martedì 30 luglio 2019

Se patite troppo il caldo, provate con un giallo da brividi: Lesley Thomson, The playground murders

Lesley Thomson ė l’unica giallista che mi piace e non mi capacito che nessun editore italiano abbia ancora pensato a tradurla. Ora ho appena finito il suo ennesimo romanzo con Stella Darnell e Jack Harmon come protagonisti, The playground murders, 
giallo sufficientemente trucido, con l’immancabile intreccio tra passato e presente, un’ambientazione insolita, e soprattutto un velo di morbosità legato alla giovanissima età di alcuni personaggi. Ma, c’è un ma grosso come una casa. A parte la mancanza di credibilità appunto nei personaggi che vediamo prima bambini poi adulti, sono proprio i due protagonisti a non funzionare più. Perché i due (immancabili, inevitabili ) investigatori maschio e femmina devono per forza diventare una coppia a un certo punto? Quello che funzionava benissimo tra di loro come figure singole che procedevano affiancate, complementari nelle reciproche originalità, diventa quasi ridicolo e francamente stridente quando devono fare la coppietta calda e corredata di tutti gli accessori di rito, gelosia insicurezza ex ingombranti malintesi ecc. Per cui alla fine The playground murders mi è piaciuto molto meno degli altri romanzi di Lesley Tomson.

La vicenda si svolge tra Hammersmith, quartiere di Londra presente in tutti i romanzi che vedono come protagonisti Stella Darnell, figlia di un poliziotto e titolare di un’impresa di pulizie, e Jack Harmon, guidatore di metropolitana dotato di strane capacità di capire la psicologia dei colpevoli, e un ridente paesino dei Cotswolds. Il delitto su cui indagano è collegato a terribili episodi del passato (da cui il titolo) in cui la morte ha fatto capolino tra i bambini di un parco giochi. Lesley Thomson scrive benissimo e leggerla è sempre un piacere, è accattivante e lieve, non è che voglio diminuire e suoi meriti. Ma questa puntata della saga non mi ha proprio convinta. Leggetelo, ma tenete presente che i precedenti sono molto meglio.
(Anche per questo post vale l’avvertenza che è stato scritto in situazioni disagiate - lo migliorerò al mio ritorno a Torino e aggiungerò i link alle recensioni degli altri volumi della serie The detective’s daughter).

lunedì 22 luglio 2019

Leonardo Da Vinci a Kusadasi: la scienza è donna

Oggi, passeggiando per Kusadasi, grande sorpresa: nel magnifico caravanserraglio che si affaccia sul porto, c’è una mostra su Leonardo da Vinci scienziato, completa di moltissimi modellini in legno, funzionanti, in dimensioni reali. Precedentemente, ci informa il manifesto accanto al megaritratto di Atatürk, è stata esposta a Firenze, Milano, Chicago e Roma.
Non ci sono molti visitatori oltre a noi, e sono per la totalità donne. Un gruppo composto da tre generazioni presumibilmente madre, figlia e nipote sui dieci anni, osserva i modelli uno per uno leggendo le spiegazioni, fotografando tutto mentre la figlia spiega minuziosamente il funzionamento e la nipote mette in azione i modelli entrandoci dentro e sperimentando di persona. Nel tempo che loro impiegano a arrivare al terzo modello noi abbiamo visto tutta la mostra. Quando ce ne andiamo sono lì che affrontano il quarto modello (ce n’erano una trentina) con l’appassionato interesse con cui  si osserva qualcosa che piace, che incuriosisce, di cui non si vuole perdere neanche un particolare. 
L’altra visitatrice è una ragazza giovane, molto elegante con il suo foulard e pardessus islamico, che arriva fino arrivo alla fine della mostra guardando e leggendo tutto, poi ricomincia da capo fotografando scritte e oggetti uno per uno. 
Niente da fare, la scienza è donna a Kusadasi, la curiosità e la voglia di capire e imparare, foulard o meno, sono donna. 
(Anche questo post è stato scritto in condizioni precarie, e se non è bello da vedere non è tutta colpa mia).




