lunedì 29 novembre 2010

Scarlett Thomas, Il nostro tragico universo

Vorrei che poteste vedere questo libro, e anche toccarlo, nero e oro, copertina imbottita, taglio delle pagine nero. 381 pagine. L'interno della copertina, sia all'inizio che alla fine, ricoperto di giudizi tratti dai giornali italiani e inglesi scritti in un carattere fantasioso, bianco su nero. Direte, come si fa a comprare un libro simile vedendolo in libreria? Il fatto è che io non l'ho scelto su un bancone, ma l'ho ordinato dopo avere letto una recensione su la repubblicaCult, le pagine del sabato che parlano di cultura appunto, o comunque non parlano di bunga bunga né di Avetrano. Non mi capita sovente di correre in libreria dopo aver letto una recensione, magari due volte l'anno, e neanche tutti gli anni. La recensione positiva mi aveva molto incuriosita, e mi era parso anche di capire che la struttura del romanzo avesse qualcosa in comune con una cosa cui sto lavorando, quindi ero doppiamente ansiosa di averlo tra le mani. Quando l'ho visto ho capito che c'era qualcosa che non andava, ma ormai non potevo più tirarmi indietro. Per togliermi il dente l'ho fatto passare davanti a tutti i libri in attesa, e l'ho cominciato subito. Stamattina l'ho finito.
Allora. Inghilterra, Dartmouth in Devon, giorni nostri. L'io narrante è Meg, trentottenne scrittrice di romanzi di genere per una casa editrice per la quale tiene anche seminari di scrittura creativa per una collana per adolescenti, e recensisce libri scientifici. Alle prese da anni con un romanzo mainstream che continua a cancellare, convivente scontenta con Christopher, squattrinata cronica, padrona della cagna B, asmatica abitante di una casa umida e fredda. Con amici vari, intellettuali scombinati in età, giovani negozianti scombinate, famiglia del moroso scombinata, aspiranti scrittori scombinatissimi. Razionale, insegna ai suoi allievi di scrittura a trovare spiegazioni scientifiche per ogni avvenimento inspiegabile che mettono nei loro romanzi perché bisogna dare agli adolescenti visioni positive e rasserenanti.
Meg riceve un libro da recensire, un tomo che contiene una teoria dell'universo che non ho capito (e ho anche un po' saltata) ma che insomma dice che siamo tutti eterni, questo è il secondo mondo dopo il punto omega che è come un orgasmo universale e siamo tutti eroi tranne chi mangia la pizza sul sofà davanti alla televisione, e siamo anche maghi e altro. Meg si stupisce, oltre tutto non è vero che il libro gliel'abbia mandato il redattore, il che sembra forse un gran problema ma problema non è, come direbbe il poeta. Va be'. Sono andata avanti a leggere per tutte le 381 pagine saltando solo qualche conversazione sulla scrittura (non ho capito bene la teoria delle storie senza storia), sui tarocchi, sui calzini a maglia, su teorie alternative dell'universo, su un résumé della danza cosmica di Shiva ecc ecc. Non succede niente per tutto il romanzo tranne che Meg molla il moroso e la casa umida, e va a stare in un cottage sulla spiaggia. Fa delle richieste all'Universo che prontamente l'accontenta, e al mare che le risponde a tambur battente. Alla fine qualcosa succede ma forse no, la storia non dice. Meg rimane scettica e razionale ma, cosciente di essere il 38° grado dell'Eremita dei tarocchi, si rende conto che facendo richieste all'universo ha creato una bestia, e va avanti a fare calzini. Ci sono anche alcune storie zen e alcune barzellette (una: due matti in manicomio, uno si butta in piscina, l'altro lo salva. Il direttore chiama il secondo matto. Ho una notizia buona e una cattiva: la buona è che lei è evidentemente guarito e lo dimettiamo, l'altra che il suo amico ci ha riprovato e si è impiccato. Oh no, dice il matto, non si è impiccato, sono io che l'ho steso per farlo asciugare. Carina no?)
Non crediate che abbia voluto fare la furba, o ci abbia messo del mio. La storia è questa. Intanto me la sono letta con gran piacere, a parte le pagine saltate, seguendo la protagonista nelle sue lunghe passeggiate sulla spiaggia con B, soste al pub, pomeriggi di maglia davanti al fuoco, gran bevute di vino, birra e qualsiasi altra cosa (ma niente droghe né sigarette e dieta vegetariano-vegana), chiacchiere su rapporti amorosi e sessuali, matrimoniali e extra, vagheggiamenti per un uomo anzianotto ma attraente, letture, altre passeggiate, altri pub. Poco altro, forse una lancia spezzata a favore dei rapporti tra donne giovani e uomini anziani che pare, in Inghilterra scandalizzano di più dei rapporti tra donne anziane e giovani giovanotti. Ma si sa che gli inglesi sono sempre stati all'avanguardia.
Boh. Sinceramente, mi piacerebbe proprio molto che qualcuno che ha letto il romanzo mi aiutasse a capire. E' certamente un libro piuttosto sofisticato, scritto molto bene (e anche ben tradotto da Carla De Caro, che però avrebbe potuto fare uno sforzetto in più e chiamare Manica quello che lei chiama Canale, e Bagatto quello che chiama Imbroglione, e Appeso quello che chiama Impiccato, ma insomma, sono piccole cose) anche se prolisso e pieno di dialoghi verbosissimi, ambizioso, complesso, e destinato a un pubblico evoluto. Ma che cosa gli dice, a questo pubblico, io non lo so.

