martedì 12 novembre 2013

Un racconto sul tempo e sulle feste, almeno credo.


CENTO DI QUESTI GIORNI

Eh quanta gente! Siete sicuri di essere venuti nel posto giusto? Cercate proprio me?
La festa, la festa, che festa volete farmi? Ma fatemi il piacere! Ma non parliamone nemmeno! Non voglio nessuna festa. Lo so benissimo che stasera a mezzanotte compirò cento anni. Vi sembra una cosa da festeggiare?

Piuttosto, non potete liberarmi da quei tipi della televisione, ragazzotti con la coda di cavallo e giovanotte aggressive che quasi mi infilano il microfono in bocca, che mi tormentano da stamattina? Nonna Marianna mi chiamano, e la cosa mi fa arrabbiare perché non sono nonna di nessuno, ma non dico niente, chi mai ci può parlare con simili energumeni?
Va be’, grazie mille. Siete ben gentili a esservi presi tutto questo disturbo. Mi dicono che il mondo là fuori è impazzito per questo Capodanno del 2000. Non era meglio se andavate a ballare con i morosi e le morose? Tanto io vado a dormire presto. Però adesso smettetela con la storia del compleanno.
 Mi viene da prendermela con mia madre, anima santa, che mi ha fatta nascere proprio allo scoccare del secolo. Già lei mi raccontava che, nel paesino di montagna dove aveva partorito nella stalla per trovare un po’ di caldo, tutti mi chiamavano “la figlia del secolo”. Non immaginava certo che sarei vissuta cent’anni! Cent’anni sono troppi per chiunque. I primi venti faticosi, dieci meravigliosi, dieci di sofferenza ignobile, quindici di ricostruzione, quindici di serenità, dieci di rassegnazione, venti di felicità pura perché sopravvivevo, perché ogni mattina ritrovavo il respiro e la luce e il piacere di prendere un caffè. Tre figli con due uomini diversi e nessun nipote. Ma potevo raccontare questo ai ragazzotti e alle giovanotte? No di certo. Per cui, ho sorriso alle domande sceme, ho ringraziato per le mentine, e mi sono tenuta dentro tutto quello che a loro non interessa. Loro vogliono sentirmi dire “Sì, sono felice, sì i miei tempi erano diversi, sì, è una grande emozione vedere l’alba del nuovo millennio.”
Ho visto due guerre, il fascismo, la guerra fredda, lo sbarco sulla Luna, il crollo del muro di Berlino. Sì, certo, sono informata. Perché non dovrei? Ma chi se ne frega del nuovo millennio. Cambierà qualcosa per me, domani? Dovrò sempre chiedere aiuto per andare al gabinetto, sottopormi alle visite noiose di chi vuole sapere come va la pressione, sopportare i vezzeggiativi e le vocine artefatte delle gentili infermiere che mi lavano, mi voltano, mi imboccano, mi infiocchettano e mi rincalzano le coperte come se fossi il Bambin Gesù nella mangiatoia.
Voi invece ragazzi mi siete proprio simpatici. Be’, per me siete tutti ragazzi, è normale. Ma come vi è venuta l’idea di una festa in questo posto così triste? Lì per lì mi avete presa alla sprovvista, però adesso sono molto contenta.
Che buone cose avete preparato, che bella tovaglia, che festoni allegri. Una fetta di torta sì, volentieri. Un dito di spumante, certo. Davvero è champagne? Ma chi lo paga? Anche la trombetta! Quella no, per piacere, e nemmeno il cappellino di carta. Non siamo mica in un telefilm americano. Bella roba da offrirmi, il torrone! Scherzava? Uno scherzo scemo, se lo lasci dire. Senza offesa. 
Un reperto archeologico, ecco che cosa sono per quei lì che volevano parlarmi, intervistarmi, interrogarmi. Loro vedono solo l’involucro, l’esterno così cambiato, non capiscono niente di quello che c’è dietro. Io invece sono una persona, e la cosa più importante che mi resta è la dignità. Sono una donna che ha molto vissuto e molto amato, è stata molto amata, ha assistito costernata alla rovina del proprio corpo, ha dovuto accettare, accetta, ma non dimentica. Se avessi detto a quel ventenne sprizzante di ormoni con la sua telecamera in spalla che ancora ricordo una notte di luglio con Alberto, l’odore del mare e il tocco delle sue mani, si sarebbe fatto il segno della croce e sarebbe fuggito via come davanti a un’indemoniata.
La musica sì, quella mi piace. Con Alberto andavamo all’opera, quando avevamo i soldi. Come faceva quell’aria? “Su brindiamo nei lieti calici che la bellezza infiora…”. Proprio adatta a questa bella festa. Peccato che non abbiate il disco, o il compact, o quello che si usa adesso. Anche questa canzone va benissimo. Non la conosco, ma è carina. Belle le parole.
Non ho raccontato niente a questi sani ragazzi brufolosi. Non sapranno mai che quando Alberto morì io mi tagliai le vene, per dieci anni lo invocai ogni notte mordendo le lenzuola bagnate di lacrime, poi ritrovai la voglia di vivere perché un altro uomo mi desiderava, e io accettai il suo amore per rinascere. Non racconterò le discussioni appassionate con gli amici, l’occhio aperto sul mondo, i dubbi, i mille interrogativi che hanno accompagnato la mia vita.
