giovedì 30 novembre 2017

Una bellissima e acuta recensione di Desy Icardi sul suo blog Papataridens a proposito di Il cuore in ballo

E tanti saluti da Bolzaretto Superiore!

mercoledì 29 novembre 2017

A Louisa May Alcott nel giorno del suo 185° compleanno: molte scuse e una bruciante accusa (anche da parte di Jo March)

Cara Louisa May, sappiamo tutti che la tua fama meritatissima e immortale è dovuta al romanzo Piccole donne, ma io oggi ti voglio parlare di Piccole donne crescono. 

Primo, per porgerti le mie sentite scuse per l'uso improprio che è stato fatto del titolo in questi quasi due secoli attraverso gli innumerevoli, abbietti e nauseanti plagi perpetrati da giornalisti senza fantasia né pudore: io quando vedo un articolo intitolato Piccoli *** crescono chiudo il pc, il tablet, il telefonino, il giornale, e mi do al giardinaggio per farmi passare i nervi.

Secondo, per rivolgerti l'eterna, dolorosa, inconsolabile accusa di tutte noi ragazze amiche delle ragazze March: ma come hai potuto? Come ti è venuto in mente un simile obbrobrio? Perché, cara Louisa May, perché quel tesoro di Laurie sposa la gattamorta Amy (e i suoi limoncelli canditi, limoncelle in salamoia nella versione che ha rallegrato la mia infanzia, regalandomi qualcosa in più su cui sognare - che mai saranno le limoncelle, per non parlare della salamoia?) e a Jo, eroina di tutte noi, tocca un vecchio professore tedesco povero, brutto e noiosissimo? Perché? Se ci tenevi tanto a scrivere la scena del rifiuto di Jo alla proposta di matrimonio di Laurie, non potevi sfogarti un po' con le sue disgrazie a New York e poi farli rincontrare maturati e belli, lei con i capelli ricresciuti e lui con la barba? Eh? Rispondi un po', ma ci vorranno delle motivazioni MOLTO convincenti per ottenere il nostro perdono.

Orchard House, Concord, dove nel 1968 fu scritto Piccole donne
Pensaci, lì nel paradiso degli scrittori dove hai sicuramente una posizione di prestigio e non ti perdi in sciocchezze e mondanità. Per consolarti posso dire che né Katharine Hepburn né June Allyson né Winona Ryder né qualsiasi altra attrice abbia incautamente accettato il ruolo di Jo arriverà mai all'altezza del modello. Lei è inarrivabile, con le sue mele in soffitta e i vestiti rammendati. Ma sicuramente anche lei molto incazzata con te per i motivi di cui sopra.   

martedì 28 novembre 2017

L'Italia come non l'avete mai vista: Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia

Elvis Malaj con Marco Lazzarotto alla libreria Pantaleon di Torino, 23/11/17
Da un incontro felice quasi sempre nasce qualcosa di bello: e questa volta dall'incontro tra Elvis Malaj, giovanissimo scrittore di origine albanese che vive in Italia da molti anni, e i "ragazzi di Racconti", come li chiama lui affettuosamente, è nato un libro piccino come dimensioni ma veramente felice e anche importante.

Felice perché i dodici racconti che lo compongono sono belli, interessanti, ben scritti e originali. Elvis Malaj è giovane e scrive come è giusto che faccia un giovane, ma è felicemente libero dai vezzi che rendono insopportabili, a mio gusto, tanti libri generazionali: niente impronta da scuola di scrittura, per me il peggiore tra i tanti difetti. Si sente che Malaj ha cercato la sua voce e l'ha trovata, ed è una voce forte, personalissima, che spero verrà confermata nelle prossime uscite. E' anche molto ironica e allo stesso tempo mite, attenta ai minimi dettagli, e riesce a risultare divertente anche nel raccontare minimalia.

Importante perché l'autore, che ascoltato dal vivo appare molto lucido e intelligente, riesce a imbastire storie brevissime che ci danno un quadro della vita di un ragazzo albanese (l'essere albanese è al centro di tutti tutti i racconti) alle prese con le difficoltà, gli aspetti buffi, le stranezze, i luoghi comuni e anche i pregiudizi che condizionano i rapporti con gli altri. E soprattutto le altre, le ragazze, universo amichevole e bizzarro con cui confrontarsi continuamente. Non ci sono lamentele né pietismi né rivendicazioni orgogliose, ma attraverso l'autoironia e la velocità di scrittura si rispecchia acutamente la società italiana, nei suoi difetti ma anche nei suoi pregi. Elvis Malaj ha l'occhio tollerante di chi, più che giustamente, non ha complessi d'inferiorità e capisce benissimo con chi ha a che fare. 

