mercoledì 26 novembre 2014

La passione disperata e la difficoltà di amare: James Purdy, Rose e cenere

Che strano, disturbante libro è questo. Ambientato a Chicago negli anni della Grande Depressione, con un soffio di guerra che incombe, segue le vicende di un gruppo di personaggi in continua, fluida trasformazione. Sono tutti variamente emarginati, diversi, esclusi, non omologati, e impossibili da definire secondo i parametri letterari comuni. Seguiamo i complessi intrecci sessuali e passionali che legano lo scrittore fallito Eustace detto Ace, sua moglie Carla, la pittrice Maureen, il giovane e fatale Amos, il virile, inconsapevole e stoico Daniel, Reuben il milionario, l'ufficiale sadico e molti altri. Ognuno di loro ha in sé un nucleo oscuro di disperazione, di angoscia, di bisogni insoddisfatti, che lo spinge a comportamenti a volte incomprensibili a volte autodistruttivi, in una lotta che è tanto di potere quanto d'amore, dove l'omosessualità è una forza oscura, misteriosa, fatale e inevitabile. Tutti tranne Reuben hanno sempre un disperato bisogno di denaro, ma di fronte alla potenza irresistibile della passione anche il denaro non può nulla. La vicenda che comincia come commedia presto si trasforma in un melodramma che trascolora in tragedia per concludersi in puro splatter passando per il delirio a due e il martirio. Su tutto aleggia un disperato romanticismo che seduce e trascina, senza dimenticare un tocco di magia. Quella che dispiace un po' è la traduzione di Attilio Veraldi, legnosa, impacciata e incerta che non aiuta a lasciarsi andare, il contrario di quello che un romanzo così insolito richiederebbe. Io ho fatto parecchia fatica all'inizio, ma poi il fascino di questo mondo antirealistico, percorso da passioni troppo grandi per essere verosimili e insieme esemplari, la violenza di certe scene mi ha conquistata e non credo che lo dimenticherò facilmente. Lo consiglio ai lettori forti, a quelli che in un libro non cercano solo evasione o imitazione della realtà, ma sono disposti a seguire l'autore nella sua calata agli inferi tra le luci (poche) e le ombre dell'ossessione sessuale e amorosa. A chi ha questo coraggio, Rose e cenere potrà dare molto.
James Purdy (1909-2009) è un personaggio molto interessante: amatissimo e protetto da scrittori e artisti, non raggiunse mai una diffusa popolarità malgrado successive riscoperte, neanche all'interno della comunità gay. Rose e cenere uscì nel 1956 con il titolo Eustace Chisholm And the Works suscitando parecchio clamore per la scabrosità del tema, e anche se la critica rimase fredda fu il suo libro che vendette di più.      

venerdì 21 novembre 2014

A tutto c'è un limite: Pablo Tusset, Il meglio che possa capitare a una brioche

Diciamo che me lo sono meritato, mi sono lasciata andare alla pigrizia, ho continuato a  leggere gialli scriteriatamente e mi sono imbattuta nel libro più inutile e scemo che abbia letto negli ultimi anni. Barcellona intorno all'inizio del millenio, prima dell'introduzione dell'euro: Pablo è figlio di famiglia ricchissima ma vive come un disgraziato, o almeno vuole farcelo credere ma in realtà abita in un appartamento di proprietà del padre, pesa centoventi chili, ha un ruolo nell'impresa di famiglia che è una sinecura, passa il tempo a bere, farsi di tutto quello che trova, scopare esclusivamente con puttane, dormire tutto il giorno e andare in giro la notte, e (!!!) chattare di filosofia con amici internazionali. Ha girato il mondo e adesso gira a vuoto. Difficile immaginare un personaggio più finto, uno che le spara grosse per far credere di essere brutto sporco e cattivo ma non ci riesce neanche un po'. E dovrebbe far ridere, essere spiritosissimo, ma la risposta alle sue iperboliche sparate in piemontese sarebbe una sola, piuttosto grezza: gatiime l'ala, fammi il solletico sull'ala, di cui propongo l'acronimo gla, da opporre al bennoto lol per indicare che qualcuno ci prova a a fare dello spirito ma non ce la fa proprio. Suo fratello, che è tutto il contrario, serio, ricco, fighetto, rangé, lo coinvolge in un confuso intrigo di cui non si capisce bene in che cosa consista. Per i tre quarti del romanzo non si riesce a capire dove stia il problema mentre nell'ultima parte l'attenzione ormai vaga per i sentieri del cielo, tanto è insensato e campato in aria il finale. Lungo, stralungo per quel che vale, è quel tipo di libro che fa rivalutare la televisione e dubitare che la lettura sia sempre un'attività lodevole e proficua. E poi, in quanto lettori abbiamo anche noi una dignità, non possiamo berci qualsiasi cosa ci venga propinato. Traduzione di Tiziana Gibilisco.