Il sindaco! Con tutto quello che avrà da fare! E io che non mi sono nemmeno cambiata. Rose rosse, per me? La pergamena del comune? Un bacio del sindaco, che onore! Fa sempre piacere un bacio da un bell’uomo. Le foto però non mandatemele, è tanto che non sopporto più di vedermi in fotografia. Come siete tutti gentili! Ma grazie, che bei regali. Uno scialle, un plaid, una sciarpa! Ma qui non fa mica freddo, sapete. Non risparmiano sul riscaldamento. E poi, verrà pure l’estate.
Mi viene un po’ da piangere. Il sindaco non l’avevo mai visto da vicino. Tutta questa gente così gentile, con i vestiti da sera, che trova il tempo di venirmi a salutare! Poi andrete a divertirvi in qualche bel locale, spero.
Non state a farmi tante domande. Non sono saggia. Sono solo vecchia, ecco tutto. Ero bionda, sì, quando avevo i capelli. E avevo mani morbide labbra rosa e gambe lunghe. Già, quella sono io a vent’anni con Alberto, il giorno del nostro matrimonio. E lì sono con Luigi e i miei figli, in ferie al mare. Ho anche lavorato, certo. Stiratrice, commessa di panetteria, cameriera d’albergo, cose così. Sono nata povera e non ho studiato. Ma non sono scema né ignorante.
Soprattutto non sono in pace solo perché gli anni sono passati, tanti, crudeli o gioiosi, perché la mia pelle è rugosa e gli occhi lacrimano. Dentro sono sempre la stessa. Mica solo l’amore ricordo, i due uomini che ho amato e i pochi altri con cui ho diviso una notte o una settimana. Ho avuto tre figli, e nessuno è stato fortunato. Il primo me l’hanno ammazzato i fascisti da partigiano, il secondo è scampato alla guerra ma è morto in fabbrica sotto a una pressa, e Maria, la più piccola, l’ho vista con questi occhi piangere e torcersi dopo un aborto che non mi aveva confessato. Forse non sono stata una buona madre per lei, se no avrebbe avuto più fiducia in me e non sarebbe morta senza avere il tempo di dirmi chi aveva amato. Ma nel mio stanco ventre avvizzito, tradito dal tempo contro la mia volontà, sento ancora il peso di quei tre figli tanto attesi e voluti, che mi hanno lasciata sola a trascinare la maschera ambigua e umiliante della vecchiaia. Troppi funerali ho visto nella mia vita, troppe tombe aspettano i fiori che non ho più la forza di portargli. Ma non ho dimenticato i miei morti, credetemi.
Adesso vi racconto una cosa che vi sembrerà strana. Certe volte, la mattina, quando mi lavo la faccia, non posso proprio fare a meno di vedermi nello specchio. Non lo faccio volentieri, credetemi. Eppure, se mi guardo bene, vedo la stessa Marianna di sempre. Gli stessi occhi allegri che vedo da cent’anni, lo stesso naso troppo lungo, le fossette se mi sorrido. Ma se invece intravedo per caso la mia immagine riflessa nel vetro della finestra mi pare di vedere mia madre. Mi pare di muovermi come lei, di avere le stesse espressioni, e mi impressiono. Dicono che succede a tutti, invecchiando. Io comunque preferisco sempre non vedermi per niente.
Mi fa ridere l’idea di apparire in televisione proprio adesso che la mia faccia fa senso a vederla. Eh da giovane ero vanitosa, mi piaceva essere guardata, mi piacevano i complimenti, e dire che Alberto era gelosissimo, e anche Luigi, che quando stavo con lui non ero più tanto giovane. Ma naturalmente allora la televisione non c’era.
Però, a quelli lì non ho raccontato che non ho dimenticato niente. Ho cent’anni, sono diventata un personaggio da fiaba, e come tale mi comporto. Chiedete, ragazzi. La nonnina crollerà il capo candido sorridendo, dirà che tutto era diverso ai suoi tempi, la gente era buona, la vita semplice, il mondo comprensibile e amichevole. Come se fossi nata centenaria, come se il fatto che ora sono vecchia avesse cancellato tutto il resto della mia vita. Ma che cosa credete che si vivano a fare cent’anni? Davvero pensate che io non abbia mai bestemmiato, che non mi sia mai sbronzata, non sia mai stata piegata, travolta da un orgasmo, innamorata e pronta al delitto per vivere il mio amore, invidiosa, gelosa, cattiva, furiosa per la politica e capace di barare a poker, davvero credete di essere i primi a vivere?
Ma fatemi il piacere. Chiedete alle vostre nonne. Prima di diventare vecchi si è giovani, tutti quanti, mentre il contrario non è certo.
Grazie, grazie a tutti. Che bella festa. Per un attimo mi è sembrato che fossero qui anche Alberto e Luigi, lì vicino alla finestra, sorridenti. Mi vien da ridere! Pensate se avrebbero mai potuto starsene vicini calmi e tranquilli. Si sarebbero pestati a sangue, si sarebbero cavati gli occhi a vicenda. Ma per fortuna non si sono mai incontrati in vita.
Voglio dormire un po’, ma grazie ancora.
Ci vediamo l’anno prossimo, se ve ne ricorderete.

