domenica 31 maggio 2020

Storie di Stupinigi: la madonna, gli scoiattoli e tutto il resto

Ogni tanto bisogna tornare a Stupinigi, per aggiornarsi sulla Madonna appariscente e gli altri abitanti di quei boschi, così domenica 24 maggio ci sono andata a fare la prima passeggiata della Fase2. E non sono rimasta delusa, anzi! Prima di tutto, la madonna sta benissimo, il luogo è lussureggiante e ben curato, tra rose, file di panchine in cerchio, qualche rosario abbandonato qua e là, cartelli informativi e la statua della medesima che sovrasta tutto. 
Poi la vegetazione, quest'anno particolarmente verde e folta, una ricchezza estiva con colori ancora
primaverili. Una minilepre ci ha dato il benvenuto, ma non ho visto in tutto il tempo che ho passato a camminare nei boschi dalle due parti della statale, un solo scoiattolo. Questo mi ha molto turbato: ma dove sono andati? Ce n'erano a centinaia, indaffaratissimi e sfrontati, sempre tra i piedi e su e giù per le querce. In inverno erano meno, ma qualcuno circolava sempre. In questo clima di pedissequa imitazione di tutto ciò che è yankee, avranno fatto come le anatre del Central Park? Ma non era inverno, il laghetto non era gelato e soprattutto non c'era nessun laghetto. Li avranno sterminati come le nutrie del Po? Se qualcuno ha notizie, gli sarei molto riconoscente di rispondermi. Sono veramente preoccupata per loro. Del resto, anche i simpatici rospi sporcaccioni che si accoppiavano nello stagno sono spariti, e lo stagno pure.
In compenso c'erano ciliegi carichi di frutti, magnifici scorci e stradine, letti di ruscelli in secca, e misteriose rovine di un tempio dorico di cui restano solo alcune colonne nel folto più selvaggio, ornate di graffiti struggenti.
Tra le molte famigliole intente ai loro picnic e barbecue, o a pedalare alacri sbandando sulle orme dei cavalli che tagliano il fango secco come piccoli crepacci, i traffici erotici che di solito movimentano l'ambiente erano meno evidenti, ma comunque c'era un bel giro di personaggi all'inquieta ricerca di qualcosa, e poi ho trovato questo magnifico reperto archeologico della civiltà boschiva di Stupinigi.


  
Siccome ho parlato più volte delle vorticose vicende dei boschi di Stupinigi, potete trovare le puntate precedenti qui: Apparizioni mariane e rospi in amore a Stupinigi   o qui Aggiornamento sulle apparizioni mariane  oppure anche qui
Eravamo tutti qui    e qui   Lo stato delle cose  






                                                                                 

















                 

martedì 26 maggio 2020

Un racconto breve per parlare un po' di donne: Il sesso di Fidia


Per ingannare il tempo in attesa di un libro di cui parlare, un reperto archeologico: un racconto del 1986
                                    
