venerdì 12 ottobre 2018

Benvenuto a un nuovo arrivo: Gatta, Topina e Buon Anno, racconti fantastici e del margine, Buckfast Edizioni

Eccolo qui! appena uscito dalle rotative (se si chiamano così), fresco di stampa e caldo come un panino appena sfornato. Venti racconti fantastici, ironici o spaventosi, grazie a Buckfast Edizioni. E un grande grazie alla mia amica Liliana Lanzardo, autrice dell'immagine di copertina.
E per fa venire la voglia di leggerlo, ecco alcuni incipit. 

Gatta, Topina e Buon Anno
Stracchi come gelati in giugno, Massimo, Gigi e Fede trascinavano gli zaini sulle spalle ingobbite. Rassegnati. La testa tutta presa da quello che sarebbe successo dopo, al momento dolce della libertà, finita la visita didattica al Museo Egizio. La quinta nella loro carriera scolastica.
– McDonald’s a un isolato. Ce li avete i soldi, ragazzi?

Di un'apparizione mariana sulla Mole Antonelliana di Torino
Era il mese di maggio e gli antichi giardini olezzavano di rose e mughetti, lungo i vialetti di ghiaia ben pettinata sbocciavano timidi giacinti. Dove fossero gli antichi giardini, però, nessuno lo sapeva. Anche la città olezzava, di fitte cacche canine, di take–away cinesi, di gas di scarico, nei mercati salivano fragranze di olive piccanti, tome stagionate, pesce, sudore, aglio, menta. C’erano strade odorose di kebab e altre di cumino e coriandolo. Felafel e gyros, hamburger e patatine fritte, pizza ai quattro formaggi e curry, cioccolato e tigli in fiore. In molti angoletti, attorno alle panchine dei parchi, sui marciapiedi dei locali più allegri, nel folto dei ragazzi muniti di dreadlock e cani al guinzaglio aleggiavano volute di fumo inebriante. Una città profumata, puzzona, appetitosa e nauseante. Vicino al Po do-minava l’odore umido e marcio dell’acqua. Torino era in preda a una specie di trip allucinogeno del naso. Ai cittadini spuntavano canappie esagerate, le narici si allargavano fremendo e inalavano golose, imprudenti, gli stimoli indiscriminati. C’era chi ricordava ancora l’odore dell’aria di primavera, gli stessi che versavano una lacrima al pensiero del virile sentore di vino rosso e acciughe al verde nelle belle piole del tempo che fu.

La casa di vetro
Da quando vivo in una stanza di vetro, il mio cuore è talmente gonfio di aria, di gioia, di luce che so per certo come morirò. Quel muscolo felice scoppierà imbrattando le pareti, per la semplice, insostenibile pienezza.

Monemvassia
Il piacere di arrivare nel tardo pomeriggio, installarsi in una comoda camera d’albergo, fare una doccia e uscire con l’unica preoccupazione di scegliere il ristorante in cui cenare! Olimpia pensò che non se ne sarebbe mai stancata. Finché avrò gioventù, salute e soldi, fa’ che possa goderne, dio dei turisti oziosi. Mentre si spalmava di crema idratante per non spelare, mentre infilava un vestito allegro e una collana multicolore di frutti di plastica, i sandaletti rossi, gli anelli, non smise di guardare dalla finestra. C’era un fico proprio fuori nel cortiletto, e dietro si vedeva il mare agitato, scuro, illuminato da una luna ancora pallida sul cielo color indaco.

Regina
Per attraversare il viale con il buio, niente da fare, doveva aspettare che ci fosse qualcuno cui accodarsi. Non che non si fidasse dei semafori, ma preferiva non rischiare da sola. Fin da bambina aveva escogitato questo stratagemma per superare l’ansia delle due vaste carreggiate, la paura di scivolare, inciampare, cadere, sparire nelle ombre solcate dai fari.

Resurgam
A quell’ora qualsiasi isola era bellissima nello spolverio d’oro dei raggi ormai freddi. La barca scivolò nell’ombra della costa, in silenzio, senza quasi ferire l’acqua trasparente. Nella parete di rocce si aprivano bocche scure, non si riusciva a distinguere se erano vere e proprie grotte o semplici spaccature. Nessuno aveva voglia di parlare, i commenti morivano in gola nell’aria sospesa tra il giorno e la notte, ma quando la prua superò l’ultimo tratto di scogliera e sbucò nella baia ancora piena di sole tutti si rianimarono. Rocco, lo skipper, indicò il grande edificio che si ergeva come una fortezza.