sabato 2 novembre 2013

Che cosa c'è di più bello che mettersi comodi davanti al fuoco e raccontarsi storie paurose? Maria Tarditi, Storie di masche

Oggi do un consiglio di lettura che non è valido per tutti. Diciamo che è assolutamente inadatto a chi pensa che tutto quanto non è McCarthy, Lansdale, Roth, Franzen, D.F.Wallace, ecc ecc, non vale la pena di essere letto. Bisogna anche non vergognarsi di avere delle radici, e un'identità abbastanza forte da non averne paura. Cioè, detto in soldoni, non bisogna avere paura di passare per leghisti se si legge un libro che parla del passato contadino nelle Langhe più per il piacere del ricordo, della rievocazione, che per fare letteratura alla Fenoglio o documentare la sparizione di un mondo alla Nuto Revelli. E, piccolo inciso, approfitto dell'occasione per consigliare a gran voce quel libro meraviglioso e indimenticabile che è Il mondo dei vinti. Di Maria Tarditi so solo che è nata nel 1928 a Monesiglio nell'Alta Langa, ha sempre fatto la maestra elementare a Pievetta, vicino a Garessio, e ha cominciato a scrivere a settant'anni. Ha pubblicato una valanga di libri, tutti legati al suo ambiente di nascita e ai ricordi che ne ha conservato. Nel suo piccolo ha avuto un grande successo tanto che a un certo punto ha fatto il salto dall'editoria locale per essere pubblicata da Baldini e Castoldi. Io ho appena letto Storie di masche, e posso assicurare che dà assuefazione tanto che adesso sto leggendo La venturina. Sono sensibile all'argomento "masche" di cui ho scritto anch'io, con tutt'altra angolazione, che sono poi le streghe contadine del Piemonte, mezze guaritrici mezze povere disgraziate, le cui modeste stregonerie consistono per lo più nella trasformazione in animali minacciosi. Questo Storie di masche, però, ha qualcosa di miracoloso. Come dice il titolo è una raccolta di storie che riguardano sia le masche che le anime del Purgatorio (altri tipetti particolari che infestavano le campagne), qualcuna più originale qualcuna meno, e di ognuna l'autrice descrive il narratore e le circostanze della narrazione, ricreando così un'intera comunità, le usanze, i cibi, le attività, i colori, gli odori, le stagioni... E' un libro abbastanza corposo, sulle duecentocinquanta pagine, ma sarei andata avanti ancora per molto senza stancarmi. I grandi pregi di Maria Tarditi sono la sua umanità, la calda accettazione di quel mondo, l'occhio acutissimo per i particolari, la capacità di fotografare un personaggio in poche righe, la penetrazione psicologica sempre "agita" e mai "raccontata", la prosa vivace, semplice, mai stucchevole, precisissima nel lessico e di grande efficacia. Certo Maria Tarditi è una narratrice compiaciuta, le piace quello che racconta e lo racconta dal di dentro, senza mai prendere le distanze da quel mondo. Si può discordare da quest'approccio così acritico, si può desiderare un po' meno equanimità, un po' più di critica. Certo, è molto conservatrice, e in qualche momento questo può dare fastidio o far venire voglia di passare a letture più corpose e inquietanti. Ma è meglio sorvolare, e lasciarsi andare all'incanto di queste storie di un mondo sparito per sempre. Immaginare di essere vicino al camino acceso, con una voce dall'accento dialettale che accumula spavento su spavento, col profumo delle castagne brusatà e del vin brulè, mentre fuori il vento fa sbattere le imposte, senza vergognarsi, per una volta, di trovarsi in una situazione così poco cool.
Due parole anche sull'Araba Fenice, la casa editrice che ha pubblicato Maria Tarditi dai suoi esordi. Chiunque abbia mai messo piede in un mercato, una festa di piazza, un Salone del Libro o qualsiasi manifestazione di qualsiasi genere a Torino e generalmente in Piemonte, ha di certo visto un banchetto di questi meritevolissimi editori di Cuneo. Nata nel 1991, l'Araba Fenice si è coperta di meriti anche solo ripubblicando I Sansossì di Augusto Monti e Il regalo del mandrogno di Ettore e Pierluigi Erizzo (se vi imbattete in questo romanzo non ve lo fate scappare! e mi sarete riconoscenti del consiglio). Ma tutto il suo catalogo è molto interessante. Pubblica Laura Trossarelli che ho più volte recensita su questo blog, e altri autori che vale la pena scoprire, oltre a libri sulla flora, la fauna, l'architettura del Piemonte. Io non resisto mai a quei banchetti, e libri dell'Araba Fenice ne ho a pacchi. In ogni caso il suo metodo di vendita capillare, la presenza assidua, il fatto che i venditori siano sempre cortesi e molto convincenti, ne fa secondo me una realtà del tutto particolare, cui auguro successo e lunga vita.          