IL SESSO DI FIDIA

Musei capitolini (Roma) - Amazzone 1.jpgLe luci si riaccesero nell'aula e gli studenti si mossero sulle sedie. Durante la proiezione delle diapositive il silenzio era stato perfetto, ma ora si sentiva un brusio confuso e rumore di quaderni che sbattevano, borse che venivano chiuse, fruscio di cappotti.
"Se qualcuno ha delle domande da fare, sono a vostra disposizione" disse il professore fregandosi gli occhi per riabituarsi alla luce.
Il silenzio che seguì era vagamente imbarazzante, e tutti si sentirono sollevati quando una ragazza delle ultime file si alzò per parlare. Era molto giovane; questo mi stupì perché in genere il corso di storia dell'arte greca non veniva seguito dalle matricole.
"Professore, vorrei sapere" esordì con voce sottile ma sicura "se Fidia era una donna sposata, con una casa, dei figli, una vita regolare insomma, o se va considerata un'irregolare, una che dovette rinunciare alla sua vita di donna per seguire la vocazione artistica. Insomma, in una società misogina come quella greca, una donna come Fidia veniva accettata, sia pure per l'eccezionalità del suo talento, o era emarginata perché non rispondeva al modello di donna dell'epoca?"
Le ultime parole della ragazza furono coperte da una risata che cominciò in sordina, raggiunse un livello irrefrenabile e si smorzò a poco a poco, man mano che gli studenti si accorgevano dell'espressione del professore, il quale, con gli occhi spalancati e gli occhiali davanti alla bocca aperta, sembrava sul punto di cadere svenuto. Mi volsi a guardare meglio la ragazza. Era piccola, minuta, graziosa in un modo un po' provinciale e impacciato, vestita in modo anonimo, con un paio di jeans e una felpa azzurra su una camicia bianca. Gli studenti seduti accanto a lei cominciarono a parlarle tutti insieme, e la sua espressione, all'inizio stupita e un po' indignata, cambiò rapidamente in una smorfia di confusa disperazione; si chinò ad afferrare una giacca appoggiata allo schienale della sedia, e stringendola tra le braccia insieme a libri e quaderni, uscì di furia dall'aula senza scusarsi né salutare nessuno.
Il professore non era ancora riuscito a chiudere la bocca, ma si era rimesso gli occhiali sedendosi di schianto sulla poltrona dietro la cattedra.
"Ci sono altre domande?" riuscì alla fine ad articolare, e quando nessuno degli studenti rispose, mormorò: "Allora andate pure, le lezioni riprenderanno come sempre lunedì prossimo alla stessa ora."
Tutti uscirono ridendo e commentando ad alta voce l'episodio. Io ero assetata e mi diressi al bar interno; dopo aver fatto la coda alla cassa e al banco, cercai un posto per sedermi. Non vi erano tavolini liberi, ma vidi la ragazza che aveva fatto quella ridicola domanda seduta da sola davanti a un bicchiere di coca-cola. Deposi tazza e teiera e mi sedetti accanto a lei, decisa ad attaccare discorso per scoprire qualcosa di lei. Mi incuriosiva moltissimo. Notai che aveva una fede alla mano sinistra e che era meno giovane di quanto mi era sembrata nella penombra dell'aula; aveva i capelli scuri e un po' arricciati, tagliati senza grazia. Mi guardò con aria depressa e tirò su col naso; forse aveva pianto. Non sapevo quale pretesto trovare per attaccare discorso, ma fu lei a cominciare a parlare.
"Secondo te" disse con quella sua vocina che ricordavo benissimo "i professori si ricordano della faccia degli studenti che vedono a lezione?"
"Non saprei" risposi "probabilmente di quelli che frequentano sempre, sì."
"Ma di uno studente visto una volta sola, e che ha fatto una domanda che li ha colpiti in modo particolare?"
Decisi di fingere di non sapere a che cosa volesse alludere, per non metterla in imbarazzo.
"Magari si ricorderanno la domanda, e non lo studente."
La ragazza rimase un po' in silenzio, con l'aria sempre più depressa.
"Ho fatto una figura terribile" disse infine "proprio col professore al quale avevo l'intenzione di chiedere la tesi. Mi sono iscritta solo quest'anno all'università perché mi sono sposata presto e ho anche un bambino, e ho appena cominciato a frequentare adesso, con lo scopo preciso di laurearmi in storia dell'arte greca. Ma adesso dovrò cambiare programma, non avrò mai più il coraggio di presentarmi davanti al professore dopo questa figuraccia!"
"Raccontami, forse non è così grave come sembra."
La ragazza raccontò, e io ipocritamente la stetti ad ascoltare; devo confessare che, anche raccontata con quel tono angosciato dalla protagonista, la storia mi sembrò veramente assurda, e le scoppiai a ridere in faccia.
"Be', io ho fatto le magistrali, il greco non l'ho mica studiato, e neanche la storia dell'arte. Ma sono stata in viaggio di nozze in Sicilia, ho visitato Segesta, Agrigento e Selinunte e così ho pensato che dovesse essere una bella materia da studiare, mio marito mi ha incoraggiata, e io ci tenevo molto..."
Mi accorsi che aveva le lacrime agli occhi e temetti che scoppiasse a piangere al  bar, per una storia così ridicola, oltre tutto. Alla fine si riprese e ricominciò a parlare con voce lamentosa.
"Avevo anche pensato che sarebbe stato un bel nome, e di buon augurio, per una bambina! perché voglio una bambina, appena Marco andrà all'asilo. Ero così contenta di averle già trovato il nome!"
"Puoi sempre chiamarla Enea" dissi, pentendomi non appena ebbi chiuso la bocca.
Lei mi lanciò uno sguardo sospettoso e scosse il capo.
"Non mi sembra un bel nome," mormorò, come se non volesse offendermi "però lo terrò presente."
Mi sentii un verme e decisi che la conversazione era durata abbastanza.
"Devo andare" dissi "ho una lezione tra dieci minuti. Non te la prendere troppo per questa storia, se lasci passare un po' di tempo il professore non si ricorderà certo più di te, e ti darà la tesi senza fare difficoltà."
Ma anche se ne dimentica il professore, pensai, se ne ricorderanno gli altri studenti, questa storia entrerà di sicuro nella leggenda e sarà tramandata da generazioni di universitari. Mi dispiaceva per la ragazza, così sciocchina e mortificata, ma anche il diritto di essere stupidi si paga, ed è giusto così.
"Ti ringrazio di avermi ascoltata" disse "mi sei stata di grande aiuto. Avevo veramente bisogno di parlare con qualcuno. Spero di non essere stata troppo noiosa. Adesso vado anch'io, la baby-sitter deve andarsene alle sei. Non avrò mai il coraggio di raccontare a mio marito che cosa ho combinato il mio primo giorno di università."
Pensavo anch'io che era meglio se non raccontava niente. E se continuava a frequentare, era meglio che non facesse più domande. Ma non dissi nulla, la salutai e me ne andai, senza avere il coraggio di chiederle il suo nome: come avrei potuto spiegarle che mi chiamo Consuelo?