mercoledì 10 novembre 2010

ELISABETTA CHICCO VITZIZZAI, IL PIÙ BEL VIZIO È LA VITA

Questa nuova fatica di Elisabetta Chicco Vitzizzai, pubblicata da Instar, è un libro agile che dà piacere a ogni parola, perché ogni parola è studiata e limata da una scrittura priva di qualsiasi sbavatura o compiacimento. Non si tratta di un romanzo ma della ricostruzione di un mondo perduto, la Torino (e dintorni) degli anni che stanno tra il ‘45 e gli anni ’60 del secolo scorso. L’autrice è figlia di un pittore, Riccardo Chicco, molto conosciuto a Torino sia per l’eccellenza delle sue opere (una è in copertina) che per essere stato un vero personaggio: nella parole della figlia fondamentalmente era un esteta e un pittore, accessoriamente un amante, sempre un seduttore. Marginalmente anche insegnante di storia dell’arte al liceo classico, dove io sono stata sua allieva. È naturale che la sua figura campeggi in queste pagine, ma in effetti non è l’unica né la principale. Tutta la famiglia della protagonista, una Elisabetta prima bambina poi adolescente, è dipinta con tratti nettissimi e precisi, e senza sconti. Sono pagine divertenti e divertite, abbastanza perfide. C’è la bella madre, piena di carattere ma del tutto priva di senso materno, c’è la zia Eva che mantiene la linea vivendo di whisky e sigarette, la tremenda zia Titina (la figura più esilarante e spaventosa) dedita alle opere di bene, gli zii, i vicini di casa, le figure di una Torino che si lascia alle spalle la guerra. È la Torino del Sollazzo Gastrico, della Turris Eburnea, della Tampa Lirica, dell’Escargot, nomi che forse non dicono molto ai più ma fanno sobbalzare chi quei tempi li ha vissuti o ne ha sentito parlare da zii e fratelli maggiori, l’altra faccia della Torino deprimente, grigio ostaggio della Fiat, in cui si aggirano personaggi trasgressivi e anticonformisti, come appunto Riccardo Chicco o Carol Rama e altri presentati dalle semplici iniziali. Torino è sempre stata assai più complessa e divertente di quel che il luogo comune voleva. Come supremamente divertenti sono gli episodi e i personaggi di questo libro, in apparenza svagato collage di ricordi, in realtà monumento alla distanza che permette di vedere un’epoca passata per quel che è, fuori dal compiacimento, dalla nostalgia. Non “come eravamo” ma “come erano”, bizzarri, ridicoli, cattivi, unici, umani, comunque nostri, e per fortuna che noi siamo diversi. Almeno fino a quando una nipote dalla penna intelligente, perfida e spiritosa come quella di Elisabetta Chicco Vitzizzai non deciderà, in un lontano futuro, di raccontarci. La parsimonia era una delle esecrabili virtù di famiglia. […] L’indole sospettosa e l’eccessiva precisione erano un’altra caratteristica di famiglia. […] Zia Luda sembrava una sedia liberty. Di quelle sedie allampanate, smunte, scivolate nei braccioli e nello schienale. […] Le due figlie di zia Luda, Mati e Matè, sembravano due poltrone imbottite, solide e goffe. […] La Cicci faceva un mestiere ormai in declino, la mantenuta. […] Zia Titina aveva una vera passione per le deformità e le collezionava si può dire con gusto ed esaltazione feticistici. Viene freddo al pensiero e insieme si scoppia a ridere.

