lunedì 6 agosto 2018

Una città di pietra impossibile da dimenticare: Ismail Kadarè, Chronicle in stone

Essere in viaggio non facilita la scrittura del blog perché il tempo è poco e non sempre coincide con un collegamento wifi, ma si leggono lo stesso cose bellissime di cui viene voglia di parlare (anche boiate, ma questo è un altro discorso). Sono stata un paio di giorni a Argirocastro, in Albania, città gradevolissima e patria di Ismail Kadarè, scrittore che amo, ne ho visitato la casa e questo mi ha stimolato a cercare Chronicle in stone, libro dedicato alla sua città e alla sua infanzia. Non sono riuscita a trovare una traduzione in italiano e ho letto quella in inglese, ma appena sarò a casa cercherò meglio. Non riesco a credere che non sia mai stato tradotto.

Chronicle in stone ė un libro magnifico, che ricostrusce la vita ad Argirocastro dalla metà degli anni trenta del ‘900 alla fine della guerra. Allora sotto il dominio degli italiani (visti come pessimi, ma caratterizzati dalla cura nel vestirsi - i bottoni lucidi dei soldati - e una ridicola vanità personale - l’odore di brillantina che ne annuncia l’arrivo, oltre che per avere introdotto in città l’inaudita novità di un bordello), sperimenta ben presto l’orrore della guerra cambiando continuamente occupante quando greci e tedeschi se la passano di mano ogni poche ore. Gli inglesi si fanno conoscere perché, al posto dei pascoli nella valle, costruiscono una pista per aerei. Gli aerei, appunto: grande novità, grandissimo amore e passione di occhi e cervello per il piccolo protagonista, lo stesso autore che narra ciò che ha vissuto in prima persona.

Ma intorno non c’è solo guerra e minaccia, la città ferve di vita e i personaggi, all’interno e fuori della famiglia, sono numerosissimi. Il nonno, le nonne, le zie, le amiche di casa - le donne sono moltissime e fondamentali, sia quelle che girano portando notizie che quelle che si parlano gridando da una finestra all’altra, praticano la magia e altre arti esclusivamente femminili - e poi gli amici con cui commentare e cercare di interpretare il mondo degli adulti, e i tipi più o meno strani che circolano per le vie, e ognuno è portatore di una storia diversa. E la città stessa, l’antica città di pietra con le grandi case costruite sulle cisterne che possono nascondere terribili misteri, con i tetti di pietra che luccicano al sole, e l’antica cittadella che sovrasta dall’alto... Poi tutto precipita, l’avvicendarsi degli occupanti si intreccia alla nascita della resistenza e alle diverse posizioni politiche, alle rappresaglie, i continui bombardamenti diventano parte della routine quotidiana, la guerra semina sangue e tradimenti, le persone, anche le più vicine, cambiano, con l’occupazione nazista si realizza un’antica profezia - la città finirà quando sarà invasa da nemici con i capelli gialli -, c’è lo sfollamento, e quella che sicuramente finisce è l’infanzia del protagonista.

Ora, posso testimoniare che la città esiste ancora ed è molto bella. Vale la pena di andarci e di passarvi qualche giorno. Io ci sono stata due volte, ho visitato alcune delle grandi case sopravvissute alle vicende storiche del secolo passato, in cui Argirocastro ha avuto un destino alterno avendo dato i natali, oltre che a Ismail Kadarè, anche a Enver Hoxha. La casa di Kadarè è stata ricostruita dopo un incendio che l’ha distrutta nel 1999, quella di Hoxha è stata trasformata in museo etnografico. Vi sono ottimi alberghi e ristoranti, un centro vivacemente commerciale, una vasta parte nuova, la cittadella è molto interessante da visitare. Certo conoscere la città aiuta, ma ovviamente questo libro, scritto in una prosa vivace e semplice, priva sia di retorica che di pesantezze stilistiche, spesso ironica, e corredato di veloci pagine di notizie tipo titoli di giornale che contestualizzano gli eventi, avvince, interessa, incuriosisce a prescindere. E spero che faccia venire la voglia, a chi lo legge, di visitare la bella città cui è dedicato.