domenica 3 maggio 2020

Letture in quarantena 5 - Vivere e basta: ma basta per vivere? Yusuf Atılgan, Lo sfaccendato

Dello scrittore turco Yusuf Atılgan ho amato senza riserve il bellissimo Hotel Madrepatria
pubblicato in patria nel 1973, di cui questo Lo sfaccendato del 1959 è un po', per certi versi, la prima stesura, nel senso che se la vicenda è molo diversa e i luoghi dell'azione anche, il protagonista C. ha molti punti di contatto con Zebercet, nella rinuncia a incidere sul mondo circostante e la scelta di osservarlo come dal di fuori.

Siamo a Istanbul, percorsa seguendone minuziosamente la topografia, con ogni mezzo a disposizione: taxi, tram, funicolare, e ovviamente a piedi. Sui passi del protagonista (che non ha nome, nei discorsi degli altri si chiama C.) entriamo negli studi dei pittori, nei ristorantini e nelle pasticcerie, nel suo appartamento, nei cinema dai palchi profondi dove si svolgono attività misteriose, nelle pensioni sulle spiagge del Bosforo, in mare, a letto. L'intero romanzo è uno svagato girovagare, una ricerca senza necessità di trovare, un perdersi per non ritrovarsi. C. è sfaccendato in quanto è ricco, non ha bisogno di lavorare, condizione di cui si vergogna ma che prende alla lettera. Gira per la città osservando con minuziosa attenzione le persone, il loro abbigliamento, le espressioni sul volto, l'interno dei ristoranti e i camerieri, si sposta, ma nessuna delle sue azioni ha un fine pratico. Perché in realtà C. è alla ricerca della donna, dell'amore. Seguiamo un paio di questi incontri, con Ayşe, che in realtà è un ritorno, e con Güler, che non è all'altezza delle aspettative di C., mentre sempre sfiorata e sempre perduta è B., forse l'unica che avrebbe potuto amare. Güler racconta la sua storia con C. nelle lettere all'amica B., Ayşe scrive un diario in cui registra pensieri e avvenimenti, e così veniamo a conoscenza dei loro sentimenti, delle paure, illusioni e delusioni. Di C. sappiamo tutto perché siamo dentro di lui dalla prima all'ultima pagina, ma in realtà non sappiamo niente fino alla fine, quando decide di raccontarsi con sincerità sorprendendo sia noi che la sua interlocutrice, e in fondo deludendo entrambi.

