevo le parole necessarie per chiedere la mia baguette. 

Nulla ci racconta della sua vita in Francia in quegli anni, ma sono stati anni di successi e nel 1998 torna a Teheran per rivedere persone e luoghi che le appartengono. Ma l'impatto è tremendo. Non c'è più nulla di quello che ricordava, sparita la resistenza sia pubblica che privata, dappertutto regna un  adattamento silenzioso impastato di paura e ipocrisia, mentre la frattura tra pubblico e privato si manifesta soprattutto nell'arrogante sicurezza dei ricchi, che nel chiuso delle lussuose dimore si comportano come occidentali e trascorrono all'estero tutto il tempo che possono. E peggio di tutto, è il cambiamento interiore delle persone, ormai dimentiche degli ideali di democrazia e libertà e pronte a scendere a compromessi anche pesanti per sopravvivere.
Una settimana dopo, ero a casa mia. Nella mia camera. A Parigi.

Quello che rende così interessante e leggibile questo libro è anche il fatto che non c'è giudizio, moralismo, senso di superiorità in Chahdortt Djavann. La sua è una voce piena di dolore ma anche lieve, oggettiva nella narrazione, mai pesante, la voce di qualcuno che ha vissuto momenti terribili e li ricorda benissimo, è riuscita a salvarsi e non può che capire chi è rimasto in patria a affrontare giorno dopo giorno una realtà difficilissima.
Questo è un libro che mi sento di consigliare a tutti quelli che nella lettura cercano qualcosa in più della soluzione di un delitto o una storia d'amore, anche se non hanno un interesse particolare per quest'angolo di mondo. E' un libro bello, ben scritto, interessante, e devo dire che mi ha fatto capire concretamente molte cose sulle vicende dell'Iran, dandomi l'impressione di una presa diretta sulla realtà. Traduzione di Tommaso Guerrieri. Se siete fortunati lo troverete su qualche bancarella, dove il magnifico catalogo Barbès è venduto a 1 euro (un'occasione da non perdere davvero, ci si possono fare scoperte davvero preziose).                    

venerdì 14 dicembre 2018

L’onnipotenza della vecchiaia: Margherita Giacobino, L'età ridicola


Eccoci qui a parlare dell'ennesimo meritatissimo successo di Margherita Giacobino, L'età ridicola.
È un romanzo apparentemente semplice e con poca azione, in realtà complesso perché ha molte linee narrative, soprattutto ha molti livelli: realtà, sogno, riflessione, ricordo. Potente e coraggioso, perché tratta argomenti scomodi, pesanti, come vecchiaia e morte. I personaggi sicuramente sono il tratto saliente di questo libro, quello che rimane più vividamente nella memoria quando si arriva alla fine.

Il romanzo si articola intorno a un gatto e quattro donne, di cui tre presenti e una assente ma continuamente evocata. Ai margini c’è un fantasma maschile, fantasma dico perché compare e scompare, ha tutte le caratteristiche del fantasma, pur essendo in carne e ossa. La vicenda è lineare: c’è l’indiscussa protagonista, molto protagonista, che non ha nome, si chiama "la vecchia" e ha un’età tra gli ottanta e i novant’anni mai definita chiaramente ma insomma ragguardevole, ha gli acciacchi dell’età però è ancora del tutto autosufficiente e soprattutto ha una testa che funziona a mille. È combattiva, potente, capace di incazzarsi e provare rabbia per quello che vede e quello che intuisce. E' anche l'unico motore di tutta la storia, in grado di forzare gli eventi e prendere decisioni risolutive per sé e per gli altri. Lucida e disincantata, le sue riflessioni su morte e vecchiaia che costituiscono la vera sostanza del libro sono prive di qualsiasi compiacimento consolatorio o metafisico, ne riflettono lo stoicismo capace, quando vuole, di abbandoni sentimentali e affettivi, mentre l'intreccio continuo di ricordi, osservazione del mondo e riflessioni tengono il lettore incollato e affascinato da questo flusso di coscienza decisamente fuori dal comune. Solo alla fine scopriamo qual era la sua attività, e mai il suo nome. E nelle strepitose pagine conclusive, la vecchia riesce anche a fare una scelta giusta e inaspettata, regalando salvezza a persone che non conosce.