Per amore di un topo
Siete mai stati innamorati di un topo? Alla mia amica Carlotta è successo, me l’ha raccontato lei stessa. Carlotta è una donna non più giovane ma molto attraente, dinamica, piena di interessi; insegna in un liceo, viaggia, è impegnata in un gruppo ecologista, organizza corsi di scrittura creativa per la terza età e prima che questa storia cominciasse aveva una relazione con un nostro comune amico, simpatico e ragionevolmente innamorato di lei. L’altro protagonista di questa storia, invece, è un topolino di campagna, minuscolo, di colore grigio chiaro e con una lunga coda sottile.

Una notte con Barbablu
Marina, arrabbiata e infreddolita, guardava con poca speranza la strada di campagna che si perdeva dietro una curva, dove le prime ombre si raccoglievano sotto una fila di pioppi. Quello era proprio un viaggio cominciato male. La sua amica Lauretta, con cui era partita, che cosa aveva pensato bene di fare se non filarsela con un motociclista conosciuto nel primo bar dove si era fermate a mangiare un panino? E non ha nemmeno il casco, pensò Marina. Spero che li fermino e gli diano una multa tale che lei sia costretta a tornarsene a casa stasera stessa. Spero che lui sia un maniaco sessuale e l’abbia violentata e uccisa in un bosco. Si pentì immediatamente di avere pensato una cosa simile e fece mentalmente le sue scuse a Lauretta. La multa era più che sufficiente. Poi quello stupido camionista che ci aveva provato e l’aveva costretta a scendere in piena campagna, nell’unica strada in tutt’Italia dove passava una macchina ogni mezz’ora. Mentre scendeva in fretta e furia il cellulare le era caduto dalla tasca dei pantaloni finendo schiacciato sotto una delle enormi ruote del camion... E stava anche cominciando a piovere.

martedì 2 ottobre 2018

Stephen King, Stagioni diverse: non c'è bisogno di fantasmi per fare paura se si è un grande scrittore

Io a proposito di Stephen King ho una teoria che la lettura di Stagioni diverse ha rafforzato. Premetto che non sono un'esperta, ho letto una minimissima parte della sterminata produzione di questo autore, e nemmeno i titoli più famosi. Però di questo mi sono convinta: Stephen King è un grande narratore, capace di creare atmosfere e personaggi più o meno inquietanti e angosciosi, del tutto convincenti e vividi, che lasciano una traccia profonda. Ha scritto l'eccezionale 22/11/63, che a mio parere basterebbe da solo a dargli fama. Non avrebbe nessun bisogno di introdurre fantasmi eccessivamente descritti come in Duma Key o mostri troppo concreti come in It, ma evidentemente la fama planetaria e le esigenze editoriali lo costringono talvolta a spiegare un po' troppo per i lettori testoni e portare a conclusione vicende complicate. Inoltre è un grandissimo scrittore di racconti, il che torna a tutto suo merito.

Questa raccolta di quattro racconti (tre lunghi, quasi piccoli romanzi, e uno più breve), ognuno intitolato a una stagione dell'anno, è del 1982, dopo il grande successo di Carrie (1973) ma ancora agli inizi della sua carriera, e non si appoggia a particolari effetti horror. Sono in realtà racconti straordinari, cui si può forse (ed esclusivamente) imputare una certa prolissità, soprattutto i primi due: ma restano più che godibili e appassionanti. Il primo, Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, ambientato in un penitenziario, non ha alcun elemento fantastico o horror, ma è una storia complessa e sorprendente che ruota intorno alle incredibili strategie di sopravvivenza e riscatto dei condannati. Il secondo, Un ragazzo sveglio, è quello che mi ha colpito di più: il lungo rapporto tra un ragazzo piuttosto fuori dall'ordinario e un ex nazista emigrato negli USA dove vive in incognito porta a una conclusione profetica di un fenomeno che nella realtà non si sarebbe manifestato che alcuni anni più tardi, in maniera davvero magistrale e sommamente inquietante (lo so che dico troppo poco ma non voglio fare spoiler, perché spero veramente che a qualcuno, leggendo queste note, venga voglia di cercare Stagioni diverse, facilmente reperibile in rete). Il corpo, da cui è stato tratto il famoso film Stand by me, racconta l'avventura di un gruppo di ragazzi alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo - il corpo del titolo - e le conseguenze a lungo termine della loro spedizione nei boschi. Infine Il modo di respirazione si svolge in un insolito club maschile di Manhattan, apparentemente molto british ma ricco di misteri, i cui soci si trovano per raccontare delle storie, una delle quali, parecchio inquietante, è al centro del racconto.