Un romanzo tutto narrato al passato prossimo, scandito secondo le stagioni, dove non succede molto al di là di questo ossessivo girovagare, ma profondamente ipnotico e avvolgente. Yusuf Atılgan ha una scrittura concreta fatta di piccoli particolari che si accumulano, talvolta carichi di un significato che scopriamo solo più tardi, altre volte testimoni solo di se stessi. Certo risente dell'atmosfera letteraria degli anni '50, forse c'è un po' di Freud, ma non è assolutamente "datato", anzi, la narrazione è senza tempo e affascina inchiodando alla lettura. C. è un personaggio che non chiede empatia al lettore, ma gli presta i suoi occhi per (ri)vedere una città meravigliosa e vitale come Istanbul, in un'epoca ormai lontana ma sorprendentemente contemporanea.

Le donne sono importanti per Lo sfaccendato, e oltre a comparire nei suoi occhi e nei suoi pensieri, parlano in prima persona. L'epoca in cui è stato scritto era ancora laica, il rinascimento islamico di Erdogan ben al di là da venire; e queste ragazze, che pur vivono in casa con i genitori e quindi sottostanno al loro controllo, sono notevolmente indipendenti, come sempre, pur essendo sorvegliate  e legate alla loro condizione, riescono in fondo a fare quello che vogliono finché non lo fanno troppo pubblicamente. Una è pittrice e l'altra è studentessa universitaria, entrambe sono parecchio libere nei movimenti, non si fanno problemi a sperimentare il sesso con C. e non sembrano avere grandi scrupoli morali o religiosi. Invece, subiscono il controllo sociale e ne pagano le conseguenze. L'abbigliamento era quello tradizionale, ora riadottato dalle nuove ortodosse, e tutte portavano il pardessus, come con termine francese viene indicato in Turchia il soprabito leggero (qui tradotto come impermeabile) indossato sulla gonna lunga o sui pantaloni. Di veli, naturalmente, non c'è neanche l'ombra.

Se conoscete Istanbul, se avete preso il Tünel, se sapete distinguere Tophane da Eminönü, sarà un piacere aggiunto aggirarvi di pagina in pagina nei luoghi percorsi da quell'anima in pena del protagonista. Se non ci siete mai stati, fatevi ispirare e quando sarà di nuovo possibile, andate a vedere di persona una delle città più belle del mondo. Se di Istanbul non vi importa niente, leggete Lo sfaccendato perché è un romanzo straordinario, assolutamente diverso dai romanzi turchi di maniera che tanto successo hanno da noi, fingete che il protagonista sia finlandese e funzionerà altrettanto bene. Lasciatevi prendere dalle spirali del suo contorto pensiero, e ne sarete ricompensati dalla bellezza della scrittura e dall'originalità del tema. 
Bella traduzione di Rosita D'Amora e Semsa Gezgin.   

mercoledì 22 aprile 2020

Come i cadaveri portano benessere e altre storie: Ylljet Aliçka, Compagni di pietra

