giovedì 9 dicembre 2010

Romain Gary, La vita davanti a sé

Sapevo qualcosa e avevo letto qualcosa di Romain Gary, ma niente di questo romanzo. Sono quindi molto riconoscente alla mia amica Daniela che me l'ha fatto conoscere perché è bellissimo, e soprattutto dà un grandissimo piacere alla lettura grazie a personaggi indimenticabili e a una scrittura geniale nel restituire il punto di vista di un ragazzino tanto scafato quanto candido, tanto disincantato quanto capace di tenerezza. Uscito nel 1975, si svolge nella stessa Belleville che diventerà famosa nei romanzi di Pennac (ma Pennac dov'è finito? completamente passato di moda con l'ondata di paura e xenofobia che spazza tanto la Francia quanto l'Italia? davvero non lo merita, anche se dopo il debordante pateracchio Messieur Malaussène non solo più riuscita a leggerlo) e mette in campo un io narrante di nome Mohammed detto Momò, di anni dieci ma forse quattordici, figlio di una puttana mussulmana che l'ha messo a pensione da Madame Rosa (ma forse no) e poi l'ha dimenticato. Madame Rosa è una vecchia ex puttana ebrea, scampata a Auschwitz, grassissima, malata e un po' disgustosa, che tiene in casa un numero variabile di ragazzini, tutti figli di prostitute che non possono tenerli con sé perché quando una donna è costretta a fare la vita, non ha diritto di avere la patria potestà, è la prostituzione che lo richiede. Così parla Momò, che ascolta tutto quello che dicono i grandi e lo ripete con il suo candore senza pietà. Momò cresce tra gli altri bambini, Banania che è sempre allegro, Moise il piccolo ebreo, il suo vecchissimo amico il signor Hamil che gli insegna l'arabo e il Corano, Madame Lola il generoso travestito che batte al Bois de Boulogne, il signor N'Da Amédée il prossineta, e tutti quelli che incontra per strada. Il suo nodo oscuro è quello dell'abbandono, della mancanza della madre, ma si farebbe cavare un occhio piuttosto che ammetterlo. Come si farebbe cavare un occhio prima di ammettere l'amore disperato che lo lega a Madame Rosa. Vagando per strada rubacchia, improvvisa spettacoli con il suo ombrello umanizzato Arthur, parla con le prostitute di strada che lo coccolano e gli fanno regali, si sceglie genitori d'elezione e li segue per vedere dove vivono. Quando Madame Rosa si ammala definitivamente, tutto quel mondo di esclusi si mobilita per aiutarla, dall'ebreo dottor Katz ai neri fratelli Waloumba, ma le cose precipitano e negli ultimi, frenetici capitoli il dramma ci lascia a bocca aperta, sconvolti e commossi. Perché questo romanzo parla di solitudine e amarezza, di solidarietà e di emarginazione, di paura che non sparisce mai e di morte, di calore e dolore e amore, ma lo fa con tale leggerezza, con una tenerezza talmente piena di pudore, che solo alla fine ce ne rendiamo pienamente conto. E intanto abbiamo anche riso e sorriso, senza esserci impiastricciati di buonismo né di un eccessivo ottimismo della volontà (alla Pennac, per intenderci) e quel che resta è buonumore, e amore per la vita. E la voce indimenticabile di Momò.
Ottima la traduzione di Giovanni Bogliolo.

lunedì 29 novembre 2010

Scarlett Thomas, Il nostro tragico universo

Vorrei che poteste vedere questo libro, e anche toccarlo, nero e oro, copertina imbottita, taglio delle pagine nero. 381 pagine. L'interno della copertina, sia all'inizio che alla fine, ricoperto di giudizi tratti dai giornali italiani e inglesi scritti in un carattere fantasioso, bianco su nero. Direte, come si fa a comprare un libro simile vedendolo in libreria? Il fatto è che io non l'ho scelto su un bancone, ma l'ho ordinato dopo avere letto una recensione su la repubblicaCult, le pagine del sabato che parlano di cultura appunto, o comunque non parlano di bunga bunga né di Avetrano. Non mi capita sovente di correre in libreria dopo aver letto una recensione, magari due volte l'anno, e neanche tutti gli anni. La recensione positiva mi aveva molto incuriosita, e mi era parso anche di capire che la struttura del romanzo avesse qualcosa in comune con una cosa cui sto lavorando, quindi ero doppiamente ansiosa di averlo tra le mani. Quando l'ho visto ho capito che c'era qualcosa che non andava, ma ormai non potevo più tirarmi indietro. Per togliermi il dente l'ho fatto passare davanti a tutti i libri in attesa, e l'ho cominciato subito. Stamattina l'ho finito.
Allora. Inghilterra, Dartmouth in Devon, giorni nostri. L'io narrante è Meg, trentottenne scrittrice di romanzi di genere per una casa editrice per la quale tiene anche seminari di scrittura creativa per una collana per adolescenti, e recensisce libri scientifici. Alle prese da anni con un romanzo mainstream che continua a cancellare, convivente scontenta con Christopher, squattrinata cronica, padrona della cagna B, asmatica abitante di una casa umida e fredda. Con amici vari, intellettuali scombinati in età, giovani negozianti scombinate, famiglia del moroso scombinata, aspiranti scrittori scombinatissimi. Razionale, insegna ai suoi allievi di scrittura a trovare spiegazioni scientifiche per ogni avvenimento inspiegabile che mettono nei loro romanzi perché bisogna dare agli adolescenti visioni positive e rasserenanti.
Meg riceve un libro da recensire, un tomo che contiene una teoria dell'universo che non ho capito (e ho anche un po' saltata) ma che insomma dice che siamo tutti eterni, questo è il secondo mondo dopo il punto omega che è come un orgasmo universale e siamo tutti eroi tranne chi mangia la pizza sul sofà davanti alla televisione, e siamo anche maghi e altro. Meg stupisce, oltre tutto non è vero che il libro gliel'abbia mandato il redattore, il che sembra forse un gran problema ma problema non è, come direbbe il poeta. Va be'. Sono andata avanti a leggere per tutte le 381 pagine saltando solo qualche conversazione sulla scrittura (non ho capito bene la teoria delle storie senza storia), sui tarocchi, sui calzini a maglia, su teorie alternative dell'universo, su un résumé della danza cosmica di Shiva ecc ecc. Non succede niente per tutto il romanzo tranne che Meg molla il moroso e la casa umida, e va a stare in un cottage sulla spiaggia. Fa delle richieste all'Universo che prontamente l'accontenta, e al mare che le risponde a tambur battente. Alla fine qualcosa succede ma forse no, la storia non dice. Meg rimane scettica e razionale ma, cosciente di essere il 38° grado dell'Eremita dei tarocchi, si rende conto che facendo richieste all'universo ha creato una bestia, e va avanti a fare calzini. Ci sono anche alcune storie zen e alcune barzellette (una: due matti in manicomio, uno si butta in piscina, l'altro lo salva. Il direttore chiama il secondo matto. Ho una notizia buona e una cattiva: la buona è che lei è evidentemente guarito e lo dimettiamo, l'altra che il suo amico ci ha riprovato e si è impiccato. Oh no, dice il matto, non si è impiccato, sono io che l'ho steso per farlo asciugare. Carina no?)
Non crediate che abbia voluto fare la furba, o ci abbia messo del mio. La storia è questa. Intanto me la sono letta con gran piacere, a parte le pagine saltate, seguendo la protagonista nelle sue lunghe passeggiate sulla spiaggia con B, soste al pub, pomeriggi di maglia davanti al fuoco, gran bevute di vino, birra e qualsiasi altra cosa (ma niente droghe né sigarette e dieta vegetariano-vegana), chiacchiere su rapporti amorosi e sessuali, matrimoniali e extra, vagheggiamenti per un uomo anzianotto ma attraente, letture, altre passeggiate, altri pub. Poco altro, forse una lancia spezzata a favore dei rapporti tra donne giovani e uomini anziani che pare, in Inghilterra scandalizzano di più dei rapporti tra donne anziani e giovani giovanotti. Ma si sa che gli inglesi sono sempre stati all'avanguardia.
Boh. Sinceramente, mi piacerebbe proprio molto che qualcuno che ha letto il romanzo mi aiutasse a capire. E' certamente un libro piuttosto sofisticato, scritto molto bene (e anche ben tradotto da Carla De Caro, che però avrebbe potuto fare uno sforzetto in più e chiamare Manica quello che lei chiama Canale, e Bagatto quello che chiama Imbroglione, e Appeso quello che chiama Impiccato, ma insomma, sono piccole cose) anche se prolisso e pieno di dialoghi verbosissimi, ambizioso, complesso, e destinato a un pubblico evoluto. Ma che cosa gli dice, a questo pubblico, io non lo so.