Non voglio dire di più del contenuto, ma si capirà che questo corposo libro mi ha dato grandi soddisfazioni. Letteratura d'immaginazione, intrattenimento, senza messaggi o riflessioni esemplari, né, dio mi scampi, autobiografismo: proprio quello che mi piace. Ottima scrittura, scorrevole, veloce e essenziale: proprio quello che mi piace. Appassionante, spinge alla lettura, incuriosisce: proprio quello che mi piace. E mi ha confermato che Stephen King non ha bisogno di apparizioni né di effettacci per acchiappare i lettori, perché è un ottimo narratore.            

venerdì 31 agosto 2018

Un romanzo epico e romantico tra i banditi del Tauro: Yashar Kemal, Memed il falco

Avete immaginazione, vi piacciono i romanzi dove scoprire paesi, abitudini, storia e storie lontane dalla vostra? In poche parole, leggete per sognare e scoprire e non solo per identificarvi? Allora anche a voi piacerà il romanzo di Yashar Kemal, Memed il falco, uscito in Turchia nel 1955 e pubblicato in Italia nel 2001 da Tranchida con la traduzione di Antonella Passaro. A me è piaciuto tantissimo, mi ha fatto passare ore bellissime sulle montagne del Tauro con i banditi in fuga perenne, il fiato corto, le mani e i piedi sanguinanti per la durezza delle rocce su cui si arrampicano, la fame e la paura, l'orgoglio e la ferocia che gli dilaniano il cuore.

La vicenda è ambientata nella Turchia ormai repubblicana, Ankara è lontana ed è meglio non disturbarla con gli affari del posto, l'epoca precisa non è detta ma possiamo immaginare che non sia lontana da quella di pubblicazione. Malgrado tutto ciò che è cambiato, nelle campagne ai piedi dei monti vige ancora una specie di feudalesimo in cui gli Agha, signorotti autoproclamati, derubano i contadini di terre, animali e raccolti, spadroneggiano grazie alla corruzione di polizia e autorità, e per mantenere il proprio potere si appoggiano alle bande che vivono sulle montagne depredando i viandanti, e taglieggiando e o proteggendo, a seconda della propria inclinazione, gli abitanti dei villaggi. Ataturk, il padre dei turchi, non è mai nominato, e l'Islam rimane sullo sfondo, scontato ma evanescente. Ma nella visione fortemente epica e romantica di Yashar Kemal il bandito è anche il puro, l'innocente che si ribella, e mosso da un senso di giustizia superiore abbandona la società per ricreare un mondo migliore sulle vette e nei boschi del Tauro.

Tale è il protagonista Memed lo smilzo (ogni personaggio ha un suo soprannome che lo definisce e lo umanizza), orfano di padre e presto anche di madre, costretto fin dall'infanzia a lavorare nei campi infestati dai cardi che lo feriscono e lo fanno sanguinare, per dare al prepotente Abdi Agha la maggior parte del raccolto e patire la fame. Il suo sogno è fuggire dalla presa, e dalle botte, di Abdi Agha, ma quando all'età di dodici anni mette in atto il suo proposito, le conseguenze saranno solo ancora più botte e ancora più fame. Crescendo Memed giunge a uno scontro diretto con il suo nemico, c'è di mezzo una ragazza, Hatché, e un morto. Memed fugge in montagna, prima unendosi a un bandito rozzo e violento (da coloro che deruba si fa consegnare persino le mutande, costringendoli così a tornare nudi al villaggio, e guadagnandosi l'odio di tutti) poi formando una sua piccola ma sempre più temuta banda.

La vicenda è appassionante e si fa sempre più complessa via via che Memed incontra svariati personaggi, dai suoi compagni ai vari signorotti ai capi nomadi o turcomanni, ai contadini che lo aiutano; i personaggi femminili sono ovviamente meno numerosi e meno in vista di quelli maschili, ma hanno una loro potenza e una volontà fortissima. Più che Hatché, due volte vittima di conflitti in cui si trova coinvolta a causa del suo uomo, altri emergono anche se in ruoli minori: la vedova Isaz pronta a diventare madre di tutti, lei che è stata derubata dell'unico figlio, o Hürü ostinata nella sua ricerca di vendetta e giustizia, mentre tra gli uomini abbondano le figure indimenticabili, da Jabbar a Osman il grosso, i banditi e i capi villaggio, i poliziotti crudeli e quelli misericordiosi, Ali lo zoppo infallibile cercatore di piste, e molti altri. Memed emerge tra tutti perché ciò che lo anima non è solo il desiderio di vendetta, ma un fortissimo senso di giustizia sociale, un'etica contro corrente ma salda e sincera, il che gli conquista l'ammirazione e l'affetto dei contadini e il suo nuovo soprannome: il falco. 