Prima di parlare di I compagni di pietra di Ylljet Aliçka, libro che mi è piaciuto moltissimo, vorrei fare una piccola riflessione. Questo libro, di un autore albanese non molto noto in Italia ma ampiamente tradotto e pubblicato in inglese e francese, uscito nel 1999 in Albania e in Francia, nel 2006 in Italia per Guaraldi, è attualmente introvabile: nessuna versione ebook, si può volendo acquistare, usato, su Amazon per 45€ (se leggete in francese vi va meglio, ce n'è una copia usata a 39,99€), su IBS non è disponibile, sul sito della casa editrice non so ma ci vuole troppo tempo a cercarlo, ho rinunciato. Allora, che senso ha che ne parli qui? Intanto potrebbe invogliare qualcuno a leggere altro di suo, non che ci sia molto in italiano, due libri tradotti da Rubettino, di cui uno solo anche in versione digitale. Ma quello che mi interessa è sottolineare l'estrema mortalità dei libri cartacei. Se è il prodotto di un autore famoso, ristampato e riedito, la cosa può essere diversa, ma quanti anni di vita ha il libro di un autore valido ma non necessariamente molto commerciale? Qualche mese in libreria, poi qualche anno in depositi polverosi, e poi via, sparito. Ma una versione digitale, almeno, sarebbe la soluzione più semplice.

Comunque, io ne voglio parlare perché è un bel libro e anche una rarità, visto che di letteratura albanese non è che ne circoli tanta da queste parti. Io amo tantissimo Ismail Kadarè, per esempio La città di pietra o The file on H e ho letto qualche altro romanzo, Rosso come una sposa e Non c'è dolcezza di Anilda Ibrahimi, e sicuramente anche altro che sul momento non ricordo. Amo anche molto l'Albania, e negli ultimi dieci anni ci sono ritornata molte volte, scoprendo sempre nuovi motivi d'interesse. Per cui quando ho trovato questo libro, probabilmente al Salone del Libro, mi sono affrettata a comprarlo, poi è finito nello scaffale dei libri da leggere, e il tempo è passato. Comunque se lo trovate non ve lo fate scappare. Vale la pena. Inoltre si tratta di una raccolta di racconti, e, lo ripeto per l'ennesima volta, io amo tantissimo i racconti.

Ylljet Aliçka ha cominciato come insegnante elementare, poi si è occupato di editoria scolastica, poi ha intrapreso una carriera politica che lo ha portato a essere ambasciatore in Francia, Portogallo e Monaco, ha scritto libri di successo, è sceneggiatore, insomma un tipo versatile. Come scrittore è conosciuto soprattutto per Gli internazionali. Diplomatici in carriera, reperibile in italiano sia in cartaceo che in digitale. Io l'ho comprato, e prima o poi lo leggerò e ne parlerò.

I compagni di pietra è composti di quindici racconti veloci, incisivi, senza sbrodolamenti né riflessioni didascaliche, da cui trapela la capacità di sceneggiatore di Ylljet Aliçka. Molti dialoghi, niente descrizioni se non di qualche personaggio, una netta prevalenza del grottesco implicito, molta empatia per qualche personaggio più patetico in un paio di storie. Sono tutte ambientate nell'epoca di Enver Hoxha o negli anni dopo la sua morte, e arrivano fino alla crisi finanziaria e i disordini del 1997. Molto presente la morte, ma come spinta a mettere in luce situazioni paradossali e ridicole come la gestione dei cadaveri in Storia di un decesso, o insolita fonte di guadagno in Confessione di un poeta, o spia rivelatrice della disumanità del sistema e degli uomini che ne fanno parte in Buche per piantare gli alberi e Storia d'amore. Non mancano naturalmente la burocrazia ottusa e la dirigenza assurda, nell'esilarante Slogan, da far leggere a tutti gli insegnanti nostrani, in cui si racconta dell'obbligo imposto ai docenti di scrivere uno slogan politico, assegnato dal direttore, con sassi imbiancati a calce sulle pendici montane e dell'obbligo di averne cura insieme ai propri alunni, con tutte le conseguenze del caso. Tipi strani, geniali e folli, sono i protagonisti di Una storia (quasi inverosimile) di nobili e Semplice cerimonia (il cui protagonista è un italiano che non ci fa una gran bella figura), mentre invece i protagonisti di Triste storia di paese (forse il mio preferito), La madre del carcerato, fulminante apologo sul potere e la paura, Invito a nozze commuovono e sono intensamente attraenti nella loro ingenuità e sincerità fuori dal tempo, mentre Un anno difficile è una commedia grottesca che si destreggia tra dramma e comicità nel 1997, l'anno dell'anarchia sociale.

