domenica 23 dicembre 2018

Un incontro davvero prezioso per capire la storia recente dell'Iran: Chahdortt Djavann, Vengo da altrove

Questo snello e veloce libretto (ma solo per le dimensioni) di
Chahdortt Djavann, Vengo da altrove, è uno dei testi più efficaci, interessanti e illuminanti sull'Iran che abbia incontrato. Ed è anche di lettura molto gradevole, con una struttura a brevi capitoli legati a momenti del passato dell'autrice e contemporaneamente a precisi snodi storici. Seguiamo così i passi di Chahdortt Djavann da quando era una studentessa dodicenne, legatissima a Sara e Mahsa, compagne di classe, come lei provenienti da un ambiente colto, laico e di sinistra. La rivoluzione komeinista le proietta in un mondo di divieti, controlli, obblighi, spioni, delazioni, ricatti e molto peggio. La reazione è forte, ma la dittatura religiosa vince su tutta la linea e la vita di tutti ne è totalmente sconvolta.

Spariscono le sicurezze e spariscono, cosa ben  più grave, le persone. Tutto diventa difficile, neanche l'amicizia più salda riesce a opporsi alla follia della repressione di ogni resistenza. Gli anni passano, la protagonista sopravvive, come tutti, scavandosi i suoi spazi negli angoli dove non arrivano gli sguardi inquisitori dei pasdaran, degli insegnanti, dei guardiani della morale assatanati nel loro sforzo di controllare tutti i comportamenti dei cittadini, fino al più piccolo gesto. Solo in casa, dove nessuno può fare la spia, ci si rilassa, ma con molta cautela. Dopo gli anni dell'università a Bandar Abbas, nel 1993 Chahdortt Djavann emigra in Francia e ricomincia una vita da esiliata: Sette anni fa, non sapevo nè leggere, né scrivere, né parlare. Nemmeno una parola. Era una notte d'inverno, arrivai a Parigi. Il suo sogno era stato diventare scrittrice, e trovarsi in un paese libero le dà la sicurezza di poter presto scrivere il suo primo libro. Ma l'indomani mattina, dal fornaio, non avevo le parole necessarie per chiedere la mia baguette. 

Nulla ci racconta della sua vita in Francia in quegli anni, ma sono stati anni di successi e nel 1998 torna a Teheran per rivedere persone e luoghi che le appartengono. Ma l'impatto è tremendo. Non c'è più nulla di quello che ricordava, sparita la resistenza sia pubblica che privata, dappertutto regna un  adattamento silenzioso impastato di paura e ipocrisia, mentre la frattura tra pubblico e privato si manifesta soprattutto nell'arrogante sicurezza dei ricchi, che nel chiuso delle lussuose dimore si comportano come occidentali e trascorrono all'estero tutto il tempo che possono. E peggio di tutto, è il cambiamento interiore delle persone, ormai dimentiche degli ideali di democrazia e libertà e pronte a scendere a compromessi anche pesanti per sopravvivere.
Una settimana dopo, ero a casa mia. Nella mia camera. A Parigi.

Quello che rende così interessante e leggibile questo libro è anche il fatto che non c'è giudizio, moralismo, senso di superiorità in Chahdortt Djavann. La sua è una voce piena di dolore ma anche lieve, oggettiva nella narrazione, mai pesante, la voce di qualcuno che ha vissuto momenti terribili e li ricorda benissimo, è riuscita a salvarsi e non può che capire chi è rimasto in patria a affrontare giorno dopo giorno una realtà difficilissima.
Questo è un libro che mi sento di consigliare a tutti quelli che nella lettura cercano qualcosa in più della soluzione di un delitto o una storia d'amore, anche se non hanno un interesse particolare per quest'angolo di mondo. E' un libro bello, ben scritto, interessante, e devo dire che mi ha fatto capire concretamente molte cose sulle vicende dell'Iran, dandomi l'impressione di una presa diretta sulla realtà. Traduzione di Tommaso Guerrieri. Se siete fortunati lo troverete su qualche bancarella, dove il magnifico catalogo Barbès è venduto a 1 euro (un'occasione da non perdere davvero, ci si possono fare scoperte davvero preziose).                    

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