lunedì 14 gennaio 2013

Liliana Lanzardo, Non è il mare il mio nemico



Pubblicato da Mursia nella collana “Storia, Biografie, Diari” questo densissimo racconto di vita si autodefinisce romanzo anche se è interamente basato su una vicenda reale. Si è reso necessario, spiega l’autrice nella nota introduttiva, modificare alcune circostanze e personaggi per rispettare la volontà della protagonista, Rajna Dandulova Junakovic, di tutelare la propria vita privata e quella delle persone che vi si trovarono coinvolte. Tuttavia i dati biografici, i riferimenti storici, gli avvenimenti di cui si parla, e tutta la parte relativa alle circostanze del naufragio della Seagull rispondono a realtà. Liliana Lanzardo, docente universitaria di Metodologie sociologiche e di Metodologie della ricerca storica a Torino, Milano e Trieste, tra i fondatori della rivista “Quaderni Rossi”, autrice di numerosi volumi sulla classe operaia, sulla fabbrica, sulla storia orale, e ora anche autrice di libri di favole per bambini che illustra con i suoi potenti acquerelli, ha conosciuto Rajna quando aveva già ottantasei anni e ne ha raccolto la testimonianza. La vita di Rajna, giornalista radiofonica di professione, nata nel 1914 in Bulgaria, vissuta poi a lungo in Italia e in seguito in Dalmazia quando c’era ancora la Jugoslavia unita, rispecchia ed è plasmata dalle vicende storiche degli anni che attraversa. La prima parte del volume racconta proprio quegli anni, il grande amore che la lega a Frane, conosciuto in Italia e seguito a Sebenico alla ricerca di un luogo in cui crescere in armonia la figlia Ljuba, la fatica di una vita che stenta a trovare pace, l’arresto e la separazione dal marito, gli anni terribili a Belgrado che nel ricordo diventano poi quasi felici, sullo sfondo delle contorsioni politiche del secondo dopoguerra. Vi sono pagine e intense e delicate e ritratti di numerosi personaggi secondari che l’occhio sempre lucido e attentissimo di Rajna trae dal buio del passato in lunghi flashback durante il viaggio in cui ha seguito il marito, imbarcato come marconista su una nave, la Seagull, che batte bandiera liberiana: Mentre sulla nave rievocava i giorni inquieti […] a Rajna parve quasi di scorgere nelle creste delle onde che si rompevano sulla fiancata della Seagull i biancori delle lettere scritte venticinque anni prima; quei frammenti di spuma si scioglievano attirati nel buio come fogli che, intrisi d’acqua e appesantiti, andavano a fondo sfilacciandosi. È il 1974, la Seagull giunge a toccare le coste marocchine, ma durante la navigazione diventa presto evidente che la nave è vecchia e assolutamente inadatta, necessita di riparazioni urgenti. Nella seconda parte si arriva al momento che sconvolge il mondo di Rajna e la condiziona per il resto dei suoi anni. Dopo che lei è sbarcata, inaspettatamente la nave, su cui viaggia un equipaggio di trenta persone con la moglie del Comandante, invece di dirigersi verso i cantieri, parte per un ultimo viaggio durante il quale se ne perdono le tracce. Per giorni dalla Seagull non arrivano notizie né è possibile contattarla, nessuno la cerca, finché le insistenze di Rajna e il ritrovamento di qualche sparso relitto spingono l’armatore a chiedere di iniziare le ricerche. Da questo momento in poi comincia la guerra di Rajna contro l’opacità della catena di agenti, armatori, autorità liberiane, periti e avvocati che porta infine al processo in cui […] con una sentenza che prima di allora nessun collegio di giudici aveva pronunciato nei confronti di armatori di cargo con bandiera di comodo, si condannavano al carcere i proprietari per disastro colposo e omicidio plurimo colposo, con le aggravanti del tentativo di alterare i fatti. Una vittoria storica che porta, poco più di un anno dopo, all’approvazione della legge, la prima in ambito mondiale, che disciplinava la professione di raccomandatario marittimo attribuendo piena responsabilità civile e penale agli agenti che ingaggiavano equipaggi su navi straniere. Ma Rajna, donna di grande sensibilità sociale e politica, sincera democratica vivacemente impegnata nel flusso della storia, sa che non solo per Frane ha combattuto: Il mancato indennizzo alle vittime del naufragio era per lei la nota dolorosa nella vittoria comune. Avrebbe ricordato che i marinai degli equipaggi misti delle “carrette del mare” che battono bandiera ombra, con personale eterogeneo, inesperto, sono tra i lavoratori meno garantiti e, tra essi, ancor meno lo sono quanti arrivano dai paesi poveri, da ogni parte del mondo. Un’umanità che nessuno vede, chiusa nelle navi, che a malapena si affaccia sui moli, e per tutta la vita attraversa il mondi sui mari, ma che fornisce le merci, fa andare avanti l’economia: gli schiavi moderni, che restano a qualsiasi condizione, non richiedono aumenti salariali, protezione sindacale, indennità di malattia e infortuni, pensione, le cui famiglie non verranno mai risarcite se costoro resteranno vittime di naufragi. E alla fine del libro rimangono vive nel cuore e nella mente le immagini della Seagull che rolla e beccheggia, scricchiola e si lamenta, ormai incapace di tenere il mare, mentre gli ufficiali non riescono più a nascondere le proprie inquietudini e solo il Capitano nega che ci siano problemi.
La foto di copertina è di Dario Lanzardo.          