mercoledì 10 novembre 2010

ELISABETTA CHICCO VITZIZZAI, IL PIÙ BEL VIZIO È LA VITA

Questa nuova fatica di Elisabetta Chicco Vitzizzai, pubblicata da Instar, è un libro agile che dà piacere a ogni parola, perché ogni parola è studiata e limata da una scrittura priva di qualsiasi sbavatura o compiacimento. Non si tratta di un romanzo ma della ricostruzione di un mondo perduto, la Torino (e dintorni) degli anni che stanno tra il ‘45 e gli anni ’60 del secolo scorso. L’autrice è figlia di un pittore, Riccardo Chicco, molto conosciuto a Torino sia per l’eccellenza delle sue opere (una è in copertina) che per essere stato un vero personaggio: nella parole della figlia fondamentalmente era un esteta e un pittore, accessoriamente un amante, sempre un seduttore. Marginalmente anche insegnante di storia dell’arte al liceo classico, dove io sono stata sua allieva. È naturale che la sua figura campeggi in queste pagine, ma in effetti non è l’unica né la principale. Tutta la famiglia della protagonista, una Elisabetta prima bambina poi adolescente, è dipinta con tratti nettissimi e precisi, e senza sconti. Sono pagine divertenti e divertite, abbastanza perfide. C’è la bella madre, piena di carattere ma del tutto priva di senso materno, c’è la zia Eva che mantiene la linea vivendo di whisky e sigarette, la tremenda zia Titina (la figura più esilarante e spaventosa) dedita alle opere di bene, gli zii, i vicini di casa, le figure di una Torino che si lascia alle spalle la guerra. È la Torino del Sollazzo Gastrico, della Turris Eburnea, della Tampa Lirica, dell’Escargot, nomi che forse non dicono molto ai più ma fanno sobbalzare chi quei tempi li ha vissuti o ne ha sentito parlare da zii e fratelli maggiori, l’altra faccia della Torino deprimente, grigio ostaggio della Fiat, in cui si aggirano personaggi trasgressivi e anticonformisti, come appunto Riccardo Chicco o Carol Rama e altri presentati dalle semplici iniziali. Torino è sempre stata assai più complessa e divertente di quel che il luogo comune voleva. Come supremamente divertenti sono gli episodi e i personaggi di questo libro, in apparenza svagato collage di ricordi, in realtà monumento alla distanza che permette di vedere un’epoca passata per quel che è, fuori dal compiacimento, dalla nostalgia. Non “come eravamo” ma “come erano”, bizzarri, ridicoli, cattivi, unici, umani, comunque nostri, e per fortuna che noi siamo diversi. Almeno fino a quando una nipote dalla penna intelligente, perfida e spiritosa come quella di Elisabetta Chicco Vitzizzai non deciderà, in un lontano futuro, di raccontarci. La parsimonia era una delle esecrabili virtù di famiglia. […] L’indole sospettosa e l’eccessiva precisione erano un’altra caratteristica di famiglia. […] Zia Luda sembrava una sedia liberty. Di quelle sedie allampanate, smunte, scivolate nei braccioli e nello schienale. […] Le due figlie di zia Luda, Mati e Matè, sembravano due poltrone imbottite, solide e goffe. […] La Cicci faceva un mestiere ormai in declino, la mantenuta. […] Zia Titina aveva una vera passione per le deformità e le collezionava si può dire con gusto ed esaltazione feticistici. Viene freddo al pensiero e insieme si scoppia a ridere.