Importantissimo è anche il ruolo della natura, aspra e difficile ma fonte di salvezza nelle montagne, dolce e generosa nelle pianure sempre vagheggiate come la fertile Chukurova. La vendetta si avvicina o si allontana a seconda delle traversie, la tragedia incombe e il destino è crudele. Ma è consolante, giungendo alla fine, pensare che Memed il falco è il primo volume di una quadrilogia, anche se credo che solo i primi due siano stati tradotti in italiano. Vale la pena di leggere la biografia di Yashar Kemal, e io sicuramente continuerò a leggere le sue opere. In ebook si trova tutto in inglese, e alcune cose anche in italiano. In questo blog ho parlato del mio primo (un po' problematico) incontro con l'autore, nelle pagine di Guarda l'Eufrate rosso di sangue.          

lunedì 6 agosto 2018

Una città di pietra impossibile da dimenticare: Ismail Kadarè, Chronicle in stone

Essere in viaggio non facilita la scrittura del blog perché il tempo è poco e non sempre coincide con un collegamento wifi, ma si leggono lo stesso cose bellissime di cui viene voglia di parlare (anche boiate, ma questo è un altro discorso). Sono stata un paio di giorni a Argirocastro, in Albania, città gradevolissima e patria di Ismail Kadarè, scrittore che amo, ne ho visitato la casa e questo mi ha stimolato a cercare Chronicle in stone, libro dedicato alla sua città e alla sua infanzia. Non sono riuscita a trovare una traduzione in italiano e ho letto quella in inglese, ma appena sarò a casa cercherò meglio. Non riesco a credere che non sia mai stato tradotto.
(E infatti, appena tornata in patria, l'amico Ettore Dovio mi ha segnalato l'edizione Tea 2009, titolo La città di pietra, traduzione di Francesco Bruno).  

Chronicle in stone ė un libro magnifico, che ricostrusce la vita ad Argirocastro dalla metà degli anni trenta del ‘900 alla fine della guerra. Allora sotto il dominio degli italiani (visti come pessimi, ma caratterizzati dalla cura nel vestirsi - i bottoni lucidi dei soldati - e una ridicola vanità personale - l’odore di brillantina che ne annuncia l’arrivo, oltre che per avere introdotto in città l’inaudita novità di un bordello), sperimenta ben presto l’orrore della guerra cambiando continuamente occupante quando greci e tedeschi se la passano di mano ogni poche ore. Gli inglesi si fanno conoscere perché, al posto dei pascoli nella valle, costruiscono una pista per aerei. Gli aerei, appunto: grande novità, grandissimo amore e passione di occhi e cervello per il piccolo protagonista, lo stesso autore che narra ciò che ha vissuto in prima persona.

Ma intorno non c’è solo guerra e minaccia, la città ferve di vita e i personaggi, all’interno e fuori della famiglia, sono numerosissimi. Il nonno, le nonne, le zie, le amiche di casa - le donne sono moltissime e fondamentali, sia quelle che girano portando notizie che quelle che si parlano gridando da una finestra all’altra, praticano la magia e altre arti esclusivamente femminili - e poi gli amici con cui commentare e cercare di interpretare il mondo degli adulti, e i tipi più o meno strani che circolano per le vie, e ognuno è portatore di una storia diversa. E la città stessa, l’antica città di pietra con le grandi case costruite sulle cisterne che possono nascondere terribili misteri, con i tetti di pietra che luccicano al sole, e l’antica cittadella che sovrasta dall’alto... Poi tutto precipita, l’avvicendarsi degli occupanti si intreccia alla nascita della resistenza e alle diverse posizioni politiche, alle rappresaglie, i continui bombardamenti diventano parte della routine quotidiana, la guerra semina sangue e tradimenti, le persone, anche le più vicine, cambiano, con l’occupazione nazista si realizza un’antica profezia - la città finirà quando sarà invasa da nemici con i capelli gialli -, c’è lo sfollamento, e quella che sicuramente finisce è l’infanzia del protagonista.