venerdì 18 ottobre 2013

Amori e fantasmi in un villaggio islandese: Jón Kalman Stefánsson, Luce d’estate, ed è subito notte




Il romanzo di  Jón Kalman Stefánsson  Luce d’estate, ed è subito notte, pubblicato per la prima volta nel 2005, quindi precedente a Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli, esattamente al contrario dei due titoli citati tratta la concentrazione, la chiusura, la prossimità, l’intreccio delle relazioni umane, in un villaggio islandese di quattrocento abitanti che voltano le spalle alla natura, si guardano tra di loro, si osservano, si spiano e si scrutano, nel tentativo di tenere lontano il buio sempiterno. A meno di guardare solamente il mare, perché al contrario del buio è colorato e cambia continuamente. Intorno c’è la campagna, le cui condizioni di vita possono apparire insostenibili a chiunque sia abituato a stare in mezzo alla gente, anche se la modernità sicuramente aiuta a tenere a bada la solitudine, automobili, computer, televisione permettono di mantenere i rapporti con il mondo. 

E se in La tristezza degli angeli era il viaggio a dare un significato al libro in quanto sfida a una natura più grande dell’uomo, qui il viaggio è la felicità se si fa in camion, ben protetti all’interno della cabina, oppure qualche giorno a Londra per chiarirsi le idee. La vita nel paese è complessa anche se tutti ripetono che “non succede mai niente”. Le vicende di alcuni personaggi si intrecciano, o si sfiorano, dando vita a un ritratto corale della piccola comunità. Non c’è il cimitero né un pastore, ma c’è la banca, la sede della Cooperativa cui tutti fanno capo, contadini o no, il centro sociale dove si fanno feste, proiezioni cinematografiche e conferenze. Ovviamente tutti si conoscono, i fatti di tutti sono discussi e analizzati, anche senza gli eccessi di pettegolezzo che non si addicono alla natura nordica ci sono benpensanti, giudicanti e devianti. 

