domenica 20 marzo 2011

Ma mi faccia il piacere!

Nel momento caldo del bunga bunga, escort & affini non sono riuscita a scrivere niente per mancanza di tempo e anche perché tutto quel gran pontificare a vuoto mi ha nauseata. Non che pensi di essere esente dal rischio pontificale, anzi. Forse mi piace farlo in esclusiva. Comunque, in sostanza 1) il tizio di cui tutti parliamo da vent'anni faccia quello che vuole nella sua tavernetta da bauscia (minorenni a parte), 2) però non pretenda anche di governarmi mentre lo fa. E basta, non ho altro da dire sulla sostanza. Però non capisco perché nel mondo del liberismo sfrenato, della monetizzazione assurta a religione, in cui un'opera d'arte viene valutata in numero di biglietti staccati, volume del merchandising e ritorno economico sui ristoranti del circondario, l'unico tabù rimasto, l'unica cosa che non si deve vendere è proprio quella lì, quella per cui la creatività lessicale della nostra bella lingua si è scatenata, l'origine del mondo di Courbet, insomma avete capito. Eppure le allegre ragazze che ne fanno commercio ne hanno anche l'assoluta proprietà, perché non dovrebbero farne l'uso che vogliono? Perché solo quella va concessa in beneficenza, per ammore (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi grossa come una casa sul fatto che dall'amore non ci aspetti nessun vantaggio...), pena lo stigma morale e sociale, l'autorizzazione a tutti (ma proprio tutti) di agitare il ditino ammonitore, il così non si fa? E l'esimio Francesco Merlo su la Repubblica che le chiama impunemente le lupe di Arcore? Si può vendere lo sperma, svendere il cervello, affittare l'utero, baciare l'anello ai dittatori per scopi commerciali (e bombardarli per scopi umanitari), sfruttare gli immigrati, inventarsi qualsiasi cosa per indurre il prossimo a consumare, ecc ecc. Ma quello proprio no. E' il limite, l'ultimo paletto che la moralità integerrima di una società in pieno svacco non intende spostare. Qualche motivo ci sarà, ma mi sfugge completamente.
E poi: voglio varare una petizione (magari al padreterno che ha le sue responsabilità) perché chiunque scrive controlli i suoi automatismi, per evitare di dovere ancora e sempre leggere perle come queste: Giovanni Valentini, la Repubblica 22/1/2011, Se il biscione diventa un drago (si parla ovviamente di Ruby Rubacuori & c) "Ne abbiamo già abbastanza per dire che tutta questa vicenda è un'offesa alla donna, alla figura femminile e quindi a tutte le donne. Di centrodestra e di centrosinistra. Cattoliche e laiche. Madri, mogli, sorelle, fidanzate e compagne". Il grassetto è mio. E anche: Antonella Barina, Il venerdì di Repubblica, 11/3/2011, Arriva il quadro più scandaloso dell'umanità, sull'esposizione al Mart di Rovereto del quadro "L'origine del mondo" di Gustave Courbet: "Una tela senza precedenti nella storia dell'arte, che [...] diventa il sesso di tutte le donne – madri, sorelle, mogli, amanti, figlie – il punto di partenza di ogni vita". Di nuovo il grassetto è mio. Ma fatemi il piacere! Il santissimo piacere di connettere per un istante il cervello e vergognarvi! So che l'intenzione è buona, ma possiamo smetterla di definire le donne in base alla loro collocazione nei confronti di un uomo? Perché altrimenti non esistono, non sappiamo come definirle, dove piazzarle? E forse neanche ce l'hanno, l'origine del mondo?
P.S. in margine all'articolo di Giovannini, di cui ho apprezzato il sincero sdegno e il solidale attestato di stima per le donne. Io non mi sento né mi sono sentita offesa da tutta la vicenda del bunga bunga. Perché dovrebbero offendermi questi traffici in cui non c'entro niente, e non mi hanno portato via niente? Fatti loro. Io della mia dignità ho una considerazione molto più alta e una sicurezza molto più solida di quanto possa essere sgualcito dai vecchi sporcaccioni e le loro giovani complici. E poi, diciamolo pure, se qualcuno deve eventualmente cominciare a preoccuparsi della sua dignità e della sua immagine, sono gli uomini, e non certo le donne.

