Allora. Sono capitata, per caso o forse per disperazione, su La 5 e la serie di film di Inga Lindstrom trasmessi il venerdì in prima serata. Film devo dire bruttissimi, con attori della mutua e sceneggiature su cui è meglio stendere un velo pietoso, ma che mi hanno incatenata al video tanto che se posso non me li perdo. Lascio a voi il compito di informarvi su Inga Lindstrom e circostanze collegate, e mi limito a dire che questi film dovrebbero essere fatti vedere obbligatoriamente nelle scuole, ogni anno dalla prima elementare fino alla laurea. Sono la cosa più esotica che vedo da anni, altro che cinema coreano o dell'Arabia Saudita. Qui è veramente un tuffo in un altro pianeta. Lo schema è sempre lo stesso: donna con alle spalle una relazione finita, accetta un lavoro temporaneo (o va in vacanza) in un luogo di campagna sulle rive non ho capito bene se di un lago o di un fiordo. Qui incontra un uomo con alle spalle una relazione finita. In genere c'è di mezzo un bambino, dell'uno o dell'altro. Si piacciono, c'è quel tanto di complicazione per far passare un'ora e mezza, alla fine la cittadina capisce che il suo destino è di vivere l'amore in campagna. Incipit vita nova. E va be', ve l'avevo detto che le storie non erano granché. Ma sono i rapporti tra i personaggi a essere strabilianti, incredibili. Esempio: la nuova arrivata con piccino al seguito provoca lo sgretolamento definitivo del matrimonio dell'innamorato che lavora nell'impresa del suocero; la moglie dell'innamorato fa i migliori auguri al marito per un futuro radioso con l'ormai ex cittadina che tanto a lei interessa di più la carriera, accoglie la nuova donna a braccia aperte, alla fine i suoceri, lungi dal licenziare il genero, li invitano a cena tutti insieme contentissimi (e vedeste che cenetta ha preparato la suocera), piccino, che è diventato amicissimo del suocero e ci va a pesca, compreso. Variante: moglie scontenta del marito va in vacanza in campagna con figlia adolescente, conosce produttore di formaggio di renna, si innamora; il marito va trovarle, lei gli spiega la situazione, lui la abbraccia affettuosamente e se ne torna a Stoccolma. Lei sta con l'allevatore di renne, la figlia va all'università (ovviamente fuori casa). Ma il migliore è quello di ieri sera: pastora (nel senso religioso) docente universitaria scopre che il fidanzato la tradisce, accetta di sostituire un pastore di campagna che ha avuto un infarto, fa bellissime prediche dal pulpito vestita con stola e collarino, piace tantissimo alla moglie del pastore e a tutta la comunità che cercano di convincerla a restare in sostituzione del vecchio pastore, si innamora di un tipo misterioso che non è tanto dell'idea (questa parte la salto), ci scopa sul divano, lui alla fine si convince, intanto lei è incinta, accetta la parrocchia, alla fine il vecchio pastore li sposa in presenza di tutta la congregazione felicissima, lei in vestito bianco con velo di pizzo e pancione di otto mesi. Be', vi è piaciuto? A me sì, tantissimo. Suggerisco una proiezione privata in Vaticano.
Insomma secondo me una serie così dovrebbe essere vista e meditata da tutti i sessanta milioni di italiani. In Svezia è considerata romance, cioè rosa. Qui potrebbe passare come fantascienza e essere utilizzata per consolare gli orfani di Star Trek.
sabato 4 maggio 2013
mercoledì 1 maggio 2013
Lunedì 6 maggio 2013, alle 18, presso il Centro Pannunzio in via Maria Vittoria 35/H a Torino, Consolata Lanza a colloquio con Elisabetta Chicco Vitzizzai, autrice del romanzo EROS IN BICICLETTA.
Questo il testo dell'invito alla presentazione del bel romanzo di Elisabetta Chicco Vitzizzai, scrittrice dalla penna acuta e divertente, che vale la pena di venire ad ascoltare sempre e comunque: ma la cosa interessante è che si presenta un ebook - e non l'ho mai fatto prima. Quindi venite in tanti e con tante domande. Elisabetta e io vi risponderemo volentieri.
