sabato 23 febbraio 2019

Una sirena a Bolzaretto Superiore: La rusalka nella bialera


LA RUSALKA NELLA BIALERA

Pochi sanno che nella nella bialera di Bolzaretto Superiore vive un'ondina, anzi una rusalka, perché è d'origine russa. Se ne sta lì da un bel po’, qualcuno dice dai tempi della Rivoluzione d’Ottobre. Pare che fosse innamorata di un ufficiale dello Zar, e quando questi è stato ucciso si è buttata nella Neva, diventando appunto una rusalka: una annegata per amore. Come tutte le sue consorelle si annoia parecchio, nuoticchia e sguazzetta nell’acqua puzzolente, si pettina i lunghi capelli verdi, quando le capita a tiro un giovanotto vivo lo fa morire di solletico. Questo però non succede sovente. 

Un tempo nella bialera era facile trovare qualche tizio che ci era cascato dopo la ciucca del giorno di paga e restava poi abbracciato alla griglia dove l’acqua si inabissa nel suo percorso sotterraneo. Dicono che durante l’ultima guerra ci sia finito persino un cervo con tutto il palco di corna, fuggito dal grande Parco e sgambettante nella palta del fondo. A pensarci mi fa piacere per la rusalka, le avrà un po’ cambiato il panorama di ranocchie, zanzare e ratti. 

Lei ogni tanto sporge la testa sulla strada, guarda con nostalgia il turet dove nel dopoguerra quelli della banda Cirio andavano a lavare le latte dopo la distribuzione del rancio alla vicina caserma e adesso non si ferma più nessuno, neanche a bere un sorso sporgendosi in avanti per non bagnarsi l’orlo dei pantaloni… Vita grama la sua. Raccoglie qualche palla sgonfia, bottiglie e lattine di ogni tipo, un po’ di sacchetti di plastica che possono sempre servire, un mazzo di chiavi, un paio di occhiali da sole. Sistema tutto bene nella sua tana sotto la griglia e sospira, ricordando la Neva e la sua corrente gelata. Continua a sperare che in un pomeriggio d’estate nella bialera ci cascherà George Clooney, o almeno Raul Bova. 


venerdì 22 febbraio 2019

Elogio della marginalità: Feri Lainšček, La storia di Lutvija e del chiodo arroventato

Confesso ancora una volta la mia abissale ignoranza: non avevo mai sentito parlare dello scrittore sloveno Feri Lainšček prima di imbattermi nel suo romanzo La storia di Lutvija e del chiodo arruginito, che consiglio vivamente a chiunque coltivi un po' di curiosità nei confronti del mondo e della letteratura.

Sorprendente, veloce, dinamico, senza momenti psicologici, descrittivi o riflessivi.
Parla il penultimo di quattro generazioni di una
çerge (famiglia) zingara che vive nell'ex Yugoslavia del dopoguerra fino all'inizio della guerra del Kososvo. Partendo da Jorga Mirga detto Winetou, il nonno pazzo che trascorse sei anni nelle carceri di Tito per avere mandato una lettera di consigli e domande al Maresciallo (che però non la ricevette mai) e dalla nonna Rajka e i suoi due mariti, Lijutvia (che ha barattato il nome di famiglia con quello di Belmoldo in onore di Jean Paul Belmondo) ricostruisce la vita dell'intera dinastia, del padre che contrabbandava jeans dall'Italia, la propria, e quella del figlio Dono. Attorno e accanto a queste figure maschili ce ne sono molte di donne, importanti, piene di carattere e volontà, ma tenute un po' ai margini della storia.

Molto interessante è la voce narrante di Lutvija, zingaro che narra totalmente dall'interno della sua comunità, anzi del suo popolo. Ha dei suoi valori che non coincidono con quelli di tutti ma sono molto solidi, costituiscono una sorta di codice che tutti rispettano. Hanno tradizioni e leggende, tra le quali quella del quarto chiodo della croce di Cristo è fondante del destino degli zingari, e nel romanzo se ne trova una variante molto suggestiva.

Le tormentate vicende storiche tra cui si dipana la vicenda non sono assolutamente uno sfondo ma si intersecano strettamente con quelle dei personaggi, così che li seguiamo dal dopoguerra attraverso il regime di Tito (Lutvija a un certo punto entra persino nel partito), la sua morte e il relativo cordoglio, fino all'inizio della sanguinosa guerra che divampò nell'ex Jugoslavia e allo stesso tempo cambiano le attività della çerge che passa dalla lavorazione della pietra per costruire mole al contrabbando di beni di consumo con l'Italia a quello di armi con l'Autria, alla creazione di un night club e addirittura di un villaggio, nel tentativo di stanziarsi. Alla fine sarà l'eroina a fare vittime tra i rom come nel resto dell'Europa. 
La bella traduzione è di Sabina Tržan.