Come il direttore del Maglificio un tempo fiorente e ora chiuso, che a un certo punto della sua vita abbandona tutto, lavoro, famiglia, agi, patrimonio, per acquistare libri antichi e diventare astronomo. O come il fattore costretto a abbandonare la sua fattoria per andare a fare il magazziniere alla Cooperativa, per scontare la vertigine della carne che l’ha travolto. O il giovane così diverso da quello che si aspettavano i suoi genitori, che sa dipingere cieli pieni di uccelli in volo. O quelli che hanno il buio dentro, e qualche volta soccombono, altre permettono alla vita di insinuarsi per fare luce ma il buio è anche fuori, e non perdona. O la ragazza che tutti desiderano ma che desidera uno solo che è lontano ma tornerà… Anche i fantasmi non fanno troppa paura in mezzo alla gente, e basta accettarli per svuotarli di senso. 

Sono storie veloci e profonde, narrate con uno stile rapsodico che a tratti può sembrare un po’ monotono, ma ci ricorda che l’autore è stato prima poeta che narratore. Anche qui, come nei romanzi precedenti, la scrittura ha un andamento centripeto, sempre alla rincorsa di divagazioni e considerazioni generali che evitano alle vicende di generare claustrofobia. I personaggi vivi, interessanti, sono raccontati dall’esterno, nelle loro azioni. Certo non bisogna aspettarsi la forza e la potenza  del confronto tra uomo e natura che affascinano il lettore in Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli, ma Luce d’estate, ed è subito notte è un romanzo molto attraente, che coinvolge e interessa, e come bonus dà una massa di informazioni sull’Islanda di oggi, moderna ma ancor sempre estrema e piena di fascino. L’ottima traduzione e la postfazione sono, come negli altri romanzi, di Silvia Cosimini.   

mercoledì 9 ottobre 2013

La musica dei bassifondi e i dolci fumatori di hashish di Elias Petropulos - Rebetiko

Il dio dei lettori che mi protegge e mi consola mi ha mandato un segno della sua benevolenza sotto forma di un libro prezioso e, suppongo, non facile da trovare. Ma il benemerito Paolo Barsi della libreria "I Comunardi"  di Torino l'ha messo ben in vista vicino alla cassa, facendosi così strumento dell'intervento divino. Per così dire. Il libro è Rebetiko - Vita, musica, danza fra carcere e fumi dell'hashish, di Elias Petropulos, pubblicato dal collettivo Nautilus del quale qui metterò solo un breve estratto delle parole con cui si presenta sul sito: Nel 1981 iniziava il viaggio di Nautilus, un collettivo che da quell'anno porta avanti un'attività – per lo più editoriale – legata ai principi dell'autogestione e alla pratica dell'autoproduzione. All'interno del volume una nota ci comunica che Tutti i diritti sono liberi a norma di collaborazione, solidarietà e mutuo appoggio tra le persone che amano il sapere e l'informazione libera. Qualunque parte di questo libro può essere riprodotta [...] Chi fotocopia un libro, chi mette a disposizione i mezzi per fotocopiare, chi comunque favorisce questa pratica agisce in favore di chi desidera sapere e conoscere, avvantaggia un sapere avverso al censo e opera in favore della cultura di tutti.  

Sicuramente Elias Petropulos avrebbe apprezzato di essere pubblicato da Nautilus. Non conoscevo questo "antropologo urbano" come si definiva, nato nel 1928 a Atene, vissuto poi a Salonicco, di nuovo Atene e infine a Parigi dove si rifugiò nel 1975 per sfuggire alle persecuzioni della dittatura dei colonnelli e degli anni a seguire. A Parigi morì nel 2003, dopo aver pubblicato quasi ottanta libri, tra cui un manuale del buon ladro e un repertorio fotografico di balconi, finestre, porte e altri manufatti popolari greci, tremila foto di cimiteri greci, e soprattutto un'antologia del rebetiko, Rebetika tragudia, in cui sono raccolti più di 1500 rebetika. Fu l'unico greco a avere scritto sul passaporto "ateo" nella casella della religione professata (come era in uso fino a pochi anni fa), anarchico e ribelle, profondamente appassionato di tutto ciò che è umano, sicuramente avrebbe fatto suo anche il mio motto humani nihil a me alienum puto. Trascorse parecchi periodi in carcere per motivi politici, fu amico di ladri, prostitute, magnaccia, omosessuali (scrisse anche un glossario della lingua degli omosessuali, Kaliarnta, considerato il primo su questo argomento), fumatori di hashish. Speriamo che il collettivo Nautilus pubblichi qualche altro suo testo, mi è rimasta una gran curiosità nei suoi confronti. Ho fatto una ricerca in rete, frettolosa per la verità, ma non ho trovato niente altro di suo in catalogo o in digitale. In questo preziosissimo libretto è racchiuso un mondo che mi ha regalato qualche giorno di felicità perfetta, anche perché su Youtube si trova una massa di materiali relativi alle musiche e alle danze di cui parla, sia in registrazioni originali che cover moderne. 