mercoledì 27 ottobre 2010

LAURA BOSIO, LE STAGIONI DELL'ACQUA

Che bel romanzo quello di Laura Bosio. Uscito nel 2007 da Longanesi, finalista al Premio Strega e al Premio Viareggio, è riedito da Tea nel 2009, quindi è facilissimo trovarlo. La storia: nel 2004, l'io narrante, una donna ancora giovane, reduce da un matrimonio finito, va a trovare Bianca, l'ex suocera novantaquattrenne che vive alla Torricella, la tenuta agricola di cui ancora si occupa, nel Vercellese. Una grande risaia. Nel volgere di una settimana la vita della protagonista cambia. Anche lei è originaria di Vercelli, ma se ne è allontanata presto, ora vive in Svizzera facendo traduzioni. Si intuisce che non è felice, ma nemmeno disperata. Ha necessità di una svolta e alla Torricella la trova, sia a livello esistenziale che sentimentale, proprio con l'aiuto di Bianca. Intorno all'anziana padrona si muovono personaggi memorabili, prima fra tutte Orientina, la suora "svestita" che ha scelto di vivere nella tenuta dove è diventata il catalizzatore di molte energie e affetti; Fondo l'ex nazista redento dalla rinuncia a tutto, compresa la propria identità; Filippo, il nipote che ama la terra e avrà un'importanza grande anche per la protagonista; Albino il vecchio fattore, Vittoria la cuoca, Remo, Felice la badante ecuadoriana, Dante il ritardato, e altri sullo sfondo. Un evento tragico, l'uccisione di un ragazzo cinese, ha portato scompiglio alla Torricella, e provocato la sparizione di Orientina e Fondo. Questo mistero si chiarirà alla fine, ma incombe per tutta la narrazione come una nuvola minacciosa che si specchia nella risaia. Che è la vera protagonista del romanzo. La storia del riso, delle sue origini e della sua coltivazione, dei pericoli che lo minacciano (io ho adorato la storia dei grillotalpa), delle tecniche attuali e di quelle sparite, il mondo scomparso delle mondine, la modernità che irrompe ma non distrugge. E la natura sconosciuta della risaia, la bellezza di quel "mondo d'acqua" per usare una terminologia che non piace alla protagonista, ma a Laura Bosio sì. Gli animali che ci vivono, tanti, molti di più di quanti noi che alle risaie ci passiamo vicino senza fermarci potremmo mai immaginare. I colori, le stagioni appunto, la magia di un mondo dove la fatica si deve necessariamente sposare con la sapienza e lo studio perché il riso è difficile da coltivare, delicato, necessita di cure esperte. Tutte queste notizie si legano in modo perfetto alla narrazione vera e propria facendo de Le stagioni dell'acqua una piccola enciclopedia della risaia, appassionante e amichevole. Perché questa è la caratteristica che più mi ha presa nella lettura: una scrittura accogliente, morbida, che fa venire voglia di avvolgersi nelle pagine e rimanervi a lungo, al sicuro, sognando il cielo che si rispecchia nell'acqua, nel "mondo capovolto" della risaia di cui Laura Bosio ci svela con gentilezza i misteri.

lunedì 11 ottobre 2010

Irfan Orga, Una famiglia turca


Irfan Orga (1908-1970) non è né un etnografo né uno storico, è solo uno scrittore che narra le sue esperienze, capace però di descrizioni vivaci e eccellente nel ricreare atmosfere d’antan viste con l’occhio di un bambino, che si direbbe particolarmente compatibile con il suo modo a volte candido, quasi ingenuo, di narrare. Consiglio senz’altro Una famiglia turca, avvincente romanzo autobiografico in cui Orga racconta la vita quotidiana a Istanbul dagli ultimi anni dell’Impero ottomano al 1940, attraverso le vicende di una ricca famiglia borghese in seguito rovinata dalla Prima Guerra mondiale. 


Le figure della madre e della nonna, donne allevate per vivere protette dai loro uomini e chiuse in case confortevoli improvvisamente costrette a uscire per cercare il cibo, a muoversi da sole nelle strade, a cucinare, cucire e svolgere tutte quelle incombenze che hanno sempre creduto degradanti, a subire umiliazioni legate alla loro condizione di donne sole e impoverite, sono tratteggiate lucidamente e senza eccessiva indulgenza. Lo spaccato della società istanbuliota che ne esce è vivido, anche i personaggi minori risaltano con efficacia sullo sfondo tragico di quegli anni. C’è un divertente episodio, nel periodo dell’infanzia dorata, in viene narrata per filo e per segno la complessa cerimonia della circoncisione, festa di iniziazione che, come titola il capitolo, riguarda “un argomento squisitamente maschile”. La decisione di abbandonare il velo presa dalla madre di Orga quando durante la guerra, ben prima della disposizione in tal senso di Atatürk, è costretta a andare a lavorare in un laboratorio dell’esercito, suscita sconcerto e riprovazione nel vicinato, e è narrata con il solito candore. L’autore ammette che fu proprio lui a chiederle di rimetterlo, molto più tardi, quando andava a trovarlo alla scuola militare, per evitare i commenti offensivi dei compagni. 

Dopo avere toccato il fondo della miseria e delle umiliazioni, i figli alla scuola dei poveri dove mangiano bacche di eucaliptus e radici per non morire di fame, la madre mettendosi a lavorare, lentamente le cose cominciano a andare meglio dopo la guerra, i figli maschi sono accettati alla scuola militare, si impone sulla scena Kemal Atatürk, la proclamazione della Repubblica cancella definitivamente i resti della gloria ottomana. Ci sono pagine interessanti sugli aspetti minori delle riforme di Atatürk, ad esempio la proibizione di usare il fez e l’imposizione del cappello all’occidentale, che suscitano resistenze e stratagemmi per eluderle. A questo proposito penso che l’omino ancora oggi dipinto sui cartelli dei passaggi pedonali in Turchia, un tizio energico dal passo lungo e ben disteso con il cappello in testa che mi mette di buonumore ogni volta che lo vedo, sia un residuato di quei tempi. C’è la sparizione degli armeni dal collegio militare, sulla quale Orga non spreca parole né spiegazioni. Ci sono i grandi cambiamenti, la vita che va avanti, il progressivo sprofondare nella follia della madre, fino al 1940, quando la madre muore e la famiglia è definitivamente disgregata. 


La postfazione del figlio Ateş è illuminante e completa bene la narrazione, dando una breve biografia della vita in Inghilterra di Irfan Orga, sostanzialmente poco felice si direbbe, sempre ossessionata dalle ristrettezze economiche e non proprio armoniosa in famiglia. La sua fama letteraria è legata a questo romanzo, a una biografia di Atatürk e a Un viaggio in Turchia, interessantissima relazione di un viaggio tra i nomandi Yuruk dei monti Tauri, oltre a alcuni libri di per ragazzi e altri di ricette turche. Siccome l’autore non giunse mai a una padronanza perfetta dell’inglese, i suoi testi furono editati dalla moglie tanto che nella biografia di Atatürk compare come coautrice. Oltre a essere di gradevolissima lettura, Una famiglia turca è utile per capire quegli anni complicati e seguire la trasformazione della Turchia da impero decrepito a stato moderno attraverso le concrete vicende di un testimone oculare. Anche in questo libro, edito da Passigli, la traduzione di Luca Merlini è molto incerta; ad esempio, il Mar di Marmara diventa “la Marmara” che scorre mormorando come il Piave.