Ora, io ho amato moltissimo questo romanzo e penso che meriti di essere letto e conosciuto, ma so per certo che almeno per ora, questo non avverrà. Io ho avuto la ventura di scoprirlo su una bancarella dove vengono venduti, al prezzo di 1 €, i numerosissimi titoli delle Edizioni Barbès. Ci sono nomi e storie che fanno venire l'acquolina (un solo esempio, Chahdortt Davann, Vengo da Altrove), ne ho acquistati parecchi, ne acquisterò ancora, molti li ho letti e altri ne leggerò appena ci riesco. Ma se vi imbattete in questi preziosi libretti (uso il diminutivo per le loro ridotte dimensioni, ma sono anche molto belli come oggetti e curatissimi dal punto di vista grafico), non fateveli scappare, sgattate e cercate, sicuramente troverete qualcosa che vi si addice. Questo è il vantaggio della marginalità, quando la si scopre vale come un tesoro. 

mercoledì 20 febbraio 2019

Una storia di Bolzaretto Superiore: Il tavolino di Carlin

E intanto che noi pensiamo ai fatti nostri, a Bolzaretto Superiore la vita continua!

Il tavolino di Carlin
Tra i tavolini del bar Evaristo ce n'è uno che non è mai occupato. Tanto torna, dice Evaristo mentre lo spolvera, tutte le mattine. Invece resta sempre vuoto.

Era il tavolo di Carlin, che a differenza degli altri clienti (dove vuoi andare se vivi già nel posto più bello del mondo?) tutte le estati partiva per le vacanze. Andava col suo zaino sulle spalle, certe volte a sud altre a nord, partiva solo ma poi incontrava qualche ragazza, si fidanzavano e proseguivano insieme, o facendo l'autostop lo caricava una famiglia generosa, con una mamma di quelle che si preoccupano se mangi abbastanza, e per il resto dell'estate Carlin era a posto. Quando tornava era bello grasso o scheletrico a seconda del tipo di donna che gli aveva riempito le vacanze. Ma vedeva anche un sacco di cose, e durante l'inverno ne faceva il resoconto al suo tavolino del bar Evaristo. Nelle sue parole luccicavano lontananze iridate, e i paesi che aveva visitato erano illuminati dai colori delle favole. Non c'era mai posto lì intorno. Lui raccontava e gli altri clienti se ne stavano a ascoltare a bocca aperta. Evaristo in prima fila.

Poi una volta a settembre il tavolino è rimasto vuoto. Carlin non tornava e Evaristo diventava sempre più nervoso. "Ma che fine avrà fatto?" Nessuno lo sa, ma la verità è che ha incontrato una sirena mentre se ne stava affacciato dal parapetto di un traghetto in Grecia, si sono messi a chiacchierare e alla fine lei lo ha invitato a fare due bracciate. Un tuffo e via. Dopo le due bracciate un po' di surf, qualche capriola con i delfini, si sa come vanno queste cose. Che cosa doveva fare secondo voi, Carlin? Tra un tavolino e una sirena la scelta è facile, e infatti lui non ha esitato. Ma poi, anche ammettendo che gli sia venuta voglia di farlo, saltare fuori dall'acqua e arrampicarsi sulla fiancata liscia di una barca non è semplice. Che torni, ormai ci spera solo più Evaristo.

sabato 16 febbraio 2019

L'eredità, una storia sabauda della Venaria Reale


L’EREDITÀ

La chiamavano tutti Tinin la lavandera, ma la verità sua mamma gliel’aveva detta fin da quando era
troppo piccola per capire: era la figlia del Re. Ogni volta che Tinin faceva i capricci la sgridava: “La figlia del Re non si lamenta! Che cosa direbbe tuo padre se ti vedesse così col moccio al naso e il labbro in fuori che se si mette a piovere ti piove in bocca? Drizza la schiena! Con quel muso non ti pigliano al ballo di Corte! Muoviti che la giornata dura solo ventiquattr’ore!”.