lunedì 14 marzo 2011

Silvia Avallone, Acciaio


SILVIA AVALLONE, ACCIAIO, Rizzoli
La prima cosa che colpisce nel romanzo della bella e simpatica Silvia Avallone è la sua densità. C’è veramente di tutto in queste pagine: l’adolescenza e il declino della cultura operaia, la scoperta della sessualità e il degrado della famiglia, la fabbrica e la discoteca, i ricchi e i poveri, lo sballo e le morti bianche, persino l’11 settembre 2001, a dire il vero presentato con grande originalità. L’ansia di dire tutto costringe l’autrice a strizzare la materia narrativa perché entri nella vicenda, facendo fare salti ai personaggi e al loro sviluppo a scapito della verosimiglianza (vedi la neolaureata Elena che diventa responsabile del personale e decide i licenziamenti!), ma la perdoniamo volentieri dal momento che la vividezza della cornice prende il sopravvento sulla storia un po’ tirata via e esagerata. Rimane l’impressione che dietro a Acciaio ci sia un partito preso, la volontà di rappresentare una vicenda emblematica più che la libertà di narrare la vita com’è.
Via Stalingrado si trova in un quartiere di Piombino costruito per gli operai dell’acciaieria Lucchini, che negli anni settanta dava lavoro a ventimila persone ora ridotte a un decimo. L’acciaieria, il grande altoforno AFO 4 che incombe sulla fabbrica e sputa fuoco ininterrottamente, le spiagge deturpate dagli scarti ferrosi, la vita grama e i turni di lavoro sono la realtà: l’isola d’Elba che occhieggia all’orizzonte, i traghetti per raggiungerla, le file di milanesi e di tedeschi che aspettano sotto il sole di imbarcarsi sono il sogno, vicino ma irraggiungibile. Lì vivono Francesca e Anna, due quasi quattordicenni bellissime e più che consapevoli del proprio fascino e del potere che gliene deriva. I genitori di Francesca è meglio perderli che trovarli, lui picchia moglie e figlia (non ho capito se è anche incestuoso o solo violento), lei è una donna ormai spenta, totalmente inerte malgrado abbia poco più di trent’anni. Anna ha una madre politicizzata, attiva nel sindacato, incapace di liberarsi definitivamente del marito, piccolo delinquente bugiardo e sfuggente ma fedele. C’è anche Alessio, il fratello operaio, sballone e un po’ ladro, estraneo a qualsiasi coscienza sociale, interessato solo a farsi e bere ma capace di un amore che resiste anche alla realtà del rifiuto. Intorno molti personaggi minori, ragazze che ronzano attorno a Alessio come api, amici delle due adolescenti, adulti mai saggi, in un panorama di degrado davvero inquietante e privo di speranza. La vicenda si sviluppa veloce rincorrendo Anna e Francesca, amiche per la pelle di quell’amicizia esclusiva che non può sopravvivere alla crescita. C’è spazio anche per la tragedia che arriva improvvisa e cambia le carte in tavola, come l’amore. Forse sono proprio le due amiche l’elemento meno verosimile del romanzo, tra i molti che non si può fare a meno di notare. C’è un eccesso di sicurezza nella loro adolescenza, nella capacità di esercitare il potere della bellezza, e anche tutto sommato nel modo disinvolto, quasi indifferente con cui Anna vive l’amore con Mattia, un ragazzo tanto più grande di lei. Comunque alla fine un piccolo elemento di speranza deriva proprio dalla loro capacità di riannodare l’amicizia dopo un distacco che pareva incolmabile.
Un romanzo in cui ho fatto un po’ di fatica a entrare, soprattutto a causa di una scrittura non sempre gradevole né convincente. Però poi rimane dentro, quella Piombino divisa tra aria di mare e fumi d’altoforno è difficile da dimenticare. C’è sicuramente una forza in Silvia Avallone, un piglio deciso che forse non ha ancora trovato il suo equilibrio ma rende interessante la sua opera prima.