giovedì 26 luglio 2018

Altro che Erasmus! Arthur Conan Doyle, Avventura nell’Artico

Be’ questo è un libro che chiunque abbia un po’ di immaginazione, piacere per l’avventura, voglia di lasciarsi andare a un altrove sia locale che temporale, non potrà che apprezzare. A vent’anni, nel 1880, mentre frequentava il terzo anno della facoltà di medicina della Edinburgh University, Arthur Conan Doyle si imbarcò per sei mesi come medico di bordo sulla Hope, una baleniera con 50 uomini di equipaggio, che salpava da Peterhead in Scozia per l’Artico alla ricerca di foche e ovviamente di balene. Ecco, questo non è un libro adatto agli animalisti sentimentali e ipersensibili, perché come ben si sa  (e Brigitte Bardot a suo tempo ha ripetuto per anni) la caccia alle foche non era praticata con delicatezza. In compenso è ricchissimo: a cura di Jon Lellenberg e Daniel Stashower (con la traduzione di Davide Sapienza), si compone di una vasta introduzione con attente e complete cosiderazioni circa l’impatto sulla sua scrittura e sulla sua carriera, in particolare sul periodo che trascorse a Southampton e alcune straordinarie foto del periodo, del “Diario di Arthur Conan Doyle medico di bordo della baleniera artica Hope” dei mesi trascorsi in mare (completo di riproduzione di pagine autografe del diario con schizzi di mano dell’autore relativi agli episodi narrati), degli “Scritti Artici” che derivano evidentemente dall’esperienza giovanile e comprendono “L’incanto dell’Artico”, “Vita a bordo di una baleniera della Groenlandia”, “Il capitano della Pole Star”, “L’avventura di Brack Peter” (di quest’ultimo racconto è protagonista Sherlock Holmes) più un apparato di note davvero esauriente che sostiene egregiamente tutti i testi e funziona benissimo anche nell’edizione digitale.

Certo non c’è suspense nel diario, non ci sono né amore né sorprese narrative, ma acchiappa e diverte e interessa e si imparano un sacco di cose leggendolo. Il giovane medico di bordo (soprannominato “il più grande tuffatore del Nord” per le ripetute, e pericolosissime, cadute in mare) se la godette moltissimo, e ricordò sempre questo periodo come il più divertente della sua gioventù. Inoltre sapeva già come raccontare, e le vicende quotidiane della baleniera, tra cadute in mare, caccia, pesca, osservazioni sui compagni, incontri con altri battelli, descrizioni del ghiaccio incredibilmente vivide, riflessioni e disegni, sono un’avventura e un piacere continui. Vivamente consigliato (con l’avvertenza di cui sopra per le anime troppo sensibili).

giovedì 19 luglio 2018

Dalla Cina al Mediterraneo Colin Thubron, Ombre sulla via della seta

Colin Thubron, Ombre sulla via della seta.
Solo due parole su un titolo da cui mi aspettavo moltissimo e poi mi ha lasciata un po’ perplessa. In molti punti ho fatto una gran fatica a proseguire, e sono stata tentata di mollare lì Mr Colin a sgattare tra i suoi mattoni selgiuchidi. Mi è mancato un discorso d’insieme, un filo conduttore chiaro da seguire. Ma siccome nel libro c’è molto, e ha molti meriti, ne parlo perché sono sicura che a molti piacerà. 

Il protagonista e autore parte da Xian, in Cina, per arrivare a Antiochia, oggi Antakya sulla costa mediterranea della Turchia, seguendo l’antica via della seta dei mercanti, attraverso Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Iran, ma si limita in fondo a elencare necropoli e tombe, molte tombe, lasciando tantissimo nel non detto. Alcuni dei posti di cui parla li ho visitati, e confesso che la sua descrizione mi ha deluso. Il fatto è che attraversa paesi di cui interesserebbe ben altro che scoprire quello che resta del mausoleo della tal sultana o del tale condottiero, nel tentativo di far coincidere tradizione e realtà. 