mercoledì 1 settembre 2010

A proposito delle "hostess" di Gheddafi

In tutte le polemiche sulla visita di Gheddafi e la sua presunta istigazione all'islamizzazione dell'Europa (dico presunta solo perché non ho avuto la pazienza di leggere gli articoli fino in fondo, per cui non sono a conoscenza dell'esatto peso del suo discorso - ma non ho difficoltà a immaginarlo) la cosa che mi ha colpita e veramente infastidita è il giudizio sprezzante sulle hostess, come vengono definite con malizia, cioé sul pubblico femminile pagato che ha assistito alle sue esternazioni. Su Facebook ho letto discussioni in cui venivano definite prostitute, ho sentito Franceschini che strappava un facile applauso dicendo che la loro presenza, cioé in soldoni la loro esistenza, offendeva le donne italiane. Anche meno, direbbe la Littizzetto. Io non sono per niente offesa. Mi spiegate in che cosa la loro giornata lavorativa, retribuita con 70 € si suppone importanti per una ragazza che fa lavori precari, va contro l'etica e la morale e la decenza? In che cosa lede la mia dignità di donna? A parte il fatto che io penso che anche le prostitute possono veramente fare quello che vogliono con il loro corpo che fino a prova contraria è l'unica cosa che ci appartiene in toto, ma questo è un altro discorso, molto più lungo e complesso. Mi limito alle ragazze dignitosamente vestite e pagate per avere trascorso una giornata a ascoltare un vecchio dittatore colorito e mattacchione al quale hanno prestato ascolto, e attenzione, e dedicato tempo, nella speranza di una retribuzione molto più sostanziosa, molti personaggi in vista che conosciamo benissimo e che non sto qui a nominare per non perdere tempo. Prima cosa, evidentissima, non c'è neanche l'ombra di una ragione per non farlo. Secondo, se lavori in genere è perché hai bisogno di soldi per soddisfare delle necessità quindi fai anche cose magari noiose, magari mortificanti, senza tante storie. Terzo, se lavori per un'agenzia magari non è il caso di rifiutare un ingaggio come quello, rischi di essere cancellata dalle liste. Quarto, non era mica un incarico da sbeffiare. Io ho fatto un sacco di lavori quando ero studentessa, il novantanove virgola nove per cento dei quali mi annoiavano a morte in sé e per sé ma magari mi incuriosivano e ero contenta quando li accettavo, come fare la standista nei saloni dove ho venduto gelati, rulli magici e mobili del rinascimento canadese. All'epoca, mi avessero chiesto di fare la "hostess" chez Gheddafi ci sarei corsa, per i soldi e per la curiosità di partecipare a un evento diverso dalla solita routine di babysitteraggio e ripetizioni a zucconi (anzi, da zuccona a zuccone). Il fatto è che di questi tempi "si porta" il moralismo sulle donne. Dai difensori delle donne ormai professionali, come Gad Lerner che si è assunto questo compito come una missione e il trombone Adriano Sofri che tra un moralismo e una lacrima al ciglio ci rassicura quotidianamente sulla nostra superiorità, ai desolati per la mancanza di ideali delle ragazze che voglio tutte fare le veline, a quelli che il velo no però come la mettiamo con le nostre ragazze che se ne vanno a culo nudo ecc ecc. Magari smettetela, smettiamola, di preoccuparci e lasciate che ci pensino loro. Le ragazze non lo ve l'hanno, non ce l'hanno chiesto di mostrargli sempre la fiaccola della virtù per indicargli la via. E per una Noemi che fatica pateticamente a procedere sulla sua scorciatoria, ce ne sono tante altre che sognano cazzate finché sono ragazzine e poi a colpi di nasate e scivoloni imparano. Sono ben altri problemi delle donne, e non parlo solo di Iran e Afghanistan. Comunque, qui voglio solo dire: un po' di rispetto per queste ragazze che hanno fatto un giorno di lavoro facile, mal retribuito, ridicolo, certo inutile. Ma onesto lavoro.
Se proprio devo pensare a una cosa che mi riempie di indignazione, mi offende, mi rivolta le viscere, una cosetta nostrana, non una lapidazione né altro di importante, è l'agghiacciante trasmissione di Canale 5 su cui mi è caduto l'occhio una volta e mai più, perché non voglio rovinarmi la cena e la serata: Le Velone. Quella sì che è offensiva per le donne, e anche per gli uomini. L'idea che qualcuno la guardi per farsi due risate mi ripugna. All'inferno sarebbe una buona punizione per Gheddafi e per il nostro giovane premier, suo sodale in sessuomania.

venerdì 27 agosto 2010

Mehmet Murat Somer, Scandaloso omicidio a Istanbul

Ho visto oggi sul Venerdì di Repubblica che è uscito da Bompiani un altro libro di questo autore di cui per caso ho finito di leggere Scandaloso omicidio a Istanbul (Sellerio 2009) proprio ieri. Non pensavo di parlarne ma l'occasione me ne ha fatto venire voglia. Premetto che avendo fatto un lungo viaggio in Turchia ho letto parecchi libri di autori turchi, tra cui - ahimé - uno del mio amatissimo Pamuk, Il libro nero, che mi ha stravolta di noia malgrado ci siano cose bellissime (se trovo il coraggio ne parlo) e bloccata per un bel po' perché andavo avanti a mezza pagina per volta; e La figlia di Istanbul di Halide Edip Hadivar, un superclassico del 1935 appena tradotto da Elliott che mi ha riconciliata con il mondo, e poi il giallo di Somer come coda al ritorno. A differenza dell'inqualificabile Hotel Bosforo, si tratta di un giallo divertente e notevolmente sofisticato in cui Istanbul è una presenza reale, fuori dai cliché turistico-folkloristici ma convincente. Il/la protagonista, personaggio che potrebbe essere molto rischioso, risulta invece simpatico e plausibile: non ha nome, parla di sé al femminile ma di giorno lavora come informatico abilissimo e un po' hacker (caratteristica ormai inevitabile per ogni personaggio poliziesco, Sherlock Holmes ai giorni nostri invece che chimico eccellente sarebbe hacker) in panni maschili, la sera si veste da donna, preferibilmente seguendo il modello Audrey Hepburn, e si reca al night-club di cui è comproprietaria, dove non disdegna di fare la sua parte di marchette. Spasima per ogni maschio ben messo e attraente, il suo idolo è John Pruitt: ho controllato, un modello palestrato e lucido. Si offende se la chiamano finocchio ma pretende rispetto e attenzioni come donna, e nel caso è in grado di mettere ko i più muscolosi usando arti marziali e semplici botte. E' coraggiosa, vagamente ironica, paziente con le altre "ragazze" che le contano i loro guai e la tirano in mezzo, forse un filino "diversa" ma senza snobberie, e coinvolta fino in fondo. Quando una delle ragazze, che le ha chiesto aiuto, viene uccisa, parte in quarta alla ricerca della verità in modo forse imprudente e avventato ma certo non timido. La soluzione del delitto, in cui compaiono mafia dei ricatti e un politico iperconservatore, è complessa e io forse non ho capito proprio fino in fondo ma in realtà è così che deve andare. La realtà è complessa, il mondo pieno di doppi fondi e inganni, non si può pretendere che giustizia sia sempre fatta. Tutta la vicenda si svolge poi tra interni piccolo borghesi (descritti in modo molto divertente e acuto), night club, molti taxi, la città notturna e il confortevole appartamento della protagonista, in modo del tutto naturale. E i personaggi di contorno sono tratteggiati alla svelta ma a fondo, il mondo dei travestiti è nitido e privo di qualsiasi sfumatura di giudizio, e privi di pregiudizi appaiono anche gli abitanti di Istanbul, la cui parte maschile gradisce molto schiettamente la compagnia delle "ragazze". Insomma sono contenta che sia stata tradotta un'altra avventura della serie, e la leggerò.