Insomma, mi ripeto, un libro che consiglio vivamente a chiunque ami i racconti ben scritti ma non compiaciuti, abbia curiosità per il mondo in cui viviamo e per le realtà meno conosciute anche se vicinissime, che spero avvicini il lettore all'Albania e ai suoi abitanti, con l'augurio che possiate procurarvelo in qualche modo.
La traduzione è di Amik Kasaruho, e avrebbe avuto bisogno di una energica e accurata revisione. 

   

lunedì 13 aprile 2020

Letture in quarantena 4: Kate Chopin, Il risveglio

Uno di quei libri che hai lì da chissà quando, e chissà se verrà mai il momento giusto per leggerli... Invece finalmente il momento è venuto e devo dire che Il risveglio di  Kate Chopin 
è stato una vera sorpresa (non sempre i libri famosi, a leggerli, sono poi quel gran piacere...). Mi è piaciuto tantissimo, posso dirlo? anche se forse non sarebbe il modo giusto per cominciare una recensione. Ma io non faccio recensioni, condivido solo le mie impressioni di lettrice, e questa volta sono pienamente soddisfatta.

The awakening, uscito negli Stati Uniti nel 1899, pubblicato da Einaudi nel 1977 con traduzione e prefazione di Erina Siciliani, è un libro breve, veloce nello svolgimento e nella scrittura, estremamente moderno e importante. Non so se sia vero che "a suo tempo suscitò scandalo", come si legge praticamente di qualsiasi libro del secolo scorso che tratti argomenti ancora piuttosto scottanti. Kate Chopin nella sua breve vita (morì a cinquantaquattro anni) visse per lo più in Missouri, ma trascorse anche una decina d'anni in Louisiana dove assorbì la cultura creola, molto importante nelle sue opere, che consistono soprattutto di racconti.

La protagonista, Edna Pontellier, è una giovane donna della borghesia di New Orleans, che ha fatto tutto quello che la società si aspettava da lei: si è sposata presto senza soverchio amore, ha due figli per i quali alterna trasporto e indifferenza, fa vita sociale nella sua bella e grande casa, e trascorre le vacanza estive a Grand Isle, in una dimora signorile trasformata, di direbbe oggi, in resort. Nelle casette che lo compongono vivono altre famiglie, o persone singole, della medesima classe sociale, che si ritrovano lì tutte le estati, mentre nella casa principale vive Madame Lebrun, la padrona con i due figli, tra cui il maggiore, Robert, stringe un legame di amicizia con Edna. Nel contesto limitato di Grand Isle c'è il controllo sociale, il controllo, il pettegolezzo, la discriminazione, tutto raccontato con sicurezza e con penna lieve e veloce. Si cena insieme e insieme si va a nuotare, si passano le ore sulle verande, le amicizie sono le stesse della città, tutto è sotto gli occhi di tutti.