Tra i meriti, la scrittura molto letteraria, anche troppo, seguita con un po’ di fatica dalla traduzione di Raffaella Belletti, e l’indubbia cultura sia a livello di storia dell’arte (per lo più islamica) che, e qui il discorso si fa più interessante, sulle varie popolazioni e etnie che incontra nei suoi spostamenti (uiguri, hazeri ecc). Però, dal punto di vista del viaggio non ci dice granché: parla solo degli spostamenti brevi con autisti locali mentre fa balzi di molte centinaia di chilometri senza dare spiegazioni. Insomma forse è solo un problema di carattere: per fortuna non faremo mai un viaggio insieme perché non abbiamo lo stesso modo di viaggiare. Ma sono convinta che invece per altri possa essere un un libro molto fascinoso e interessante.

giovedì 12 luglio 2018

Il narratore speleologo: Loris Maria Marchetti, Tappeto Mobile

Oggi una raccolta di racconti di un autore contemporaneo, caratterizzato dalla ricercatezza della scrittura e dalla profondità dell'analisi psicologica, Tappeto mobile di Loris Maria Marchetti. Poeta, saggista e narratore, in questi dieci racconti Marchetti inanella lacerti della memoria, piccoli brandelli di ricordi rivestiti di un linguaggio sontuosamente letterario, che non teme periodi lunghi, subordinate e un lessico ricercato. C'è il passato, c'è una Torino sparita, luoghi, abitudini e ruoli analizzati, sviscerati, ricostruiti con acribia e profonda umanità, cercando cause e spiegazioni, gesti minimi, tic rivelatori e sofferenze nascoste.

Si parla di una cena al primo ristorante cinese di Torino, in via Goito, che avrà un profondo impatto sulla vita di due persone, dell'apparenza che inganna e i fatti veri, le differenze sociali e la Nemesi, la Fiat mamma e matrigna (in uno dei racconti più riusciti, I cancelli di Mirafiori). Ci sono le ragazze, le donne (molte) che suscitano l'attenzione dell'io narrante, sempre presente in tutti i racconti ma reticente e misterioso. Su tutto si stende una patina di lontananza, che in certi momenti fa sospirare où sont les filles d'antan, ma poi con un robusto colpo d'ala si torna all'oggi. Spesso il narratore si interroga sulla vera natura dei sentimenti nutriti dalle ragazze nei suoi confronti (Letterature comparate), sulla vera natura di una ragazza dalla fama usurpata (Brividi neri), sulla vera natura del sentimento forte ma indefinibile che lo lega a un'amica di lunga data (Colonna sonora), persino sulla vera natura dei rapporti coniugali di una coppia di vicini (Una famiglia) cercando di ricostruirne il senso attraverso le intermittenti epifanie della verità, scrutando quel tanto o quel poco che emerge del grande mistero che ognuno nasconde in sé, nel profondo, coprendosi con la menzogna o semplicemente perché è incapace di mostrasi come è.

Su questo concordo completamente con Loris Maria Marchetti, quello che arriva ai nostri occhi spesso distratti (ma i suoi sono attentissimi e pieni di empatia) non è che una pallida ombra della realtà, sempre molto più complessa di quello che appare. E per fortuna che ci sono scrittori come lui, speleologi dei sentimenti, che con attenzione, umanità e sapienza scavano per portare alla luce tesori di inquieta raffinatezza. Come raffinato è questo libro, piccolo come dimensioni ma di grande impatto, che consiglio a tutti coloro che nella lettura non cercano solo la soluzione del solito delitto, ma sperano di trovare anche un'eco, forse persino una risposta ai tanti interrogativi che la vita ci pone continuamente.   



lunedì 9 luglio 2018

L'attimino fuggente: repetita iuvant

Ripubblico un vecchissimo post purtroppo ancora attualissimo e doloroso come quando l'ho scritto (22/10/08). 