I racconti sono ambientati in buona parte a Belluno dove l'autore, che ora risiede a Padova, ha trascorso alcuni anni, ma qualcuno anche in Albania. In Vorrei essere albanese, il cui incipit è davvero magistrale, il protagonista Marenglen (acronimo di Marx, Engels e Lenin) deve destreggiarsi con una banda di ragazzini ubriachi e razzisti, ma ha un asso nella manica: quando dovevo minacciare qualcuno non dicevo "chiamo i miei cugini albanesi", dicevo "chiamo la mia ragazza italiana". Da cui peraltro, alla fine riceve una lezioncina del tutto inaspettata. La vergine Maria tratta della controversa iniziazione sessuale di due adolescenti, mentre Il televisore è una doppia vicenda di abbandoni e ritrovamenti, tra Bakshim, un vecchio apparecchio televisivo fuori uso e la sua ragazza Maddalena, sul cui sfondo si intravede la gerarchia degli esclusi che mette in campo albanesi, romeni, marocchini e neri. L'incidente è quello che interrompe la prima cena tra Gjokë e Selvi, la ragazza di cui è sempre stato innamorato, risolvendo un equivoco. Scarpe, dedicato alla mia Albania e ambientato a Bajzë, paese di origine dell'autore, è la storia apparentemente farsesca e boccaccesca di Dedë, cameriere e puttaniere, delle sue scarpe, di un cane e di una ragazzina che va a scuola con la scarpe prestate dalla sorella, ma in controluce fa intuire una miseria che non è solo materiale. La nuova classe, il più tragico, laconico e bellissimo nella sua nervosa velocità, mette in scena l'ansia e lo spaesamenteo di un ragazzo diviso tra la difficoltà di inseririsi in un ambiente nuovo e la vita che preme tutt'intorno. L'uomo con la cravatta con un motivo a fiori forse è salvato da un colloquio ascoltato sull'autobus tra un'infermiera e una sua amica, mentre La Carriola, di nuovo di ambiente albanese, è la scabra rappresentazione di una solitudine infantile estrema. Straordinariamente complessa è la vicenda di Agron e Silvia, protagonisti di A pritni miq, due vitalissimi scriteriati che dopo essere fuggiti insieme per vivere un amore osteggiato dalla famiglia di lei, italiana quindicenne, sperimentano la potenza delle tradizioni albanesi in terra straniera sia nel bene che nel male, si amano, bisticciano e si rappacificano con dialoghi di esilarante semplicità e follia. Il lupo della steppa è ancora una conversazione casuale in treno tra Çoban, scrittore, e un signore pieno di buone intenzioni e di luoghi comuni, mentre Mrika non riesce a godersi le vacanze estive a Durrës. Morte di un personaggio è forse il mio preferito, e leggendolo si scopre il significato del geniale titolo del libro. Kastriot, il protagonista scrittore, per fare contenta sua madre si lancia in un'impresa azzardata e pericolosa, fa un incontro sorprendente con Veronica, il tutto mentre nella sua testa si agita la trama del romanzo che sta scrivendo. Le scene e i dialoghi che scandiscono gli incontri tra Kastriot e Veronica sono veramente straordinari, senza una sbavatura rendono plausibile l'assurdo acchiappando il lettore nelle loro spire.   
     
Elvis Malaj è veramente maestro nel narrare rovesciamenti fulminanti in pochissime parole, nel taglio della scena e della vicenda: senza mai seguire la stucchevole deriva carveriana, ma dimostrandosi semplicemente maestro nel saper chiudere al momento giusto. E mi ha fatto piacere scoprire che sono passata da Bajzë, il suo paese d'origine. Se fossi stata meno frettolosa, se mi fossi guardata meglio intorno, forse avrei incontrato qualche abitante del luogo che parlava italiano, disposto a intrecciare con me una delle meravigliose conversazioni che Elvis Malaj mette in bocca ai suoi personaggi.   