Questo il testo dell'invito alla presentazione del bel romanzo di Elisabetta Chicco Vitzizzai, scrittrice dalla penna acuta e divertente, che vale la pena di venire ad ascoltare sempre e comunque: ma la cosa interessante è che si presenta un ebook - e non l'ho mai fatto prima. Quindi venite in tanti e con tante domande. Elisabetta e io vi risponderemo volentieri.
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lunedì 29 aprile 2013
Le dimenticate, 1 - L'Italia pagana e misteriosa di Vernon Lee
Cominciamo con una di cui conoscevo il nome e un’opera, un racconto che ammiro e amo moltissimo: Vernon Lee, pseudonimo di Violet Paget (1856-1935). Il racconto è Amour dure, pubblicato in Hauntings, nel 1890, in cui Spiridion Trepka, studioso polacco del rinascimento, si trova in una tenebrosa cittadina medievale del centro Italia sulle tracce della bella e fatale Medea da Carpi, modellata sulle figure di Bianca Capello e Lucrezia Borgia e ivi vissuta nel ‘500. Come è immaginabile ben presto Spiridion soccombe al fascino malefico e spettrale di Medea, sullo schema di Oliver Onions e della sua magnifica La bella adescatrice. Vernon Lee è un personaggio molto interessante: di nazionalità britannica ma nata in Francia da genitori inglesi espatriati, tornò sovente a Londra ma visse la maggior parte della sua vita in Italia, negli ultimi anni nella villa di Palmerino sulle colline di Firenze. Seguace di Walter Pater, studiosa di storia dell’arte, considerata ai suoi tempi tra i massimi esperti di Rinascimento italiano, amica di intellettuali e pittori, lesbica, democratica, femminista, pacifista, sempre vestita à la garçonne, scrisse oltre quaranta libri di critica d’arte e di narrativa fantastica. Sembrerebbe un personaggio, se non una scrittrice, difficile da dimenticare, invece fuori dalla cerchia dei cultori di storie soprannaturali ben pochi la conoscono. Di Vernon Lee ho trovato Dionea e altre storie fantastiche, 2001, e L’avventura di Winthrop, 2003, entrambi tradotti da Simonetta Neri. Introvabile Possessioni, 1982, traduzione di Attilio Brilli, che però ho potuto scaricare da Amazon in inglese con meno di 2 euro. Dionea (di cui potete leggere qui una bella recensione di Silvia Treves) è un racconto epistolare in cui un anziano dottore narra a una sua nobile amica e benefattrice la singolare storia di una bambina giunta naufraga sulle spiagge di Montemirto Ligure, immaginario paesino delle Riviera di Levante. Dionea è una creatura selvaggia, inconsapevolmente fatale, giunta dal passato più oscuro e dimenticato… Suggestioni della mitologia classica e oscura potenza femminile ne fanno un racconto fascinoso e molto importante è la collocazione spaziale, in una Liguria genericamente mediterranea, tra suore e artisti squinternati. Notevole anche L’orecchio di Marsia, in cui un blasfemo abbaglio ancora legato al mito greco porta miracoli e sventure in un’antica chiesa di Dunes, sulle coste settentrionali della Francia, mentre Il cassone nuziale è una cupa storia di violenza, sesso e morte di ambientazione rinascimentale, con un tocco di necrofilia ben assestato. L’avventura di Winthrop poi è una classica, godibilissima, storia di fantasmi che unisce i temi della musica ritrovata, del ritratto fatale (presente anche in Amour dure) e della casa hantée ambientata nella grassa pianura padana tra meliga e pioppi, contadini che leggono I reali di Francia alla luce del focolare, temporali e città murate nella pianura. Davvero perfetto nel suo genere. Vernon Lee è scrittrice molto esperta, accurata, virtuosa nelle descrizioni e capace di risuscitare i tempi andati creando atmosfere incantate e realistiche, trasportando sapientemente il lettore in scenari di magica intensità. Non si capisce proprio perché la sua fama si sia sfaldata e dissolta con il passare del tempo che lei riusciva a mantenere vivo con le sue parole.