Le presta aiuto una giovane badante, Gabriela, che è un personaggi enigmatico, sfuggente. È di una nazionalità indefinita ma slava, balcanica quantomeno, si direbbe, è piccola, ha le dita molto piccole, è giovane, ha ventisei anni, e una vita molto incasinata. Poi c’è Malvina, l’amica della vita, che purtroppo è un personaggio che sparisce continuamente, sparisce in più modi. E poi c’è l’assente ma sempre evocata Nora, il grande amore della vecchia. La vicenda nel complesso è lineare e consiste soprattutto nell’interazione tra la vecchia e la giovane, e nei tentativi della prima di agire in qualche modo sulla vita della seconda, difenderla e aiutarla soprattutto, impresa non facile perché, sospetta la vecchia, Gabriela mente, o quanto meno un sacco di cose se le tiene per sé. La vicenda è raccontata al presente, dal punto di vista della vecchia a volte in prima persona a volte in terza, ma ci sono alcune parti in cui penetriamo nel pensiero di Gabriela. Non abbastanza, però, da capirla fino in fondo. Questa ambiguità voluta del personaggio forse rappresenta la distanza tra le età e le realtà delle due donne, e ci lascia con una domanda senza risposta: chi è veramente Gabriela? La parte che le è affidata è quella di rappresentare la gioventù, il controcanto della vecchia, ma stupisce in quanto non ha desideri, ha poche aspettative, è come ritirata dalla vita.

Malvina invece è l’amicizia, la solidità di questo sentimento, ma nello stesso tempo è la sparizione, l’inesorabile degrado del tempo. Di lei non sappiamo molto ma conosciamo la sua funzione nei confronti della vecchia e di Nora, e poi che era affascinante, le piaceva ballare, che era una straordinaria montatrice cinematografica, era innamorata della bella Germana. Rappresenta l'affetto, la presenza, il supporto, quella di cui la vecchia deve occuparsi e preoccuparsi (e protesta ma si capisce che ne è felice), e poi la sparizione.

I personaggi maschili sono meno sviluppati ma hanno la loro importanza. Naturalmente il più importante è Dorin, il fantasma di cui si diceva prima. Mezzo terrorista, stalker, violento, ottuso, un repertorio di tutte le peggiori caratteristiche maschili, rappresenta la minaccia oscura che rende impossibile la vita di Gabriela. Dorin non esiste quasi. Non ci sono motivazioni dietro alle sue azioni, non entriamo mai nella sua mente. È più una funzione che un personaggio, è il pretesto necessario per fare andare avanti la narrazione. Max è il vecchio amico ostaggio di una nipote despota, Ciro il fabbro è importante perché è lui a fornire la pistola (elemento che la caratterizza fin dalla copertina e che avrà un'importante funzione nello sviluppo narrativo) alla vecchia, il nipote di Malvina è il responsabile della sua sparizione, il fruttivendolo, il marocchino mendicante, il vecchio dirimpettaio fuori di testa sono figurette veloci ma indimenticabili.
Poi c'è la famiglia di Gabriela cui appartengono l’avidità, la mancanza di scrupoli, l’anafettività.
C'è una veterinaria che rappresenta una specie di rispecchiamento, di anticipazione di un'importante svolta narrativa, c'è il gatto Veleno, le inservienti della clinica, l'assistente sociale.

L’ambientazione è chiarissima e ben riconoscibile per chi a Torino ci vive. I luoghi hanno una funzione centrale, e alla fine vediamo il cortile interno, le finestre dei dirimpettai, i tetti, l’ospizio in collina. Le descrizioni sono vivide, con figurette appena schizzate ma che colpiscono. Conta il presente ma conta anche moltissimo il passato, sognato e vagheggiato, la sostanza del romanzo non sono le azioni (a parte l'accelerazione finale, in cui Margherita Giacobino si esibisce in una prova da maestra) ma come ho già detto, i ricordi e soprattutto le riflessioni della protagonista sulla vecchiaia e la morte, in cui è fondamentale il tono spesso ironico che crea quel tanto di distacco che permette all'argomento difficile di risultare gradevolissimo e avvincente.


mercoledì 12 dicembre 2018

Quattro passi nell'Ottocento 3: Aleksej Apuchtin, L'archivio della contessa D**. Anche i nobili russi piangono, ma noi ci facciamo due risate

A dire il vero Aleksej Apuchtin non l'avevo mai sentito nominare quando ho cominciato a leggere L'archivio della contessa D**. Ho visto dalla biografia che non ha scritto molto di narrativa, è piuttosto un poeta, e i suoi testi in prosa sono stati pubblicati postumi. La cosa mi ha stupito perché questo libretto mi ha incantata, divertita, acchiappata, mi ha tenuta sveglia fino a tarda notte e la mattina dopo, invece di buttarmi a leggere posta e giornali, appena ho aperto un occhio ero già immersa nelle vicende della contessa D** e dei suoi amici.