mercoledì 25 agosto 2010

Esmahan Aykol, Hotel Bosforo

Trebisonda 21/7/2010
Mi dispiace davvero per Sellerio che è un mio mito insuperato, ma questo Hotel Bosforo è uno dei libri più brutti che abbia mai letto. E soprattutto più inutili. Una trama insulsa e del tutto pretestuosa, un giallo di cui non frega niente a nessuno, men che meno all'autrice che per tre quarti del libro pensa a altro e poi alla fine telefona la soluzione giusto per scaricarsi la coscienza. E il motivo che non rivelo è quello più sfruttato nella maggior parte dei libri degli ultimi dieci-quindici anni. Il resto è una serie di cliché dei più banali, scritti nella prosa di una ragazzina di prima media poco dotata ma convinta di essere spiritosa. Si direbbe tradotto dal tedesco perché la prima edizione è di una casa editrice tedesca, ma non è chiaro leggendo, in certi punti si direbbe tradotto dal turco. Sembra un repertorio di luoghi comuni sui turchi a uso dei tedeschi, e viceversa. Tipo: i turchi fumano come turchi. Ma va'? E' come se Aykol volesse gratificare gli uni e gli altri presentandoli a volte con gli occhi di un popolo, ora dell'altro. Il risultato è che come terzi ci si sente un po' esclusi.
Si svolge in una Istanbul tutta localini furbi e gran bevute, naturalmente lontanissima dal turismo ma non per questo meno stereotipata e finta. L'insopportabile protagonista, tedesco-turco-ebrea libraia specializzata in gialli, il che per qualche ragione che non ho afferrato la qualificherebbe a risolvere delitti, incontra una vecchia amica tedesca che resta invischiata in un assassinio. Primo, non si capisce perché la tedesca ha cercato la libraia di cui aveva perso le tracce da secoli. Due, la libraia fa un paio di telefonate da scocciatrice e questo è tutto lo sviluppo della trama. In compenso tutti se la vogliono scopare, e lei non sembrerebbe maldisposta, non disdegna poliziotti né delinquenti ma alla fine la vita la premia. L'unica idea che ha in testa è andare dall'estetista, avere le unghie in ordine e mettersi elegante. Ah no, dimenticavo, anche schiaffare la madre in un ospizio alle Baleari. L'autrice è talmente cretina che crede di dare pennellate di realtà nominando un paio di volte la "crisi di febbraio" (?).
Insomma, mi chiedo perché questo libro è stato tradotto: sperando di cavalcare l'onda dei gialli esotici? Ma questo non è né giallo né esotico, solo un'emerita cazzata che fa venire i nervi per il tempo sprecato a leggerlo. E per Sellerio, che sa fare di molto meglio.
Traduzione, non si sa da che cosa, di Emanuela Cervini.

Halldor Laxness, Gente indipendente

Trebisonda, 19/7/2010

Pubblicato in Islanda in due parti nel 1934-35, quando l'autore aveva trentadue anni e era ancora ben lontano dal Nobel attribuitogli nel 1955, questo romanzo, che definire straordinario è poco, racconta la vita testarda e la titanica sconfitta di Bjartur di Somarhus, allevatore di pecore che per la sua aspirazione all'indipendenza è disposto a qualsiasi sacrificio, anche e soprattutto a quello delle persone che gli vivono intorno. Dopo diciotto anni a servizio in una fattoria ricca, riesce a acquistare un podere per il quale si carica di debiti, si sposa e inizia la sua vita di contadino padrone della sua terra, di fatto schiavo di un lavoro disumano che non prevede sosta né gratificazioni, nel nord di un paese (siamo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento) che non può trovare nell'agricoltura la sua vocazione. Non faccio nessun riassunto delle vicende, leggetelo e non vi pentirete. Mi limito a fare qualche osservazione sul protagonista.

Bjartur è un personaggio "larger than life", magnificamente raccontato senza una parola di descrizione. E' quello che è e tanto basta. Un'unica idea lo domina, quella di essere indipendente, non dovere niente a nessuno. I debiti li affronta ma non sopporta di dovere dire grazie a chicchessia. Un regalo per lui è un affronto, come si capisce da alcuni episodi tra cui quello della "massaia" Dunya mi ha straziato il cuore, perché la delusione di chi si fa delle aspettative sul piacere che recherà un suo dono che poi viene rifiutato, è qualcosa che mi è insopportabile. Affronta qualsiasi rinuncia, privazione, sacrifici, perché per lui non sono tali, quello che conta è la strada che segue la via dell'indipendenza. Ciò che è perduto non lo rimpiange, e questo è ripetuto più volte nel corso del romanzo, e rappresenta la notazione più sconvolgente per il lettore. Sono parecchi i personaggi che via via spariscono, a volte in modo terribile, lasciando un vuoto che provoca un mare di interrogativi in chi legge e neanche un battito di ciglia in Bjartur. Almeno fino all'ultima sparizione, che apre una breccia nella sua corazza e lo salverà, in un certo senso, alla fine.

E l'altro aspetto sconvolgente per il lettore è la tremenda fatica, l'asprezza della vita, le condizioni spaventose di ignoranza, promiscuità, insalubrità, lavoro massacrante, in cui si svolge l'esistenza degli allevatori di pecore del nord dell'Islanda. Bambini e adulti che lavorano diciotto ore al giorno, mangiando pappa d'avena e scarti di merluzzo salato, bevendo caffè, dormendo in sette o otto nella stessa stanza in cui cucinano, con delle condizioni climatiche altrettanto estreme. E la conclusione è solo una: i poveri sono condannati, per loro non c'è riscatto da miseria e tisi, l'indipendenza è una chimera, politici e commercianti gli unici che riescono a guadagnare sempre nella vita. Pochi i sogni che possono andare a buon fine, forse solo la fuga, l'America là in fondo, terra favolosa in cui le pecore si trovano da sole l'erba da brucare.