P.S. Alla presentazione si è parlato anche dell'orrore, stile aglio per i vampiri, che suscitano i racconti negli editori. So di ripetermi (e non me ne frega niente) in quanto appassionata di racconti sia come scrittrice che come lettrice. Ma non mi ero mai fermata a riflettere sul fatto che ormai si utilizzano eufemismi per la parola racconti, come se fosse un termine osceno. E' stata citata una quarta di copertina in cui si parlava di storie, ma naturalmente la scelta più sicura è short stories. Con quella si fa una doppia carambola e i racconti diventano quasi appetibili, visto che si può parlarne anche nella lingua ufficiale dell'Impero.  


domenica 26 novembre 2017

Tre scrittori, un cane, molte galline e due conigli: Auden - Isherwood - Spencer, Il diario di Sintra

Wystam Auden, Christoper Isherwood, Stephen Spender
Comincio con una lista di aggettivi, cioè quello che fa più orrore a qualsiasi scrittore che si rispetti: simpatico, amichevole, divertente, istruttivo, pettegolo, interessante. E' tutto questo e molto di più Il diario di Sintra scritto a sei mani da Chistoper Isherwood, Wystan Auden e Stephen Spender, più qualche intervento di Tony Hindman nel breve periodo che intercorre tra il 12 dicembre 1935 e il 5 febbraio del 1936, cui si aggiungono brani di diari privati e lettere di Humphrey Spender, James Stern e altri. Isherwood e Spender, insieme ai loro giovani innamorati Heinz Neddermayer e Tony Hindman, giunsero a Sintra con la speranza di comprare una casa non troppo cara in cui stabilirsi a vivere insieme. Wystam Auden li raggiunse in visita e fu coinvolto nella scrittura del diario, anche se non lo era nel progetto di vita comune che naufragò per una serie di tensioni e incomprensioni legate soprattutto ai due giovani Tony e Heinz, ma forse anche perché Sintra non era quello che si aspettavano. I complessi rapporti tra i due scrittori e i loro amici sono ben spiegati e illustrati nell'ottimo paratesto del curatore originario, Matthew Spender, nipote di Stephen, che comprende un'introduzione e una sezione dedicata a brevi biografie di tutte le persone che compaiono nel testo, mentre la traduzione e la cura dell'edizione italiana sono di Luca Scarlini.

Spender e Isherwood venivano dall'esperienza di anni a Berlino, e tutti quanti avevano ben chiaro che stavano vivendo un momento storico molto cupo e preoccupante, Hitler e Mussolini dominavano la scena politica, la possibilità di una guerra si intuiva già, ma curiosamente Salazar non suscitava lo stesso rifiuto degli altri dittatori, e comunque la vita in Portogallo evidentemente sembrava ancora sicura e libera. Ma queste ombre restano negli angoli dell'incantevole paesaggio di Sintra. Ben illuminata invece è la scena in cui si muovono gli scrittori nella variegata e esilarante comunità degli espatriati inglesi di Sintra. La vita mondana è intensa, e i nostri scrittori, già piuttosto noti, vengono accolti e invitati nelle varie case, dove si raccoglie un'umanità osservata e narrata con divertimento e il distacco sufficiente a rilevarne  tratti caratteristici e stranezze. In realtà molte delle persone di cui si parla erano intellettuali e scrittori tanto quanto gli autori del diario, ma visti nelle ciance a tavola o su una tazza di tè assumono l'aspetto di una gradevole banda di originali. Quella che domina è una passione per l'occulto e lo spiritismo. Ottime signore anziane raccontano particolari scabrosi delle loro vite precedenti, gli inviti per le sedute spiritiche fioccano, e i nuovi arrivati non si sottraggono. Registrano conversazioni e tic, dipingendo un quadro vivacissimo della vita a Sintra.

Accanto allo scambio di visite si svolgono altre attività, in particolare gite al Casinò di Estoril, dove
la passione per il gioco e per l'azzardo travolge alternativamente tutti i protagonisti. Poi c'è la popolazione locale, non solo i borghesi incontrati nei salotti, ma soprattutto le cameriere e le cuoche, il giardiniere, gli artigiani con cui è indispensabile interagire. Il cibo, i prezzi. E gli animali: il vorace cagnolino Teddy, le galline che muoiono a dozzine, i conigli che si riproducono secondo le aspettative, di cui si deve occupare Heinz che costruisce per loro sontuose cucce e casette. E i castelli, i panorami, le spiagge, Lisbona, tutto quello che nei brevi brani dei molti autori balza fuori dalle pagine con la forza della presa diretta. Il risultato, l'ho già detto, è irresistibile.