venerdì 11 gennaio 2013

Un nuovo motivo per scaricare questo libro - la copertina!

Finalmente sono riuscita a inserire come copertina dei Racconti fantastici e del margine la bellissima illustrazione che Chiara Negrini ha creato per il racconto "Alessandro il Grande vive e regna" quando uscì sul glorioso Alia - L'arcipelago del fantastico. Vado particolarmente fiera che Chiara, grande artista, abbia illustrato due miei racconti - l'altro è "Resurgam". Motivo di più per scaricare questo libro, e certo un grande piacere per chiunque la possa ammirare.
Adesso inoltre, cliccando sul link qui sopra si può leggere una ricca anteprima: tutto il  primo racconto, "Gatta, Topina e Buon Anno". Ovverossia, quel che succede a tre studenti stonati in visita scolastica al Museo Egizio di Torino.  

mercoledì 2 gennaio 2013

Guardarsi in uno specchio: Christos Ikonomou, Qualcosa capiterà, vedrai



Annunciato dalla fascetta editoriale come il Faulkner greco, Christos Ikonomou è nato a Atene nel 1970, ha pubblicato due volumi di racconti e lavora come traduttore dall’inglese e giornalista. Questa raccolta, uscita nel 2010, che esce molto tempestivamente per gli Editori Internazionali Riuniti con l’efficace traduzione di Alberto Gabrieli, ha ricevuto il più prestigioso premio letterario greco, il Premio nazionale per la narrativa breve. Al di là dell’indubbio valore letterario fa impressione il tema ossessivamente declinato nei sedici racconti: la crisi economica, la crisi e ancora la crisi, le sue conseguenze sugli individui, l’impossibilità di continuare con la propria vita e l’altrettanto angosciosa impossibilità di inventarne una nuova. Acquavite e sigarette sembrano gli unici palliativi rimasti, nemmeno l’amore, gli affetti familiari né l’amicizia possono sopravvivere alla disperazione strisciante, alla depressione che schiaccia, alla necessità che opprime, alla perdita dei sogni. Con una scrittura molto ricercata nella sua falsa oralità (si sente parecchio la lezione dei giovani autori americani, che forse Ikonomou frequenta intimamente come traduttore) l’autore tratteggia brevi situazioni e personaggi colti in un momento di intima sincerità che non concede scampo, tutti ambientati nei sobborghi a ovest di Atene. 

Christos Ikonomou è scrittore molto controllato, forse un po’ troppo, il che in certe pagine crea un certo senso di troppo costruito, una mancanza di spontaneità, e questo è il suo limite maggiore; ma forse è inevitabile, se non si vuole cadere nel patetismo che in qualche momento è sfiorato e subito scacciato dalla luce fredda e dalla penombra delle parole sapienti. Nello stesso tempo ha la capacità di colpire senza preavviso con qualche piccolo particolare che non lascia indifferenti: Quella vigilia di Natale al lavoro, in un magazzino di pezzi di ricambio al Korydallòs, dentro risate e canzoni e fuori la neve che copre il mondo e il mondo che brilla bianco e freddo e duro come un’aia di marmo. Così come difficilmente si possono dimenticare i vecchi in coda in una notte di gennaio fuori dal poliambulatorio per riuscire a farsi visitare (Le cose che si portavano appresso) con il loro fuoco acceso in un fusto e i discorsi poveri di parole e gravidi di senso, mentre gli automobilisti che passavano da via Petrou Ralli rallentavano e li guardavano. Ma loro non ci facevano caso. Avevano molto freddo e sapevano che senza fuoco non ce l’avrebbero fatta a passare tutta la notte sul marciapiede. Non gli importava che cosa pensava la gente, avevano altro per la testa. Erano ammalati e assonnati. Erano vecchi. Avevano altro per la testa. O il padre che ingoia chiodi per la vergogna e il dolore di vedere il figlio portato via dalla polizia (I pinguini fuori dall’ufficio contabilità), i vicini che smantellano la recinzione dell’antica casa espropriata per rubare le pietre tagliate (Un pezzo alla volta mi rubano il mio mondo), l’operaio licenziato che vive su una banchina del porto (Per la povera gente). 