mercoledì 27 ottobre 2010

LAURA BOSIO, LE STAGIONI DELL'ACQUA

Che bel romanzo quello di Laura Bosio. Uscito nel 2007 da Longanesi, finalista al Premio Strega e al Premio Viareggio, è riedito da Tea nel 2009, quindi è facilissimo trovarlo. La storia: nel 2004, l'io narrante, una donna ancora giovane, reduce da un matrimonio finito, va a trovare Bianca, l'ex suocera novantaquattrenne che vive alla Torricella, la tenuta agricola di cui ancora si occupa, nel Vercellese. Una grande risaia. Nel volgere di una settimana la vita della protagonista cambia. Anche lei è originaria di Vercelli, ma se ne è allontanata presto, ora vive in Svizzera facendo traduzioni. Si intuisce che non è felice, ma nemmeno disperata. Ha necessità di una svolta e alla Torricella la trova, sia a livello esistenziale che sentimentale, proprio con l'aiuto di Bianca. Intorno all'anziana padrona si muovono personaggi memorabili, prima fra tutte Orientina, la suora "svestita" che ha scelto di vivere nella tenuta dove è diventata il catalizzatore di molte energie e affetti; Fondo l'ex nazista redento dalla rinuncia a tutto, compresa la propria identità; Filippo, il nipote che ama la terra e avrà un'importanza grande anche per la protagonista; Albino il vecchio fattore, Vittoria la cuoca, Remo, Felice la badante ecuadoriana, Dante il ritardato, e altri sullo sfondo. Un evento tragico, l'uccisione di un ragazzo cinese, ha portato scompiglio alla Torricella, e provocato la sparizione di Orientina e Fondo. Questo mistero si chiarirà alla fine, ma incombe per tutta la narrazione come una nuvola minacciosa che si specchia nella risaia. Che è la vera protagonista del romanzo. La storia del riso, delle sue origini e della sua coltivazione, dei pericoli che lo minacciano (io ho adorato la storia dei grillotalpa), delle tecniche attuali e di quelle sparite, il mondo scomparso delle mondine, la modernità che irrompe ma non distrugge. E la natura sconosciuta della risaia, la bellezza di quel "mondo d'acqua" per usare una terminologia che non piace alla protagonista, ma a Laura Bosio sì. Gli animali che ci vivono, tanti, molti di più di quanti noi che alle risaie ci passiamo vicino senza fermarci potremmo mai immaginare. I colori, le stagioni appunto, la magia di un mondo dove la fatica si deve necessariamente sposare con la sapienza e lo studio perché il riso è difficile da coltivare, delicato, necessita di cure esperte. Tutte queste notizie si legano in modo perfetto alla narrazione vera e propria facendo de Le stagioni dell'acqua una piccola enciclopedia della risaia, appassionante e amichevole. Perché questa è la caratteristica che più mi ha presa nella lettura: una scrittura accogliente, morbida, che fa venire voglia di avvolgersi nelle pagine e rimanervi a lungo, al sicuro, sognando il cielo che si rispecchia nell'acqua, nel "mondo capovolto" della risaia di cui Laura Bosio ci svela con gentilezza i misteri.