lunedì 17 novembre 2014

La torinesità è un delitto? Rosa Mogliasso, L'assassino qualcosa lascia

Va be', piove, fa buio presto, sono più indulgente e più pigra, forse anche un po' più buona, e continuo con gialli e gialletti che con un tempo meno inclemente probabilmente non aprirei neppure. Comunque: giallo torinese che più torinese non si può, nel senso che l'autrice fa parte della nutrita schiera delle nipotine (e nipotini) di Fruttero & Lucentini, è molto diligente e se la cava con onore per almeno tre quarti del libro. Questo è il suo primo romanzo, pubblicato nel 2009, in cui appare il commissario (la commissaria?) Barbara Gillo, destinata a riapparire nei successivi. La vicenda si snoda, prevedibilmente, attorno a una famiglia dell'alta borghesia torinese, ormai un luogo dell'immaginario altrettanto ben definito e frequentato della Terra di Mezzo o del Paese delle Meraviglie. Questa famiglia non delude perché ha tutte le ovvie caratteristiche dello stereotipo che ci aspettiamo: ipocrisia, vizi di ogni tipo, perbenismo, tic snobistici, soldi senza limiti, un po' di anticonformismo, sicurezza, ironia, insomma torinesità a palate. Si spazia, come in una Dowton Abbey alla bagna cauda, da padroni a servitori mescolati sopra e sotto le lenzuola, c'è un delitto trucido ma tutto sommato non tanto importante, palestrati misteriosi, marchettari rumeni, studenti detective, droga e alcol q.b., locali trendy e tutto quello che ci vuole perché il lettore si trovi a suo agio, gratificato e con la voglia di andare avanti. Il côté rosa è affidato alla protagonista Barbara Gillo, bionda algida ma con i piedi ben piantati sulla terra, e al collega Massimo Zuccalà, mentre non mancano i battibecchi comici con l'aiutante Peruzzi e una sorella squinternata che si preoccupa per la vita sentimentale della commissaria. La lezione di Fruttero & Lucentini si intravede dappertutto, anche nei titoli dei capitoli, e tutto sommato, malgrado l'evanescenza della trama, non ci sarebbe proprio da lamentarsi di niente se non fosse che alla fine la vicenda si ingarbuglia repentinamente e lo scioglimento è davvero troppo insoddisfacente. Ma l'insieme è rassicurante proprio per la sua mancanza di originalità e viene voglia di ripetere l'esperienza con gli altri romanzi della serie. Mi resta solo un dubbio: che cosa vuole dire la pelle del collo [...] cadeva stentorea simile a quella di un molossoide? (capitolo 2)   

mercoledì 12 novembre 2014

Un legal thriller e un giallo scandinavo: Ferdinand von Schirach, Tabù e Henning Mankell, Assassino senza volto

