mercoledì 16 settembre 2009

Amitav Gosh, Mare di papaveri, e altro

Rientro freddo e soprattutto bagnato, sia fuori che in casa dove al momento ho sette "punti doccia" compreso uno diretto sul televisore. Letture di viaggio poco abbondanti, anche perché un paio erano davvero consistenti, tra cui appunto Mare di papaveri di Amitav Gosh. Più di cinquecento pagine scritte grosse su carta spessa, il che da una parte rendeva veloce la lettura, ma dall'altra la rendeva scomodissima, il volume è davvero un mattonazzo poco maneggevole, pesante, ingombrante. Per fortuna di lettura molto scorrevole, appassionante e strapieno di storie, per cui ci si ritornava molto volentieri. Un mio amico l'ha letto in meno di due giorni, in traghetto dove c'è poco da fare, ma insomma un record notevole. Ciò detto secondo me questo romanzo ha alcuni difetti abbastanza gravi, per i quali mi collego in parte con il discorso che ho fatto a proposito di Mo Yan e di Yu Hua in questo stesso blog. Il primo è legato direttamente al suo gigantismo: è la prima parte di una trilogia, che si intuisce da questo volume, ha l'ambizione di illustrare i mali del colonialismo e nello stesso tempo di sovvertirne i presupposti. Siamo nel 1837, a Calcutta, quando l'India non faceva ancora parte dell'Impero di là da venire (passerà alla Corona inglese solo dopo il Mutiny, nel 1858, allo scioglimento della Compagnia delle Indie) quando la coltivazione dell'oppio imposta forzosamente in Bengala per l'esportazione in Cina, ha provocato miseria tra i contadini e tensioni con l'Impero cinese dove il numero degli oppiomani è ormai enorme. Un gruppo eterogeneo di personaggi, più o meno riusciti (e qualcuno non è riuscito per niente, vedi la francese Paulette, incredibile fille savante immune da razzismo, ingenua e pura ma con uno stomaco e un coraggio che nemmeno un veterano della guerra in Iraq) e ben delineati, si ritrova su una goletta di fabbricazione americana diretto a Mauritius dove diventeranno in pratica schiavi nelle piantagioni. La prima parte dove sono presentati i personaggi è naturalmente la più faticosa, ma appena le varie storie cominciano a intrecciarsi la vicenda si fa spedita e coinvolgente. Però. I personaggi sono scelti per dimostrare qualcosa, in barba a verosimiglianza e psicologia, e si sente. Il bramino pazzo, il proprietario terriero che deve affrontare le proprie più radicate paure, il "nero bianco", i razzisti assatanati, il religiosissimo che nasconde vizi segreti ( e questo episodio è proprio grottesco e poco credibile!), ecc ecc. Bellissima è la parte che si svolge in mare, e rende vive le condizioni terrificanti dei viaggiatori nella stiva, e la rappresentazione della ciurma di lascari, marinai delle più diverse etnie che si ingaggiano nei mari asiatici. E qui si inserisce il discorso più difficile: la lingua. Anna Nadotti e Norman Gobetti, i traduttori dall'inglese, sono due eroi e due virtuosisti. Amitav Gosh in questo romanzo si propone di sfatare la leggenda di una lingua unica, stabile, e quindi per ogni personaggio riproduce il suo modo di parlare: i lascari hanno una propria lingua "internazionale", rozza, essenziale e efficace, il raja decaduto parla come un libro settecentesco, i funzionari della Compagnia delle Indie usano un linguaggio sboccatissimo e violento, la memsahib utilizza giri di parole e eufemismi grassocci, Paulette infarcisce di termini francesi la sua parlata zoppicante... Inoltre, per espresso desiderio dell'autore, non esiste un glossario che traduca i numerossimi, davvero eccessivi, termini bengalesi e in altre lingua indiane che compaiono nel testo. Per non parlare dei termini marinareschi, tecnici e difficili, disseminati dappertutto. La traduzione è eccellente e fa il possibile per rendere fluido l'insieme, ma confesso che in certi punti ho provato un po' di fastidio per l'eccesso quasi esibizionistico dell'autore. Capisco il suo proposito e sono perfettamente d'accordo con l'impostazione teorica, ma mi pare che il risultato sia un po' incerto. Insomma un libro in cui in certi momenti pare che l'ambizione confligga con la forte tempra di narratore di Amitav Gosh. Un filo di tentazione enciclopedistica si intravedeva già nel Palazzo degli specchi e nel Paese delle maree, ma era più contenuta.
Di Gosh ho sempre ammirato la capacità di rinnovarsi e di affrontare temi diversi in ogni nuovo romanzo. Intimista Le linee d'ombra, fantascientifico Il cromosoma Calcutta (il mio preferito), storico Il palazzo degli specchi, ecologico Il paese delle maree (cito a memoria, e ovviamente sono molte di più le sue opere). Continuo a ammirarlo e leggerlo con grande piacere, ma ho un po' di nostalgia per libri più agili.