lunedì 11 ottobre 2010

Irfan Orga, Una famiglia turca


Irfan Orga (1908-1970) non è né un etnografo né uno storico, è solo uno scrittore che narra le sue esperienze, capace però di descrizioni vivaci e eccellente nel ricreare atmosfere d’antan viste con l’occhio di un bambino, che si direbbe particolarmente compatibile con il suo modo a volte candido, quasi ingenuo, di narrare. Consiglio senz’altro Una famiglia turca, avvincente romanzo autobiografico in cui Orga racconta la vita quotidiana a Istanbul dagli ultimi anni dell’Impero ottomano al 1940, attraverso le vicende di una ricca famiglia borghese in seguito rovinata dalla Prima Guerra mondiale. 


Le figure della madre e della nonna, donne allevate per vivere protette dai loro uomini e chiuse in case confortevoli improvvisamente costrette a uscire per cercare il cibo, a muoversi da sole nelle strade, a cucinare, cucire e svolgere tutte quelle incombenze che hanno sempre creduto degradanti, a subire umiliazioni legate alla loro condizione di donne sole e impoverite, sono tratteggiate lucidamente e senza eccessiva indulgenza. Lo spaccato della società istanbuliota che ne esce è vivido, anche i personaggi minori risaltano con efficacia sullo sfondo tragico di quegli anni. C’è un divertente episodio, nel periodo dell’infanzia dorata, in viene narrata per filo e per segno la complessa cerimonia della circoncisione, festa di iniziazione che, come titola il capitolo, riguarda “un argomento squisitamente maschile”. La decisione di abbandonare il velo presa dalla madre di Orga quando durante la guerra, ben prima della disposizione in tal senso di Atatürk, è costretta a andare a lavorare in un laboratorio dell’esercito, suscita sconcerto e riprovazione nel vicinato, e è narrata con il solito candore. L’autore ammette che fu proprio lui a chiederle di rimetterlo, molto più tardi, quando andava a trovarlo alla scuola militare, per evitare i commenti offensivi dei compagni. 

Dopo avere toccato il fondo della miseria e delle umiliazioni, i figli alla scuola dei poveri dove mangiano bacche di eucaliptus e radici per non morire di fame, la madre mettendosi a lavorare, lentamente le cose cominciano a andare meglio dopo la guerra, i figli maschi sono accettati alla scuola militare, si impone sulla scena Kemal Atatürk, la proclamazione della Repubblica cancella definitivamente i resti della gloria ottomana. Ci sono pagine interessanti sugli aspetti minori delle riforme di Atatürk, ad esempio la proibizione di usare il fez e l’imposizione del cappello all’occidentale, che suscitano resistenze e stratagemmi per eluderle. A questo proposito penso che l’omino ancora oggi dipinto sui cartelli dei passaggi pedonali in Turchia, un tizio energico dal passo lungo e ben disteso con il cappello in testa che mi mette di buonumore ogni volta che lo vedo, sia un residuato di quei tempi. C’è la sparizione degli armeni dal collegio militare, sulla quale Orga non spreca parole né spiegazioni. Ci sono i grandi cambiamenti, la vita che va avanti, il progressivo sprofondare nella follia della madre, fino al 1940, quando la madre muore e la famiglia è definitivamente disgregata. 