Ma quello che succede a Edna è soprattutto nella sua mente. Tutto il romanzo più che di fatti è intessuto di sensazioni, pensieri ondeggianti, e la trasformazione di Edna è più profonda che vistosa. Eppure è una trasformazione, è appunto un risveglio dopo il lungo sonno dei suoi ventisette anni di vita. Comincia a sperimentare insofferenza e attrazione, ma soprattutto voglia di affermazione di sé. Non dirò altro dei fatti se non che intervengono alcuni personaggi, il già nominato Robert Lebrun, la bellissima Adèle Ratignolle, una spinosa pianista fuori dagli schemi, Mademoiselle Reisz, il bellimbusto Alcée Arobine e altri, sostanzialmente marginali rispetto alla vera avventura che è quella che si svolge appunto dentro Edna, nel suo cervello, nel suo cuore e anche nel suo corpo. C'è un risvolto amoroso che però non è centrale come ci si potrebbe aspettare. E' un romanzo, in questo senso, decisamente diverso e assai più moderno degli innumerevoli bei romanzi con una donna come protagonista. Quello di Edna è un risveglio a tutto tondo, che non consiste solo nella rivendicazione di amare chi vuole, ma esige l'indipendenza, l'autonomia, l'accettazione di sé come individuo libero. Troppo avanti sui suoi tempi, alla fine.

Non a caso Il risveglio e la sua autrice, tutto sommato dimenticati, sono stati riportati alla luce dal movimento femminista nella seconda metà del secolo scorso. Ma secondo me il fascino di questo bel romanzo, oltre alla presa della scrittura e alla perizia della costruzione, sta nel fatto che non c'è niente di didascalico, di esemplare nella storia di Edna Pontellier. Non è un romanzo a tesi, non c'è intento missionario o né volontà di dimostrare qualcosa. Ma vale assolutamente la pena di leggerlo abbandonandosi alla storia, al fascino dell'ambientazione e del personaggio, in una parola, perché è bello.  

       

      

mercoledì 8 aprile 2020

Letture in quarantena 3: Daniel Everett, Don't sleep, there are snakes

Va be', mi rendo conto che questo è un consiglio di lettura molto selettivo, che può apparire snob, ma in realtà si tratta di un libro assai godibile per chi si interessa di linguistica e di etnografia, e anche per
chi ama leggere di paesi insoliti e mondi poco conosciuti, senza essere né difficile né eccessivamente tecnico. L'unico vero problema è che io non sono riuscita a trovare una traduzione in italiano, e penso si trovi solo in digitale (ma ci sono in rete dei pdf gratuiti), o in qualche remainder's molto ben fornito. Parlo di Don't sleep, there are snakes (Non dormire, ci sono serpenti) di Daniel Everett, uscito con successo nel 2008.

La biografia dell'autore è anch'essa molto interessante, tanto quanto il libro. Convertitosi al cristianesimo a diciott'anni e sposatosi alla stessa età con una correligionaria, linguista e missionario, si trasferì in Brasile con la moglie e i tre figli per studiare la lingua della tribù amazzonica dei Pirahã per incarico del SIL. Dopo anni passati in mezzo a questa popolazione, felice e serena ma refrattaria a qualsiasi tentativo di evangelizzazione, si allontanò dalla fede e abbandonò il missionarismo, tagliando i ponti con la famiglia.

Quella dei Pirahã è una popolazione molto piccola (le cifre che trovato variano ma stanno tra i 240 e i 380 individui), divisa in varie comunità lungo il fiume Maici, tributario del Rio delle Amazzoni, interessantissima sia nelle sue abitudini di vita e sussistenza, sia per la lingua, unica del suo ceppo. Daniel Everett descrive con brio ma anche con estrema precisione le sue avventure. Ci butta immediatamente nel mezzo della foresta e sul fiume raccontando le vicissitudini di un viaggio intrapreso quando sua moglie e la sua figlia maggiore prendono la malaria (lui pensa che sia tutt'altro, ma i Pirahã che se ne intendono lo capiscono subito), e parla della vita del villaggio con grande rispetto, empatia e chiarezza. Si è fatto degli amici che lo aiutano nelle sue ricerche linguistiche, importantissimi tramiti con la popolazione disseminata nella foresta, ma sempre lungo il fiume.