Ma in realtà ognuno di questi racconti ha una sua necessità nella narrazione delle diverse forme in cui si declina l’umiliazione di chi viene sputato via da una società in cui solo chi possiede il denaro conta, anzi, esiste. Sarà difficile liberarsi da questo ritratto della Grecia di oggi, lo stesso che ci viene continuamente agitato davanti come spettro di quello che potrebbe diventare il nostro ritratto di domani. Quello che lascia il segno, che stringe il cuore, è la mancanza di speranza espressa da questa folla di personaggi tratteggiati, nonostante tutto, con affetto e rispetto. Un libro da leggere e magari rileggere, per non dimenticare che le vittime, quelli che pagano più di tutti, sono sempre gli stessi, e usiamo pure questa parola ottocentesca e politicamente scorretta: i poveri.             

sabato 29 dicembre 2012

L'antinostalgia: Francisco García Pavón, Le sorelle scarlatte



Nell’onda della nostalgia si potrebbe inserire anche questo Le sorelle scarlatte, che ho acquistato senza premeditazione, attirata dal bellissimo titolo e dall’altrettanto bella immagine di copertina (per quanto straimitate le scelte di Sellerio rimangono sempre inimitabili). Nulla sapevo di Francisco García Pavón (Tomelloso 1919 – Madrid 1989), inventore del Capo della Guardia Municipale di Tomelloso nella Mancia, Manuel Gonzáles detto Plinio, per cui mi sono trovata senza preavviso in un mondo assolutamente insospettato. La prima edizione spagnola è del 1969, quella italiana del 2010 (ignoro se ce ne siano state di precedenti e non ho voglia di andare a verificare). Ma la distanza tra il mondo di oggi e quello descritto nelle Sorelle scarlatte è molto, molto di più di quarant’anni, potrebbe essere di cento e non ci sarebbe niente da stupirsi. Plinio, che ha acquisito fama in alcuni casi risolti in precedenza, viene chiamato a Madrid per fare luce sulla scomparsa di due anziane gemelle, dette scarlatte in quanto rosse di capelli, che hanno trascorso la giovinezza a Tomelloso. Si porta dietro un veterinario-Watson, don Lotario, alloggia in un albergo dove vanno i tomellosani in trasferta, frequenta un caffè vicino alla stazione degli autobus dove i tomellosani emigrati cercano facce note in arrivo dal paese, incontra a ogni piè sospinto altri tomellosani che hanno affari da sbrigare nella capitale, come il Faraone, produttore di vino come tutti i gli abitanti del paese mancego. E la contrapposizione città-campagna, come quella modernità-vita secondo le tradizioni, è uno dei leit-motiv del romanzo, ma non il più importante né il più significativo. Anche Madrid, per dirla tutta, non sembra proprio una metropoli avveniristica, malgrado Plinio lamenti il traffico, l’indifferenza reciproca dei madrileni, la fretta che impedisce di vedere chi passa accanto, o registri fenomeni che lo colpiscono, come una coppia mista: Entrò un negro giovane e bello con una spagnola piccola dalle gambe storte. Se ne stavano molto appiccicati. Ordinarono da bere. Sembrava che la negra fosse lei. La vicenda va avanti lentissima con una moderata accelerazione finale, Plinio può tornarsene al paese a festeggiare una nuova vittoria, non c’è tragedia ma dramma sì, e anche commedia, e persino qualche sfumatura di farsa. Ma il mistero della scomparsa per Garcia Pavón è solo un pretesto per costruire uno spaccato sociale e perché Plinio possa esplorare luoghi e personaggi. Lo straordinario appartamento delle gemelle, immenso e carico di particolari bizzarri e macabri, lo chalet di Carabanchel e la campagna che diventa periferia, i caffè enormi e affollati, il panorama lontano di Madrid, un tempo città di provincia, fra il castigliano e l’orientale, con un non so che di malcelata povertà, mentre invece i grattacieli che oggi spezzano questo mediocre paesaggio urbano appartengono a un altro mondo, ad altre concezioni del tutto