Un tè dai Sette Dormienti di Efeso, in memoria di Andrea Camilleri

Per una strana combinazione, il 17 luglio, giorno in cui si è fermato il cuore di Andrea Camilleri, ho realizzato un sogno che coltivavo da qualche anno, cioè tornare a prendere un tè al sito dei Sette Dormienti di Efeso. E mi sono ricordata che proprio a Camilleri devo la scoperta della leggenda dei Sette Dormienti, di cui non sapevo niente prima di leggere “Il cane di terracotta “, uno dei primi libri di Camilleri che ho letto, uscito nel 1996.

È grazie a lui quindi che tornando a Efeso parecchi anni fa sono andata alla ricerca del sito e ho scoperto una meraviglia. Non tanto il sito storico e archeologico, in realtà molto modesto, ma lo straordinario insieme di caffè sotto gli ulivi con i loro divani di tappeto, le donne che fanno i gözleme, un negozio di souvenir abbarbicato a un enorme fico, la penombra calda sotto i teloni che riparano dal sole... un posto che ha subito conquistato una delle prime posizioni nei miei posti del cuore. Un tè ai Sette Dormienti è un sorso di felicità. Un bicchierino di sogni. Io adoro il tè turco sempre e comunque, ma questo è speciale. 
Non posso che ringraziare Andrea Camilleri per questo piacere, oltre naturalmente per le ore piacevoli e divertite trascorse leggendo i suoi libri. E la coincidenza, lo ammetto, un po’ mi ha commossa. 
(Non so come sarà l’aspetto di questo post, mi scuso e cercherò di metterlo a posto quando torno. È stato scritto in circostanze molto precarie)




I Sette Dormienti di Efeso

giovedì 11 luglio 2019

Due non recensioni da prendere così: Rachel Cusk, Resoconto, e Dambudzo Marechera, La casa della Fame

 Questa non è una recensione, figurarsi, sono solo alcune osservazioni veloci dopo una lettura che non mi ha entusiasmato. Generalmente se un libro non mi piace passo oltre e non ne parlo, ma in questo caso faccio un’eccezione perché voglio capire io per prima i motivi della mia delusione. Rachel Cusk si porta molto in questo periodo, ha ammiratori a palate, estimatori innamorati, ha le physique du rôle e scrive benissimo. Come non amarla? So che mi farò molti nemici con questo post, ma io non ho affatto amato Resoconto, da cui mi aspettavo molto per le ragioni di cui sopra.
In realtà, a parte l’aspetto interessante, cioè la struttura “sbieca”, in cui un io narrante piuttosto reticente descrive con grande scialo di particolari le persone che incontra in aereo e a Atene durante un viaggio nella capitale greca per tenere un corso di scrittura creativa, ci ho visto più che altro un insopportabile snobismo e una totale mancanza di spontaneità: un compitino da prova finale di scuola di scrittura troppo costruito, dosato con il bilancino, dove non si riesce a credere neanche a una parola. Insomma, ho trovato odiosa lei e i suoi personaggi di cui non sono riuscita a incuriosirmi (naturalmente non poteva mancare quello che picchia le donne e quella che nega l’evidenza). Di Rachel Cusk ho letto solo questo libro ma non ne leggerò altri nemmeno per ricredermi, perché non mi interessa per niente, mi è bastato per capire che non è, come si dice, my cup of tea: in sintesi belle struttura e scrittura, insopportabili contenuto e personaggi. Bella traduzione di Anna Nadotti.

La casa della fame di Dambudzo Marechera è l’opposto. Difficile, molto difficile per il primo terzo, ho fatto una gran fatica a seguirne il senso finché
la scrittura insieme pirotecnica e come costretta, fantasiosa, supercreativa, ricca e complessa, dopo un po’ ha cominciato a chiarirsi e avvolgermi, anzi a abbarbicarmisi addosso e non mi ha più lasciata andare. Dambudzo Marechera racconta le cose più turpi, le peggiori violenze, con lo stesso tono privo di enfasi, ma carico al punto di risultare ipnotico. Fitto di fatti e personaggi, l’ho letto quasi tutto in mare, su un traghetto, e non riuscivo quasi a alzare gli occhi per cercare l’orizzonte. Tragico e nello stesso tempo lieve, il romanzo narra le esperienze di vita di uno studente universitario di famiglia disastrata e povera nella Rhodesia dei tempi di Ian Smith, divisa tra neri e “bianchi di merda”, ingiustizie e violenze, droga e alcol, sesso mai allegro, nessun sentimento, eppure non dà nessuna sensazione di oppressione, perché la vita è così e si può solo rappresentarla. Non è un libro che mi sento di raccomandare a tutti perché bisogna essere disposti al nuovo di un linguaggio supercarico e superimmaginativo, ma chi riesce a lasciarsi andare e affidarsi a Dambudzo Marechera ne uscirà arricchito, e non poco. Tutta la mia ammirazione alla traduttrice Eva Allione.