Di Ferdinand von Schirach mi sono invaghita, si fa per dire, leggendo Un colpo di vento cui sono seguiti Il caso Collini e I colpevoli, per cui appena ho visto che era uscito un suo nuovo libro, questo Tabù appunto, mi sono affrettata a scaricarlo (a ben 9,99 €) e l'ho letto. Con qualche fatica devo dire, perché mi ha un po' sconcertata. Nella prima parte, piuttosto lunga e non appassionante, è narrata con oggettività e distacco e una grande economia di parole l'infanzia di Sebastian von Eschburg in una famiglia piuttosto disfunzionale, segnata da un'esperienza tragica e un rapporto molto carente con la madre. Dopo un'adolescenza solitaria in collegio, Ferdinand si dedica alla fotografia e ben presto diventa un artista molto noto, e organizza performance in cui usa la fotografia per cercare la verità. Nella seconda parte, assai più leggibile, entra in campo l'avvocato Konrad Biegler (fantastica la parte iniziale in cui è descritta la sua vita in un albergo sulle Alpi, a metà tra la clinica e il convento, dove trascorre la convalescenza dopo un attacco di cuore). Non voglio rovinarvi la sorpresa, anche se in rete ho letto recensioni che raccontano tutto per filo e per segno, ma il succo è che Biegler viene chiamato a assumere una difesa che sembra assolutamente impossibile, ci sono prove molto gravi e persino la confessione dell'imputato. Biegler è un avvocato molto in gamba, accetta il caso e trova il bandolo necessario, ma alla fine c'è un ribaltamento totale che risulta, secondo me, piuttosto fumoso e intellettualistico. Si parla di verità, bellezza, giustizia e inganno, ma forse forse Ferdinand von Schirach sopravvaluta un po' i lettori, me di sicuro, e alcuni particolari non si chiariscono affatto. Se non conoscete l'autore non cominciate da questo libro, passate prima da quelli di cui sopra. Traduzione di Irene Abigail Piccinini.
Per gli appassionati del genere segnalo anche Assassino senza volto: La prima inchiesta del commissario Wallander, di Henning Mankell, traduzione di Giorgio Puleo. L'ho scaricato anche se il primo che ho letto, Muro di fuoco, non mi era piaciuto affatto, per l'unica ragione che l'ho trovato gratis su Amazon. In realtà questo mi è parso molto meglio, anche se lungaggine e ripetitività ci sono anche qui, l'argomento è meno campato in aria, anzi i problemi legati all'immigrazione e alle richieste d'asilo in Svezia sono interessanti e incuriosiscono. Certo il romanzo è del 1991 quindi rispecchia una situazione probabilmente molto diversa da quella di oggi. Comunque, mi sento di consigliarlo. La vicenda segue due linee intrecciate (un doppio omicidio raccappricciante in campagna e l'insorgere di violenze razziste contro i centri d'accoglienza per i rifugiati) oltre all'inevitabile vita privata, complicata e frustrante, del protagonista. Ma qui almeno alla fine quasi tutti i conti tornano. 


lunedì 10 novembre 2014

Un nuovo autore da tenere d'occhio, e un thriller magistrale: Andrea Tamietti, Ossa dimenticate



L'autore Andrea Tamietti, torinese che vive a Strasburgo dove lavora alla Corte europea dei diritti dell'uomo, è uomo di legge, ma Ossa dimenticate non è un legal thriller tradizionale, del genere cui ci hanno abituato i molti avvocati che scrivono: anzi, si potrebbe definirlo un illegal thriller. Anche se non ci sono violenza né sangue, si tratta di un libro piuttosto duro perché rappresenta un mondo in cui gli unici valori sono sesso e soldi, e i rapporti umani, il contatto, sono sostituiti da continue manipolazioni, tessuto di tutta la storia. 

L'inizio è molto coinvolgente. Torino 2011: l’avvocato Alessandro Canova giunge a casa dell’amico Gianni un attimo prima che questi muoia d'infarto e ne raccoglie l'estrema confidenza, in seguito alla quale trova un cadavere femminile in un capanno in collina. Di più non dico perché non voglio fare spoiler, ma è proprio intorno ai tentativi di dare un'identità a queste ossa dimenticate che si sviluppa l'intera vicenda, molto complessa, intricata, condotta con sicurezza e senza buchi di “sceneggiatura”.
L'autore segue contemporaneamente i vari bandoli della matassa, li unisce o li separa in modo molto sapiente, secondo le esigenze della trama. Il romanzo è in terza persona e i personaggi sono parecchi, ma i punti di vista della narrazione sono due: Alessandro Canova e Stefano Vergnano, protagonista e antagonista, dei cui pensieri l’autore rivela abilmente solo quello che vuole. Si parla moltissimo di sesso e soldi, mai di sentimenti né di simpatia. La vicenda, intessuta di continui inganni e volontari depistaggi, ha origine dal passato, e al passato si ritorna, con qualche flash nel 1997.
E' una tipica inchiesta da avvocato, in cui non intervengono né polizia né carabinieri, condotta a tavolino attraverso ricerche su internet o in archivio, colloqui al ristorante, c’è pochissima azione e niente sangue, sparatorie, splatter, ma il protagonista non agisce da avvocato né si preoccupa molto della legge e non vi sono scene di tribunale o cavilli o salvataggi all'ultima arringa.