sabato 15 agosto 2009

Buone vacanze (?)

Sto per partire. Mi porto quattro-cinque libri, pochi perché farò un viaggio e quindi non avrò quel tempo felice e immemore che invita alla lettura, quando si sta sotto un albero o all'ombra di una roccia davanti al mare e si possono passare ore perdendosi tra orizzonte e orizzonte. Però ho pensato a lungo, che libri mi vorrei portare veramente, a parte quelli che ho infilato frettolosamente in valigia perché da troppo tempo aspettano il loro turno di lettura? Quali sono i libri che mi hanno accompagnato meglio in vacanza? Certo non posso scindere le circostanze in cui li ho letti, ma ho ricordi indimenticabili ad esempio, e a parte tutto, di The far Pavillions di M.M.Kaye letto in India, ma anche, nella stessa cornice, The mists of Avalon della pessima M. Zimmer Bradley e Vanity Fair (con cui ho un debito di riconoscenza per quanto mi ha aiutata in un momento pessimo), Anna Karenina in Sardegna, Le correzioni di Franzen in Grecia, Wuthering Heights in Turchia, e così via. Romanzi, romanzoni e in qualche caso anche romanzacci, ma di quelli che siano capaci di portarti via con sé, di modo che il viaggio letterario sia lo specchio del viaggio reale, anche se in luoghi diversi, l'importante è che lo spaesamento si aggiunga allo spaesamento, la mente si stacchi da tutto quello che la lega alla vita reale che si è momentaneamente lasciata alle spalle. Mi piace diventare solo occhi, per vedere quello che sta intorno, farmi riempire da quello che vedo, e vivere anche in parallelo nel libro che mi accompagna. Per essere veramente ricettiva verso l'esterno e sgrovigliare i nodi della vita quotidiana. Per questo, anche, non scrivo niente o quasi in viaggio. E per tornare ai libri, rimpiango una abitudine di molti anni fa, quando in viaggio si incontravano persone che non giravano in branco e stavano in giro molto tempo, con cui si scambiavano notizie e libri letti per non appensantire i bagagli. Si facevano begli incontri, sia tra le persone che tra i libri. Alcuni li ho conservati, come quello di una ragazza inglese molto raffreddata, che viaggiava da sola con una chitarra, incontrata a Assuan, in partenza per l'India passando dal Sudan, in treno, per imbarcarsi in Kenia. Mi ha dato una raccolta di racconti cinesi, Lu Hsun, Old tales retold, dicendomi: non buttarlo via, me l'ha regalato una persona importante. E' ancora lì, sulla mia libreria, e lei spero sia arrivata bene in India, e le sia passato il raffreddore.