Una parte notevole del libro è dedicata a questioni linguistiche, a volte un po' troppo astruse per le mia scarse conoscenze ma in genere curiose e interessanti. Per esempio, i Pirahã usano solo due numeri, uno e due, non distinguono singolare e plurale, non hanno termini per definire i colori. E hanno abitudini insolite per la nostra mentalità, non sono interessati alla proprietà privata, non dormono mai più di due ore di fila perché è pericoloso (appunto, ci sono i serpenti), per cui parlano, gridano e fan casino per tutta la notte. Ma non voglio riassumere riducendo a banali curiosità i contenuti interessantissimi di Don't sleep, there are snakes. Un libro che - ribadisco che vi deve interessare l'argomento - dà moltissimo, anche se l'ultima parte, in cui polemizza in particolare con Noam Chomsky e le sue teorie, in qualche punto si fa pesante. Ma rimane la simpatia per l'autore, l'ammirazione per la sua sincerità, e una grande riconoscenza per averci aperto un mondo assolutamente sconosciuto e affascinante.        

lunedì 6 aprile 2020

Letture in quarantena 2: Karen Blixen, Ehrengard

Karen Blixen è una scrittrice che ammiro moltissimo, e il motivo principale, oltre alla bellezza della scrittura e all'originalità delle vicende narrate, è che non parla mai alla pancia ma solo al cervello.
Ultimamente è stata un po' dimenticata, non è particolarmente interessata alla questione femminile e questo fa sì che non venga inserita nel mazzo delle venerate maestre del pantheon femminista. Al massimo si ricorda La mia Africa (il suo romanzo che ho amato meno) in quanto autobiografico, o Il pranzo di Babette, bellissimo racconto ma non il suo più straordinario, e ne ha scritti molti. Il primo dei suoi libri che ho letto, Sette storie gotiche, mi ha incantata e stregata (ho messo il link al risvolto di copertina perché non saprei dire di meglio). Ho amato moltissimo anche Racconti d'inverno, ma qui parlerò solo del racconto lungo Ehrengard, a mio parere perfetto. Ecco, in Karen Blixen, si parva licet, mi riconosco un poco, o meglio, e con meno presunzione, riconosco le mie aspirazioni. Prima di tutto privilegia il racconto, che secondo me è la forma perfetta di narrazione. Poi pratica lo straniamento, l'altrove, sia temporale che locale. Infine non teme la magia e il mito, in una parola il fantastico.

In Ehrengard non c'è nulla di fantastico ma tutto l'insieme, dall'ambientazione in una piccola corte del centro Europa, alla caratterizzazione dei personaggi, al sapore di apologo e la drammatica ironia della conclusione, ci tiene ben lontani dal quotidiano e dal realistico. La vicenda ruota intorno a un segreto di corte da proteggere, una vergine guerriera integerrima anche se non particolarmente sensibile, appunto Ehrengard, e un pittore un po' diabolico, Cazotte, che per puro spirito dissacrante e puntiglio intellettuale vuole farla cadere - sedurla senza amore, farla arrossire, lei così innocente e algida. La vicenda è complessa e esemplare, e naturalmente Cazotte sarà sconfitto (non temo di fare spoiler, la conclusione è implicita fin dall'inizio) e il fenomeno che voleva provocare, l'Alpenglühen, cioè il rossore delle cime delle montagne dopo il tramonto, si verificherà comunque, ma in modo molto diverso da come l'aveva immaginato. 
Uscito postumo nel 1963 e in italiano nel 1979 con la traduzione di Adriana Motti, neppure cento pagine nell'esiguo formato della Piccola Biblioteca Adelphi, è una lettura secondo me imperdibile, una lettura che fa bene al cervello, e pur parlando di un tentativo di indurre un'emozione in un personaggio poco reattivo, non mira a suscitarla nel lettore, ma solo al suo piacere intellettuale. Un racconto perfetto, appunto.