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sabato 20 aprile 2013
L'ultimo romantico: uno struggente noir torinese, Francesco Gallo, Almeno gli alberi hanno le foglie
Francesco
Gallo è un esordiente che non sembra affatto tale. Di lui so pochissimo, è un
giovanotto simpatico e disinvolto nato nel 1977, vive a Torino, come recita la
quarta di copertina “lavora in giacca e cravatta, ma deve ancora capire che
cosa fare della propria vita”, scrive benissimo e ha vinto l’edizione 2011 del Premio Alga con Almeno gli alberi hanno le foglie,
dietro al quale ci devono essere anni di scrittura e soprattutto di letture. È
un noir appassionante e super romantico, dal passo lento, che ci dice molto
sulla generazione che oggi è sulla trentina e al tempo in cui si svolge il
romanzo, presumibilmente il 2008 dagli accenni all’Onda studentesca e alle
manifestazioni contro la riforma Gelmini, era variamente scaglionata lungo la
ventina; è anche un romanzo di formazione, come qualsiasi romanzo che ha un
giovane come protagonista e io narrante. Che è Gabriele Pazienza (un omaggio al
grande indimenticato Andrea, ma anche una caratterizzazione che in un certo senso
non stona affatto con il personaggio), in possesso di una laurea, precariamente
impiegato in un’agenzia di investigazioni dopo una serie di lavori persi o
rifiutati. Gli viene affidato il primo caso di pedinamento: deve seguire Lucia,
studentessa figlia di un ricchissimo borghese che vorrebbe saperne di più sulle
attività che la tengono fuori casa notte e giorno. Presto Gabriele capisce che
la storia non è così semplice, Lucia è un mistero molto più complesso del
previsto, il padre non la conta giusta. Comincia così per lui un’avventura che
gli sconvolgerà la vita, portandolo a scelte senza ritorno. Gabriele è
disperato e allo stesso tempo dotato di principi e convinzioni, pronto a
giocarsi l’esistenza per il bel gesto, l’atto eroico che persegue una giustizia
personale e ingiusta, è l’ultima incantevole personificazione del superomismo
autolesionista. Non cerca di rendersi simpatico a nessuno, tranne forse ai
bambini. Non è ribelle, è lucido, forte e critico, un perfetto eroe romantico
che alla fine sceglie il beau geste perché qualsiasi ritorno alla vita “normale”
sarebbe un abbassarsi. Importanti, e molto interessanti, sono le figure
femminili, identificabili nella femme
fatale, la mamma (anzi due, c’è anche la mamma vera) e la compagna di
giochi. Le donne giovani sono sempre caratterizzate dall’aggettivo piccolo,
piccolo mento, piccole mani, e dal contrasto tra la forza morale, caratteriale,
e la vulnerabilità fisica. Le vediamo sovente addormentate, ne ammiriamo collo
e nuca. Per contro, il mondo maschile è legato a una virilità romantica e tutto sommato limitante:
con gli uomini si compete, si beve, ci si scazzotta, si scherza; con le donne
non si scherza mai, si scopa e si parla. I vari personaggi giovani sono
studenti, fuoricorso, sottoccupati e precari. L’università e gli studi non
hanno più nessun valore, non sono né occasione di riscatto né costituiscono una
barriera sociale da opporre ai meno privilegiati, la laurea non porta da
nessuna parte, la si prende per poi buttarla via lavorando come manovale in
nero in un cantiere. Belle, benissimo delineate con una sorta di affettuosa
commozione, le figure sullo sfondo della madre e di Vincenzo, l’operaio
meridionale con le mani grosse che le ha restituito la serenità dopo anni
difficili. I padri, nel complesso, meglio perderli che trovarli.
La grande differenza tra l’“essere
contro” di Gabriele e le ribellioni giovanili che hanno percorso la seconda
metà del ‘900 è che lui è solo, il suo gesto è isolato, non cerca la
condivisione né un’eco sociale, non conosce l’esaltante coscienza di fare parte
di un movimento, anzi: sia lui che i suoi coetanei sono individui e basta.