Amare i propri vizi


AA VV, FREEDOM, prefaz. di Desmond Tutu, trad. dall’inglese di Federica Ressi, Mondadori
AA VV, L’UOMO CHE SPOSÒ UN ALBERO, trad. dall’inglese di Francesca Maioli e Elena Orlandi, Mondadori
Amo i miei vizi e finché riesco li coltivo, consapevole che possono fare male. Questo è valido anche per la passione per le antologie, e un po’ mi consola l’idea che non devo essere sola in questa dipendenza visto che continuano a pubblicarne malgrado sia notorio che i racconti tirano poco. Comunque, a volte il trip è buono altre pessimo, e qui ne porto due esempi.
Pessimo è L’uomo che sposò un albero, traduzione di The best of McSweeey’s, racconti apparsi sul Timothy McSweeney's Quarterly Concern, la rivista fondata da Dave Eggers. A meno che non siate interessati a conoscere gli ultimi snobismi letterari dei giovani scrittori statunitensi, odorosi di scuole di scrittura creativa, inutili e pieni di presunzione. Storie noiosissime scritte benissimo. Qualche esempio: Alison Smith, Lo specialista, una donna con problemi ginecologici risucchia al suo interno gli specialisti che la visitano (forse l’autrice ha visto Parla con lei di Pedro Almodóvar e non l’ha ben digerito), tirando avanti l’ideuzza per più di venti pagine; Tony D’Souza, L’uomo che sposò un albero, non è una metafora, narra proprio di un tizio che si invaghisce di un albero, lo sposa e noi seguiamo la vicenda non travolgente attraverso i commenti degli abitanti del villaggio, il postino, lo sceriffo e via via altre voci sempre più strampalate fino a arrivare alla terra, alla trota, ai pali telefonici, alla morte. Anzi forse è proprio una metafora ma io non l’ho capita. E sapete una cosa? Non me ne frega niente. Steven Millhauser, La torre, gli abitanti di una città costruiscono una torre che arriva a bucare il pavimento del paradiso (nuova questa). David Means, L’uomo di Elyria, autobiografia di una mummia di palude. Qualsiasi cosa sia. Degli altri racconti non dico altro tanto avete capito il genere. Se è quello che cercate, questa antologia ve ne dà a iosa. Se no, passate alla prossima, la buona. Freedom rappresenta il tipo di operazione che a prima vista fa un po’ venire i brividi: il sottotitolo, Trentasei grandi scrittori celebrano la dichiarazione universale dei diritti umani, non promette bene, come il fatto che i diritti d’autore siano devoluti a Amnesty International. Invece, al di là del collegamento tra l’articolo scelto e il senso del racconto, a funzionare è proprio la grande varietà dei nomi e degli approcci al tema. Ci sono autori veramente famosi e altri che non ho mai sentito, ma non vuol dire. Per esempio, l’unico nome italiano, Gabriella Ambrosio, che ha pubblicato nel 2004 il romanzo Prima di lasciarsi (Nutrimenti), premiatissimo e tradottissimo, mi sfuggiva del tutto, ma il suo racconto Stecco, sugli effetti della tortura, è notevole. Forse deludono un po’ Banana Yoshimoto e il suo patetico Un bambino speciale, Paulo Coelho e Prigioniero della quiete, sull’ospedale psichiatrico, soprattutto per la scrittura corriva. Gli altri li cito alla rinfusa, sono troppi quelli da ricordare. Ali Smith, Il messaggero, ci parla di coloro che rimangono intrappolati tra Africa e Europa, nel tentativo sempre frustrato e sempre ripetuto di attraversare un pezzo di mare che li porterà (forse) alla salvezza. Milton Hatoun, Straziato, narra delle illusioni rivoluzionarie degli studenti messicani nel 1969, e della realtà della repressione mentre Héctor Aguilar Camín, Il compagno Vadillo, riesuma con potenza e grande passione una vicenda dolente, l’illusione sovietica vissuta dai giovani comunisti messicani negli anni trenta. Olja Knezevic con L’aula ci porta in mezzo alle dinamiche che stavano sotto alla delazione nella Jugoslavia comunista, Liana Badr, La marcia dei dinosauri, rappresenta la quotidianità di un villaggio palestinese occupato da carri armati e cecchini, Alice Pung, Il capanno, descrive con vivace partecipazione la vita di sua madre, cambogiana fuggita dal regime di Pol Pot, creatrice di gioielli d’oro per pochi dollari e fuori dalla legge nella ricca Australia di cui lei conosce solo la miseria e gli altri espatriati del Sud Est asiatico. Guerrieri del Cielo, di Mahmoud Saeed, colpisce al cuore con la vicenda di un’utopia di riscatto nell’Iraq corrotto e cosparso di cadaveri, dove possono convivere nobili ideali e arcaiche, ignobili violenze. Bello e triste è Un incidente all’ora di pranzo, tra la farsa e la tragedia nello Zimbabwe, terribile e davvero difficile da dimenticare La luna su di lui di Yann Martel, mentre Nadine Gordimer si cala nei panni della donna di un prigioniero politico in Amnistia, Joyce Carol Oates parla di un bambino difficile in Tetano e Walter Mosley, Il processo, suggerisce la possibilità di una giustizia più giusta che nasca direttamente dai brutti, sporchi e cattivi di un ghetto nero negli Stati Uniti. Insomma potrei andare avanti e citare quasi tutti, ma mi limito al mio preferito, Un figlio di internet di Xaiolu Guo, storia terribile che nella sua semplicità illustra in maniera perfetta le contraddizioni tra modernismo e arretratezza nella Cina di oggi. In coda, oltre ai cenni biografici sugli autori, il testo della Dichiarazione universale dei diritti umani.