E veniamo al rebetiko. Musica popolare ma non folkloristica, prettamente urbana, legata al mondo della malavita (ipokosmos), al carcere, all'hashish, alla taverna. Nasce all'inizio del XIX secolo, ma si collega con altri filoni musicali precendenti, sia tra i greci dell'Anatolia che in Grecia vera e propria, e conosce il suo periodo d'oro tra il 1920 e 1950. I centri sono Salonicco, Pireo, Smirne, Istanbul, Bursa, Ermopulis, Nauplia, Ayvallik, insomma centri urbani più o meno grandi ma quasi tutti porti cosmopoliti e dotati di bassifondi molto vivaci. La diaspora greca dopo la Katastrofì del 1922, la sconfitta subita dai greci da parte dei turchi di Ataturk, fece sì che in Grecia si concentrassero anche i musicisti dell'Asia minore costretti alla fuga dalla Turchia. Il protagonista del rebetiko è il magas, potremmo definirlo un guappo, malavitoso dalle caratteristiche fisiche molto definite: bello, molto curato, con giacca cravatta cappello e fascia in vita in cui teneva le armi, e molto spesso fumatore di hashish, nel qual caso si definisce chassiklìdas.  

L'hashish si fumava nel tekè, che in turco indica il mausoleo dei pascià o il monastero dei dervisci, una sorta di piccola taverna governata dal teketzìs, personaggio autorevole nel mondo dei bassifondi, che preparava il narghilè che regala la mastura, lo sballo. Nel tekès regna l'ordine, il silenzio e la gerarchia. Lì i più giovani rispettano i vecchi. I tekès sparirono a favore delle taverne e dei caffè, al posto del narghilè arrivò lo spinello, ma la nostalgia del narghilè non passò e in molte canzoni lo si invoca. Ci sono anche gli eroinomani, i presakides, ma mentre il fumatore di hashish ama la bella vita, è dolce, tranquillo e piacevole, l'eroinomane è un miserabile, decaduto, sfigato, fastidiosissimo, geloso, e anche pericoloso. I due gruppi non vanno d'accordo e non si mescolano. 

La mastura faceva venire voglia di suonare e di ballare, e nel tekès o nel caffè c'erano sempre, appesi alle pareti, degli strumenti a disposizione dei clienti: il baglamas, l'uti, il santuri e soprattutto il buzuki, ora strumento simbolo della Grecia, che proprio grazie alla riscoperta del rebetiko negli anni settanta ha raggiunto la fama internazionale. Nel testo ci sono ottime schede sugli strumenti. Qualcuno suonava e subito un magas iniziava a danzare lo zeibekiko, danza solitaria, lenta, severa e dai passi non codificati. Un'altra danza era il chassapikos, che si danza in due o tre tenedosi per le spalle, ha passi prestabiliti e richiede una perfetta sincronia. In fondo al volume ci sono le biografie dei più famosi cantanti, affascinante squarcio su un mondo sparito e sconosciuto, alcuni testi di canzoni, che trattano soprattutto la mastura, lo sballo, il narghilè, il male di vivere che accomunava questi uomini, come la famosa Synnefiasmeni kiriakì (Domenica nuvolosa) di Vasilis Tsitsanis, scritta durante l'occupazione tedesca. Poche le cantanti di rebetiko. Un altro tema è la vita in carcere, soprattutto quelli di Atene e Salonicco. Quello che colpisce leggendo le pagine di Elias Petropulos è la cura, direi quasi l'affetto, e la totale empatia con i personaggi e le vicende di cui parla.