Ho trovato molto interessante e molto ben costruito il protagonista, che non è un eroe negativo ma un uomo per cui è impossibile provare simpatia. Alessandro Canova, avvocato quarantenne, sospeso dall’albo per diciotto mesi per infedele patrocinio, è in grave crisi e bancarotta. Fuma, beve troppo, è abulico, si tormenta per essere stato lasciato da Carla, anche se forse più che per amore soffre per una ferita narcisistica, non sopporta di essere stato lasciato per qualcuno che ha più soldi ed è più giovane di lui. È un uomo senza passioni, a parte bere, fumare, le donne, il suo tornaconto, l’aspetto fisico e i soldi, l’abbigliamento, le macchine; non lo vediamo mai leggere, andare al cinema, frequentare amici se non perché ne ha bisogno. E' un grandissimo manipolatore: per i suoi scopi non si fa il minimo scrupolo di far leva sulle debolezze, sulla riconoscenza che gli è dovuta. Sa accusare per opportunismo, sa mentire, sa essere disonesto, sembra non avere ideali né principi. Compie alcune azioni ignobili, non ha rimorsi quando le sue azioni hanno conseguenze anche tragiche. Per lui rinascita significa soprattutto ricupero della forma fisica, soldi e vacanze. Alessandro Canova non è simpatico ma non si può che ammirare la grande abilità di Andrea Tamietti nel creare un personaggio coerente e originale, che ha tutte le carte in regola per diventare un nuovo protagonista del panorama giallistico (o noir, o thriller, o altro se non vi piace la limitazione di genere). 

L'ambientazione a Torino, descritta con topografia precisa seguendo i passi dei personaggi, è molto importante ed efficace. Via Cernaia, via Pietro Micca, piazza Vittorio, i Murazzi, la collina, San Salvario, e anche i locali, i caffè, i ristoranti sono nominati con i loro nomi reali, ma l'autore sa proiettare sulle descrizioni la psicologia dei personaggi (vedi, all’inizio, la collina sinistra e ostile di Alessandro Canova, o San Salvario visto con gli occhi di Stefano Vergnano). Anche tocchi di cronaca reale, come la vicenda Stroppiana–Di Modica, contribuiscono a dare concretezza e attualità alla vicenda. Vivida è descrizione del sottobosco della mala torinese, un mondo senza luce dove malvagità, stupidità e squallore vanno sempre insieme, e della vita notturna nei locali in cui la bella vita e la malavita si toccano. Tra i molti personaggi negativi, il cui maschilismo si manifesta soprattutto nel linguaggio sprezzante e violento, quelli femminili non si differenziano molto, sono tutti squallidi o ridicoli tranne un paio che incarnano, con leggerezza, accudimento e rinascita.

Malgrado la cupezza dello scenario, questo non è affatto un romanzo cupo. E' facile farsi prendere dalla quête affannosa del protagonista, e rincorrerlo nei suoi tortuosi andirivieni. Scopriremo che nulla è come appare, tutto si ribalta nel suo opposto, fino al coronamento del finale di cui non diremo parola, se non per sottolineare che per i lettori sarà un bonus del tutto inaspettato.




  


domenica 9 novembre 2014

Fresco fresco e appena nato: Il cuore in ballo di Consolata Lanza

Fiocco rosa all'Anaconda Anoressica!
Questa volta si tratta di un mio romanzo inedito, mai uscito su carta né in digitale, che affido fiduciosamente a Amazon (si fa per dire ma non voglio sputare nel piatto in cui mangio), dove è bell'e pronto per essere scaricato. E' un romanzo allegro e danzante come la sua protagonista che fa la ballerina, Angelica, vi si parla molto d'amore o quasi, moltissimo di Bolzaretto Superiore, di Decembrina detta la Buonodore, di mamme dell'uno e dell'altro, di ragazzi carinissimi e bambini che fanno le talpe e i fagiolini, di don Ferruccio e Porzia Milletarì, di sogni, di incubi, di interviste di lavoro, di porcellini in spiaggia e molto altro.
E' leggero e costa poco, non posso dire di più perché farmi pubblicità da sola mi fa un po' senso.
Se per caso vi capita di leggerlo ditemi che cosa ne pensate. Ma se proprio non vi è piaciuto ditemelo con tatto, che sono sensibile (c'è chi dice moschina).