lunedì 14 febbraio 2011

sabato 12 febbraio 2011

K.M. BALDURSDOTTIR, IL SORRISO DEI GABBIANI


KRISTÍN MARJA BALDURSDÓTTIR, IL SORRISO DEI GABBIANI, ed. orig. 1995, trad. dall’islandese di Silvia Cosimini, Elliot 2010, pp. 285, € 17,50
Un romanzo di quelli che ti restano dentro, per il fascino davvero singolare e sottilmente esotico e perché ti dà da pensare, lascia una traccia di inquietudine e molte domande aperte. In una cittadina a pochi chilomentri da Reykjavik, nei primi anni Cinquanta, l’orfana Agga vive con i nonni, due giovani zie e una prozia. La vita nella casa affollata si complica con l’arrivo di una cugina di ritorno dagli Stati Uniti, dove è sparita sette anni prima, diciassettenne, dopo aver sposato un militare americano di stanza nell’isola. Ora, vedova, torna in patria con bauli pieni di vestiti e dolciumi ma nessun posto dove andare se non la casa degli zii. È molto alta, molto magra, molto bella, ha gli occhi troppo chiari e diffonde intorno a sé il gelo. Agga prova subito repulsione e sospetto per quella donna troppo bella e troppo strana, dai capelli così lunghi e folti che quando li lava deve appendere le ciocche bagnate al soffitto perché non ne sopporta il peso. Freyja è un formidabile personaggio, pieno di misteri, che vediamo solo attraverso gli occhi di Agga, testimone poco oggettiva delle intricate vicende sentimentali vissute dalle giovani donne che la circondano. Agga vive tutte le contraddizioni del momento particolarissimo che separa l’infanzia dall’adolescenza, l’insicurezza e la rabbia, lo stupore nell’assistere ai cambiamenti del proprio corpo, il rancore verso gli adulti, la curiosità e l’impossibilità di capirli. Mi ha fatto pensare per contrasto a due tredicenni letterarie che ho incontrato di recente nel romanzo di Silvia Avallone Acciaio, così inverosimili nella loro consapevolezza di sé. Agga è vera, viva, determinatissima a non perdere nemmeno una parola né un atto di quello che avviene nel mondo degli adulti, moralista e sicura del proprio giudizio come solo i bambini sanno essere. Mentre Freyja procede senza tentennamenti verso i suoi scopi spietati e generosi insieme, seduce e respinge, sempre pronta a aiutare le persone cui è legata e vendicarsi crudelmente su chi la intralcia, Agga spia, interviene, si abboffa, si insinua dappertutto, riesce a assistere a tutti i momenti più drammatici e segreti della vicenda, coltiva la sua amicizia con il poliziotto Magnús, e nelle ultime, geniali righe forse abbandona del tutto l’infanzia. E al lettore rimane il dubbio se quello che ha letto fino a quel momento non sia stato un volontario inganno, una trappola prospettica che lo costringe a ripensare tutta la vicenda. Intorno si muove tutta la società della