giovedì 27 giugno 2019

Un racconto scemo per dimenticare le temperature torride: Le mutande di Clark Kent


                                    LE MUTANDE DI CLARK KENT

Quella mattina Clark Kent si svegliò con un mal di testa furioso. Prima di tornare alla coscienza,
ripassò mentalmente il sogno che l'aveva tormentato per tutta la notte, come tutte le notti, quelle almeno in cui il rompiballe Superman non lo costringeva a lasciare il letto per otturare una diga con il mignolo o salvare un cagnolino alla deriva su un iceberg. Si trovava in ufficio, intento a battere sui tasti della sua vecchia Remington, quando il superudito lo avvertiva che c'era una vergine in pericolo nell'ufficio del direttore. Con la vista a raggi x riconosceva Lois Lane nella ragazza piangente. Immediatamente entrava nello sgabuzzino del caffè, si toglieva occhiali, giacca, camicia, pantaloni, e rimaneva in mutande, calzini e giarrettiere. Niente tuta azzurra con lo scudo sul petto, niente mantello rosso, niente superpoteri, anzi, cieco come una talpa e tremante dal freddo, si ritrovava in mezzo alla redazione in piena attività, che cominciava a segnarlo a dito sghignazzando. Lois Lane in braccio al direttore, Lana Lang sulle ginocchia di Jimmy Olsen ridevano più di tutti. Clark, a quel punto, cominciava a piangere, e dalla vergogna si svegliava.
Di malumore, ingoiò due aspirine e una tazza di caffè nero.
"Non devo più farmi trascinare in birreria da Jimmy" disse al proprio viso insaponato mentre si faceva la barba davanti allo specchio del bagno, "la birra mi fa peggio di un bicchiere di kryptonite rosa. E devo anche decidermi a consultare uno psicanalista. Non posso andare avanti così."

Per strada, mentre si recava al 'Globe' con la sua cartella di pelle nera e gli spessi occhiali finti sul naso, i superpoteri si fecero improvvisamente vivi avvertendolo che un grattacielo stava per essere colpito da una meteorite.
"Cristo, Super," gemette Clark, mentre si infilava in un vicolo per spogliarsi, "oggi non è proprio giornata. Non si potrebbe, per una volta, fare finta di niente?"
Non si poteva. Il pugno destro teso avanti nel volo, il mantello che gli sbattacchiava sulle spalle, Superman giunse sul luogo del pericolo, con una mano afferrò il grattacielo alle fondamenta, con l'altra si ricacciò indietro il ricciolo ribelle che gli copriva l'occhio sinistro. Dalle finestre gli inquilini si sporgevano e applaudivano, felici dello svago inaspettato. Superman depositò il grattacielo in mezzo al deserto, e mollò lì tutto. Gli inquilini smisero di applaudire. Uno gridò:
"Ma non era più semplice deviare la meteorite, come fai sempre?"
Superman era ormai lontano, ma il superudito gli portò il grido desolato e lui arrossì. Certo che sarebbe stato più semplice. Colpa del mal di testa e del debole per la birra di quell'imbranato di Clark. Doveva trovare un'altra soluzione per salvaguardare la propria identità. Doveva liberarsi di Clark, di quel suo doppio mezzo cieco, noioso, ridicolo. Se almeno Clark fosse stato capace di scoparsi le ragazze che lui non poteva toccare per paura di stritolarle con i supermuscoli (per non parlare del resto)! Ma niente, Lois e Lana al massimo lo prendevano come confidente del loro amore per Superman.