Così lei si era abituata a camminare come se avesse una corona in testa invece della cesta del bucato. I monelli la prendevano in giro, la chiamavano la prinsa, la principessa, ma Tinin non badava a nessuno, manca ancora che la figlia del Re risponda a dei briganti senza scarpe, con la testa rasata e le braghe tenute su con lo spago! Per farsi raccontare di nuovo la storia non c’era bisogno di chiedere. “Quant’era bello, non lo sai! Con dei baffetti biondi e una vitina che pareva una ragazza. Sul suo cavallo baio era alto come il Monviso. Mi ha chiesto la strada, si era perso durante la caccia. Io avevo la cavagna in testa, mi è caduta per la paura e lui è sceso, mi ha aiutato a raccogliere i panni, e sei nata tu”. Con il passare degli anni Tinin capì che qui c’era una parte mancante, ma sua madre non fece in tempo a raccontargliela perché, una mattina d’inverno che per trovare il coraggio di andare al fiume gelido si era confortata con qualche grappino, cadde nella corrente e annegò. Tinin ereditò il mestiere e con la sua corona in testa sbatteva e torceva la biancheria degli ufficiali del Castello, che quando la incontravano la salutavano galanti “bundì, prinsa”, buongiorno principessa, mentre i bambini facevano finta di reggerle lo strascico e i grandi ridevano senza neanche nascondersi con la mano.

Aveva passato i vent’anni e non era tanto bella, ma neanche sua madre lo era stata. Magari al tempo dell’incontro con il Re era un bocciolino di rosa selvatica, poi tutti quei bucati al fiume estate e inverno l’avevano sciupata. Comunque, al Re era piaciuta. Veramente allora non era ancora Re, solo principe, ma poi, quando lo era diventato, Tinin e sua madre erano andate fino a Torino per vedere i festeggiamenti. Anche da lontano sulla sua carrozza il Re era sempre bello e affabile come quando raccoglieva la biancheria sporca. Alla Venaria Reale veniva sovente, a trovare gli ufficiali o a fare una partita di caccia nei boschi della Mandria.  

Però quel giorno, 17 marzo 1861, Tinin la lavandaia sentiva negli occhi tanti spilli di lacrime che non sapevano se uscire o restare dentro. Era contentissima che suo padre era diventato ancora più Re, e lei più principessa. Re di tutta l’Italia! Chi aveva soldi sparava mortaretti, tutto il paese e il Castello erano coperti di bandiere tricolori con lo stemma Savoia, i monelli erano così occupati a correre e gridare “Viva il Re” che non avevano tempo per farle scherzi. Ma quel tarlo rimaneva, le tremavano le labbra e chi la incontrava le gridava: “Eh prinsa! Com’è che sei triste in un giorno così glorioso?”
Sì, Tinin in fondo al cuore aveva un po’ di tristezza. Si avviò alla Ceronda con passo stanco. Adesso che era diventato un Re doppio, adesso che aveva tanto da fare a occuparsi dell’Italia intera che era così grande, suo padre dove lo trovava tempo per venire alla Venaria? Avrebbe ancora visto passare il suo papà sul cavallo baio, come una nuvola lontana che con la sua ombra protegge e ripara?
  

   

lunedì 11 febbraio 2019

Il bellissimo e amaro Midwest di Hamlin Garland, Racconti dal Mississippi

So che parlando di Hamlin Garland (1860-1940) e della sua raccolta d'esordio, i sei Racconti dal Mississippi usciti nel 1891 con un buon successo di pubblico, difficilmente farò suonare corde conosciute per la maggioranza dei lettori. Io, confesso, non l'avevo mai sentito nominare prima di imbattermi in questo libro che, come mi capita sempre con i racconti, mi ha incuriosita e attirata. 

La lettura non mi ha delusa, anzi.

Dimenticate Far West, diligenze e indiani, saloon e stivali, avventurieri e medici ubriaconi. Qui c'è solo lavoro, fatica disumana, stanchezza, miseria, rapporti difficili, delusione. Nel primo racconto, Una storia dal Wisconsin, Howard, che ha fatto fortuna a New York come attore, torna nel paese natale, alla fattoria dove sono rimasti la madre e il fratello Grant, e si scontra con il rancore, l'ostilità di Grant
Quello che non cambia e rimane sempre magnifico è il paesaggio, fatto di cieli dorati e fiammeggianti, di colline verdissime e campi sterminati, di fiumi che scorrono veloci e boschi impenetrabili. Le macchine agricole hanno un che di minaccioso e spietato, seguirne la forza e l'implacabile energia spacca braccia e schiene, mentre le fattorie sono misere e spoglie, neanche le case offrono il piacere e il conforto che gli uomini si conquistano spezzandosi le reni sulla terra.