cittadina, offrendoci un ritratto pieno di sorprese dell’Islanda di metà Novecento, poco dopo l’indipendenza dalla Danimarca. C’è il razionamento, il cibo scarseggia, il lavoro manca, conservatori e democratici si alternano al governo ma i problemi rimangono. L’ambiente è ristretto ma non bigotto né arretrato, l’associazionismo impera, c'è una rete di assistenza per chi è in difficoltà economiche, la vita sociale è vivacissima e malgrado le condizioni atmosferiche ostili e faticose, l’aria aperta piace a tutti, si pattina e si passeggia, si festeggia nelle strade, si esce di sera e di notte. I personaggi che si muovo intorno a Freyja e Agga sono delineati con grande vivacità ma sobriamente, questo è un romanzo in cui non c’è spazio per fronzoli descrittivi o psicologismi. La vita è dura ma tutti si danno un gran daffare, anche Agga, appena finite le medie, si trova un lavoro pomeridiano, pur continuando a frequentare le scuole superiori al mattino. Ma la beffarda conclusione sembra dirci che più che il clima rigido, la lotta per sbarcare il lunario e dare cibo ai figli, i contrasti sociali e politici, la vera guerra è quella tra i sessi, e per vincerla ogni mezzo è lecito. La traduzione brillante e sensibile è di Silvia Cosimini.

giovedì 9 dicembre 2010

Romain Gary, La vita davanti a sé

Sapevo qualcosa e avevo letto qualcosa di Romain Gary, ma niente di


questo romanzo. Sono quindi molto riconoscente alla mia amica Daniela che me l'ha fatto conoscere perché è bellissimo, e soprattutto dà un grandissimo piacere alla lettura grazie a personaggi indimenticabili e a una scrittura geniale nel restituire il punto di vista di un ragazzino tanto scafato quanto candido, tanto disincantato quanto capace di tenerezza. Uscito nel 1975, si svolge nella stessa Belleville che diventerà famosa nei romanzi di Pennac (ma Pennac dov'è finito? completamente passato di moda con l'ondata di paura e xenofobia che spazza tanto la Francia quanto l'Italia? davvero non lo merita, anche se dopo il debordante pateracchio Messieur Malaussène non sono più riuscita a leggerlo) e mette in campo un io narrante di nome Mohammed detto Momò, di anni dieci ma forse quattordici, figlio di una puttana mussulmana che l'ha messo a pensione da Madame Rosa (ma forse no) e poi l'ha dimenticato. Madame Rosa è una vecchia ex puttana ebrea, scampata a Auschwitz, grassissima, malata e un po' disgustosa, che tiene in casa un numero variabile di ragazzini, tutti figli di prostitute che non possono tenerli con sé perché quando una donna è costretta a fare la vita, non ha diritto di avere la patria potestà, è la prostituzione che lo richiede. Così parla Momò, che ascolta tutto quello che dicono i grandi e lo ripete con il suo candore senza pietà. 