C'è un argomento che esito a riprendere ma mi opprime, mi angustia, mi irrita e mi fa sentire inadeguata ai tempi. Si tratta delle sciatterie che leggo nella prosa dei giornali, ancora più di quel che sento tra radio e televisione. Ad esempio, è ormai invalso l'uso di interpretare il "mi" dei falsi riflessivi come un "a me" invece del "me" che è in realtà. A me opprime, a me angustia, a me irrita, a me fa sentire inadeguata la sciatteria del linguaggio. A me stupisce che un errore così orripilante sia entrato nell'uso senza, credo, che chi l'utilizza si renda assolutamente conto che è scorretto. Eppure, mi stupisce che sia così difficile dire mi opprime, mi angustia, mi irrita, mi fa sentire inadeguata. Il che mi farebbe stare molto, molto meglio.

Altro esempio, l'invenzione di verbi che velocizzano, come l'incredibile, ma esistente perché l'ho letto oggi sulla Repubblica, "tappare" per "fare tappa": quando X tappò a Genova... Il più ridicolo l'ho letto nella lettera di una tizia che si lamentava di non trovare bocchi lavorativi alla sua altezza, sempre su Repubblica: sono una ragazza di trent'anni, laureata in xy, masterizzata a Londra. E mode di cui non si sentiva la necessità, come spiaggiare invece al posto di arenarsi. O l'uso arbitrario di accezioni dovute, sembrerebbe, a un malinteso iniziale che poi si fa regola: paventare nel senso di far paura invece di temere, prevedere, molto di moda in questo periodo sui giornali, o rampollo inteso come giovane di famiglia importante. Per non parlare dei verbi intransitivi usati transitivamente, una vera epidemia.

Smetto qui perché sento che mi sta già venendo l'orticaria, e poi so di non fare bella figura a mettere in piazza le mie fisse. Ma lo farò ancora. Mi propongo sempre di tenere una lista degli attimini fuggenti in cui inciampo, poi opero una specie di rimozione che mi salva sul momento ma non è sana.
Resta il fatto che, non ho timore di ripetermi, a ognuno dei fare sesso che ormai costellano qualsiasi doppiaggio cinematografico e televisivo come le margherite costellano i prati in primavera, e con meno frequenza gli articoli giornalistici, i miei capelli imbiancano e i miei nervi si logorano e i miei denti si stringono, l'umore mi si abbassa. Al momento è il mio arcinemico linguistico.

sabato 7 luglio 2018

Un fotografo importante, un libro importante: Il racconto fotografico di Dario Lanzardo, a cura di Liliana Lanzardo

L'ultima fatica che Liliana Lanzardo dedica al marito Dario Lanzardo è appunto il magnifico e ricchissimo volume Il racconto fotografico di Dario Lanzardo, edito da SEB27.
Non ci provo neppure a dare conto della vastità del contenuto, che ripercorre tutta la vita e le svariate attività in cui si è impegnato Dario Lanzardo, per cui mi limito a riprodurre le parole introduttive di Liliana Lanzardo.
Un testo pieno di fascino che ripercorre la storia degli ultimi sessant'anni, ponendo problemi stimolanti e dando risposte esaurienti.

Dario Lanzardo ha lasciato un testo dal titolo Il racconto fotografico, sul seminario tenuto nel 2009 all’Unione Culturale Franco Antonicelli di Torino nel quale aveva presentato i suoi libri fotografici con la proiezione delle immagini. Lo stava riscrivendo, in vista d’una pubblicazione, per inserire le ultime opere edite e per riorganizzare le immagini attorno ai temi centrali della sua ricerca, con citazioni letterarie e riferimenti autobiografici, in particolare alla propria infanzia. Tale rifacimento avrebbe cambiato radicalmente la struttura del testo, ma sono rimasti solo alcuni appunti. Nel completare Il racconto fotografico con la descrizione delle opere edite in ordine cronologico, mantenendo l’impostazione originale, la curatrice del volume ha utilizzato quanto già scritto da lui e gli ultimi suoi appunti, ha integrato le parti mancanti con testi delle sue monografie, recensioni e suoi ricordi. Si si sono inseriti inoltre le opere letterarie, i lavori in corso e i progetti di ricerca. Ne risulta una scrittura a due mani, nella quale la sua narrazione e quella di Liliana Lanzardo sono intrecciate ma ben distinte. Si è elaborato questo intreccio di testo e immagini al fine di far conoscere l’intero suo percorso e mettere in luce il pensiero e la poetica che attraversano la sua opera e danno carattere unitario alla ricca varietà dei suoi libri  ai quali non si può che rinviare perché se ne apprezzi la qualità fotografica.