E' un romanzo epistolare, e come dice il titolo si tratta di un archivio in cui la destinataria, la contessa D** appunto, non compare mai in prima persona, ma le sue vicende le intuiamo dalle parole dei suoi numerosi corrispondenti. Siamo in un anno non precisato dell'Ottocento, a Pietroburgo, nell'alta società, e gli attori di questa storia corrono volentieri su e giù per la Russia verso Odessa o lontane tenute di campagna, con pause a Mosca, ma la vera vita è solo ed esclusivamente quella che si svolge a Pietroburgo nei salotti e nelle alcove del bel mondo.

Personaggi, oltre alla contessa Ekaterina Aleksandrovna (Kitty per gli amici intimi) sono la sua amica del cuore Mar'ja Ivanovna Bojarova (che si firma Mary), il marito conte D., l'amante Mozajskij, la principessa Krivobokaja, presidentessa della Società per la Salvezza delle giovani in pericolo con una figlia nubile da piazzare, e molti altri che si muovono freneticamente sul palcoscenico scivoloso della vita sociale di Pietroburgo. Le loro parole intrise di vanità, avidità, ipocrisia, lussuria, sono quel che di più divertente ho letto negli ultimi tempi. Mi ripeto, ma questo libro è veramente irresistibile.

I fatti sono universali, non particolarmente originali - amori adulterini, mariti ingenui, attese di eredità che puntualmente vengono deluse, intrighi matrimoniali e per il prestigio sociale, pettegolezzi su personaggi in vista, cuori infranti e slalom tra amanti - ma orchestrati con tale abilità e scioltezza che riescono a sorprendere ogni volta. Seguiamo gli intrecci tra i personaggi, ridiamo sull'ingenuità con cui sbattono il naso negli spigoli, si fanno ingannare da chi è più astuto, ci rallegriamo delle batoste degli antipatici e parteggiamo per le pessime protagoniste, ma soprattutto ci divertiamo senza un momento di stanchezza. Avete presente quelle sit-com spiritosissime in cui non ci si stanca mai anche se non c'è neanche un attimo di imprevedibilità? Io sono sempre piena di ammirazione per gli scenggiatori che riescono a fare certi miracoli. Ecco, se fosse vissuto oggi forse Aleksej Apuchtin avrebbe poturo fare carriera come sceneggiatore.

E questa impagabile passeggiata tra servi ladri e ricattatori, preti intriganti e attaccati ai soldi, ricconi che procurano mariti alle proprie figlie brutte a qualsiasi prezzo, innamorati che si vendono senza rimorsi, ha il pregio estremo di mancare totalmente di moralismo e buoni sentimenti. Aleksej Apuchtin non fustiga, rappresenta con perfidia e gran divertimento figurette indimenticabili. E in una cosa non concordo con Caterina Maria Fiannacca, autrice della bella traduzione e dell'interessante introduzione: il dolore e l'autocritica dell'ipocrisia dei rapporti sociali in cui sprofonda Mary dopo l'abbandono dell'amante Kostja non portano a una vera rinascita, né i figli riscoperti né la calma della campagna lontana da Pietroburgo sono sufficienti per chi è drogato delle emozioni della vita mondana. La cronaca di qualche giorno di lucidità ci porta allo sberleffo finale. L'ultima pagina fa intuire che presto Mary tornerà a rivendicare il suo posto in società, pronta a trovare un nuovo Kostja per cui gioire e soffrire e con cui scambiare lettere da distruggere subito. Meno male che Kitty invece il suo archivio lo conserva gelosamente, e noi possiamo infilarci il naso per goderne gli effluvi esilaranti.    