Anche le donne lavorano, sono creature spesso senza voce né volto, o coraggiose e tenaci come e più degli uomini, ma il loro destino è la cura degli altri, mai di se stesse. L'amore non è indispensabile, come dimostra Tra i filari di granoturco, o deve affrontare ogni sorta di difficoltà come nel tragico e patetico Il ritorno del Soldato. I sogni sono limitati e anche quando si realizzano, come nel racconto Il viaggio della signora Ripley, è solo del ritorno alla normalità che vale la pena di parlare. Nella strada secondaria ha un finale positivo, aperto su un futuro da affontare con ottimismo, ma non è difficile immaginare le difficoltà che dovranno affrontare i protagonisti.
In ogni caso le storie sono esili e contano relativamente, quello che colpisce e affascina è la descrizione di questo mondo rurale fatto di schiene chinate, mani callose, piedi pieni di piaghe, facce rassegnate o disperate, circondato dalla natura meravigliosa e matrigna. Un libro strano che non deluderà gli amanti dei bei racconti e delle scoperte inaspettate.       

Cura e traduzione, a dire il vero parecchio traballante e a tratti stramba, di V. Valentini.

martedì 5 febbraio 2019

Fuggire da ciò che si ama per non perderlo: Pinar Selek, La casa sul Bosforo

Pinar Selek prima che una scrittrice è un'attivista battagliera e appassionata, che ha pagato di persona il suo coraggio nel denunciare molti aspetti della vita politica turca, anche se La casa sul Bosforo non è la sua sola opera di narrativa. Si tratta di un romanzo corale che abbraccia una ventina d'anni, a partire dal colpo di stato del 1980 fino al 2001, alla vigilia della salita al governo di Recep Tayyip Erdoğan e si dipana tra Turchia, Francia, Armenia pur restando fortemente ancorato al quartiere istambuliota di Yedikule i cui abitanti sono protagonisti.

Si tratta di persone semplici, due giovani coppie, il farmacista, il falegname, il perditempo, la prostituta, tratteggiate velocemente, più dette che rappresentate, ma molto efficaci e di grande umanità. Sullo sfondo scorrono le grandi tragedie del passato, il genocidio armeno (su cui Pinar Selek ha scritto molto), il terribile pogrom del 1955 contro i greci, e del presente: la questione curda, la feroce repressione governativa, il terrorismo, il terremoto del 1999, ma in primo piano ci sono le vicende degli abitanti di Yedikule.

C'è l'affetto e c'è l'amore, ma anche i sogni delle due ragazze, Elif e Sema, mai disposte a restare in secondo piano o mettere le esigenze affettive prima della propria autorealizzazione. C'è un po' di autobiografia nella figura di Elif le cui vicende ricalcano in parte quelle di Pinar Selek. C'è soprattutto la solidarietà, la straordinaria capacità di sostenersi a vicenda del quartiere che è una vera e propria comunità di fronte al mostruoso sviluppo metropolitano di Istanbul. C'è un po' di nostalgia per i tempi passati e per un mondo sparito, c'è il fascino dei nomi evocativi di Istanbul (confesso che io sono molto sensibile a quest'aspetto), ma su tutto prevale l'attenzione e la consapevolezza del mondo tutt'intorno e dei suoi problemi. C'è la necessità di partire, talvolta di fuggire, dalla propria casa e dalla propria vita. Non sono certo dei provinciali legati al passato gli abitanti di Yedikule: ma aggiungo che le storie raccontate da Pinar Selek non ne sono affatto appesantite, vi si parla anche di musica, di danza, di teatro itinerante, delle mille maniere in cui la vita riesce a manifestarsi anche nelle circostanze più difficili.

Mi ha molto stupito, dal momento che l'autrice è così impegnata politicamente e socialmente, la sua straordinaria capacità di narrare vicende individuali e marginali con grande leggerezza, velocità e empatia, che rende gradevolissima la lettura di questo romanzo, vivamente consigliato sia per la sua validità narrativa che per l'interesse aggiunto della cornice storico-politica in cui si svolge. Piacerà sia a chi ama Istanbul e la Turchia che a chi non vi è mai stato. Traduzione a cura di Ada Tosatti e Camilla Diez.