sabato 22 novembre 2008

Ancora "Lei coltiva fiori bianchi"

Mercoledì 26 novembre 2008, alle ore 17,30 parteciperò a un incontro organizzato dalla Provincia di Torino in via Maria Vittoria 12, Sala Marmi, e dall'Associazione "La donna e l'arte", con al mio fianco la valida e stimolante presenza di Silvia Treves e Alessandro Defilippi, per chiacchierare di Lei coltiva fiori bianchi. Si parlerà anche di un altro libro, "Anna di Cipro", con l'autrice Donatella Taverna. Spero, soprattutto per i miei relatori, che il pubblico sarà folto e partecipe.

lunedì 10 novembre 2008

Un pronome neocon


Di questi tempi confusi, neobacchettoni e smandrappati, ne succedono di tutte. Una che non mi piace è il ritorno dell’orrido loro come dativo plurale, o meglio complemento di termine plurale di essi. In parole povere, con un esempio: ho detto loro di stare zitti/e è tornato in forze, dopo che l’uso l’aveva sostituito con l’assai più agile e sciolto gli ho detto di stare zitti/e. Un tempo retaggio solo delle frange meno letterate, ma proprio per questo più conservatrici e preoccupate di fare bella figura, del corpo docente, oggi fa capolino dovunque. In compenso, sui giornali ormai è prassi le ho detto di stare zitto (a Rambo) e gli ho detto di stare zitta (a Madonna). Orrore su orrore.

martedì 4 novembre 2008

Sarah Sajetti, Volevo solo un biglietto del tram

Giovedì 6 novembre alle ore 21,30, all'Extreme di via San Massimo 31, presentazione del giallo Volevo solo un biglietto del tram di Sarah Sajetti, edizioni Robin, ambientato, nell'ambito della collana I luoghi del delitto, nella Milano lesbica, che si è piazzato al 2° posto del I Premio Belgioioso Giallo. Sarà presente l'autrice che converserà con la sottoscritta. Sarah Sajetti, milanese, è stata direttrice del mensile di cultura gay e lesbica Babilonia, attualmente è caporedattrice del periodico Reallife e collabora con diverse testate. Il romanzo è un giallo frizzante e vivamente raccomandabile, reso particolarmente interessante dall'ambientazione e dalla competenza con cui Sarah Sajetti padroneggia la trama, un classico whodunnit con dei risvolti sorprendenti e rovesciamenti dei cliché di genere. Il linguaggio è vivace e inventivo, spesso divertente.
La trama: Chiara, giovane lesbica che si inventa la vita tutti i giorni ma ha anche specifiche professionalità creative, decide con l'amica Simona di girare un film sulla propria vita e le proprie catastrofi sentimentali. Proprio alla vigilia del primo ciak la protagonista, Silvia, viene trovata cadavere. A indagare sulla vicenda arriva l'affascinante commissaria Alessandra Pastore, che con l'aiuto di Chiara inizia a esplorare gli ambienti in cui si muovevano la vittima e le altre donne implicate. Il risultato è un appassionante viaggio nei sentimenti, i riti, gli svaghi, gli intrecci e le tensioni che covano nella vita lesbica milanese.
Un assaggio: Averne di idee! Ho il cervello impacchettato, non riesco a pensare assolutamente a niente e nella mia testa ci sono solo dei nomi che rimbalzano da una parte all'altra immersi nella più completa oscurità, come quando butti giù l'ultimo mattoncino dell'ultima schermata di The wall.

domenica 2 novembre 2008

King, Pamuk e un consiglio per gli acquisti

2/12/2011
Comincio dal consiglio per gli acquisti perché l'orrido natale si avvicina e bisogna pensare ai regali, crisi permettendo. Allora, per i più piccini a cui volete bene, non proprio piccolissimi ma in età possibilmente pre–giochini elettronici, sempre che esista: un meraviglioso Piccolo museo di Babalibri, opera di Alain Le Saux e Grégoire Solotareff con la collaborazione di Mantegna, Ghirlandaio, Velasquez, Bosch, Van Gogh, Ensor, Goya, ecc ecc. E' un abbecedario, da "albero" a "zuffa", composto da particolari tratti da quadri famosi e meno famosi, che visti così fuori contesto si caricano di un significato e di una poesia indescrivibili. E il genitore che troverà il tempo di sfogliarlo con la propria creatura ne trarrà a sua volta grandissimo piacere. Io l'ho trovato nel bookstore della Gam di Torino, è stato ristampato nel 2007. Vivamente, entusiasticamente consigliato per tutti.