domenica 9 agosto 2009

E-book e riflessivi inquieti

A sollevarmi in questi giorni di agosto afoso e solitario occupato a eliminare libri senza pietà, ecco che su la Repubblica del 7/8 trovo un articolo di Angelo Aquaro da New York che fa il punto sullo stato dell'e-book. Non sto a riassumere che tanto all'uopo ci sono milioni di siti informatissimi e competenti. Io dico solo che appena ci sarà un e-reader efficiente e non stracaro me lo compro, felice e contentissima. Al momento quello che ho capito dall'articolo è che nel 2010 uscirà un modello della Barnes&Noble, gran novità perché touch screen, a colori, e con alle spalle la libreria B&N, appunto. Non si sa ancora il prezzo né la capacità di immagazzinamento. Comunque, a me l'idea di 3500 volumi stipati in un lettore da 489 $ (Kindkle II) sembra esaltante. Leggere su schermo, ormai ci siamo abituati tutti. La sensualità del libro (cito dall'intervista a Sandro Veronesi, nella medesima pagina di Repubblica) la potrò coltivare nei volumi che già intasano i mei scaffali. Sulla perfezione dell'oggetto libro (sempre Veronesi: è decisivo e inalterabile come il mattone. [...] ha un'identità che è difficilmente sostituibile, ha un volume, una pesantezza che gli giova: non si perde, non si confonde, si sgualcisce ma non si cancella) non son d'accordo nemmeno su una virgola, ma non mi dilungo nelle discussioni. Sogno un casa con pareti sgombre, uno scaffale con i libri che amo veramente e che significano qualcosa in quanto oggetti, e poi qualche e-reader stipato di tutti quelli che ho voglia di leggere. O che ho letto e non sono stata costretta a buttare via per poter respirare. Insomma, una casa ancora più piena di libri, perché a me i libri piace leggerli, mi piacciono le parole e le immagini che suscitano, e la mia sensualità per fortuna sa trarre piacere anche da molti altri odori e toccamenti. Per il momento ci sono dei problemi, la compatibilità tra il software e il tipo di collegamento che si desidera usare e la disponibilità dei testi in versione elettronica. Ma sono sicura che la strada sarà (anche) questa.
Invece luglio, proprio il 31, mi ha portato un dispiacere. Su il Venerdì di Repubblica Stefano Bartezzaghi, che io leggo sempre con venerazione e diletto, nella rubrica "Lessico&Nuvole" scrive : A me conforta nella convinzione che la caccia... Ecc ecc. E' stato un colpo al cuore vederlo trasformarsi in un nemico nella guerra (unilaterale in quanto combattuta solo tra me e me, ma ciononostante fonte di molta sofferenza – sempre per me, ovviamente) contro lo stravolgimento dei riflessivi. Perché, perché a me, caro Stefano? Mi conforta, e basta. Direte, che cosa c'entrano i riflessivi, confortare è un semplice e simpatico verbo transitivo, mi conforta significa conforta me e basta. Ma quell'a me, credo, è dovuto all'attrazione fatale dell'abitudine ormai generalizzata di dire e scrivere a me stupisce, a me sconvolge, a me colpisce, ecc. che mi stupisce, mi sconvolge, mi colpisce sempre come uno stridio di denti o un gessetto che gratta la lavagna.
Magari, invece, mi sono sbagliata, e Stefano Bartezzaghi, che la sa molto più lunga di me, mi correggerebbe e mi spiegherebbe in modo soddisfacente quell'a me conforta che mi ha avvelenato la fine di luglio. Ciò mi conforterebbe molto.

giovedì 30 luglio 2009

Sì, buttare...