Io confesso che ho avuto una passioncella per Christopher Isherwood e l'ho letto con grande piacere, sia nelle sue opere giovanili che in quelle del periodo californiano. E' un autore che mi piace e questo sicuramente ha influito sul fatto che quando ho trovato il volume su una bancarella l'ho immediatamente comprato (senza grande sforzo, perché costava 1 euro - e non è vecchio, è uscito nel 2014). Inoltre ho di Sintra ricordi molto gradevoli di un posto davvero bello (tra i molti che vi hanno trascorso del tempo c'è anche H. C. Andersen). Ma secondo me risulta divertente anche per chi non ha mai letto niente dei tre autori, quello che lo rende così piacevole è la ricostruzione di un mondo, della vita di un gruppo di expat, certo svagati ma non abbastanza da non vedere quello che succedeva nel resto d'Europa.             

La traduzione è disinvolta a dir poco, spesso frettolosa. Avendolo letto nella versione cartacea sono stata colpita dai fastidiosi difetti nell'impaginazione (doppi spazi vistosi, cambiamenti di spaziatura tra i caratteri). Nell'insieme si sente molto la mancanza di un buon editing, il che dispiace perché il testo merita moltissimo e di questi tempi in cui il libro boccheggia e arranca, sarebbe doveroso curare de minimis.

martedì 21 novembre 2017

Eccolo qui, sta per arrivare: Il cuore in ballo, Buckfast Edizioni


Eccolo qui, è il decimo, è allegro, è bello, fa  venire voglia di ballare, fa ridere e fa piangere.

C'è Angelica, c'è Decembrina, c'é Jerry Vinzanola del Bronx, c'è Amapola, c'è don Ferruccio, c'è Porzia Milletarì, c'è Luca il carinissimo, c'è Ginni la donna vincente, e molti altri.

E soprattutto c'è Bolzaretto Superiore.

Spero che faccia piacere e piaccia.

Sta per arrivare, è vicino, vicinissimo.

Ne riparliamo!

lunedì 20 novembre 2017

La casa dell'infanzia è piena di storie e di segreti: Ismail Kadare, La bambola

Una breve nota a proposito dell'ultimo libro di Ismail Kadare, La bambola. Breve perché è brevissimo (127 pagine con molti spazi) e anche perché ho le idee un po' confuse al proposito, ma non voglio passarlo sotto silenzio. Suppongo sia tradotto dal francese perché ho letto che da quando si è trasferito in Francia, nel 1990, scrive in quella lingua (ma sulla questione delle traduzioni di Kadare leggete questo interessantissimo articolo di Francesca Spinelli), però l'ottima traduttrice Liljana Cuka Maksuti è albanese e vive a Roma. La scelta editoriale è di tacere sia sulla lingua d'origine che sul titolo e l'anno di pubblicazione originale. Va be', sarà un mistero in più ad avvolgere con le sue morbide spire La bambola.
Perché di un testo misterioso si tratta, o magari sono io che non ho capito niente.

Confesso che l'ho comprato perché si svolge a Argirocastro, bellissima città che a Kadare ha dato i natali e dove sorgeva la casa della sua famiglia paterna in cui si svolgono molti degli episodi che racconta. Distrutta da un incendio nel 1999, in seguito è stata ristrutturata (ma quando ci sono stata io, nel 2013 o 2014, non era ancora visibile). La casa è il centro della narrazione, molto più della madre (la bambola del titolo) che dovrebbe essere la protagonista. Ecco, per togliermi il dente dico subito che questa della madre mi è parsa la parte più debole del libro. Descritta come una bambola di carta, incapace di comprendere e di parlare, non si riesce bene a farsene un'idea anche se il figlio vuole fare capire come sia stata piegata e rachitizzata dalla vita. Entrata a diciassette anni nell'enorme casa della famiglia del marito (fornita persino di una prigione privata!), subito in silenzioso contrasto con la suocera, trascurata dal marito cui interessa solo fare continui lavori di ristrutturazione, pone ogni tanto timide e preoccupate domande al figlio, precoce nella scrittura e nella pubblicazione.

La parte che mi è piaciuta di più è proprio quella relativa alla vita e alle abitudini a Argirocastro negli
anni lontani della sua infanzia, ai rapporti tra gli abitanti, ai segreti delle grandi case, alcune delle quali ancora oggi perfettamente conservate, visitabili e veramente affascinanti (tra cui quella, modesta, di Henver Hoxha). Ci sono particolari divertenti e sorprendenti, e conferme, come per esempio l'inserimento e la vicinanza della popolazione zingara nella vita cittadina. Con pochi tratti Kadare dipinge una società per noi molto esotica, ed estremamente interessante.