Depresso, il supereroe decise che per quel giorno il Globo avrebbe potuto fare a meno del suo stupido giornalista, e volò come un superconcorde alla sua caverna di ghiaccio al Polo Nord. Aveva proprio bisogno di ghiaccio, un mucchio di ghiaccio, per farsi passare quel fastidioso mal di testa che gli faceva pulsare le tempie e gli annebbiava la vista a raggi x. Si sdaiò nella sua poltrona favorita, si mise sugli occhi una mascherina di kryptonite a pois per evitare di vedere qualche disastro in corso, e sprofondò in un sonno riparatore. Ma ecco, il solito maledetto sogno lo colse a tradimento. Si trovava al Municipio di Metropolis, il Sindaco in persona gli porgeva una pergamena con le firme di tutti gli abitanti della città, che lo ringraziavano per averli protetti con tanta alacrità in tutti gli incendi, alluvioni, terremoti, crolli, attentati, trappole di Luthor dell'ultimo anno. Arrossendo Superman si tirava indietro il ciuffo, sorrideva a Lois e Lana che gli mandavano baci, ed ecco che improvvisamente la tuta gli cadeva di dosso e lui si ritrovava in mutande, le odiose mutande a pantaloncino di Clark, con le cosce pelose e le ginocchia nude che sporgevano dalle giarrettiere e dalle calze a scacchi. Una risata omerica scuoteva la cittadinanza, il Sindaco lasciava cadere la pergamena per tenersi la pancia, Lois e Lana lo indicavano a dito torcendosi in un parossismo di ilarità. Superman si rattrappì, si contorse, cercò di infilarsi sotto la poltrona del Sindaco, ma non ci entrava. Si svegliò coperto di sudore freddo.
Non perse tempo a consultare le pagine gialle e scrutò con la vista a raggi x tutti i grattacieli di Metropolis, finché un attestato appeso alla parete di uno studio attirò la sua attenzione: 'Dott. Prof. Helmut Schwartzkopf, Laurea in Psichiatria, Psicologia, Scienze Comportamentali, Filosofia e Biologia all'Università di Heidelberg. Psicanalista, Cartomante ed Esperto di Lettura dei Fondi di Caffè.  Si fanno sconti ai pensionati e alle madri di più di cinque figli.'
"Bene" pensò Superman "un uomo di scienza senza rigidezze cartesiane, e anche umano. Quello che fa per me."

Pugno teso, piedi uniti, lasciò in volo il Polo Nord. Era ora, perché gli si stava congelando il moccio del naso. Poco dopo, sdraiato sul lettino del Professor Schwartzkofp, si lasciò andare a un pianto liberatore.
"Da quando sono bambino" gemette, "Clark Kent mi perseguita, con i suoi occhiali da miope, le sue giarrettiere, i suoi rossori. Dottore, mi aiuti, ho paura che finirò per fare uno sproposito."
"Mumble" disse il Professor "mumble mumble mumble. Chi sarebbe questo Clark Kent?"
In un nanosecondo Superman valutò i pro e i contro, la plausibilità del segreto professionale, il prezzo probabile del luminare in caso di corruzione e l'impatto possibile sulla sua carriera. Decise che fidarsi era bene ma non fidarsi era meglio.
"Un tipetto" rispose. "Deve sapere che io ho un importante ruolo pubblico che per motivi assolutamente segreti (per il bene della comunità) non posso rivelare. Questo Clark Kent è la mia copertura e insieme la mia condanna. Un essere ridicolo, imbranato, incapace di toccare una donna, tutto lavoro e grisaglia. Sono arrivato a odiarlo. Pensi che ho un sogno ricorrente…"
"Ach! Questo è interessante. Mi conti tutto bene."
Il Professor sapeva come creare l'ambiente. Gli porse una tazza di tè, tirò fuori un lavoro a maglia e si dispose ad ascoltarlo.
"Dunque, io arrivo pronto a tirare fuori i miei super…"
"I suoi super? Dica senza timore."
"I miei supermuscoli. Il mio supercoso. Sono super, questo è il fatto. Io tiro fuori tutto e Clark è meno che niente, è squallido. Insomma io tiro fuori e lui mi frega, perché porta le braghette. Così resto lì come un cretino e tutti ridono, ridono, non ci sono abituato a farmi ridere dietro."
"Cosa c'è di male nelle braghette? Le porto anch'io."
A Superman si coprirono di sudore le radici dei capelli. Il famoso ricciolo si afflosciò, il petto a portaerei s'inumidì di paura. Si rese conto all'improvviso che si era presentato al Professor nella sua veste, diciamo così, professionale. Possibile che il dottore non l'avesse riconosciuto? Veloce come un tornado si spogliò della famosa tuta e si rivestì da Clark Kent.
"Adesso capisce?" sibilò sistemandosi le spesse lenti false sul ponte del naso.
Il Professor non aveva perso neanche un punto. Stava calando per la scollatura di un pullover da sera in seta e ciniglia, un lavoro molto complesso. Alzò gli occhi solo dopo qualche minuto di conti a bassa voce.
"La trovo bene. Ha approfittato di questi pochi attimi per rimettersi un po' a posto, vero? Allora, vada avanti con il suo sogno. Diceva?"
"Niente, grazie, dottore. Mi rifarò vivo io."
Pugno teso e corpo rigido se ne ripartì dalla finestra, dopo aver rifatto tutta la pantomina del cambio di abiti. In pagamento lasciò un pezzettino di kriptonite verde, che sembrava uno smeraldo e al mercato nero valeva molto di più.