Sto facendo una cosa che non avrei mai pensato di poter fare. Sto buttando centinaia di libri, e più ne butto più ne butterei. Ho già fatto undici scatoloni, e altri ne farò, ho cercato e trovato chi voglia prendersene cura, molti ancora mi restano da sistemare, per altri so che un'adozione sarà impossibile e mi toccherà gettarli davvero. Non ho la macchina, gli amici sono tutti in vacanza, per cui non posso neanche portarli al Triciclo. Farò la dura e la cosa più strana è che non me ne importa quasi. Quello che mi è successo, l'ho già detto, non l'avrei creduto anche solo due settimane fa. Quando ho deciso che mi dovevo liberare di un po' di libri approfittando del fatto che devo smontare la casa, pensavo di fare come altre volte, eliminare i romanzi più brutti, quelli che mi tocca leggere per "motivi professionali" e che non mi lasciano tracce, qualche residuo fermatosi sugli scaffali non ricordo più perché... Invece mi ha preso una specie di vertigine, di follia distruttiva. Mi sono posta un limite: tenere solo quello che è indispensabile. E ho scoperto che 1) l'indispensabile è quasi sempre un classico, 2) molto di ciò che ho considerato indispensabile per gran parte della mia vita, conservandolo religiosamente attraverso traslochi e cambiamenti profondi, non lo è più. Ho potuto separarmene senza un fremito, senza rimorsi, senza ricordi. Mi sono accorta che nella foga devo avere eliminato anche qualche amore ancora in corso, ma non mi preoccupo. Pensare che una volta ci avrei perso il sonno, tenevo una contabilità minuziosa dei libri prestati (ho sempre amato prestare i libri, per me è un atto di amore sia verso chi li prende che verso i libri che amo particolarmente, e ho una serie di amici che mi usano come biblioteca circolante - spero di non essermi fatta troppi nemici tra i librai), li rintracciavo, me li facevo implacabilmente restituire.
Adesso sento un gran senso di liberazione. Nei miei incubi i libri, intesi come oggetti pesanti, polverosi, impenetrabili, voluminosi, mi soffocano, mi tolgono spazio vitale. Non potevo più comprarne a cuor leggero pensando che avrei dovuto metterli in terza fila o impilati di piatto, che si sarebbero infilati dappertutto e mi avrebbero cacciato dalla mia stessa casa. Mi manca ancora l'atto di coraggio maggiore, non so se ci arriverò questa volta: essere spietata anche con i libri che compro per leggerli e poi accumulo perché non ho tempo, perché non sono dell'umore giusto, perché soprattutto la vita è troppo breve per tutti i libri che vorrei leggere, possedere, assimilare, ricordare. E poi passa il momento, quello che sembrava un acquisto indispensabile, luminoso, ingrigisce e non mi ricordo più perché volevo leggerlo, mi annoia solo il pensiero di prenderlo in mano. Magari ce la farò. Il caldo, la città vuota, l'ansia del lavoro di smantellamento, la leggera follia che mi ha preso possono aiutare.
Così, e questo sarà il risultato più esaltante, potrò ricominciare a comprare libri con la coscienza netta. Ho già in mente due o tre titoli indispensabili con questo caldo.