La postfazione del figlio Ateş è illuminante e completa bene la narrazione, dando una breve biografia della vita in Inghilterra di Irfan Orga, sostanzialmente poco felice si direbbe, sempre ossessionata dalle ristrettezze economiche e non proprio armoniosa in famiglia. La sua fama letteraria è legata a questo romanzo, a una biografia di Atatürk e a Un viaggio in Turchia, interessantissima relazione di un viaggio tra i nomandi Yuruk dei monti Tauri, oltre a alcuni libri di per ragazzi e altri di ricette turche. Siccome l’autore non giunse mai a una padronanza perfetta dell’inglese, i suoi testi furono editati dalla moglie tanto che nella biografia di Atatürk compare come coautrice. Oltre a essere di gradevolissima lettura, Una famiglia turca è utile per capire quegli anni complicati e seguire la trasformazione della Turchia da impero decrepito a stato moderno attraverso le concrete vicende di un testimone oculare. Anche in questo libro, edito da Passigli, la traduzione di Luca Merlini è molto incerta; ad esempio, il Mar di Marmara diventa “la Marmara” che scorre mormorando come il Piave.

mercoledì 1 settembre 2010

A proposito delle "hostess" di Gheddafi

In tutte le polemiche sulla visita di Gheddafi e la sua presunta istigazione all'islamizzazione dell'Europa (dico presunta solo perché non ho avuto la pazienza di leggere gli articoli fino in fondo, per cui non sono a conoscenza dell'esatto peso del suo discorso - ma non ho difficoltà a immaginarlo) la cosa che mi ha colpita e veramente infastidita è il giudizio sprezzante sulle hostess, come vengono definite con malizia, cioé sul pubblico femminile pagato che ha assistito alle sue esternazioni. Su Facebook ho letto discussioni in cui venivano definite prostitute, ho sentito Franceschini che strappava un facile applauso dicendo che la loro presenza, cioé in soldoni la loro esistenza, offendeva le donne italiane. Anche meno, direbbe la Littizzetto. Io non sono per niente offesa. Mi spiegate in che cosa la loro giornata lavorativa, retribuita con 70 € si suppone importanti per una ragazza che fa lavori precari, va contro l'etica e la morale e la decenza? In che cosa lede la mia dignità di donna? A parte il fatto che io penso che anche le prostitute possono veramente fare quello che vogliono con il loro corpo che fino a prova contraria è l'unica cosa che ci appartiene in toto, ma questo è un altro discorso, molto più lungo e complesso. Mi limito alle ragazze dignitosamente vestite e pagate per avere trascorso una giornata a ascoltare un vecchio dittatore colorito e mattacchione al quale hanno prestato ascolto, e attenzione, e dedicato tempo, nella speranza di una retribuzione molto più sostanziosa, molti personaggi in vista che conosciamo benissimo e che non sto qui a nominare per non perdere tempo. Prima cosa, evidentissima, non c'è neanche l'ombra di una ragione per non farlo. Secondo, se lavori in genere è perché hai bisogno di soldi per soddisfare delle necessità quindi fai anche cose magari noiose, magari mortificanti, senza tante storie. Terzo, se lavori per un'agenzia magari non è il caso di rifiutare un ingaggio come quello, rischi di essere cancellata dalle liste. Quarto, non era mica un incarico da sbeffiare. Io ho fatto un sacco di lavori quando ero studentessa, il novantanove virgola nove per cento dei quali mi annoiavano a morte in sé e per sé ma magari mi incuriosivano e ero contenta quando li accettavo, come fare la standista nei saloni dove ho venduto gelati, rulli magici e mobili del rinascimento canadese. All'epoca, mi avessero chiesto di fare la "hostess" chez Gheddafi ci sarei corsa, per i soldi e per la curiosità di partecipare a un evento diverso dalla solita routine di babysitteraggio e ripetizioni a zucconi (anzi, da zuccona a zuccone). Il fatto è che di questi tempi "si porta" il moralismo sulle donne. Dai difensori delle donne ormai professionali, come Gad Lerner che si è assunto questo compito come una missione e il trombone Adriano Sofri che tra un moralismo e una lacrima al ciglio ci rassicura quotidianamente sulla nostra superiorità, ai desolati per la mancanza di ideali delle ragazze che voglio tutte fare le veline, a quelli che il velo no però come la mettiamo con le nostre ragazze che se ne vanno a culo nudo ecc ecc. Magari smettetela, smettiamola, di preoccuparci e lasciate che ci pensino loro. Le ragazze non lo ve l'hanno, non ce l'hanno chiesto di mostrargli sempre la fiaccola della virtù per indicargli la via. E per una Noemi che fatica pateticamente a procedere sulla sua scorciatoria, ce ne sono tante altre che sognano cazzate finché sono ragazzine e poi a colpi di nasate e scivoloni imparano. Sono ben altri problemi delle donne, e non parlo solo di Iran e Afghanistan. Comunque, qui voglio solo dire: un po' di rispetto per queste ragazze che hanno fatto un giorno di lavoro facile, mal retribuito, ridicolo, certo inutile. Ma onesto lavoro.
Se proprio devo pensare a una cosa che mi riempie di indignazione, mi offende, mi rivolta le viscere, una cosetta nostrana, non una lapidazione né altro di importante, è l'agghiacciante trasmissione di Canale 5 su cui mi è caduto l'occhio una volta e mai più, perché non voglio rovinarmi la cena e la serata: Le Velone. Quella sì che è offensiva per le donne, e anche per gli uomini. L'idea che qualcuno la guardi per farsi due risate mi ripugna. All'inferno sarebbe una buona punizione per Gheddafi e per il nostro giovane premier, suo sodale in sessuomania.