     
  

martedì 25 giugno 2019

Anne Tyler, La danza dell'orologio

Così sorridente e amichevole, lo sguardo che ti mette subito a tuo agio, semplice ma perfetta, questa fotografia di Anne Tyler rispecchia benissimo il suo modo di scrivere. Anne Tyler è una di quelle scrittrici che ti fanno subito sentire a casa tua quando entri in un nuovo romanzo, tra amici o almeno cari conoscenti, anche in storie e ambienti con cui non hai niente da spartire. E forse La danza dell'orologio non è il suo romanzo che mi è piaciuto di più, forse la storia mi ha lasciata un po' indifferente, ma l'ho letto con molto piacere, in fretta, e senza cali di interesse. Merito di Anne Tyler e non della protagonista Willa Drake, donna simpatica ma, secondo me, portata a ripetere i suoi errori.

Donna esemplare, con un marito molto amato che ha il cattivo guusto di morire giovane, due figli lontani e pochissimo affettuosi, risposata con Peter, un ricco sicuro di sé e poco interessato agli altri, risponde con immediata disponibilità a una richiesta d'aiuto che le arriva da un luogo lontano, da parte di una sconosciuta, perché si prenda cura di una bambina che non ha mai visto, figlia di una ex fidanzata del figlio che non gliel'ha mai presentata... Una richiesta assurda a ben vedere, ma Willa risponde alla chiamata e accorre assieme a Peter piuttosto riluttante. Si trova a centinaia di chilomentri da casa sua, nel bel mezzo di un mondo che le è sconosciuto, con persone diversissime da quelle che è abituata a frequentare, in un quartiere strano per i suoi parametri. E di qui in poi non è che succeda molto, ma Anne Tyler è così brava a raccontarcelo che ci accomodiamo al suo fianco e la guardiamo in faccia mentre lei dice "lui ha detto, lei ha risposto" e noi vediamo tutto e ci piace, ci piace stare in mezzo ai personaggi, seguire le loro storie minime e prevedibili, e ci viene da dare delle pacche di incoraggiamento a Willa per farle capire che ha tutta la nostra approvazione qualunque scelta faccia.

Non è un romanzo "mozzafiato" (qualunque cosa voglia dire quest'espressione che aborrisco), ma ci porta dove vuole con il suo tono vivace ma tranquillo, rassicurante, e mi sento di consigliarlo a chiunque per questi caldi fuori norma in cui ci dibattiamo. Non è neanche un "romance", non abbiate paura. Non c'è neanche un morto ammazzato né un serial killer. E' solo un romanzo ben scritto da un'autrice che sa il suo mestiere, che parla di vite minime ma non irrilevanti, come la nostra o quella dei nostri vicini di casa. Ben venga Anne Tyler e la storia di Willa Drake.     

giovedì 20 giugno 2019

Un racconto vecchissimo (e si vede): Di donne, taverne e marinai


Dato che gli ultimi libri che ho letto (uno per tutti, Cucinare un orso di Mikael Niemi) non mi hanno fatto venire voglia di recensirli, pubblico un vecchissimo racconto (1986), giusto per tappare il buco. 
         