estranee a ciò che c’era prima: chiese, palazzi o strade galdosiane. Sono un nuovo manifestarsi della povertà e della mancanza di gusto, perché lo spagnolo oscilla sempre tra il conservatorismo più tetro e l’improvvisazione pazzoide. Le gemelle scarlatte, nubili, da tutti definite “pulite, pulitissime” e “delle sante”, la portinaia e la cameriera, “tipi” quasi da commedia dell’arte, gli studenti sgavazzoni con le straniere facili, il repubblicano sconfitto, la vedova scaltra e calda, soprattutto il Faraone, portatore e teorico di un vitalismo tanto eccessivo da essere quasi mortuario, da banchetto funebre. E d’altra parte di morte e di morti, anzi con i morti, si parla sovente in questo libro, non i morti ammazzati del poliziesco ma quelli familiari e quotidiani che si accumulano sulle spalle di chi continua a vivere. Le donne se sono vecchie sono ridicole, se sono moglie e madri sono angeli, se sono sul limite ambiguo dei "quasi cinquan'anni" sono smaniose e libertine, mentre le ragazze sono esibizioniste e facilmente imbabbionabili. Molti sono i temi d’interesse che vengono portati alla luce dalla ricerca di Plinio, primo fra tutti la ferita mai rimarginata della guerra civile, e le sue terribili conseguenze sulla vita degli individui oltre a quella del popolo spagnolo in toto. Il romanzo è stato scritto e pubblicato in epoca franchista, nessun vento di fronda lo attraversa, i personaggi si presentano dicendo “sono sempre stato di destra” come patente di buona condotta, e se non l’avessi letto nella bibliografia di García Pavón niente mi avrebbe potuto far sospettare che sia uscito nel 1969. Vi circola un’aria viziata di appartamenti e caffè pieni di fumo e di sentori di cucina, di scantinati mal aerati, non si sta mai all’aperto, al massimo in cortile o sulla soglia di casa. Lascia un gusto di vino rosso spesso e di cacciagione con intingoli molto gustosi, lascia soprattutto il contrario della nostalgia per quei tempi. Grazie al cielo che non sono nata lì né allora. García Pavón è un ottimo scrittore, un giallista sui generis, portato alla riflessione su ogni aspetto della vita e con l’ambizione di dipingere un quadro sociale, il che gli riesce benissimo. Ma è portatore di una mentalità terribilmente legata a modelli di virilismo, maschilismo, antimodernismo, chiusura, che ora fanno arrossire persino a leggerli ma lui esprimeva senza pudore, senza filtri, come se il resto del mondo fosse già così oltre che non riusciva neppure a vederne il didietro in fuga. Io raccomando vivamente Le sorelle scarlatte, è un  libro che si legge bene, può indurre alla riflessione come è successo a me, ma è non necessario per trarne godimento. In ogni caso non perdetevi le pagine 163-164 che mi piacerebbe citare in toto perché rappresentano un’anomalia storica, una teoria sulla natura della donna fuori tempo massimo che fa quasi tenerezza per il candore con cui è esposta. Mi limito a queste poche righe: Le donne sono la terra stessa fatta persone, sempre a rasentare il piatto, il lenzuolo, il sangue e il latte. Sono la nostra coperta, il nostro grumo di sangue, placenta, pesce, cacchetta di neonato, coperta, benda, lavacro; carne fatta figura che rasenta la terra. […] Noi camminiamo, la testa piena di pensieri ambiziosi, astrazioni, musica purissima, assoluto, ma sempre sotto o sopra di loro, sempre al ritmo delle loro natiche e del loro fiato, dei loro lenti sacrifici, del loro zuru-zuru che ci incatena a questa povera terra su cui viviamo per un po’ nel mondo. Ahi Francisco García Pavón. Ti sia lieve la terra e grazie per avermi fatto fare una risata sincera leggendoti a pgg. 163-164 dell’edizione Sellerio, e avermi fatto provare l’emozione dell’antinostalgia.
L’ottima traduzione di Maria Nicola conserva una gustosa patina d’antan che contribuisce molto alla gradevolezza della lettura.       