lunedì 27 luglio 2009

Adriaan van Dis, Il vagabondo

Che bel libro questo Il vagabondo di Adriaan van Dis, olandese nato nel 1946, viaggiatore, scrittore, giornalista e personaggio televisivo, tradotto con eleganza da Fulvio Ferrari che firma anche la postfazione, per i tipi della sempre benemerita casa editrice Iperborea che mi ha fatto conoscere tanti bei libri di ottimi autori. In questo caso poi, durante la lettura, mi è sembrato che si verificasse un piccolo miracolo in quanto la scelta dei temi era quanto c'è di più lontano dai miei gusti: un cane (e io, anche se non ammazzo neanche un ragno né una formica, non sono una fanatica degli animali), barboni, sans papiers e disgraziati vari (non amo gli argomenti di moda o di attualità), un prete (personaggio che normalmente mi fa crollare l'interesse sotto zero), discussioni su dio o non dio (altro argomento che mi è totalmente estraneo e mi annoia). Invece. E' proprio vero che non è l'argomento che fa il libro bello ma il modo di affrontarlo: van Dis ha un tocco leggero, una grande economia di parole, dinamismo e energia sufficienti per non far mai languire il discorso né arenarsi nelle secche della pietà o della predica umanitaria. E' interessante, coinvolgente, laico e pieno di rispetto per tutti. Siamo ai giorni nostri, in anni recentissimi, a Parigi. Il ricco olandese Mulder vive di rendita da espatriato di lusso, coltivando i suoi piaceri un po' egoistici e molto solitari, e dedicando attenzioni al suo cuore un po' malato. Non si cura che della bellezza, e solo quella vede attorno a sé, finché un giorno, dopo un incendio che distrugge una casa occupata da irregolari e clandestini, un cane lo sceglie letteralmente come suo padrone temporaneo. E' un cane che ha fatto un atto eroico nell'incendio, e tutto il quartiere che fino al giorno prima ignorava Mulder comincia a trattarlo con rispetto e simpatia. Ma non è questa la conseguenza principale dell'adozione. In realtà il padrone è il cane, che trascina Mulder in luoghi e tra persone che lui non aveva mai notato prima. Un mondo di dolore, bruttezza, sporcizia, di emarginazione, che visto da vicino però appare del tutto diverso. Intorno Parigi è sconvolta dalla violenza di manifestanti e polizia, la questione dei sans papiers è al massimo della tensione. La crosta di solitudine in cui Mulder viveva si incrina lasciando entrare l'umanità che che fino a quel momento non gli interessava affatto. Conosce il padre Bruno, sacerdote bevitore di whisky, fumatore, poco amante della pulizia e capace di trasgredire le regole per amore dei suoi protetti; la bella e elusiva Sri, vedova buddista di una delle vittime dell'incendio; Fanta, bambina bruciata che torna lentamente alla vita, per la quale Mulder farà il sacrificio più doloroso; la mendicante con la gamba artificiale, il cinese senza nome, la barbona dalle mammelle marce, e molti altri. Entra in contatto con la mafia albanese, vede la propria casa elegante occupata da ospiti sporchi e invadenti, e in tutto questo il cane è la sua vera guida, insieme martire, esempio, amore assoluto e messaggero di vita. Mulder reagisce come sa, il denaro è il solo strumento che sa usare per entrare in contatto con la miseria, ma sono proprio le sue nuove conoscenze a insegnargli altri modi di rapportarsi. Poi c'è il confronto con padre Bruno, ostinatamente convinto che la ricerca inconsapevole di Mulder sia una ricerca di Dio, mentre in realtà è una ricerca di umanità, di comprensione. Come afferma durante la discussione: credo nell'uomo che esiste per sbaglio, e che cerca di ricavarne il meglio. Per questo, discostandomi dall'interessante postfazione, mi pare che questo romanzo non parli di una ricerca di religione quanto dell'inondazione di umanità che investe un uomo appena la sua corazza di autosufficienza si sgretola, e tutto per opera di un messaggero inconsapevole, un angelo peloso senza nome, che va per la sua strada e si ferma dove c'è bisogno di lui, ma non per sempre.