E qui un piccolo assaggio di come Angelica affronta la vita e le sue prove:
Dunque: nottata impegnativa. Si tratta di immagazzinare impressioni. Per onestà, per rimpianto dell’aureola che Leo le aveva regalato, per baldanza giovanile, perché è diligente, Angelica vuole avere il massimo possibile di dati per fare un confronto razionale nel campo della massima irrazionalità, l’amore. Bisogna dire che il carinissimo è stato molto carino e la prima notte con lui incantevole, ma non è scattato quel meccanismo di spudorato narcisismo che solo la passione sa creare. Ora Angelica, per quanto giovane, non è inesperta e vuole verificare. Diciamo addirittura applicare un metodo scientifico. Sperimentare bene sul campo prima di trarre conclusioni, evitare di essere avventata e impulsiva, lasciandosi trascinare dall’emotività. Insomma, vuole scopare ancora una volta con Luca prima di rivedere Leo, dimostrando una saggezza insolita per i suoi pochi anni.
 



mercoledì 5 novembre 2014

L'adultera mite e grassottella che si tira le disgrazie: il divertentissimo romanzo Colpa d'amore, di Elizabeth von Arnim

Sarà il tempo deprimente, sarà che in questo momento non sono proprio di buon umore, sarà che son fatta così e non c'è bisogno di cercare scuse, sarà soprattutto che Elizabeth von Arnim è una brava scrittrice, ma raramente un libro mi ha dato tanta soddisfazione quanto questo Colpa d'amore, la cui edizione originale è del 1929. Leggendolo mi sono divertita, ho avuto qualche momento di stringicuore, ho ammirato l'autrice, avrei voluto che continuasse ancora, e mi chiedo che cosa troverò stasera che sia alla sua altezza. Quello che mi ha entusiasmata è la perfidia di questa storia: forse Elizabeth von Arnim aveva qualche sassolino da togliersi nei confronti della buona società inglese, certo che è un romanzo pieno di intelligentissima e spiritosa cattiveria, e il ritratto della ricca, ipocrita e perbenista borghesia che ne viene fuori è senza pietà. Leggetevi la biografia dell'autrice, e forse ci troverete qualche elemento per capire i motivi della sua animosità. Comunque l'importante è che il risultato è esilarante, perfido e appassionante. Allora. Molly Bott, appena diventata vedova, scopre che il marito la ha diseredata, a parte un offensivo lascito di mille sterline, devolvendo il suo ingente capitale a un ospizio per donne perdute. Questa è una tegola terribile non solo per lei ma anche per la tremenda famiglia dei Bott, che giustamente la interpretano come una meschina vendetta postuma del morto per un tradimento della moglie. Da queste premesse si sviluppa la trama che, prendendo le mosse dal fatto che Molly se ne va di casa gettando nel panico tutta la famiglia, in certi punti sfiora la pochade, quando i quattro fratelli del defunto con le loro consorti, e al traino le cinque sorelle non più Bott ma pur sempre parte della famiglia, si arrabattano per salvarsi da uno scandalo che impedirebbe a tutti i membri di uscire a testa alta nel sobborgo di Londra di cui sono i più illustri abitanti, e sicuramente si ripercuoterebbe negativamente sugli affari. Da parte sua Molly vede crollare quelli che credeva i suoi punti di riferimento, la sorella che vive in Svizzera, quello che per dieci anni è stato il suo amante, e non le resta che tornare nelle braccia dei Bott. Commedia degli equivoci perché tutti si sbagliano continuamente sul conto degli altri fraintendendo comportamenti e indizi, commedia spietata perché tutti mentono e non c'è nessuno che si salva, neppure la "povera Molly" che è vittima e colpevole allo stesso tempo e suscita alternativamente pietà, concupiscenza e rifiuto nei vari membri della famiglia. Commedia divertentissima, ricca di figurine indimenticabili (l'affittacamere, il maggiordomo che ansima, la cognata sopra le righe, il notaio bacchettone) e situazioni ridicole e angosciose. Elizabeth von Arnim è particolarmente spietata con le donne, che sono stupide, bigotte, invidiose, competitive, spietate, avide, tranne la vecchia madre Bott che dall'alto del suo essere vecchia ha raggiunto un olimpico distacco dalle piccinerie della vita; mentre Molly, mite, grassottella e sempre pronta a essere d'accordo con tutti, non ha neanche la giustificazione dell'amore per il suo peccato d'adulterio. Gli uomini non se la cavano bene, soprattutto il marito defunto e l'amante sventato, mentre i cognati, pur nella loro indignazione contro Molly, si ammorbidiscono davanti alle sue morbide grazie. Il tutto è condito da una dovizia di notazioni concrete sulla vita del tempo (quei terrificanti crespi vedovili, le reazioni della servitù, i cibi, i trasporti). Traduzione di Simona Garavella.
Avvertenza finale: il titolo italiano è melenso e davvero fuorviante (in inglese è l'anonimo Expiation), a meno che non voglia essere sarcastico: qui d'amore non si parla proprio mentre si parla molto, e si pensa sempre, al vero dio da tutti venerato e servito, l'onnipotente Denaro.     