          

martedì 11 dicembre 2018

Quattro passi nell'Ottocento 2: Leopold von Sacher-Masoch, Diderot a Pietroburgo o la scimmia parlante del Madagascar

Leopold von Sacher-Masoch
La seconda tappa della mia passeggiata ottocentesca mi ha portato a Leopold von Sacher-Masoch e al suo racconto Diderot a Pietroburgo, uscito nel 1998 per Sellerio con una nota introduttiva di Sandro M. Moraldo, nella traduzione di Sandro M. Moraldo e Francesca Pisani.
La narrazione di von Sacher-Masoch si basa sul dato storico che Caterina II di Russia ebbe tra i suoi molti protegés intellettuali anche Denis Diderot, il filosofo illuminista e enciclopedista. Diderot riceve due lettere dalla Russia, una da Caterina la Grande, zarina di tutte le Russie (che lui chiamava ironicamente "papa al femminile"), e l'altra da Caterina la Piccola, la principessa Kathinka Daschkoff, che aveva aiutato la sovrana a detronizzare il marito Pietro III, ora presidente dell'Accademia di Pietroburgo, che lo invitano pressantemente a recarsi a Pietroburgo, con argomenti davvero capaci di convincere. Scrive Caterina la Grande: Se non verrete presto da me, mio caro filosofo, allora verrò io da voi, ma non da sola, bensì seguita dalla mia armata e sottrarrò una volta per tutte alla Francia i suoi grandi ingegni. E Caterina la Piccola rincara: L'imperatrice (...) si annoia ancora, sapete cosa significhi che una zarina s'annoi? Significa: la Russia trema e aspetta da voi di essere liberata dalla collera imperiale. Le lettere sono accompagnate dai ritratti delle due signore, entrambe belle e attraenti... Diderot cede, e corre a corte.

Parigi fu in lutto quando seppe della partenza di Diderot, e Pietroburgo esultò. Il filosofo è al centro dell'interesse di tutti e trionfa nei salotti, tranne per quel che riguarda il filosofo e naturalista (ed esperto tassidermista) Paul Iwanowitsch Lagetschikoff, che sente minacciata la sua posizione di scienziato favorito della sovrana ed è roso da gelosia e invidia. Intanto Diderot viene preso da una grande passione per la bella Caterina la Piccola, le invia biglietti amorosi che per un equivoco convincono Caterina la Grande che siano indirizzati a lei. In seguito a una conferenza tenuta dal francese all'Accademia di Pietroburgo, in cui sostiene che l'uomo discende dalla scimmia e che la prova sta nell'esistenza di una scimmia parlante che vive in Madagascar, la situazione precipita e si trasforma in una sorta di raffinata pochade in cui Diderot rischia di finire impagliato dal suo avversario e viene salvato in extremis dalla principessa Kathinka...

Godibile, irriverente, cattivello e molto divertente, il racconto di von Sacher-Masoch presto volge al grottesco, alla farsa paradossale. La grande Caterina (figura già di per sé interessantissima) resta sullo sfondo, mentre a condurre il balletto è l'altra Caterina, l'intrigante principessa che tiene nelle sue graziose manine le redini di molte faccende a corte. Interessantissimo è anche Denis Diderot, personificazione dell'Illuminismo più puro qui mostrato nella totale irrazionalità della fregola amorosa e nella mortificante trasformazione in uomo scimmia. C'è l'arguta anticipazione delle teorie darwiniane sull'origine della specie (The descent of men, 1871) note all'autore ma ovviamente anacronistiche per quel che riguarda Diderot. C'è ironia o forse derisione verso l'illuminismo o verso il positivismo? Non sono in grado di dirlo, posso solo riportare la caustica battuta di Lagetschikoff, deciso a impagliare la finta scimmia, che al suo grido Fermatevi, sono Diderot risponde Lo possono affermare tutte le scimmie!

E mi ha fatto riflettere molto. Pubblicato in origine nella raccolta Storie della corte russa, 1873-74, si rivolgeva a un pubblico di lettori che sicuramente sapevano bene chi erano i personaggi storici di cui si parla, e del loro significato nell'immaginario e nella cultura europea, per i quali vedere Denis Diderot che perde la testa per un'infatuazione, si infila in situazioni grottesche, mortificanti per la sua levatura intellettuale, rischia la morte in un modo così ridicolo come essere trasformato in scimmia impagliata, o la donna più potente del mondo comportarsi da credulona e vanesia,  assumeva di sicuro una valenza ben più forte di oggi. Sic transit... Ancora oggi vale sicuramente la pena di leggere Diderot a Pietroburgo, ma forse si perde una parte della sua forza satirica; in compenso, un valore aggiunto è che costringe il lettore a buttarsi su Wikipedia per rinfrescarsi le idee sui personaggi.