mercoledì 22 luglio 2009

Junot Dìaz, La breve favolosa vita di Oscar Wao

Il mare per me è sempre stato propizio alla lettura, e all'ombra di una tamerice, malgrado gli assalti delle vespe e delle api, sono sempre riuscita a cascare dentro ai libri come piace a me. Quest'anno l'acqua era talmente calda, le coste talmente piene di grotte, il nuoto talmente invitante che ho letto meno del solito. Tra i pochi libri, questo mi ha acchiappata moltissimo, e lo premetto perché sia chiaro che è un libro bello, scritto benissimo, capace di sorprendere e tenere sempre sveglio l'interesse anche in un contesto propizio alla contemplazione. Però mi ha fatto fare una riflessione che esporrò più avanti. La storia è quella di Oscar, nerd per sua propria definizione, obeso, nero, originario della Repubblica di Santo Domingo, assatanato ma incapace di conquistare una donna, con l'abitudine di abbordare le ragazze per strada, portato a innamorarsi perdutamente e sempre della donna sbagliata. Sempre chiuso in casa a leggere, appassionato di giochi di ruolo, fantascienza e fantasy, di cui ha una cultura enciclopedica con cui sono infarcite le pagine del lbro, tanto che l'autore ha inserito un glossario specifico, oltre a uno di termini ispano-domenicani, peraltro ampiamente insufficiente. L'io narrante è un altro dominicano nero, però più consono allo stereotipo corrente: bello, sciupafemmine, traditore, perdigiorno, bugiardo, ma anche studioso di scrittura creativa. Poi ci sono la bella e intelligente sorella di Oscar, Lola, la madre Belicia, la nonna La Inca, le numerose ragazze di cui Oscar si innamora e altri personaggi maschili variamente mariuoli, come il Gangster, ma su tutto campeggia minacciosamente il Ladro di Bestiame Fallito, alias Trujillo, feroce e trucissimo dittatore di Santo Domingo tra il 1930 e il 1961. La storia della Repubblica dominicana, di Trujillo e dei suoi terrificanti tirapiedi la troviamo nelle note a piè pagina, vivaci e succulente come e più del testo. Le vicende dei personaggi si alternano in capitoli separati, tra il New Jersey e l'isola delle radici, e alla fine è proprio Oscar a essere quello meno comprensibile. E qui, consigliandovi vivamente la lettura di questo libro, arrivo alla riflessione: in fondo sono rimasta un po' delusa alla fine, come se non mi avessero dato quello che mi era stato promesso. Eppure il libro mi è piaciuto, mi sono divertita a leggerlo, penso che Junot Dìaz scriva in modo fantastico. Però, ecco. Prima di tutto il titolo, fedele all'originale inglese, The Brief Wondrous Life of Oscar Wao: breve lo è senz'altro, ma perché favolosa? In che cosa? Poi, la sapienza della struttura, l'alternarsi delle voci e delle epoche, l'interruzione continua di una storia per cominciarne un'altra, i tagli sbiechi delle vicende, la tecnica di illuminare un momento specifico di una vita per lasciare il resto nella penombra, tutto questo virtuosismo, secondo me, toglie pathos, lascia, più che curiosità per quello che non siamo riusciti a sapere, un po' di frustrazione, delusione, come un pranzo che nel menu promette un bel dessert e poi alla fine mette in tavola una mela. O forse sono io che sono troppo grezza. D'altra parte l'autore insegna al MIT, suppongo scrittura creativa, e la sa certo più lunga di me.

sabato 27 giugno 2009

Buoni propositi, e letture succulente, anche troppo: Yu Hua, Brothers e Arricchirsi è glorioso

Gran pigrizia ultimamente, mi accorgo che non ho più scritto da secoli. E adesso me ne vado per due settimane, speriamo che al ritorno avrò il tempo di scrivere qualcosa, sono subissata dai problemi pratici. Intanto ho letto Arricchirsi è glorioso di Yu Hua, il seguito di Brothers, che recensirò per LN-LibriNuovi per cui qui non ne parlo, se non per dire che mi ha lasciata depressa. Non mi è tanto piaciuto. E se vengono meno i miei punti fermi, per dirne alcuni Mo Yan che mi ha dato un colpo mortale con il suo The Repubblic of wine di cui ho parlato all'inizio dell'anno, e adesso Yu Hua, mi sento spiazzata, più sola... non che manchino i libri da leggere, ma io ci tengo ai miei amati. Se anche Pamuk si mette a fare libri eccessivi, non necessari, chiaramente scritti solo per essere pubblicati e non per il piacere dei loro autori, che farò?
Per il momento me ne vado un po' al mare, dove si legge strabene, con un malloppo di libri che mi terranno compagnia all'ombra di una tamerice. E spero che quando tornerò avrò un sacco di cose da raccontare. Libresche, ovviamente.