Momò cresce tra gli altri bambini, Banania che è sempre allegro, Moise il piccolo ebreo, il suo vecchissimo amico il signor Hamil che gli insegna l'arabo e il Corano, Madame Lola il generoso travestito che batte al Bois de Boulogne, il signor N'Da Amédée il prossineta, e tutti quelli che incontra per strada. Il suo nodo oscuro è quello dell'abbandono, della mancanza della madre, ma si farebbe cavare un occhio piuttosto che ammetterlo. Come si farebbe cavare un occhio prima di ammettere l'amore disperato che lo lega a Madame Rosa. Vagando per strada rubacchia, improvvisa spettacoli con il suo ombrello umanizzato Arthur, parla con le prostitute di strada che lo coccolano e gli fanno regali, si sceglie genitori d'elezione e li segue per vedere dove vivono. 

Quando Madame Rosa si ammala definitivamente, tutto quel mondo di esclusi si mobilita per aiutarla, dall'ebreo dottor Katz ai neri fratelli Waloumba, ma le cose precipitano e negli ultimi, frenetici capitoli il dramma ci lascia a bocca aperta, sconvolti e commossi. Perché questo romanzo parla di solitudine e amarezza, di solidarietà e di emarginazione, di paura che non sparisce mai e di morte, di calore e dolore e amore, ma lo fa con tale leggerezza, con una tenerezza talmente piena di pudore, che solo alla fine ce ne rendiamo pienamente conto. E intanto abbiamo anche riso e sorriso, senza esserci impiastricciati di buonismo né di un eccessivo ottimismo della volontà (alla Pennac, per intenderci) e quel che resta è buonumore, e amore per la vita. E la voce indimenticabile di Momò.
Ottima la traduzione di Giovanni Bogliolo.