Oltre all'introduzione di Epaminondas Thomos, anche responsabile della scelta dei testi tratti da Rebetika tragudia e To haghio hassissaki e traduttore con la revisione di Vittorio Bianco, Isabella de Caria e Chiara Maraghini Garrone, nel volume ci sono un'interessante introduzione di Jacques Lacarrière e il racconto, commosso pur nel tono contenuto, del funerale e della dispersione delle ceneri di Elias Petropulos a Parigi, e un utilissimo glossario. 
Infine, anche se non compare nel testo, vi consiglio l'ascolto di Misirlu, rebetiko così famoso che ne fecero una cover solo strumentale anche i Beach Boys e compare nella colonna sonora di Pulp Fiction, suonato da Dick Dale. Ma questa versione non so chi la canta. So solo che mi piace moltissimo, ci si trova sensualità, severità, calma e nel ritornello lo sballo che sale lentamente. L'argomento è amoroso, Misirlu significa "ragazza egiziana".    

Se poi l'argomento vi ha acchiappato, se volete vedere belle immagini e sentire bellissime musiche, procuratevi il film Rembetiko di Costas Ferris (si trova da scaricare in rete), tenetevi una sera libera perché è piuttosto lungo, e abbandonatevi alle vicende di Marika, cantante di rebetiko, che abbracciano tutto l'arco di tempo che va dal 1919 al 1956, dalla tragedia di Smirne al doloroso dopoguerra greco. Non ve ne pentirete. 
E per chi volesse ascoltare una voce più autorevole della mia ecco un documento audio di Epaminodas Thomos, curatore della versione italiana del testo.


mercoledì 2 ottobre 2013

Quante storie, mr Rabih Alameddine!

Stremata dalla lettura di Hakawati - Il cantore di storie di Rabih Alameddine, traduzione di M. Rotondo e F. Nitti, ed. italiana 2010, ed. originale 2008, pagine 756 nell'edizione cartacea, penso con nostalgia a quando mi imbattevo in autori che mi facevano innamorare come Mo Yan e Orhan Pamuk, o libri che mi incantavano, come Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka o Le ricette più piccanti della cucina tatara  di Alina Bronsky tanto per fare due esempi abbastanza recenti. Di ultimo non ho trovato niente che mi abbia colpito. Per tornare a Hakawati, non so bene che cosa dire perché ho dato un'occhiata in rete e ho visto solo recensioni talmente entusiastiche da far pensare che ci troviamo di fronte a un nuovo Omero. Va be', io non riesco a unirmi al coro delle lodi. Non è un brutto libro, intendiamoci, Alameddine scrive bene, sa il fatto suo, e anche se non me li vado a cercare, nel caso mi capitassero tra le mani altri libri suoi (con un numero di pagine più ragionevole) probabilmente li leggerei, soprattutto la raccolta di racconti intitolata The perv che però sembra introvabile. Ma è un libro, per i miei gusti tradizionali e banali, piuttosto insopportabile e soprattutto estenuante. Si intrecciano due filoni di storie, quelle dell'io narrante Osama al-Kharrat, libanese emigrato negli Stati Uniti che torna a Beirut nel 2003 per assistere all'agonia del padre, con una lussureggiante vegetazione di sottostorie relativa alla sua famiglia, nonni, genitori, sorella, cugini, amici, e quelle che si generano infinite e senza soste dalla tradizione letteraria e popolare, mischiando Mille e una notte, fiabe, Corano, mitologia classica, Shakespeare, storia riinventata, e chi più ne ha più ne metta. Ora, io ho cominciato a leggere in viaggio, per lo più la sera prima di dormire, per un tempo abbastanza limitato. Risultato: appena cominciavo a entrare nelle storie della famiglia al-Kharrat (complesse, con decine di zii e zie con nomi difficili da memorizzare) venivo scaraventata di brutto nel mondo dei jinn, delle streghe, dei ladri di città e dei ladroni del deserto, delle prostitute scaltre, di emiri e Re d'Egitto, di magie e prodigi e spiritelli e combattimenti tra eroi schiavi e invasori mongoli, eccetera eccetera. Dopo una pagina e mezza, si tornava a Beirut tra un fidanzamento, un tradimento coniugale e amicizie infantili, con una certa insistenza in scene di morte e figure femminili eccezionalmente forti e originali. Frastornata (e probabilmente anche assonnata, perché devo confessare che la parte fiabesco-meravigliosa mi ha annoiata a morte, non è proprio il mio genere) perdevo il filo, e interrompevo la lettura. Così non sono riuscita a entrare in nessuno dei vari filoni abbastanza da farmi coinvolgere. Non sono riucita a distinguere i vari livelli su cui si sviluppavano i racconti fiabeschi, e la parte legata alla vita del protagonista, già spezzata nell'inevitabile andirivieni temporale, senza il quale nessuno scrittore americano si sente realizzato, non riusciva a acchiapparmi. Un peccato perché è interessante. E' bellissima per esempio la storia del nonno paterno, nato a Urfa da un missionario inglese e una serva armena e diventato hakawati, cioè narratore professionista, per pura passione, suscita curiosità l'ambiente dei drusi in cui vive l'io narrante, si vorrebbe saperne di più sulla sua vita in America, sulla madre, sullo zio Jihad, la sorella Lina, e così via. Ma vi pare che Alameddine si neghi l'altro vezzo obbligatorio degli scrittori americani & seguaci nostrani, cominciare una storia e mollarla rigorosamente a metà senza concluderla? Così non posso che dire che Hakawati - Il cantore di storie mi ha lasciata molto insoddisfatta e annoiata, anche se riconosco la bravura dell'autore e la sua capacità di costruire un monstrum (nel senso etimologico) per dimensioni e complessità. Ma riconosco le mie responsabilità e i miei limiti per cui dico: è un romanzo che vale sicuramente la pena leggere, tenendo presente che è necessario dedicargli un po' di tempo e di attenzione, un po' di impegno; che bisogna amare le fiabe; che malgrado si presenti come un moderno cantastorie, Alameddine è uno scrittore per niente tradizionale, è reticente e molto in linea con le mode letterarie di oggi; che se il nonno hakawati avesse raccontato come lui le sue storie che tenevano avvinti sera dopo sera per mesi gli avventori dei caffè di Beirut e il bey che lo manteneva come suo narratore privato, probabilmente sarebbe finito linciato.       
E io sento la mancanza di Mo Yan e Orhan Pamuk, i miei hakawati preferiti, che scrivono in un modo che mi incanta, mi riempie di stupore e di invidia, e mi spediscono diritta diritta in un mondo di sogni in cui mi sento sorella dei baffuti frequentatori dei caffè di Aleppo e Urfa. Sia benedetta la stirpe degli hakawati, che ci rendono più leggera la vita e meno buia la notte.