DI DONNE, TAVERNE E MARINAI       
L'ostessa più bella e più famosa di Cadice era sicuramente Mercedes, la padrona della taverna dei Sette Marinai nel vicolo di Nostra Signora della Buona Morte. Era giovane e curiosissima; molti marinai sprovvisti di soldi per pagarsi il vino o il cibo avevano ottenuto quello di cui avevano bisogno in cambio del racconto delle loro avventure in terre sconosciute e mari lontani. Gli invidiosi erano pronti a giurare che Mercedes non esitava a offrire anche un letto ai buoni narratori di gradevole aspetto. Il marito di Mercedes, un portoghese massiccio di nome Manuel, sedeva in un angolo della taverna giocando a dadi con i clienti, portava su il vino dalla cantina e parlava il meno possibile, soprattutto quando la moglie era nei paraggi. Sembravano una coppia felice, e se Manuel non protestava mai quando Mercedes sedeva al tavolo di qualche avventore, lei faceva finta di non accorgersi di niente quando il marito perdeva ai dadi o non riusciva più a reggersi per il troppo vino. La taverna dei Sette Marinai era sempre piena; oltre che per la bellezza della padrona, era famosa per la bontà del vino e la freschezza delle sardine che Manuel cucinava su un piccolo fornello fuori dalla porta. Per questo, qualunque marinaio o viaggiatore capitasse a Cadice prima o poi finiva per trascorrere le sue serate ai Sette Marinai.
  Una sera di dicembre ventosa e spruzzata di pioggia, un avventore sconosciuto entrò portando con sé un alito di freddo e si sedette a un tavolo libero, appoggiandosi con i gomiti sul legno liscio e lucido. Era un uomo vigoroso con i capelli a frangetta, vestito da borghese, ma senza lusso. Ordinò una bottiglia di vino e del pesce arrosto senza guardarsi intorno; dopo un po' le conversazioni interrotte agli altri tavoli ripresero, e nessuno gli badò più, tranne Mercedes, che dopo averlo servito gli chiese il permesso di sedersi al suo tavolo.
  "Da dove viene, signore?" gli chiese.
  Lui alzò le spalle, e non rispose.
  "Lei non è un marinaio, vero?"
  Di nuovo l'uomo alzò le spalle.
  "Come si chiama?"
  "Cristobal." Aveva una voce profonda e coltivata. "E tu, bella, come ti chiami?"
  "Mercedes."
  Contenta del suo primo successo, l'ostessa continuò a interrogare l'uomo e dopo un po' riuscì a strapparlo dal suo riserbo. Le raccontò che era a Cadice per vedere delle persone che potevano essergli utili per realizzare un suo grande progetto, e si sarebbe fermato in città almeno quindici giorni. Alloggiava in una locanda situata poche strade più in là e aveva sentito parlare della taverna dei Sette Marinai da un suo amico di Siviglia che aveva visitato Cadice qualche anno prima.
  "Il mio amico mi ha parlato di una bella ostessa" aggiunse "e pur essendo un marinaio, per una volta non ha esagerato."   
  Mercedes sapeva apprezzare un complimento e questo non andò perduto con lei. Sorrise con tutta la faccia e versò ancora un po' di vino al galante gentiluomo.
  "Torni presto, signore" gli disse, prima di alzarsi per andare a servire gli altri clienti.
  Cristobal tornò, la sera dopo e tutte le sere per una settimana, e la sua intimità con Mercedes crebbe tanto che alla fine le rivelò il suo progetto. Era il primo pomeriggio, la taverna era vuota e Mercedes aveva raggiunto Cristobal nella sua stanza all'ultimo piano di una casa bianca dai balconi panciuti, che si affacciava sull'oceano scuro e imbronciato. Le lenzuola erano umide e lui le accarezzava pigramente la spalla carnosa. Dalle piccole finestre dai vetri piombati non si vedeva altro che un accavallarsi vorticoso di nuvole grigie.