Yu Hua, Brothers, Feltrinelli 2008, ediz. orig. 2005, trad. dal cinese di Silvia Pozzi
Piccolo avvertimento: Brothers è un romanzo in due parti (il che spiega il doppio anno di prima pubblicazione), e questa è la prima parte. Ci tocca accontentarci anche se l’Editore non è chiarissimo nello spiegarlo, e chissà quando leggeremo la seconda parte, non ce lo comunica. Altro mistero che non viene chiarito, perché il titolo è in inglese? Boh.
Per fortuna che anche mutilo, Brothers è di succulenta lettura. L’avvio non fa presagire tanto di buono, con un insistito chiacchiericcio a proposito di culi (il termine non è mio, cito) e una comicità un po’ grossolana, ma superato lo sconcerto e proseguendo nella vicenda, ci si accomoda presto in prima fila per assistere da spettatori soddisfattissimi alle vicende di Li Testapelata e di suo fratello Song Gang. Figli rispettivamente della vedova Li Lan e del vedovo Son Fanping, quando i due si sposano diventano fratelli, senza una goccia di sangue in comune ma legati per la vita da un amore infrangibile. Anche i genitori si amano, e per Li Lan, il cui primo marito era un buono a nulla morto affogato in un gabinetto pubblico, comincia un periodo di felicità, serenità, autostima, quale non sognava nemmeno potesse esistere. Bisogna dire che Son Fanping, insegnante di scuola media, è una persona straordinaria, e un personaggio talmente ben costruito e convincente che certe volte verrebbe da applaudirlo a scena aperta. Ha tratti che ricordano Fugui di Vivere! e Xu Sanguan di Cronache di un venditore di sangue, è inguaribilmente ottimista, pieno di attenzioni e delicatezze verso i familiari, coraggioso, leale, coerente, sempre pronto a rialzarsi e tornare a combattere. Un eroe positivo ma modesto, del tutto spontaneo. Per i due bambini è un modello. Tanta è la sua premura per Lin Lan che la convince a farsi ricoverare in ospedale a Shangai per curare una ricorrente emicrania che la tormenta. 

Dopo la partenza di Li Lan per Shangai, da noi a Liuzhen arrivò la Rivoluzione culturale”. Così è annunciata la bufera che comincia come uno scoppio di tuono, impazza per alcuni anni poi si spegne lasciando dietro di sé rovine e cadaveri. Visti attraverso gli occhi bambini di Li Testapelata e Song Gang gli avvenimenti, che li coinvolgono distruggendo la loro recente famiglia, raggiungono livelli di sublime assurdità. Raramente ho trovato una rappresentazione così potente della stupidità, della prepotenza, della inaccettabile ingiustificata ottusità. In questo romanzo scorrono fiumi di lacrime, dato che seguiamo i protagonisti dall’infanzia alla prima adolescenza li vediamo piangere, asciugarsi il moccio, singhiozzare, ma anche sbavare di golosità per gli spaghetti ai tre sapori e il gelato di soia verde, soprattutto per le caramelle mou Coniglio bianco. 

Come sempre nei romanzi di Yu Hua, ci scorre davanti la vita in tutte le sue accezioni anche più crude, la Storia incalza e non risparmia nessuno, ma il tono rimane vagamente fiabesco, incantato, capace di abbassarsi al livello di ogni minimo personaggio. Si arriva alla fine completamente immersi nel mondo della “nostra Liuzhen”, anche noi golosi di caramelle mou e spaventati dai ragazzacci che picchiano esercitando la “gamba–che–spazza”. Speriamo solo che l’Editore non ci faccia aspettare troppo la seconda parte: anche se dimenticare Li Testapelata e la sua famiglia non sarà facile, conoscere il suo destino tra un paio d’anni è uno spreco. O ci toccherà rileggere tutto da capo. 