lunedì 3 novembre 2014

Come un sorso d'acqua fresca: Martin Suter, Allmen e le libellule

Forse l'unico motivo per questa recensione è che, come dice l'Ecclesiaste e conferma Pete Seeger, può esserci un tempo anche per Martin Suter e il suo Allmen e le libellule. Confesso che prima di leggerlo niente sapevo di questo autore nato a Zurigo nel 1948, che (cito da Wikipedia) vive a Ibiza e in Guatemala con sua moglie, la fashion designer Margrith Nay Suter, e i suoi gemelli adottivi. Ha lavorato nell'industria pubblicitaria, riscuotendo successo sia come direttore creativo della rinomata agenzia pubblicitaria GGK, che come presidente dell'Art Director Club della Svizzera. E va be', per uno scrittore al giorno d'oggi sono credenziali come le altre. Allmen e le libellule è un libro di eterea leggerezza, con un grado di scrittura pari a zero, che può aiutare a far passare un paio d'ore d'ansia, o di attesa, in quanto non richiede nessun tipo di attenzione profonda. E con questo non voglio sminuirlo affatto, anzi, perché alleggerire le attese mi pare una funzione utilissima e meritevole.
La storia si svolge ai nostri giorni ma solo l'uso non risolutivo di cellulari, computer e automobili ce lo fa capire, tanto la vicenda ha un sapore rétro. Johann Friedrich von Allmen è un soi-disant gentiluomo svizzero caduto in miseria che cerca in tutti i modi di vivere come un gran signore con i pochi rimasugli della fortuna ereditata dal padre. Gli piace frequentare bei ristoranti e bei caffè, bere bene, mangiare meglio, stare in compagnia di bella gente, e per continuare così è disposto a passare sopra all'onestà e alla correttezza nei rapporti. Vive in nella casa del giardiniere della grande villa che gli è appartenuta insieme a un cameriere guatemalteco che è insieme suo servitore e suo complice. Quando una ereditiera squinternata si incapriccia di lui e lo introduce in casa propria, Allmen si imbatte in una straordinaria collezione di vetri liberty tra cui cinque meravigliose coppe di Gallé, le libellule del titolo, al cui fascino (e anche valore economico) non sa resistere... La storiella si dipana veloce e ben congegnata e lascia il tempo che trova. Il classico sorso d'acqua fresca, che se si ha sete va meglio dello champagne che piace tanto a Johann Friedrich von Allmen, a metà tra Arsenio Lupin e un dandy fuori tempo massimo. Traduzione di Emanuela Cervini. 

sabato 1 novembre 2014

Quando un autore ti acchiappa, ti diverte e ti lascia più contento: David Sedaris, Esploriamo il diabete con i gufi, Me parlare bello un giorno