Quanto a Stephen King, ho letto un suo libro, Duma Key, dopo moltissimi anni dal primo e ultimo letto in precedenza, Pet Sematary, che mi aveva talmente disturbata da tenermi definitivamente lontana da questo autore. Già allora, però, avevo apprezzato l'abilità di scrittura di King, capace di creare un mondo realistico, concreto e quotidiano in cui scatenare le sue fantasie orrorifiche. In quel lontano romanzo anche queste fantasie mi erano sembrate magnifiche nel loro genere, solo che evidentemente toccavano dei punti per me troppo sensibili. In Duma Key ho ritrovato, ancora di più di quanto mi ricordassi, una grandissima capacità di scrittura, un'abilità di creare un ambiente e un'atmosfera veramente fuori dal comune. La prima parte mi ha preso senza riserve. Il protagonista, Edgar Freemantle, ricco costruttore, ha un incidente gravissimo in cui tutta la parte destra del suo corpo rimane menomata, gli viene anche amputato il braccio destro. In seguito anche il suo matrimonio si spezza, e lui si trasferisce in un'isola della Florida, Duma Key appunto, dove cerca di rimettersi insieme dedicandosi alla pittura. Proprio dipingendo comincia a sentire le prime inquietudini, soprattutto la presenza di un fantasma del braccio mancante che pare dotato di vita propria... Non vado avanti nel racconto della trama, dico solo che è fantastica la bravura di King nel comunicare la condizione di un uomo menomato che faticosamente si adatta alla nuova vita e insieme vede crescere il suo, fino a quel momento insospettato, talento di pittore. Quando poi l'aspetto horror prende il sopravvento confesso che mi sono anche un po' annoiata, a parte un po' di tensione non mi ha né sorpresa né coinvolta. Comunque nell'insieme è uno di quei libri che non si riescono a mettere giù, so di non dire niente di nuovo ma confermo l'opinione di chi afferma che King è uno scrittore notevole. Forse è anche uno scrittore che avendo avuto un successo stratosferico con l'horror ha dovuto continuare su quella strada, e probabilmente non è facile trovare tutte le volte una paura più paurosa di quella precedente.

Di Orhan Pamuk, uno dei miei grandi amori letterari, ho letto ultimamente La nuova vita, un libro del 1994, uscito da Einaudi nel 2000. Dirò subito che non ho capito di che cosa parlava, a parte il fatto che il nucleo è lo stesso di tutte le opere di Pamuk che ho letto, il contrasto tra tradizione e modernità, oriente e occidente, oscurantismo e idealismo, nostalgia e speranza. Insomma: c'è un libro così sconvolgente che basta leggerlo per rinnegare la propria vita e desiderare solo di fuggire. Lo studente universitario Osman lo legge e contemporaneamente si innamora della bella Canan, e come conseguenza abbandona gli studi e la madre vedova per seguire Canan, che non lo ricambia, alla ricerca degli autori di un complotto contro il libro, in realtà sulle tracce di Mehmet di cui la ragazza è innamorata... Non posso dire che man mano che la trama si svolge abbia capito molto di più. Ma posso invece dire che non me ne è importato granché, tanto il fascino della scrittura di Pamuk mi ha presa. I viaggi notturni in autobus per le strade dell'Anatolia centrale, le stazioni di rifornimento e i loro tristi clienti, le stanze degli alberghi solitari, gli incidenti, la pioggia, il buio, gli schermi baluginanti che trasmettono sempre sparatorie e inseguimenti, sono una musica di cui non capivo le parole (ma invece proprio le parole mi hanno incantata!) ma che non mi stanca mai. Oltretutto in molti dei luoghi attraversati da Osman e Canan sono stata quest'estate, e invece in altri viaggi ho preso quegli stessi autobus notturni che secondo Pamuk hanno continui, sanguinosi incidenti, con decine di vittime. Pamuk ha il dono della nostalgia, della tristezza lancinante che prende nelle sere di pioggia d'autunno, in città. Esattamente come questa sera lì fuori dalle mie finestre, solo che lui ha le parole più precise, struggenti e preziose che esistano per descriverla e farla diventare un piacere.