Ma accanto ai ricordi dei genitori, dei nonni, fratelli zii ecc, Ismail Kadare srotola quelli che gli interessano assai di più, l'inizio della sua vocazione di scrittore, gli amici e poi via via i primi successi, i viaggi e i ritorni, le morti e gli amori. Si vede benissimo che in fondo l'argomento che lo appassiona è Ismail Kadare. C'è una certa reticenza forse dovuta a motivi autobiografici, e una frammentarietà che in certi punti riesce un po' fastidiosa. Ho avuto come l'impressione che procedesse un po' svagatamente, senza un preciso progetto. La traduzione è bella e fluida, ma in certi punti è difficile capire il senso: non so se questo effetto di vaghezza dipenda dal testo originale. Comunque la lettura è gradevole, piena di spunti interessanti, veloce e avvolgente. E se vi viene voglia di andare a Argirocastro, seguite l'impulso, ne vale la pena.    

domenica 19 novembre 2017

In ricordo di Elisabetta Chicco Vitzizzai

Questo è un post che non avrei mai voluto dover pubblicare. E mi viene in mente un solo modo per ricordare un'amica, una donna bellissima, una scrittrice tanto raffinata quanto ironica: parlare, e continuare a parlare, delle sue opere, cominciando dalla mia preferita.  

Il più bel vizio è la vita
Questa nuova fatica di Elisabetta Chicco Vitzizzai, pubblicata da Instar, è un libro agile che dà piacere a ogni parola, perché ogni parola è studiata e limata da una scrittura priva di qualsiasi sbavatura o compiacimento. Non si tratta di un romanzo ma della ricostruzione di un mondo perduto, la Torino (e dintorni) degli anni che stanno tra il ‘45 e gli anni ’60 del secolo scorso. L’autrice è figlia di un pittore, Riccardo Chicco, molto conosciuto a Torino sia per l’eccellenza delle sue opere (una è in copertina) che per essere stato un vero personaggio: nella parole della figlia fondamentalmente era un esteta e un pittore, accessoriamente un amante, sempre un seduttore. Marginalmente anche insegnante di storia dell’arte al liceo classico, dove io sono stata sua allieva. È naturale che la sua figura campeggi in queste pagine, ma in effetti non è l’unica né la principale. Tutta la famiglia della protagonista, una Elisabetta prima bambina poi adolescente, è dipinta con tratti nettissimi e precisi, e senza sconti. Sono pagine divertenti e divertite, abbastanza perfide. C’è la bella madre, piena di carattere ma del tutto priva di senso materno, c’è la zia Eva che mantiene la linea vivendo di whisky e sigarette, la tremenda zia Titina (la figura più esilarante e spaventosa) dedita alle opere di bene, gli zii, i vicini di casa, le figure di una Torino che si lascia alle spalle la guerra. 

È la Torino del Sollazzo Gastrico, della Turris Eburnea, della Tampa Lirica, dell’Escargot, nomi che forse non dicono molto ai più ma fanno sobbalzare chi quei tempi li ha vissuti o ne ha sentito parlare da zii e fratelli maggiori, l’altra faccia della Torino deprimente, grigio ostaggio della Fiat, in cui si aggirano personaggi trasgressivi e anticonformisti, come appunto Riccardo Chicco o Carol Rama e altri presentati dalle semplici iniziali. Torino è sempre stata assai più complessa e divertente di quel che il luogo comune voleva. Come supremamente divertenti sono gli episodi e i personaggi di questo libro, in apparenza svagato collage di ricordi, in realtà monumento alla distanza che permette di vedere un’epoca passata per quel che è, fuori dal compiacimento, dalla nostalgia. Non “come eravamo” ma “come erano”, bizzarri, ridicoli, cattivi, unici, umani, comunque nostri, e per fortuna che noi siamo diversi. Almeno fino a quando una nipote dalla penna intelligente, perfida e spiritosa come quella di Elisabetta Chicco Vitzizzai non deciderà, in un lontano futuro, di raccontarci. La parsimonia era una delle esecrabili virtù di famiglia. […] L’indole sospettosa e l’eccessiva precisione erano un’altra caratteristica di famiglia. […] Zia Luda sembrava una sedia liberty. Di quelle sedie allampanate, smunte, scivolate nei braccioli e nello schienale. […] Le due figlie di zia Luda, Mati e Matè, sembravano due poltrone imbottite, solide e goffe. […] La Cicci faceva un mestiere ormai in declino, la mantenuta. […] Zia Titina aveva una vera passione per le deformità e le collezionava si può dire con gusto ed esaltazione feticistici. Viene freddo al pensiero e insieme si scoppia a ridere.

Vedi anche L'amore come sai, Trasgressioni, Gli ossibuchi di Nietszche, Eros in bicicletta, Dio ride