Se c'è uno che riesce a divertirmi a prescindere, quello è David Sedaris. Mi diverte, mi è simpatico, lo ammiro come uno dei migliori affabulatori–narratori di oggi, è uno dei pochissimi (con George Saunders e Julie Otsuka per esempio) scrittori statunitensi che mi piacciono. Lo trovo interessante e molto, molto spiritoso. In un cupo pomeriggio autunnale come questo mi sento di consigliarlo come antidoto infallibile contro la depressione. Esploriamo il diabete con i gufi è una raccolta un po' eterogenea di brevi saggi, divagazioni, riflessioni, alcuni dei quali mi sono sembrati meno brillanti del solito, ma probabilmente non volevano esserlo data la loro natura di articoli giornalistici. Sono sempre intelligenti e sanno sorprendere  con osservazioni acute e spiazzanti. Come sempre Sedaris parla del mondo partendo da sé, dalla sua famiglia che ormai conosco come parenti stretti, dal compagno Hugh, dilatandone tic e bizzarrie, esagerando disgrazie, rendendo epiche piccole vicende quotidiane senza mai cadere nel narcisismo né nel banale. E siccome è sempre in giro per il mondo e in particolare ha vissuto a lungo in Francia e poi a Londra, le sue stralunate cronache europee, giapponesi o cinesi sono esilaranti. Sia che parli della cucina cinese (che aborrisce) che della presunzione francese a proposito del razzismo degli americani al momento dell'elezione di Obama, o dell'educazione dei bambini, o della spazzatura nella campagna inglese, il suo sguardo lucido e capace di cogliere sempre il dettaglio assurdo e restituirlo con parole precise e concise mi dà un piacere continuo.
David Sedaris è gay e liberal, quello che pensa mi piace sempre, e mi è piaciuta tantissimo questa sua risposta a un intervistatore che gli chiedeva che cosa ne pensasse del matrimonio tra gay:  
Che il matrimonio omosessuale debba essere consentito, ma che nessun omosessuale debba sposarsi. Ma veramente vogliamo un’istituzione come il matrimonio? È una battaglia su una questione ideale, ma in realtà nessuno lo vuole, come nessuno vuole andare a un matrimonio. Anche il più accanito degli omofobi deve riconoscere che i gay non costringono gli amici a intervenire ai loro matrimoni con uguale ostinazione. E siccome detesto i matrimoni, mi trovo d'accordo con lui al duecento per cento.
Se non avete mai letto niente di suo cercate Me parlare bello un giorno o Diario di un fumatore o Mi raccomando, tutti vestiti bene o Quando siete investiti dalle fiamme. Vi innamorete delle sue incredibili sorelle e riderete senza limiti alle sue avventure in un campo di nudisti, non importa, non ve ne pentirete e continuerete a leggerlo. Consiglio Davis Sedaris a tutti, caldamente, a meno che proprio non siate privi dei senso dell'umorismo e non vi importi niente del mondo che vi circonda. 

David Sedaris, Me parlare bello un giorno

Che cosa può fare un bambino di quinta elementare affetto da problemi di pronuncia se una logopedista non tanto sveglia lo sequestra una volta la settimana per guarirlo dalla lisca? Se da lui ci si aspetta che si appassioni allo sport, quando il suo vero piacere consiste nel cuocere biscotti e guardare soap opera? Resistere, ovviamente, cercando di non dare all’aguzzina la soddisfazione di coglierlo in fallo. Comincia così questa divertentissima raccolta di racconti, quasi un’autobiografia in pillole, di David Sedaris, nato nel 1956 a Johnson City (New York) da una famiglia di origine greca. Nella prima parte, nettamente più efficace, David Sedaris parla dell’infanzia, della famiglia, delle sorelle, della madre e soprattutto del padre, della sua gioventù schizzata di consumatore di speed, dei tentativi in campo artistico e come insegnante di scrittura creativa, dei mille mestieri praticati per smazzarsi la vita. La seconda parte corrisponde a una fase più tranquilla, in cui l’autore e il suo fidanzato Hugh si trasferiscono in Francia dove vivono gli inconvenienti degli americani all’estero, prima fra tutti la necessità di appropriarsi della lingua, cui si riferisce il geniale titolo. David Sedaris è un narratore esperto, abilissimo a divertire il lettore con una scrittura ironica e autoironica,  spiazzante e molto intelligente. Non fa ridere alle spalle dei più deboli, non fa vergognare del piacere, davvero genuino, che si prova leggendolo. Il suo non è il libro di un comico ma di uno scrittore che presta il proprio occhio acuto e spietato al lettore per fargli scoprire prospettive insolite, esilaranti, di interpretazione del mondo.