L'amore non esiste, l'affetto chi lo sa, l'ambiguità del rapporto tra Biartur e Asta Solillja una delle cose più belle che ho letto. Ma non è un romanzo deprimente, è un epico inno alla capacità umana di seguire i propri ideali sbagliando e risbagliando senza accettare la sconfitta. La natura eccessiva e arcigna domina su tutto ma l'uomo non si lascia schiacciare, la usa e la contrasta sperando sempre di piegarla ai propri voleri. E sul fondo c'è il mondo che cambia, la prima guerra mondiale, le discussioni su Dio e sull'anima, le banche, le cooperative, le donne e il loro destino spietato. Un romanzo che mi fa venire in mente solo un termine: magnifico. Non se ne esce facilmente una volta finito, e Bjartur è indimenticabile.

Si capisce bene che il pubblico islandese sia stato sconvolto da Gente indipendente che metteva a nudo miserie e arretratezze del paese, come spiega in modo interessante e esauriente nella postfazione di Silvia Cosimini, autrice anche della splendida traduzione. Leggete anche Il concerto dei pesci, ne vale davvero la pena.

giovedì 8 luglio 2010

Food talk a Cavour


Tempo di vacanze, tempo di viaggiare, tempo di scappare. Sì viaggiare, diceva il poeta, e per me sarà un'abitudine, ma certo mi fa un gran bene come nutrimento del cervello. Spero funzioni anche questa volta. E coltivo qualche sogno per il ritorno. Lascio nel silenzio più profondo le speranze politiche, ormai sono talmente desolata che non so quasi più che cosa sperare. Magari di svegliarmi e scoprire che gli ultimi vent'anni in compagnia del nostro giovane premier erano un brutto sogno, ma non basterebbe.
Ma invece so benissimo che cosa sperare a livello linguistico. Primo, che a tutti quelli che dicono "fare sesso" caschi immediatamente la lingua senza possibilità di ricrescita. Tacerebbe il cento per cento dei film, delle fiction, ecc ecc. Salverei solo Natalia Aspesi cui perdono questo peccato di per sé mortale perché mi piace troppo leggerla. Due, che nessuno più si azzardi a usare in senso transitivo i verbi intransitivi solo per risparmiare qualche "fare" o altri giri di frase. Tre, che caschi un mattone in testa a chi dice "a me stupisce, a me sconcerta, a me diverte, a me calma". Gnurantoni. Quattro, che la smetta di soffiare il vento della restaurazione che fa dire (e scrivere, ovviamente) "ho mostrato loro, ho insegnato loro" e dio mi scampi ogni altro genere di loro. Cinque, che le balene la piantino di spiaggiarsi e ricomincino a arenarsi. Sei, che ogni "assolutamente sì", o anche senza sì, si ficchi in gola a chi lo dice soffocandolo lentamente.
Perdono senza fatica i "peraltro" a inizio frase, i "piuttosto che" al posto del vecchio caro "o", e altre vagonate di peccati veniali che neanche voglio ricordare. Invece voglio ricordare una delle cazzate che mi hanno fatto ridere di più tra le tante che ho letto di ultimo (su Donna, supplemento a la Repubblica del 3 aprile 2010): nella Settimana della Carne a Cavour: assaggi, acquisti, food talk con allevatori e macellai. Ancora rido all'idea di un bel food talk con un maslè di Cavour. Mi mette talmente di buon umore che mi viene persino la speranza che cada il governo, così potremo fare dei gran bei talk tra noi, maslè, tranvieri e cardinali, sul futuro dell'Italia.

domenica 4 luglio 2010

Aurelio Grimaldi, Storia di Enza

Un libro del 1991 dell'autore di Mery per sempre e Le buttane, un po' sparito sia come scrittore che come cineasta dopo i successi degli anni '90. Mi ha colpito, in questo breve romanzo quasi privo di vicende, la voce narrante, un'adolescente nata in una famiglia difficile, sesta di dieci figli di genitori giovanissimi ma inadatti, padre del genere "adorabile mascalzone" e madre altrettanto cliché, luttuosa, invecchiata, carica di rancore ma incapace di liberarsi del marito biondo che la ingravida a ripetizione. Enza sperimenta il collegio e il riformatorio ma non è cattiva, non è delinquente, giusto un po' ribelle e soprattutto, come qualsiasi adolescente, ossessionata dagli ormoni in circolo e nel sesso precoce e disinvolto butta quasi tutta la sua esperienza. Comunque è una voce resa con una capacità di identificazione, una sensibilità, una misura e una conoscenza della psiche femminile adolescente che stupisce. Mi ha fatto tornare in mente una mia allieva che ai tempi del film tratto da Mary per sempre recitava a memoria il monologo della protagonista, tante erano le volte che l'aveva visto e rivisto.
Il romanzo è di 163 pagine, ma se ne possono calcolare la metà perché è diviso in brevissimi capitoli che ne rendono molto agile e veloce la lettura. Se lo trovate su una bancarella o nei remainders vale senz'altro la pena di spenderci qualche euro.