Yu Hua, Arricchirsi è glorioso, Feltrinelli 2009, ediz. orig. 2005, 2006, trad. di Silvia Pozzi. Questo romanzo è il seguito di Brothers, in cui si narravano le vicende di Li Testapelata e Song Gang, due fratelli sui generis in quanto figli l’uno di Li Lan e l’altro di Song Fanping che convolando a nozze formano una famiglia allargata. Ambientato nella cittadina di Liuzhen prima, dopo e durante la Rivoluzione culturale, metteva in scena molti personaggi che ritroviamo qui, anni dopo, quando la Cina si apre all’iniziativa privata e il capitalismo, da tigre di carta e colosso dai piedi d’argilla, diventa buono, anzi glorioso. Qui i destini dei due fratelli si dividono: Li Testapelata, brutto e senza scrupoli, si arricchisce a dismisura cominciando dal riciclo di rifiuti, mentre Song Gang, bello, onesto e leale, scivola su una china di povertà e sventura senza possibilità di salvezza. Eppure Song Gang è riuscito nell’impresa cui Li Testapelata ha dedicato tutte le sue risorse, cioè la conquista di Lin Hong, bella tra le belle della “nostra Liuzhen”. Tutt’attorno si agitano i personaggi che già conosciamo, Zhao il poeta e Liu lo scrittore, Mamma Su, il fabbro Tong, il giovane arrotino Guan, il sarto Zhang eccetera. 

Yu Hua non è tenero con la modernità, non crede che il denaro dia la felicità, anzi, dalle vicende dei vari personaggi si può concludere che il capitalismo non rende felice nessuno ma certamente rende infelicissimi quelli che non riescono a adattarsi ai tempi e accumulare denaro. Così la sorte di Song Gang è tragica ma quella di Li Testapelata non è da invidiare, tanto che alla fine, ricollegandosi alla pagina iniziale di Brothers, lo vediamo intento a organizzare un viaggio nello spazio a bordo della navicella russa Soyuz, alla modica cifra di venti milioni di dollari. L’autore non è tenero neppure con le donne, tanto da sfiorare la misoginia nel lungo episodio del  primo concorso nazionale Miss Vergine, e affibbiare a Lin Hong una serie di cliché femminili, a cominciare da quello della moglie rompiscatole che per gelosia distrugge i legami maschili fino alle più classiche interpretazioni dell’infoiata e della tenutaria. È come se non riuscisse a immaginare le donne al di fuori dell’ambito biologico e sessuale.  

Tutto ciò, però, questa volta non mi ha convinta come invece succedeva negli altri bellissimi libri di Yu Hua. Prima di tutto la narrazione è prolissa, ripetitiva, come se l’autore, poco fidandosi della storia, volesse convincere il lettore, ripetergli le cose perché ci creda. Ricordo che Vivere!, secondo me il più bello dei suoi romanzi, ha 178 pagine, Cronache di un venditore di sangue 238, questo raggiunge le 437. Inoltre l’autore spinge moltissimo il pedale del grottesco, accumulando personaggi stravaganti e episodi bizzarri, il che dopo un po’ diventa stucchevole, a parte un breve pezzo che vira sul tragico e mal si amalgama con il resto. Per finire, i personaggi compiono giravolte e azioni poco comprensibili, Song Gang nella sua mitezza autolesionista (che a tratti lo fa apparire addirittura un Cristo) fa scelte inspiegabili e fa venire un po’ i nervi, per non parlare di Lin Hong, personaggio sottoposto a tali e tante trasformazioni che l’autore, rendendosene conto, mette le mani avanti sottolineandone le incongruenze (p. 419). 

Forse troppo innamorato dei personaggi del suo teatrino, o spinto dal successo a scrivere testi lunghi (in effetti dalle nostre parti vanno di moda almeno attorno alle 400 pagine), non riesce a staccarsi dalla “nostra Liuzhen” quando sarebbe ora, e soprattutto non riesce a evitare l’effetto accumulo. Siccome è un autore che amo moltissimo e porto sempre con me il suo autografo insieme a quello di Mo Yan, se potessi inviargli un consiglio da lettrice devota gli direi “la prossima volta, e speriamo che sia presto, più sobrietà nel tono e misura nella lunghezza”. Con tutto il rispetto e l’ammirazione di sempre, Yu Hua.