lunedì 29 novembre 2010

Scarlett Thomas, Il nostro tragico universo

Vorrei che poteste vedere questo libro, e anche toccarlo, nero e oro, copertina imbottita, taglio delle pagine nero. 381 pagine. L'interno della copertina, sia all'inizio che alla fine, ricoperto di giudizi tratti dai giornali italiani e inglesi scritti in un carattere fantasioso, bianco su nero. Direte, come si fa a comprare un libro simile vedendolo in libreria? Il fatto è che io non l'ho scelto su un bancone, ma l'ho ordinato dopo avere letto una recensione su la repubblicaCult, le pagine del sabato che parlano di cultura appunto, o comunque non parlano di bunga bunga né di Avetrano. Non mi capita sovente di correre in libreria dopo aver letto una recensione, magari due volte l'anno, e neanche tutti gli anni. La recensione positiva mi aveva molto incuriosita, e mi era parso anche di capire che la struttura del romanzo avesse qualcosa in comune con una cosa cui sto lavorando, quindi ero doppiamente ansiosa di averlo tra le mani. Quando l'ho visto ho capito che c'era qualcosa che non andava, ma ormai non potevo più tirarmi indietro. Per togliermi il dente l'ho fatto passare davanti a tutti i libri in attesa, e l'ho cominciato subito. Stamattina l'ho finito.
Allora. Inghilterra, Dartmouth in Devon, giorni nostri. L'io narrante è Meg, trentottenne scrittrice di romanzi di genere per una casa editrice per la quale tiene anche seminari di scrittura creativa per una collana per adolescenti, e recensisce libri scientifici. Alle prese da anni con un romanzo mainstream che continua a cancellare, convivente scontenta con Christopher, squattrinata cronica, padrona della cagna B, asmatica abitante di una casa umida e fredda. Con amici vari, intellettuali scombinati in età, giovani negozianti scombinate, famiglia del moroso scombinata, aspiranti scrittori scombinatissimi. Razionale, insegna ai suoi allievi di scrittura a trovare spiegazioni scientifiche per ogni avvenimento inspiegabile che mettono nei loro romanzi perché bisogna dare agli adolescenti visioni positive e rasserenanti.
Meg riceve un libro da recensire, un tomo che contiene una teoria dell'universo che non ho capito (e ho anche un po' saltata) ma che insomma dice che siamo tutti eterni, questo è il secondo mondo dopo il punto omega che è come un orgasmo universale e siamo tutti eroi tranne chi mangia la pizza sul sofà davanti alla televisione, e siamo anche maghi e altro. Meg si stupisce, oltre tutto non è vero che il libro gliel'abbia mandato il redattore, il che sembra forse un gran problema ma problema non è, come direbbe il poeta. Va be'. Sono andata avanti a leggere per tutte le 381 pagine saltando solo qualche conversazione sulla scrittura (non ho capito bene la teoria delle storie senza storia), sui tarocchi, sui calzini a maglia, su teorie alternative dell'universo, su un résumé della danza cosmica di Shiva ecc ecc. Non succede niente per tutto il romanzo tranne che Meg molla il moroso e la casa umida, e va a stare in un cottage sulla spiaggia. Fa delle richieste all'Universo che prontamente l'accontenta, e al mare che le risponde a tambur battente. Alla fine qualcosa succede ma forse no, la storia non dice. Meg rimane scettica e razionale ma, cosciente di essere il 38° grado dell'Eremita dei tarocchi, si rende conto che facendo richieste all'universo ha creato una bestia, e va avanti a fare calzini. Ci sono anche alcune storie zen e alcune barzellette (una: due matti in manicomio, uno si butta in piscina, l'altro lo salva. Il direttore chiama il secondo matto. Ho una notizia buona e una cattiva: la buona è che lei è evidentemente guarito e lo dimettiamo, l'altra che il suo amico ci ha riprovato e si è impiccato. Oh no, dice il matto, non si è impiccato, sono io che l'ho steso per farlo asciugare. Carina no?)
Non crediate che abbia voluto fare la furba, o ci abbia messo del mio. La storia è questa. Intanto me la sono letta con gran piacere, a parte le pagine saltate, seguendo la protagonista nelle sue lunghe passeggiate sulla spiaggia con B, soste al pub, pomeriggi di maglia davanti al fuoco, gran bevute di vino, birra e qualsiasi altra cosa (ma niente droghe né sigarette e dieta vegetariano-vegana), chiacchiere su rapporti amorosi e sessuali, matrimoniali e extra, vagheggiamenti per un uomo anzianotto ma attraente, letture, altre passeggiate, altri pub. Poco altro, forse una lancia spezzata a favore dei rapporti tra donne giovani e uomini anziani che pare, in Inghilterra scandalizzano di più dei rapporti tra donne anziane e giovani giovanotti. Ma si sa che gli inglesi sono sempre stati all'avanguardia.
Boh. Sinceramente, mi piacerebbe proprio molto che qualcuno che ha letto il romanzo mi aiutasse a capire. E' certamente un libro piuttosto sofisticato, scritto molto bene (e anche ben tradotto da Carla De Caro, che però avrebbe potuto fare uno sforzetto in più e chiamare Manica quello che lei chiama Canale, e Bagatto quello che chiama Imbroglione, e Appeso quello che chiama Impiccato, ma insomma, sono piccole cose) anche se prolisso e pieno di dialoghi verbosissimi, ambizioso, complesso, e destinato a un pubblico evoluto. Ma che cosa gli dice, a questo pubblico, io non lo so.