  "Guarda fuori, bella. Vedi l'oceano? Io voglio salpare da un porto sull'oceano e navigare verso occidente fino ad arrivare nelle Indie. Finora non ho trovato nessuno che voglia finanziare la mia spedizione, ma prima o poi riuscirò a partire, e stabilirò una nuova rotta verso oriente, passando da occidente."
  Mercedes lo ascoltava a bocca aperta. Quelle parole le sembravano folli. Ma la luce grigia che penetrava dalle finestre addolciva il viso di lui e lo illuminava di un'espressione ispirata. Faceva freddo e bisognava stringersi per non sentirlo. Il sogno di Cristobal finì per conquistarla, e divenne anche il suo sogno. Raggiungere le Indie andando a occidente? perché no, se lo diceva lui? Cristobal le mostrava carte e mappe, e Mercedes, con il mento appoggiato alla sua spalla, incominciò anche lei a far progetti.
  "Portami con te" gli disse. "Cucinerò per te e per i marinai, rammenderò i vestiti e le vele, e la sera..."
  Non osò proseguire. Aveva un po' soggezione di quell'uomo così serio e ossessionato dai suoi sogni.
  Cristobal rise fino a farsi venire le lacrime agli occhi.
  "Tu venire in mare con me? Questa è l'idea più assurda che abbia mai sentito."
  Mercedes si vergognò di aver osato proporre qualcosa di così stupido e cercò di rimediare.
  "Promettimi che scriverai un diario solo per me, per ricordare tutto quello che vedrai, non mi fido della tua memoria e poi tutti i marinai raccontano bugie e io voglio sapere tutto quello che ti succederà, minuto per minuto, voglio vedere con i miei occhi tutto quello che vedrai tu."
  Mercedes era sicura che Cristobal avrebbe trovato un finanziatore per il suo progetto: non riusciva a pensare che qualcuno potesse resistergli quando parlava con quella luce negli occhi e quel tono sicuro e nostalgico insieme che avrebbe convinto anche lo scettico più ostinato. Avrebbe voluto essere una regina per regalargli delle navi e del denaro per partire; era diventata ancora più certa di lui che la via per le Indie passasse dalla rotta dell'occidente.
  I giorni passavano, e con loro i pomeriggi nella stanzetta bianca, e le serate nella taverna che Mercedes trascorreva ormai tutte al tavolo di Cristobal, mentre Manuel era costretto a lasciare i dadi per servire i clienti trascurati da sua moglie. Ma i due non parlavano d'amore. I loro discorsi erano tutti intorno alla grande impresa che andava realizzata, al diario che Cristobal avrebbe tenuto per Mercedes e alle meraviglie delle Indie, l'oro, le perle, le pietre preziose che aspettavano solo qualche coraggioso che le raccogliesse. E se qualche volta nella voce di Mercedes c'era un tremito di paura, sollecitudine o tenerezza, spariva in fretta per lasciare posto all'ansia di realizzare il grande sogno.
  Il giorno della partenza, Cristobal andò alla taverna di buon mattino per salutare Mercedes. Lei stava spazzando il pavimento e si appoggiò alla scopa per parlargli.
  "Voglio sapere tutto, come se fossi con te, ricordati il diario" disse, e qualche lacrima scivolava sulla pelle compatta delle sue guance.
  "Te lo prometto" rispose lui e, salutato Manuel, partì.
  La bella ostessa continuò ad ascoltare i marinai che avevano delle belle storie da raccontare, e ad accettare le loro storie in pagamento del vino e del cibo che suo marito cucinava. Ma man mano che gli anni passavano, il suo interesse diminuiva. A un certo punto gli avventori dei Sette Marinai si accorsero che il suo ventre si era arrotondato, e dopo qualche mese Mercedes partorì un bambino. A questo primo figlio ne seguirono altri tre, di cui uno morì, e della bella ostessa curiosa e compiacente rimase solo il ricordo. Era sempre troppo occupata con i suoi marmocchi per ascoltare le storie dei marinai, che ormai frequentavano la taverna solo per il buon vino e la buona cucina di Manuel.