mercoledì 22 ottobre 2008

L'attimino fuggente, 4

C'è un argomento che esito a riprendere ma mi opprime, mi angustia, mi irrita e mi fa sentire inadeguata ai tempi. Si tratta delle sciatterie che leggo nella prosa dei giornali, ancora più di quel che sento tra radio e televisione. Ad esempio, è ormai invalso l'uso di interpretare il "mi" dei falsi riflessivi come un "a me" invece del "me" che è in realtà. A me opprime, a me angustia, a me irrita, a me fa sentire inadeguata la sciatteria del linguaggio. Orripilante ma entrato nell'uso senza, credo, che chi l'utilizza si renda assolutamente conto che è scorretto. Altro esempio, l'invenzione di verbi che velocizzano, come l'incredibile, ma esistente perché l'ho letto oggi sulla Repubblica, "tappare" per "fare tappa": quando X tappò a Genova... Il più ridicolo l'ho letto nella lettera di una tizia che si lamentava di non trovare bocchi lavorativi alla sua altezza, sempre su Repubblica: sono una ragazza di trent'anni, laureata in xy, masterizzata a Londra. E mode di cui non si sentiva la necessità, come spiaggiare invece al posto di arenarsi. O l'uso arbitrario di accezioni dovute, sembrerebbe, a un malinteso iniziale che poi si fa regola: paventare nel senso di far paura invece di temere, prevedere, molto di moda in questo periodo sui giornali, o rampollo inteso come giovane di famiglia importante. Per non parlare dei verbi intransitivi usati transitivamente, una vera epidemia.
Smetto qui perché sento che mi sta già venendo l'orticaria, e poi so di non fare bella figura a mettere in piazza le mie fisse. Ma lo farò ancora. Mi propongo sempre di tenere una lista degli attimini fuggenti in cui inciampo, poi opero una specie di rimozione che mi salva sul momento ma non è sana.
Resta il fatto che, non ho timore di ripetermi, a ognuno dei fare sesso che ormai costellano qualsiasi doppiaggio cinematografico e televisivo come le margherite costellano i prati in primavera, e con meno frequenza gli articoli giornalistici, i miei capelli imbiancano e i miei nervi si logorano e i miei denti si stringono, l'umore mi si abbassa. Al momento è il mio arcinemico linguistico.

domenica 19 ottobre 2008

Ma quante scritture ci sono?

Periodo di grandissima pigrizia, impotenza a scrivere, piccoli impegni che distraggono e tolgono energia. Pensare che ne avrei avute di cose su cui riflettere. A cominciare dall'incontro con Silvia Treves e Alessandro Defilippi avvenuto nell'ambito di "Portici di carta", che partendo dal mio libro Lei coltiva fiori bianchi, creatura della CS_libri, si è trasformata in una piacevolissima conversazione su temi che stanno a cuore a tutti e tre in quanto scriventi e leggenti. Ma sono passati venti giorni, è un po' tardi. O le riflessioni suscitate dal dialogo tra Francesco Gnerre e Andrea Demarchi avvenuto nella libreria Legolibri di Torino e intitolato "Omoculture. L'omosessualità tra cinema, musica e psicologia. L'eroe negato, la rappresentazione dell'omosessuale nella cultura contemporanea" in cui l'interessante excursus sulla figura dell'eroe omosessuale riguardava in realtà l'autorappresentazione e non ha toccato neanche un'autrice né un'eroina omosessuali, lasciandomi il dubbio che nel titolo, malgrado il plurale, mancasse l'aggettivo "maschili". Così anche l'inevitabile interrogativo iniziale, "esiste una letteratura omosessuale?" mi è parso mal posto se riguarda solo una parte della questione. E ripensando anche all'interessante scambio di opinioni con Alessandro Defilippi e Massimo Citi sulla "scrittura femminile" in questo stesso blog, nei commenti al post Dove nascono le storie del 15 settembre, mi è venuto un brivido di solidale comprensione per le scrittrici lesbiche, che dovranno interrogarsi ogni volta che si mettono al lavoro: esiste quello che scrivo? esisto io stessa, e sto davvero scrivendo? Rifletterò ancora su questo tema, anche perché il 6 novembre sera, all'Extreme di via san Massimo, presenterò il romanzo di Sarah Sajetti, Volevo solo un biglietto del tram, un giallo frizzante ambientato nella Milano lesbica. Ma non c'è verso, la testa mi funziona poco, e per il momento non ho altro che domande.