Torna più di una volta il ricordo del G8 di Genova, dove Gabriele ha
sperimentato la violenza e l’ottusità del potere, e forse ancora si è sentito
parte di un’esperienza collettiva, ma questo è già il passato. Le
manifestazioni in cui si trova coinvolto inseguendo Lucia non sono tali, non si
manifesta niente, non sentiamo slogan, sono solo occasioni per contrapporsi
faccia a faccia, petto a petto con la polizia, conquistarsi l’ambigua medaglia
dei lividi da manganellata. Infatti, chiosa Gabriele non si sa se più stoico o
più disincantato, Gli studenti furono
sconfitti, la riforma si fece. I precari furono sconfitti, la riforma non si
fece. Gabriele non ha cose da chiedere, utopie, aspirazioni: l’odio per
l’“orco” che rappresenta per lui tutto quanto è disprezzabile al mondo, e
l’amore disperato e assoluto per Lucia sono altrettanto improvvisi,
inesplicabili, privi di sostrato, di pensiero, di motivazioni basate sulla
conoscenza: puro, romantico abbandono all’istinto della coscienza che riconosce
solo a se stessa il diritto di giudicare. L’ambientazione in una Torino
straordinariamente reale dove si mescolano San Salvario e Crimea, Corso Regina
e i centri sociali, Porta Nuova vista dall’alto di un cavalcavia e le birrerie,
le gradinate di Palazzo Nuovo e il Valentino ai primi caldi, è affascinante
come un basso continuo che non prevarica mai la linea melodica principale. Piangemmo insieme, sperando che il bambino
non si svegliasse e scoprisse quanto può essere brutale la vita di due ragazzi
qualunque in questa città che qualunque non sarà mai. Fondamentale anche la
colonna sonora che accompagna tutta la vicenda. Infine, dal mio punto di vista
strettamente personale due meriti in più: primo, l’orribile segreto che emerge
dal passato è almeno una variazione sul tema più abusato e stucchevole degli
ultimi anni, e i personaggi, pur praticandolo spesso e volentieri, non usano
mai l’orripilante espressione “fare sesso”. Il romanticismo e il superomismo
perdente sanno molto bene come scegliere un linguaggio all’altezza del proprio
valore.
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mercoledì 10 aprile 2013
Lettera a un'amica molto cara, che non la leggerà mai
Mia cara amica, questa lettera è proprio per te, anche se non è fatta di fogli fruscianti e macchie di biro. Se solo tu fossi nata qualche anno dopo avremmo la stessa dimistichezza con lo schermo del computer. Sei così attenta a quello che succede nel mondo, curiosa e lucida nei tuoi giudizi, non è certo per pigrizia che non sai niente di informatica. Il fatto è che hai novantaquattro anni, una bella età comunque la si guardi. Io la guardo su di te e vedo che è bellissima. Come te. Hai le guance rosa e i capelli bianchi, le mani trasparenti, gli occhi di cui non si capisce più il colore. Sei stata operata di cataratta per cui vedi molto meglio di me, leggi la guida del telefono senza occhiali. Sei un po’ golosa, ma mangi poco e due etti di cioccolatini ti durano al lungo. Soprattutto sei una gran chiacchierona, hai sempre un sacco di aneddoti da raccontare, complicate parentele e riassunti di vite lunghissime. Posti che hai visitato in epoche favolose, dolori terribili che nel trascorrere del tempo hanno assunto una patina nebbiosa, si sono smussati come ciottoli di mare. Li racconti molte volte, anche immediatamente di seguito, e ogni volta ci sono delle variazioni che mi sorprendono. Ti fermo e ti interrogo, e nelle tue risposte cambi ancora versione. Mi chiedi le stesse cose a distanza di pochi minuti, e le mie risposte scivolano via sulla tua memoria come le mie domande. Parlare con te è un incanto, le tue storie hanno l’andamento sinuoso della linea di schiuma sulla battigia, e lasciano tesori sulla sabbia proprio come le onde. Vanno e vengono, sempre uguali e sempre un pochino diverse. In confronto le cose che potrei raccontarti io sembrano acqua stagnante. Ti dico quattro volte dove ho passato l’estate scorsa, cinque volte quali film ho visto ultimamente, sei dove penso di andare l’estate prossima, sette che cosa sto scrivendo in questo periodo. Sei cortese, sai fare conversazione e ti interessi sul serio a me. Che ti dimentichi quello che dico nell’istante stesso in cui l’ho detto non conta, conta la tua premurosa gentilezza e la generosità con cui ti racconti. Ecco, questo è l’unica ragione per cui ti scrivo questa lettera. In fondo ci siamo viste ieri, anche se quando tornerò da te la settimana prossima mi dirai meno male che ti fai viva! ero proprio spersa, è tantissimo che non ci vediamo!. Però non ti ho mai ringraziato per essere diventata mia amica pochi anni fa, quando i novanta erano già vicini. Hai avuto voglia di avvicinarti a una nuova amica e scoprirti con generosità, raccontarmi i momenti più ricchi della tua vita. Per questo ti dico grazie, grazie della tua amicizia che mi ha fatto sentire importante. Forse tu mi dimenticherai, per poco o per sempre, ma io no. Almeno finché la memoria mi sosterrà.