  La taverna dei Sette Marinai continuava a prosperare e a essere la più frequentata della città. Una sera, mentre padroni e clienti festeggiavano il diciottesimo compleanno del primo figlio di Manuel e Mercedes, uno straniero spalancò la porta e si sedette a un tavolo libero. Era primavera, ma all'interno l'aria era pesante e immobile. Mercedes, asciugandosi le mani nel grembiule, andò a servire il nuovo avventore, e si fermò impietrita davanti al tavolo.
  "Cristobal!" esclamò. "Che cosa fai qui?"
  E guardò con dolorosa sorpresa la frangetta grigia, gli occhi infossati, la pelle scura e rugosa di uomo abituato alla vita all'aria aperta. Alzò le mani alle guance gonfie e cascanti, si vergognò del ventre rotondo, delle mani appassite.
  "Sei proprio tu!" ripeté. "Che cosa hai fatto in questi anni? Sei arrivato alle Indie? Hai trovato l'oro e le perle? Cristobal, ho aspettato tanto! E non credevo che saresti tornato mai più!"
  "Ho promesso, e mantengo" rispose lui.
  Da sotto alla lunga tunica trasse un pacco voluminoso, avvolto in un pezzo di stoffa. Lo aprì, e ne tolse un manoscritto e un mazzo di piume, rosse, verdi, gialle e azzurre, così sgargianti che sembravano tinte.
  "Sono venuto apposta dalla capitale per portarti questo" disse, porgendo piume e manoscritto alla donna.
  "Ma sei arrivato alle Indie?"
  "Ho trovato una terra popolata di selvaggi e di piante strane, nuova o già conosciuta, non so. Non ho trovato l'oro, né le perle, né le pietre preziose, ma ho dimostrato che la mia idea era giusta, che navigando verso occidente si sarebbe arrivati da qualche parte, e il mio progetto é riuscito."
  Continuava a tendere la mano con i suoi doni verso Mercedes, che non si decideva a prenderli. Lo guardava delusa, e scontenta di essere stata sorpresa nella sua malinconica decadenza. Non porse la mano per prendere i doni, e Cristobal li depose sul tavolo.
  "Sei sempre bella" disse lui.
  Ma lei non poteva più credergli, e così non credette nemmeno che il loro antico sogno si fosse realizzato.
  "Non sei arrivato nelle Indie" disse con tono di accusa, anche se in realtà si sentiva lei stessa colpevole, e non sapeva proprio di che cosa.
  "Ho scritto un diario per te" disse lui.
  "Lo leggerò" rispose Mercedes. "Che cosa vuoi bere?"
  "Una bottiglia di vino" disse Cristobal, ma dopo il secondo bicchiere si alzò, e gettata una moneta sul tavolo si avviò verso la porta.
  "Cristobal" disse Mercedes, che nel frattempo era andata a mettere a letto il suo figlio più piccolo. "Dove vai? "
  "Ritorno a Valladolid" disse lui.
  "Grazie del regalo. Leggerò il tuo diario. Che cosa sono queste? Piume? Le hai colorate tu?"
  "No, nelle Indie gli uccelli hanno veramente questi colori."
  Ma dal tono con cui lo diceva, sembrava che non ci credesse nemmeno lui.
  "Addio, Cristobal" disse Mercedes. "E grazie ancora."
  "Addio. E ricordati che quello che ho scritto, l'ho scritto pensando a te."
  Uscì prima che gli altri avventori si accorgessero che era successo qualcosa d'insolito.
  Mercedes raccolse piume e manoscritto, e passò meccanicamente uno straccio sul tavolo che aveva occupato Cristobal.
  "Appena avrò tempo lo leggerò" pensò, chiudendo il diario in un cassetto, quando finalmente andò a dormire dopo che l'ultimo avventore se ne era andato, e mise le piume colorate sul tavolino da notte, per darle il giorno dopo ai suoi bambini per giocare. 
(Già pubblicato su Anaconda Anoressica il 9/4/17)