venerdì 27 agosto 2010

Mehmet Murat Somer, Scandaloso omicidio a Istanbul

Ho visto oggi sul Venerdì di Repubblica che è uscito da Bompiani un altro libro di questo autore di cui per caso ho finito di leggere Scandaloso omicidio a Istanbul (Sellerio 2009) proprio ieri. Non pensavo di parlarne ma l'occasione me ne ha fatto venire voglia. Premetto che avendo fatto un lungo viaggio in Turchia ho letto parecchi libri di autori turchi, tra cui - ahimé - uno del mio amatissimo Pamuk, Il libro nero, che mi ha stravolta di noia malgrado ci siano cose bellissime (se trovo il coraggio ne parlo) e bloccata per un bel po' perché andavo avanti a mezza pagina per volta; e La figlia di Istanbul di Halide Edip Hadivar, un superclassico del 1935 appena tradotto da Elliott che mi ha riconciliata con il mondo, e poi il giallo di Somer come coda al ritorno. A differenza dell'inqualificabile Hotel Bosforo, si tratta di un giallo divertente e notevolmente sofisticato in cui Istanbul è una presenza reale, fuori dai cliché turistico-folkloristici ma convincente. Il/la protagonista, personaggio che potrebbe essere molto rischioso, risulta invece simpatico e plausibile: non ha nome, parla di sé al femminile ma di giorno lavora come informatico abilissimo e un po' hacker (caratteristica ormai inevitabile per ogni personaggio poliziesco, Sherlock Holmes ai giorni nostri invece che chimico eccellente sarebbe hacker) in panni maschili, la sera si veste da donna, preferibilmente seguendo il modello Audrey Hepburn, e si reca al night-club di cui è comproprietaria, dove non disdegna di fare la sua parte di marchette. Spasima per ogni maschio ben messo e attraente, il suo idolo è John Pruitt: ho controllato, un modello palestrato e lucido. Si offende se la chiamano finocchio ma pretende rispetto e attenzioni come donna, e nel caso è in grado di mettere ko i più muscolosi usando arti marziali e semplici botte. E' coraggiosa, vagamente ironica, paziente con le altre "ragazze" che le contano i loro guai e la tirano in mezzo, forse un filino "diversa" ma senza snobberie, e coinvolta fino in fondo. Quando una delle ragazze, che le ha chiesto aiuto, viene uccisa, parte in quarta alla ricerca della verità in modo forse imprudente e avventato ma certo non timido. La soluzione del delitto, in cui compaiono mafia dei ricatti e un politico iperconservatore, è complessa e io forse non ho capito proprio fino in fondo ma in realtà è così che deve andare. La realtà è complessa, il mondo pieno di doppi fondi e inganni, non si può pretendere che giustizia sia sempre fatta. Tutta la vicenda si svolge poi tra interni piccolo borghesi (descritti in modo molto divertente e acuto), night club, molti taxi, la città notturna e il confortevole appartamento della protagonista, in modo del tutto naturale. E i personaggi di contorno sono tratteggiati alla svelta ma a fondo, il mondo dei travestiti è nitido e privo di qualsiasi sfumatura di giudizio, e privi di pregiudizi appaiono anche gli abitanti di Istanbul, la cui parte maschile gradisce molto schiettamente la compagnia delle "ragazze". Insomma sono contenta che sia stata tradotta un'altra avventura della serie, e la leggerò.