sabato 4 ottobre 2008

Ballata lusitana, di Camilo Castelo Branco

Quando vogliamo riconciliarci con il nostro mondo e l'oggi che non ci piace, niente di meglio che fare confronti con il passato per poter dire: in fondo l'ho scampata bella, avrebbe potuto andarmi molto peggio. Soprattutto "noi ragazze" abbiamo mille motivi per rallegrarci di essere nate hic et nunc. Questi sono i pensieri che mi ha suscitato la lettura di Ballata lusitana di Camilo Castelo Branco, pubblicato nel 2008 dalla casa editrice Marlin di Cava de' Tirreni, con la traduzione di Célia Pereira da Silva. La vicenda è tutto sommato semplice: l'io narrante, senza nome, in un momento di particolare infelicità si trova a passare in un villaggio dove incontra Afonso de Teiva, un vecchio compagno di università, irriconoscibile nella sua condizione di gentiluomo di campagna, sposato, con otto figli e il nono in arrivo. Dopo avere trascorso insieme alcuni giorni Afonso gli racconta come, da ricco e brillante giovanotto, si è trasformato in uomo modesto ma felice. E manco a dirlo, la rovina e la salvezza gli sono entrambe venute da una donna. La prima è una femme fatale anche un po' dark lady, che lo trascina nei gorghi dell'adulterio e della rovina finanziaria, la seconda è la santa donna che lo ama in silenzio e poi lo sposa restituendogli la vita. Non a caso il titolo originale di questo romanzo è Amor de salvacao (la grafia in portoghese richiede una c con la cediglia e una tilde sull'ultima a, ma non so dove andarle a pescare), amor di salvezza, e fa seguito a Amor de perdicao (vedi sopra), amor di perdizione, anche se all'amore santificato dedica poche pagine rispetto a quelle in cui racconta l'abiezione e il degrado di Afonso per colpa della perfida (?) Palmira. La quale, a dire il vero, ha una vita piuttosto complicata, orfana nell'infanzia, il tutore la chiude in convento e la tira fuori solo per farle sposare il proprio figlio rozzo e ridicolo, naturalmente per appropriarsi del suo patrimonio. Ma non una parola di questo, nessuna compassione per la sua infelice adolescenza reclusa, nessuna scusante per i suoi tentativi di essere meno infelice. I suoi peccati sono troppi, e tra questi ci sono anche il fatto che è sportiva (ama cavalcare) e vuole studiare (acquista un mucchio di libri senza consultare il marito e li legge persino, facendosi una cultura!). Insomma una donnaccia. Per fortuna Afonso è amato dalla cugina Mafalda che lo va a riacciuffare per la collottola quando tocca il fondo, lo sposa e gli fa quasi nove figli. Anche di lei non sappiamo se è soddisfatta di come sono andate le cose, o se magari, nelle ore di insonnia, si prende a schiaffi per essersi rovinata con le proprie mani.
Il romanzo è divertente perché è uno spaccato della società portoghese dell'ottocento, sia quella di provincia che della brillante Lisbona. Inoltre, magrado l'apparente moralismo, è facile intuire che sotto sotto al buon Camilo (come viene chiamato affettuosamente dai suoi compatrioti) la seconda vita di Afonso fa un po' senso, e non gli invidia Mafalda, mentre Palmira chi sa, almeno era bella e non partoriva a ripetizione...
Camilo Castelo Branco (1895-1890) era uno di quelli che a buon conto possono dire la mia vita è un romanzo. Figlio illegittimo e subito orfano, fu allevato nel nord del Portogallo da tre zie zitelle, studiò in seminario poi all'università di Coimbra, sempre incerto tra farsi prete e dedicarsi alla letteratura. Prese gli ordini minori poi divenne scrittore. Fu arrestato due volte, la prima per avere disseppellito la giovanissima moglie e la seconda per avere commesso adulterio con una donna sposata. Scrisse 260 libri tra romanzi, opere teatrali e saggi, divenne famosissimo, fu nominato visconte, poi dovette smettere di scrivere per la cattiva salute, cadde in miseria, divenne cieco a causa della sifilide, infine si suicidò con un colpo di revolver. E' esponente del romanticismo e fu a lungo in competizione con Eca de Queiroz, più giovane di lui di vent'anni ma contemporaneo come scrittore e alfiere del realismo. Le sue opere sono spesso illuminate dal sarcasmo e dall'umorismo che ne attenuano il moralismo, e la sua lingua è la più ricca e variegata della letteratura ottocentesca lusitana. In Italia non è molto tradotto per cui alla casa editrice Marlin va il merito di una proposta rara e molto interessante.