Mercoledì 3 ottobre 2018 - 18:00
Torino, Cooperativa Borgo Po e Decoratori
via Lanfranchi 28
presentazione del volume a cura di LILIANA LANZARDO
IL RACCONTO FOTOGRAFICO DI DARIO LANZARDO

martedì 26 giugno 2018

Doppia razione di racconti: Yekta Kopan, La perdita di te, Michele Orti Manara, Il vizio di smettere

Due libri per chi ama i racconti, scritti da due autori che io pensavo, entrambi, molto più giovani di quanto siano in realtà (di Michele Orti Manara ho assistito a una presentazione al Salone del Libro di Torino 2018 e ha l'aria giovanissima, vi assicuro) e, entrambi, molto, molto bravi.

La perdita di te (Edizioni Clandestine, traduzione dall'inglese di Barbara Gambaccini con contributi di Elisabetta Pellini, basata sulla traduzione dal turco di Hande Eagle) di Yekta Kopan, nato nel 1968 a Ankara e ora residente a Istanbul, poeta, narratore, saggista, conduttore radiofonico, doppiatore e sceneggiatore, è una veloce raccolta di cinque racconti, tutti in prima persona, in cui si parla di perdite appunto, soprattutto del padre, di rapporti, di donne, di pittura, di persone. Non hanno importanza né la trama né, in fondo i personaggi. Sono riflessioni su se stesso che si avviluppano e si sfrangiano, affascinando come un soffitto coperto di specchietti che riflette le figure spezzettandole e ripetendole. Sono anche racconti moderni, che parlano di un paese moderno e di un autore moderno perfettamente a suo agio a Istanbul come a Londra. Sicuramente cercherò qualcos'altro di quest'autore per farmi un'idea più chiara, e lo consiglio a chi è interessato alla Turchia e ai racconti. Però spero che Edizioni Clandestine, se decide di continuare a pubblicarlo, dedicherà una maggiore attenzione alla traduzione. Non ho la minima idea se sia fedele o no, che cosa si sia perso nel passaggio dal turco all'inglese, ma quello che vorrei sottolineare è che l'italiano ha le sue leggi, che magari il traduttore non conosce ma vanno rispettate se non si vuole che il lettore si deprima e si scoraggi.  


Come ho detto, Michele Orti Manara l'ho visto dal vivo e posso assicurare che è molto simpatico e disinvolto. Adesso che ho letto Il vizio di smettere, uscito con la valorosa Racconti Edizioni, posso dire anche che è estremamente bravo (e la copertina di Francesca Protopapa particolarmente attraente). Sedici racconti di cui alcuni brevissimi, tutti al presente e nervosi, veloci, talora solo dialoghi (Diglielo e basta), in cui non disdegna l'assurdo e l'inesplicabile (Una vita in venti minuti) né teme di entrare in prima persona in situazioni complesse (Post-it), rappresentando e narrando senza sprecare una parola, con una scrittura netta, precisa, sicura, la scrittura di chi sa quello che fa e come lo vuole fare. Sia che parli di un gatto o di un collaboratore domestico straniero o di una donna ossessionata da uno stalker, Orti Manara lo fa con le parole giuste e la giusta misura. Anche di questo autore aspetto con piacere la prossima uscita, augurandomi che la sua bravura non diventi virtuosismo, la sua sicurezza riesca a fargli evitare la frigida perfezione da scuola di scrittura. Orti Manara tiene un blog con il bellissimo nome di nepente. Ma comunque, e lo dico da Figlia di Chtulhu, uno con una maglietta così andrà sicuramente lontano. E io glielo auguro di cuore.