domenica 23 dicembre 2012

Nostalgia canaglia: Rudyard Kipling e Downton Abbey, Ivo Andrič e l’infanzia, Edmondo De Amicis e le bambole



Io non sono una che si commuove sui bei tempi andati, non rimpiango né l’infanzia (dio mi scampi)  né le cameriere in crestina e guanti né i valori perduti né quando la vita era più semplice ecc ecc (dio mi scampi il doppio). Mi piace abbastanza quello che mi vedo in giro e mi secca tantissimo pensare che da un certo momento in poi, senza scomodare la fine del mondo, mi perderò un sacco di novità e cambiamenti. Però mi piace sbirciare in altri tempi come mi piace sbirciare in altri luoghi, e l’occasione di questo post sono le tre ultime letture che ho fatto, fortemente connotate al passato e in grado di scatenare nostalgie di vario tipo.
Rule Britannia. Sto seguendo con molto piacere il serial Downton Abbey, ottimamente fatto e pieno di attori così bravi che sembra impossibile non siano tutti star galattiche. Quest’estate ho letto le memorie di una cuoca inglese, Below stairs di Margaret Powell (ora pubblicato da Einaudi Stile Libero, con il titolo di Ai piani bassi, traduzione di Carla Palmieri e Anna Maria Martini), sul mondo delle grandi case viste dal seminterrato; adesso è stato il turno di un libro di Rudyard Kipling, The eyes of Asia, quattro racconti ambientati durante la prima guerra mondiale e pubblicati nel 1918. Non so se siano stati tradotti in italiano; non sono riuscita a trovarne notizia come libro a sé stante, ma probabilmente sono presenti in qualche collettanea di racconti. Se leggete in inglese e avete un Kindle, li potete scaricare aggratis su Amazon. Riportano all’atmosfera e al momento storico raccontato in Downton Abbey, un momento in cui l’impero britannico era ancora ben lontano dal disfacimento, l’orgoglio e il patriottismo riempivano tutti i petti e la guerra li esaltava. Il buon Rudyard, solitamente ottimo scrittore di racconti (leggete Plain tales from the hills e i racconti dell’orrore tipo il celeberrimo Il risciò fantasma, oltre che L’uomo che volle farsi re e altri; per non parlare di un romanzo come Kim, pieno di ammirazione e conoscenza dell’India) si abbandona qui al suo penchant  per il colonialismo e l’imperialismo dando voce a quattro soldati dell’esercito britannico, tre indiani e un afgano, sikh e musulmani ovviamente, gli indù non erano buoni soldati per il Raj, che scrivono ai famigliari in patria. Uno, ferito, è ospite di una magione nobiliare trasformata in convalescenziario militare: l’esatta situazione di Downton Abbey. Gli altri si trovano in Francia, alloggiati presso famiglie locali che li trattano come figli, le padrone di casa si preoccupano di quello che mangiano, che siano ben coperti, che i loro vestiti siano puliti e disinfestati. Tutti si stupiscono di come sono ben trattati (non faccio niente e nessuno si arrabbia con me! gli inglesi scrivono le lettere per me sotto dettatura come se fossero scrivani da bazar! le donne sanno leggere e scrivere! i bambini non portano gioielli così nessuno li assale per derubarli, vanno a scuola, portano le bestie al pascolo! persino i cani si rendono utili badando alle bestie, ecc ecc), sono pieni di ammirazione per il livello di civiltà che li circonda, per come sono ben coltivati i campi, perché la gente non bisticcia e non mente (mah!!! intanto sono lì per una guerra che è un massacro, e mi pare un po’ peggio di una lite tra compaesani), si commuovono per la morte sotto le bombe di una piccina tanto vivace e graziosa. Insomma, gli occhi saranno pure quelli dell’Asia ma il ventriloquo che fa parlare i personaggi è un europeo convintissimo della sua superiorità (la cosa curiosa è che molta di questa ammirazione asiatica è dedicata ai francesi, solitamente non proprio oggetto di stima per gli spocchiosi inglesi). Perché leggerlo? Perché letto con gli occhi dell’Europa, e di oggi, è divertente e molto istruttivo. Perché anche voi state seguendo Downton Abbey (e se non lo fate, non sapete che cosa vi perdete). Perché è un atto di presunzione che può far riflettere anche oggi, che moltissimi “occhi dell’Asia” ci osservano tutti i giorni da molto vicino, e sicuramente non sono benevoli e pieni di ammirazione come quelli di Kipling.   
Seconda tappa nel mondo della nostalgia, i racconti di Ivo Andrič Litigando con il mondo. Ragazzi che giocano nell’indimenticabile Vişegrad di Il ponte sulla Drina, e studiano a Sarajevo. Ragazzi che vivono un’infanzia di una libertà nemmeno immaginabile per quelli di oggi chiusi sempre in spazi protetti, siano le loro stanzette piene di giochi o le palestre, i campi sportivi, le aule scolastiche, le macchine, ecc. Questi racconti, scritti tra il 1936 e il 1958, colgono i giovani protagonisti nel momento in cui si scontrano con un particolare della vita che non capiscono: questo li costringe a interrogarsi, a fare uno sforzo per appropriarsi di un pezzetto di comprensione in più, e in questo processo inevitabilmente crescono. Sono anche