martedì 17 settembre 2013

Ricordiamolo com'era!

Dalla fine di agosto il mio amatissimo sito www.consolatalanza.greentomatoes.it non è più. Dopo una decina d'anni di vita insieme e molto reciproco affetto mi ha lasciata, causa chiusura del dominio greentomatoes. Ringrazio qui pubblicamente la mia bella, bravissima e pazientissima webmistress Silvana Scarpa, che l'ha costruito e accudito con indefettibile gentilezza, e l'Associazione Greentomatoes che per tanti anni mi ha accolta e ospitata con generosità. Anche se certo non sarà neanche di lontano la stessa cosa, adesso cercherò di supplire indegnamente con una autoproduzione di quelle fornite in rete agli ignorantoni digitali come me. Sarei gratissima a chi volesse suggerirmi qualche indirizzo e eventuali feedback. E soprattutto consigli.     

giovedì 5 settembre 2013

Quello che voglio fare da grande

È un po' che sono in giro e confesso che ho letto molto poco, un Camilleri minore e un interessante, ma un po' troppo scarno "I colpevoli" di Ferdinand von Schirach, più un terzo ancora in corso. Vergognosa pigrizia. Però ho capito che cosa voglio fare da grande.
Questo bel signore dall'aria simpatica è il professor Baki Dollma, esperto di storia e tradizioni di Kruja, la città dove visse Scanderbeg, l'eroe nazionale albanese, e ne ha scritto molto. Io l'ho incontrato all'entrata del forte dove se ne stava seduto accanto a una pila dei suoi libri che vendeva con molta allegria e squisita cortesia, scrivendo dediche personali. Mentre ne compravo uno sono stata folgorata da un pensiero: questo voglio fare per il resto dei miei giorni! Sedermi su un gradino di pietra all'entrata di un posto bellissimo - e Kruja lo è - a vendere i miei libri personalmente, scambiando due chiacchiere con chi è interessato e anche con chi non gliene frega niente, testa all'ombra e piedi al sole, contenta per ogni giorno trascorso così.
Una mia bella e cara amica, editrice di gran gusto, diceva che ogni donna sogna di avere un banchetto al mercato. Io mi accontento di meno: un tappetino su una bella panca di pietra. E non ditemi che è poco.