Ghiannis Xanthulis, Lo zio Takis, Crocetti

Continua il discorso che facevo a proposito di Valeria Amerano. Quanti bei libri ci passano vicino senza che ce ne accorgiamo, la vista impedita dalle cataste di quelle cose inutili che chiamano best-seller (con qualche sporadica e lodevole eccezione, ovviamente)? Uno di questi è certo Lo zio Takis di Ghiannis Xanthulis, pubblicato nella mai abbastanza lodata collana di narrativa greca contemporanea di Crocetti nel 2008 e uscito in edizione originale nel 2005. Di questo autore mi ero già invaghita con Il liquore morto (Crocetti 2003) che con lo Zio Takis ha parecchi punti incontatto, oltre alla bellezza. Anche qui siamo in una Atene povera e non ancora stravolta dalla speculazione edilizia, e al centro c'è una palazzina alle falde del Licabetto, una di quelle case unifamiliari a più piani che ancora si riescono a incontrare in qualche angolo nascosto dell'Atene di oggi. E' il 1951, la Grecia è appena uscita dalla guerra civile che l'ha dilaniata, i comunisti vanno al confino e sono torturati, tutti sono magri, gli uomini portano il cappotto e il cappello, le donne il tailleur stretto in vita. La famiglia Vasiliadis vive una sua vita borghese e qualsiasi: il padre Nilos è professore di matematica e fisica in una scuola superiore, la madre Zoì è malata di cuore, le figlie Martha e Aretì vivono vite da donne, il figlio Takis studia legge, lo zio Lambros è avvocato e ha un'amante attrice, Ketty, nei sotterranei della cucina e del deposito di carbone vive la zia Katingo, la Guardiana dell'Inferno. E su questa calma si abbatte un ciclone, una storia di pedofilia che è solo l'inizio di un susseguirsi di scoperte che sono tali solo per il lettore, perché sotto il perbenismo dei Vasiliadis ce n'è per tutti, incesto sodomia promiscuità assassinio, e tutti sanno tutto ma non parlano... Katingo, dal suo sotterraneo dove sente ogni parola pronuciata nella casa, su tutto regna come una Nemesi padrona della vita e della morte. Nell'incontro con i Vasiliadis anche Ketty, innocente a suo modo, viene coinvolta nelle tragedie familiari, Aretì segue il fidanzato a Istanbul dove sarà testimone di uno dei grandi traumi della tormentata storia tra greci e turchi, il pogrom del 1952, Takis parte volontario con il contingente greco per la guerra di Corea. Nella casa di via Asklipiù, sotto il Licabetto, si aggirano fantasmi licenziosi e sboccati, rissosi e maligni, che spaventano le serve fino a farle impazzire mentre le piante di fico dell'abbandono invadono fondamenta e scale. Ma c'è anche un fantasma benevolo, pronto a comparire nei momenti più difficili per proteggere Aretì fischiettando un blues di Cole Porter.
Un romanzo veramente avvincente che farà felice chiunque abbia messo piede a Atene anche una volta sola, anche solo in transito per un'isola smemorata che di greco ormai non conserva altro che il nome. Un romanzo visionario ma concretissimo, pieno di fantasia e legato alla storia, che dipinge un'Atene e una Istanbul che non ci sono più ma si intravedono ancora in controluce. Scritto benissimo, oltretutto, veloce, asciutto, spiritoso, crudo.
Che meriterebbe di essere letto, conosciuto e recensito in ben altri luoghi che questo blog. A me piacerebbe molto convincere anche un solo lettore, sono sicura che ne trarrei grande riconoscenza per avergli fatto conoscere Ghianni Xanthulis: nato nel 1947 a Alexandrùpolis da una famiglia originaria della Tracia orientale, giornalista, drammaturgo, illustratore di libri per l'infanzia, ha esordito nel 1981 e ha pubblicato quindici libri, pluritradotti.

lunedì 28 giugno 2010

Stefania Bertola, Il primo miracolo di George Harrison

Una delusione questo libro di Stefania Bertola, scrittrice torinese che amo molto tanto che ho letto quasi tutti i suoi romanzi e non li ho eliminati nel drastico ridimensionamento della mia biblioteca. Inoltre io amo moltissimo i racconti, perciò dall'accoppiata autrice–forma racconto mi aspettavo ore di puro piacere. Invece questi non sono veri e propri racconti, sono per lo più ideuzze, spunti, carini e divertenti ma insufficienti a riempire un libro. Il mio preferito è Santa Violetta, lamento di una santa ignota che vorrebbe avere un giorno onomastico tutto per sé; quello che mi ha delusa di più è La traversata di Torino, a piedi da corso Unione Sovietica all'Auchan dell'autostrada per Milano. Da un argomento come questo, pensavo, chissà che cosa riesce a tirare fuori questa scrittrice così spiritosa, così acuta nel delineare tic e fotofinish di Torino e della sua fauna umana, così sempre intelligente e abile nell'individuare cambiamenti sociali e novità appena spuntate! Invece niente. Un fuoco d'artificio con la miccia umida. Non che i racconti siano mal scritti, affatto, se fossero imparaticci di un'autrice debuttante li troverei ottimi. Ma quella scrittura scintillante che mi faceva ridere da sola o rileggere con lo stesso gusto con cui si scarta per l'ennesima volta un gianduiotto, di cui si conosce già il sapore ma non ci si stanca mai... no, non l'ho trovata qui. Penso che sia quella che si chiama "operazione editoriale", cioè un libro messo insieme con quanto si trova di già fatto nell'attesa che l'autore si sbrighi a sfornare il prossimo. Peccato. Non aggiunge niente a Stefania Bertola e rattrista i suoi fan. Tra i quali continuo a annoverarmi, e aspetto con ansia il prossimo romanzo che spero pieno delle sue squinternate e simpaticissime ragazze, scoppiettante di storie gentilmente assurde, con trovate divertenti a ogni pagina. A la prochaine, Stefania, non ce l'ho con te ma vedi di non deludermi più.

Valeria Amerano, In pugno alle stelle

Conosco Valeria Amerano ormai da parecchi anni e ho avuto modi di apprezzarne la scrittura nei molti racconti vincitori di premi, ma questo è il primo romanzo suo che leggo. E pur aspettandomi qualcosa di bello, devo dire che la lettura ha superato di molto le mie aspettative. In pugno alle stelle è il romanzo di una famiglia, quella dell'autrice, di cui vengono ricostruite le generazioni fino dalla fine dell'Ottocento, quando il nonno paterno Steo Delmo abbandona la campagna pinerolese per emigrare a Torino, dove diventa tranviere. Sposa la bella Caterina la cui famiglia coltiva fiori in un vivaio detto il Brasil. Di qui si dipanano le vicende di nonni, zii, zie, genitori, fino a quando tra gli altri personaggi spunta anche Anna, alter ego dell'autrice, e si giunge più o meno agli anni ottanta del secolo scorso.
Detto così sembrerebbe un banalissimo memoir familiare, una di quelle opere che si scrivono per indulgere all'epica dei ricordi e alla nostalgia dell'infanzia. Invece è un libro magnifico per la capacità quasi miracolosa di empatia con i personaggi che racconta, nei quali entra senza dare l'impressione di forzarli, di inventarli. Io, che di solito non vado pazza per le storie di famiglia o di memoria, devo riconoscere che questa è speciale. Un punto di forza è la scrittura, ricca, sorprendente, senza mai cadere nel barocco o nel troppo scritto. Quel genere di scrittura che ti fa andare avanti stupita, chiedendoti: ci sarebbe un altro modo di dire questa cosa? No, non c'è, questo è il migliore possibile. Non c'è indulgenza né compiacimento nella descrizione dei tipi umani che compongono la famiglia della scrittrice, ma c'è rispetto e una forma non sentimentale di adesione al passato, uno sforzo di recupero, di interpretazione, di ricostruzione, frutto forse di una nostalgia consapevole dell'impossibilità di afferrare un mondo sparito. Ho sentito più di una volta Valeria Amerano dire che si può scrivere solo di qualche cosa che si è perduto, un'affermazione in cui non mi riconosco ma che il suo romanzo mi ha fatto capire e che sicuramente rispecchia la sua scrittura e ne spiega il fascino.
Rimane da dire che questo libro, uscito nel 2004 per Alzani Editore, non ha certamente avuto la diffusione che meritava. La sua profondità e la sua ricchezza ne fanno un'opera che spicca decisamente al di sopra della media di quello che i nostri editori di punta offrono in abbondanza. Ma non segue la moda della facilità e del noir a ogni costo, della narratività consolatoria, e questo forse renderà difficile che venga riconosciuto il suo valore. Certo varrebbe la pena che qualche casa editrice coraggiosa e soprattutto di gusto lo ristampasse e investisse nella promozione.
Concludo con una citazione, la frase finale: Li ho sempre accompagnati tutti al cimitero, i miei morti, ma non sono mai riuscita a seppellirli.