interessantissimi spaccati di vita in un paese sempre in bilico tra Europa e Oriente, e ancora di più tra modernità e un modo di vivere immobile, antico, ormai decisamente esotico per il lettore moderno. Leggete a questo proposito Il Panorama, in cui il protagonista viene completamente stregato da una sorta di lanterna magica che presenta scene di vita da tutto il pianeta, e si forma una sua idea del mondo in cui vive a partire da quelle fotografie, immaginando anche la vita futura dei personaggi che vi appaiono, in una vertigine immaginativa che lascia senza fiato. O La gita e La torre, dove i giochi si svolgono in scenari gravidi di passato e di storia ormai incomprensibili ma pur sempre carichi di significato emotivo. E le mamme di oggi rabbrividiranno al pensiero dei loro figli intenti nei passatempi descritti in Sulla riva, dove i bambini attraversano a nuoto la Drina avanti e indietro finché non fa troppo freddo per continuare: […] La fredda acqua verde scuro, ricoperta dalle ombre del crepuscolo, li accolse facendoli rabbrividire, mentre la corrente trascinava via i loro corpi leggeri, stanchi e affamati dopo tanti bagni. Ma loro opponevano resistenza, nuotavano, lanciando strilli per il freddo e dirigendo gli sguardi verso la riva illuminata. Altro motivo di nostalgia, oltre a quello che scaturisce dalla descrizione di un mondo che non potremo mai conoscere perché sparito ormai da troppo tempo, è la scrittura elegante, calma, preziosa, capace di raccontare storie infantili senza venire meno alla sua perfezione. E poi, ricordo il piacere provato quando ho letto Il ponte sulla Drina, uno di quei libri che mi hanno aperto il cuore e la mente come un mio personale Panorama. Ancora adesso certi libri mi rapiscono ma non ho più i vent’anni di allora e non è più la stessa cosa. Ricordo anche che lo imprestai a un mio moroso del tempo (mi è sempre piaciuto condividere i libri che amo molto) magnificandoglielo, e quello quasi mi strozzò perché la scena iniziale del romanzo è un impalamento molto minuzioso, assai migliore di quello descritto da Mo Yan in Il supplizio del legno di sandalo. Mai capiti quelli che rabbrividiscono virtuosamente per le scene di violenza, sesso, perversione ecc nei libri. Son parole, mica fatti, se son ben scritte leggerle è un piacere, se sono brutte non fanno impressione perché falliscono il loro scopo, no? Mah. Comunque, quello dopo pochissimo mi ha mollata. 
L’ultima nostalgia letteraria per oggi è suscitata dalla lettura del racconto di Edmondo De Amicis Il “Re delle bambole”, Sellerio 1980, non credo che riuscirete a trovarlo, io ho avuto la fortuna di scovarlo nella nuova libreria Il Ponte sulla Dora in via Pisa, a Torino. E qui la nostalgia è privatissima, e si è scatenata quando ho aperto la prima pagina e ho letto Così lo chiamano molte delle sue piccole clienti, ed è Gerardo Bonini, inventore, fabbricante e negoziante di bambine inanimate, che ha la bottega in via Roma. Quel nome, Bonini, mi ha riportata di gran corsa alla mia infanzia in cui uno dei piaceri più grandi, concesso con magnanimità ogni volta che si passava nei paraggi perché assolutamente privo di rischio economico, era andare a vedere le vetrine del negozio di giocattoli Bonini, in piazza Solferino. Santissima ingenuità della mia età bambina. Mai mi sarebbe venuto in mente che qualcuno di quei tesori in vetrina avrebbe potuto diventare mio, erano inattingibili, al di là di qualsiasi rapporto con la realtà. Puro regno del desiderio e del sogno. Mi bastava sognare, e anche adesso mi piace tantissimo guardare con desiderio vetrine cariche di tesori che non possiederò mai e non desidero neppure possedere. Be’, per tornare a De Amicis, questo breve racconto, quasi più un articolo-intervista che una narrazione, è molto godibile anche se non indimenticabile. Lo scrittore si bea della vista delle bambole e dal giocattolaio si fa raccontare delle sue piccole clienti, come si comportano per ottenere le bambole di cui si sono incapricciate, dell’amore che le lega a quel mondo anche quando sono cresciute, e per parte sua si lascia andare all’immaginazione facendosi trascinare in una ridda di creature meccaniche un po’ buffe un po’ inquietanti. Con tono amabile e sotteso di ironia, fatica a allontanarsi dalla bottega e confessa alla fine della visita Insomma… mi divertivo. Non ho ben capito la postfazione di Carlo A. Madrignani, che vuol vedere in questo resoconto discorsivo e sorridente un sottofondo di inquietudine. Io ho giocato furiosamente con le bambole, ne ho amate alcune di un amore appassionato, e non ho mai perdonato a mia madre che a mia insaputa una volta ne ha fatto un bel sacco e le ha regalate alle suore dell’oratorio. Va be’, storia passata, ma ancora mi si torce lo stomaco a pensarci. Ora, la nostalgia nasce anche dal fatto che il negozio di Bonini ha chiuso di recente. Certo, ci sono effetti della crisi molto più pesanti, ma questo non glielo perdono. Non ci sarà mai più nessuna vetrina come quella.  