martedì 26 marzo 2013
Quando l'amore ha gli occhi foderati di fette di salame: David Nicholls, Un giorno
Questo
romanzo, uscito nel 2009 in Inghilterra con grande successo e in Italia nel
2010 presso Neri Pozza, non è proprio il tipo di libro che mi verrebbe da
leggere spontaneamente, ma mi è stato caldamente raccomandato (e imprestato) da
un amico cui è piaciuto moltissimo, anzi ne è stato commosso. In effetti si tratta
di una lettura molto gradevole, di quelle che ti fanno pensare con piacere alle
pagine che ti aspettano prima di addormentarti. La storia è molto semplice, boy meets girl ma non è mai il momento
buono, per quindici anni Dexter e Emma sono molto amici prima che qualcosa
cambi nel loro rapporto. E poi qualcosa cambia, anche troppo. Il tutto
prevalentemente a Londra, con puntate in Grecia, a Parigi, Edimburgo e in
qualche location campagnola. Il punto d’interesse non è tanto la trama quanto
la struttura: la vicenda si dipana il 15 luglio di ogni anno, dal 1988 (quando
hanno poco più di vent’anni) al 2007, in una serie di scene in cui vediamo
impegnati i protagonisti che nel frattempo hanno operato cambiamenti nella loro
vita di cui non siamo informati, ma che risultano da dialoghi e contesto. Questo
permette a Nicholls, attore e autore televisivo, di evitare noiose parti di
collegamento e approfondimenti sull’evoluzione dei personaggi, mentre può
allargare l’obiettivo ai cambiamenti di mode, argomenti del giorno, musiche e
locali trendy per dare la sensazione del tempo che passa e delle trasformazioni. Tutto
rimane in superficie, ma costituisce un ottimo materiale per una fiction
televisiva, più che per un film come invece è successo; è anche troppo chiaro
che si tratta di una sceneggiatura bella e pronta. I personaggi sono simpatici,
lui debole, narciso, donnaiolo e portato alla trasgressione alcolica, lei insicura,
intelligente e capace di realizzare i propri obiettivi. Tra di loro c’è un’amicizia
sempre sul punto di franare nel sesso, lei lo ama e forse lui anche ma non se
ne rende conto. Crescono in parallelo, più o meno vicini secondo i periodi, mentre
intorno si muovono i rispettivi numerosi partner, genitori, amici, successi e
fallimenti lavorativi, insomma tutto quello che compone la vita per niente
speciale delle persone normali. Sono quattrocentottantasette pagine, e forse l’ultima
parte non è proprio indispensabile. Devo dire che l’ho letto con interesse,
sono contenta di averlo fatto ma non sono riuscita a crederci fino in fondo,
anche se in qualche punto tocca temi molto veri e coinvolgenti, parla di errori
che abbiamo fatto tutti, di rimpianti e dolore. Ma un sospetto di artificiosità
aleggia su tutta la vicenda, l’ambizione del ritratto sociale costruito attraverso
mode e tic verbali, il frequente "questo fa tanto anni ’70" e "quello fa tanto
anni ‘80", diventa un po’ stucchevole. Certo non aiuta la traduzione tutt’altro
che impeccabile di Marco Rossari e Lucio Trevisan, insicura nel tentativo di
mimare un gergo e ornata da qualche perla, la più divertente a pg. 389, dove la
confusione tra trentesimo e tredicesimo (va be’ che in inglese si assomigliano,
ma nessuno dei due traduttori badava al senso?) fa dire che Dexter Per il tredicesimo compleanno aveva riempito
tutto un night club di Regent Street: la gente aveva fatto la fila sul
marciapiede per entrare.
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