mercoledì 25 agosto 2010

Esmahan Aykol, Hotel Bosforo

Trebisonda 21/7/2010
Mi dispiace davvero per Sellerio che è un mio mito insuperato, ma questo Hotel Bosforo è uno dei
libri più brutti che abbia mai letto. E soprattutto più inutili. Una trama insulsa e del tutto pretestuosa, un giallo di cui non frega niente a nessuno, men che meno all'autrice che per tre quarti del libro pensa a altro e poi alla fine telefona la soluzione giusto per scaricarsi la coscienza. E il motivo che non rivelo è quello più sfruttato nella maggior parte dei libri degli ultimi dieci-quindici anni. Il resto è una serie di cliché dei più banali, scritti nella prosa di una ragazzina di prima media poco dotata ma convinta di essere spiritosa. Si direbbe tradotto dal tedesco perché la prima edizione è di una casa editrice tedesca, ma non è chiaro leggendo, in certi punti si direbbe tradotto dal turco. Sembra un repertorio di luoghi comuni sui turchi a uso dei tedeschi, e viceversa. Tipo: i turchi fumano come turchi. Ma va'? E' come se Aykol volesse gratificare gli uni e gli altri presentandoli a volte con gli occhi di un popolo, ora dell'altro. Il risultato è che come terzi ci si sente un po' esclusi.

Si svolge in una Istanbul tutta localini furbi e gran bevute, naturalmente lontanissima dal turismo ma non per questo meno stereotipata e finta. L'insopportabile protagonista, tedesco-turco-ebrea libraia specializzata in gialli, il che per qualche ragione che non ho afferrato la qualificherebbe a risolvere delitti, incontra una vecchia amica tedesca che resta invischiata in un assassinio. Primo, non si capisce perché la tedesca ha cercato la libraia di cui aveva perso le tracce da secoli. Due, la libraia fa un paio di telefonate da scocciatrice e questo è tutto lo sviluppo della trama. In compenso tutti se la vogliono scopare, e lei non sembrerebbe maldisposta, non disdegna poliziotti né delinquenti ma alla fine la vita la premia. L'unica idea che ha in testa è andare dall'estetista, avere le unghie in ordine e mettersi elegante. Ah no, dimenticavo, anche schiaffare la madre in un ospizio alle Baleari. L'autrice è talmente cretina che crede di dare pennellate di realtà nominando un paio di volte la "crisi di febbraio" (?).

Insomma, mi chiedo perché questo libro è stato tradotto: sperando di cavalcare l'onda dei gialli esotici? Ma questo non è né giallo né esotico, solo un'emerita cazzata che fa venire i nervi per il tempo sprecato a leggerlo. E per Sellerio, che sa fare di molto meglio.
Traduzione, non si sa da che cosa, di Emanuela Cervini.