giovedì 13 dicembre 2012

Progetto Alga - premiazione del vincitore 2012 e presentazione finalisti 2013

Allora, finalmente martedì 18 dicembre 2012 alle 18,30, al Circolo del Lettori di Torino, in via Bogino 9, ci sarà la premiazione del vincitore dell'edizione Alga 2012 e la presentazione presentazione dei cinque nuovi autori Alga e dei loro libri. Saranno presenti tra gli altri Francesco Gallo, Valeria Amerano, Marisa Porello, Silvestro Catacchio, Mariagrazia Nemour, Carlo Bertolini e Claudia Manselli, oltre alla sottoscritta, a Antonella Parigi e ovviamente Alessandro Pradelli, cioè l'ideatore e realizzatore del Progetto. 
Nel caso che qualcuno avesse dimenticato di che cosa si tratta (ma nessuno che sia passato nei miei paraggi negli ultimi tre anni è stato risparmiato! non parlo d'altro e non faccio altro che occuparmene), il Progetto Alga è una scommessa vinta con onore: tre anni fa un gruppo di giovani ardimentosi mise su questa piccola casa editrice, copletamente autofinanziata, che gestisce un Premio letterario che pubblica cinque libri (in versione sia cartacea che digitale) scelti tra i manoscritti arrivati alla giuria. I libri poi vengono commercializzati fuori dai canali commerciali tradizionali, saltando la trafila della distribuzione, in negozi partner e eventi vari, al prezzo incredibile di 3 €. La prima edizione è stata vinta da Claudia Manselli con L'orologiaio, vedremo martedì chi ha vinto la seconda e quali saranno i candidati per la terza. Altra caratteristica del Progetto Alga è il coinvolgimento degli autori pubblicati nel comitato di lettura dei testi dell'edizione successiva, contrbuendo così a creare una sorta di comunità di scrittori e lettori molto stimolante e simpatica. La formula ha funzionato benissimo, superando le difficoltà che la situazione attuale crea a imprese assai più esperte e solide, e Alga procede con il vento in poppa. 
Martedì al Circolo del Lettori avrete l'occasione di conoscere un'iniziativa nuova e vincente, molti autori interessanti, parecchi bei libri (ormai sono quindici quelli scelti per la pubblicazione, più uno fuori concorso), e di procurarvi ore di lettura appassionante e regali natalizi che vi faranno fare un'ottima figura a un prezzo veramente imbattibile, il che di questi tempi fa piacere.