Ora, posso testimoniare che la città esiste ancora ed è molto bella. Vale la pena di andarci e di passarvi qualche giorno. Io ci sono stata due volte, ho visitato alcune delle grandi case sopravvissute alle vicende storiche del secolo passato, in cui Argirocastro ha avuto un destino alterno avendo dato i natali, oltre che a Ismail Kadarè, anche a Enver Hoxha. La casa di Kadarè è stata ricostruita dopo un incendio che l’ha distrutta nel 1999, quella di Hoxha è stata trasformata in museo etnografico. Vi sono ottimi alberghi e ristoranti, un centro vivacemente commerciale, una vasta parte nuova, la cittadella è molto interessante da visitare. Certo conoscere la città aiuta, ma ovviamente questo libro, scritto in una prosa vivace e semplice, priva sia di retorica che di pesantezze stilistiche, spesso ironica, e corredato di veloci pagine di notizie tipo titoli di giornale che contestualizzano gli eventi, avvince, interessa, incuriosisce a prescindere. E spero che faccia venire la voglia, a chi lo legge, di visitare la bella città cui è dedicato.

giovedì 26 luglio 2018

Altro che Erasmus! Arthur Conan Doyle, Avventura nell’Artico

Be’ questo è un libro che chiunque abbia un po’ di immaginazione, piacere per l’avventura, voglia di lasciarsi andare a un altrove sia locale che temporale, non potrà che apprezzare. A vent’anni, nel 1880, mentre frequentava il terzo anno della facoltà di medicina della Edinburgh University, Arthur Conan Doyle si imbarcò per sei mesi come medico di bordo sulla Hope, una baleniera con 50 uomini di equipaggio, che salpava da Peterhead in Scozia per l’Artico alla ricerca di foche e ovviamente di balene. Ecco, questo non è un libro adatto agli animalisti sentimentali e ipersensibili, perché come ben si sa  (e Brigitte Bardot a suo tempo ha ripetuto per anni) la caccia alle foche non era praticata con delicatezza. In compenso è ricchissimo: a cura di Jon Lellenberg e Daniel Stashower (con la traduzione di Davide Sapienza), si compone di una vasta introduzione con attente e complete cosiderazioni circa l’impatto sulla sua scrittura e sulla sua carriera, in particolare sul periodo che trascorse a Southampton e alcune straordinarie foto del periodo, del “Diario di Arthur Conan Doyle medico di bordo della baleniera artica Hope” dei mesi trascorsi in mare (completo di riproduzione di pagine autografe del diario con schizzi di mano dell’autore relativi agli episodi narrati), degli “Scritti Artici” che derivano evidentemente dall’esperienza giovanile e comprendono “L’incanto dell’Artico”, “Vita a bordo di una baleniera della Groenlandia”, “Il capitano della Pole Star”, “L’avventura di Brack Peter” (di quest’ultimo racconto è protagonista Sherlock Holmes) più un apparato di note davvero esauriente che sostiene egregiamente tutti i testi e funziona benissimo anche nell’edizione digitale.

Certo non c’è suspense nel diario, non ci sono né amore né sorprese narrative, ma acchiappa e diverte e interessa e si imparano un sacco di cose leggendolo. Il giovane medico di bordo (soprannominato “il più grande tuffatore del Nord” per le ripetute, e pericolosissime, cadute in mare) se la godette moltissimo, e ricordò sempre questo periodo come il più divertente della sua gioventù. Inoltre sapeva già come raccontare, e le vicende quotidiane della baleniera, tra cadute in mare, caccia, pesca, osservazioni sui compagni, incontri con altri battelli, descrizioni del ghiaccio incredibilmente vivide, riflessioni e disegni, sono un’avventura e un piacere continui. Vivamente consigliato (con l’avvertenza di cui sopra per le anime troppo sensibili).

giovedì 19 luglio 2018

Dalla Cina al Mediterraneo Colin Thubron, Ombre sulla via della seta

Colin Thubron, Ombre sulla via della seta.
Solo due parole su un titolo da cui mi aspettavo moltissimo e poi mi ha lasciata un po’ perplessa. In molti punti ho fatto una gran fatica a proseguire, e sono stata tentata di mollare lì Mr Colin a sgattare tra i suoi mattoni selgiuchidi. Mi è mancato un discorso d’insieme, un filo conduttore chiaro da seguire. Ma siccome nel libro c’è molto, e ha molti meriti, ne parlo perché sono sicura che a molti piacerà. 

Il protagonista e autore parte da Xian, in Cina, per arrivare a Antiochia, oggi Antakya sulla costa mediterranea della Turchia, seguendo l’antica via della seta dei mercanti, attraverso Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Iran, ma si limita in fondo a elencare necropoli e tombe, molte tombe, lasciando tantissimo nel non detto. Alcuni dei posti di cui parla li ho visitati, e confesso che la sua descrizione mi ha deluso. Il fatto è che attraversa paesi di cui interesserebbe ben altro che scoprire quello che resta del mausoleo della tal sultana o del tale condottiero, nel tentativo di far coincidere tradizione e realtà. 

Tra i meriti, la scrittura molto letteraria, anche troppo, seguita con un po’ di fatica dalla traduzione di Raffaella Belletti, e l’indubbia cultura sia a livello di storia dell’arte (per lo più islamica) che, e qui il discorso si fa più interessante, sulle varie popolazioni e etnie che incontra nei suoi spostamenti (uiguri, hazeri ecc). Però, dal punto di vista del viaggio non ci dice granché: parla solo degli spostamenti brevi con autisti locali mentre fa balzi di molte centinaia di chilometri senza dare spiegazioni. Insomma forse è solo un problema di carattere: per fortuna non faremo mai un viaggio insieme perché non abbiamo lo stesso modo di viaggiare. Ma sono convinta che invece per altri possa essere un un libro molto fascinoso e interessante.

giovedì 12 luglio 2018

Il narratore speleologo: Loris Maria Marchetti, Tappeto Mobile

Oggi una raccolta di racconti di un autore contemporaneo, caratterizzato dalla ricercatezza della scrittura e dalla profondità dell'analisi psicologica, Tappeto mobile di Loris Maria Marchetti. Poeta, saggista e narratore, in questi dieci racconti Marchetti inanella lacerti della memoria, piccoli brandelli di ricordi rivestiti di un linguaggio sontuosamente letterario, che non teme periodi lunghi, subordinate e un lessico ricercato. C'è il passato, c'è una Torino sparita, luoghi, abitudini e ruoli analizzati, sviscerati, ricostruiti con acribia e profonda umanità, cercando cause e spiegazioni, gesti minimi, tic rivelatori e sofferenze nascoste.

Si parla di una cena al primo ristorante cinese di Torino, in via Goito, che avrà un profondo impatto sulla vita di due persone, dell'apparenza che inganna e i fatti veri, le differenze sociali e la Nemesi, la Fiat mamma e matrigna (in uno dei racconti più riusciti, I cancelli di Mirafiori). Ci sono le ragazze, le donne (molte) che suscitano l'attenzione dell'io narrante, sempre presente in tutti i racconti ma reticente e misterioso. Su tutto si stende una patina di lontananza, che in certi momenti fa sospirare où sont les filles d'antan, ma poi con un robusto colpo d'ala si torna all'oggi. Spesso il narratore si interroga sulla vera natura dei sentimenti nutriti dalle ragazze nei suoi confronti (Letterature comparate), sulla vera natura di una ragazza dalla fama usurpata (Brividi neri), sulla vera natura del sentimento forte ma indefinibile che lo lega a un'amica di lunga data (Colonna sonora), persino sulla vera natura dei rapporti coniugali di una coppia di vicini (Una famiglia) cercando di ricostruirne il senso attraverso le intermittenti epifanie della verità, scrutando quel tanto o quel poco che emerge del grande mistero che ognuno nasconde in sé, nel profondo, coprendosi con la menzogna o semplicemente perché è incapace di mostrasi come è.

Su questo concordo completamente con Loris Maria Marchetti, quello che arriva ai nostri occhi spesso distratti (ma i suoi sono attentissimi e pieni di empatia) non è che una pallida ombra della realtà, sempre molto più complessa di quello che appare. E per fortuna che ci sono scrittori come lui, speleologi dei sentimenti, che con attenzione, umanità e sapienza scavano per portare alla luce tesori di inquieta raffinatezza. Come raffinato è questo libro, piccolo come dimensioni ma di grande impatto, che consiglio a tutti coloro che nella lettura non cercano solo la soluzione del solito delitto, ma sperano di trovare anche un'eco, forse persino una risposta ai tanti interrogativi che la vita ci pone continuamente.