César Aira, Ema, la prigioniera

Finalmente ho potuto leggere un po' quello che mi capitava, seguendo i suggerimenti del piacere e del caso. Ho cominciato con un libro che tenevo lì da un bel po', Ema, la prigioniera di César Aira, edizione originale del 1981, pubblicato da Bollati Boringhieri nel 1991. Siccome non avevo mai sentito nominare l'autore, ho fatto una piccola ricerca e ho scoperto che questo scrittore argentino, nato nel 1949 a Coronel Pringles in provincia di Buenos Aires, è estremamente prolifico (più di cinquanta libri pubblicati tra romanzi, racconti e saggi), e ha una grandissima influenza sulla scena letteraria del suo paese. In Italia, oltre a questo libro, ho trovato Come diventai monaca, che quando uscì (2007) ebbe alcune recensioni che ricordo vagamente, e Il mago, entrambi usciti da Feltrinelli. Questo romanzo è veramente singolare. Di grande fascino, attira il lettore per pagine e pagine prima che si cominci a rendersi conto che c'è qualcosa che non quadra. Ambientato nell'Ottocento, racconta di un gruppo di militari e forzati che viaggiano per mesi verso un luogo di confine, lontanissimo e remotissimo, quello stesso Pringles che, cercato sulla carta geografica, risulta non molto distante a Buenos Aires. Nella prima parte si parla di un ingegnere francese che poi sparisce, e nella seconda la Ema del titolo diventa protagonista. I militari sono soprattutto dei beoni senza fondo, e anche violenti con i forzati che trasportano su carretti, per non parlare delle donne sempre incinte e trattate peggio che stracci da scarpe. Attorno ai bianchi si muovono gli indiani, via via sempre più importanti e presenti, che sono una delle invenzioni più fantastiche del romanzo: una specie di popolo di dandy, che pensano tutto il tempo all'eleganza, a dipingersi il corpo e i capelli, a bere di tutto, a fare il bagno, a osservare un'etichetta rigida, a fare gite senza motivo in posti strani, a accoppiarsi, suonare e farsi ammirare. Sia gli indiani che il misterioso colonnello Espina del forte di Pringles battono moneta con cui cercano di invadere le nebbiose lontananze in cui vivono. Ema poi è una specie di albero, di pesce guizzante, che sopravvive a tutte le trasformazioni cui la vita la costringe sposandosi a caso con chiunque incontri e accumulando bambini finché alla fine mette su un allevamento di fagiani destinato a diventare un grande business. Il punto che per me è stato fondamentale, dove ho capito che dovevo abbandonare la necessità di sapere se le storie che Aira mi raccontava avevano una pretesa di realismo o erano pura fantasia sganciata dalla verosimiglianza, dalla logica, persino dalla coerenza narrativa, è l'incontro della truppa in marcia con branco di otarie: chiamate les chiennes e descritte come veltri scheletrici e elegantissimi con lunghe code e niente orecchie, con gambe lunghe e andatura sgraziata, be', sono stata costretta a andare a consultare le immagini di google per avere la conferma che le otarie sono tutte diverse, assomigliano solo alle foche di cui sono parenti strette. E Aira, serafico, fa dire al tenente Lavalle: Sono piuttosto decorative, indubbiamente. Lei non ci crederà, ma appartengono alla stessa famiglia delle foche. Non ha visto che non hanno le orecchie? Una simile spudorata indipendenza dalla realtà e questo abbandono all'immaginazione, fantastico e attraente nelle descrizioni dei paesaggi, delle persone, delle ragioni irragionevoli delle azioni, funziona meno bene nei dialoghi che sovente sono tentati dall'elucubrazione filosofica e dalla frase a effetto con risultati piuttosto noiosi, oppure sono io che sono pochissimo propensa alle idee astratte e non ho avuto la pazienza di cercare un significato là dove apparentemente non ce n'è.
Bisogna sicuramente avere voglia di abbandonarsi all'immaginazione, alla sospensione dell'incredulità, essere ben disposti a lasciarsi stupire, ma questo è un romanzo (benissimo tradotto da Angelo Morino, nientemeno) che può affascinare e soprattutto è diverso, diversissimo dalla solita minestrina che ci fornisce l'editoria. Non dico che ne vorrei tutti i giorni ma vale senz'altro la pena di inoltrarvisi, come in una terra davvero straniera e aliena ma ricca di attrattive esotiche.

Premio Alga, last news

Allora, riassunto di molte puntate apparse in altri contesti: il Premio Alga è un'iniziativa interessantissima, giovane, nuova. Cinque libri in concorso più uno fuori collana, giuria formata dai lettori tra i quali saranno estratti ricchi premi, libri in vendita in canali alternativi a 3 €. Ecco gli autori e i titoli: Antonio Achille, La grande Estate (fuori concorso); Claudia Manselli, L'orologiaio; Valentina Imbellone, La casa in mezzo all'erba; Nicola Somenzi, Quando Dio morì; Maura Enrici Bellom, Caffè di cicoria; Consolata Lanza, Trilogia delle donne virtuose. Tutti belli, tutti da leggere, votare e commentare eccetera eccetera. Informazioni più precise sul sito dove potete anche seguire le votazioni parziali. E adesso basta con il Premio Alga, è tempo di cambiare argomento.

sabato 5 giugno 2010

BAD VISIONS, di Danilo Arona

Mai lavorato tanto come in questo periodo dal tempo della maturità. Intesa come esame, non come stato. Comunque, non sono riuscita a scrivere una riga da più di un mese, più di cinque settimane per l'esattezza, mentre avrei voluto scrivere diffusamente del libro di Danilo Arona Bad Visions, che mi ha divertita moltissimo, ma ci riesco solo oggi e per di più in breve. Uso un verbo, divertire, che può sembrare strano riferito a un romanzo (anzi due, La stazione del Dio del Suono e Blue Siren, riuniti nel volume suddetto) horror che si propone di suscitare brividi, non risate. E infatti ho provato molti brividi e non ho riso affatto. Ma mi sono divertita perchè il mio cervello, oltre che la mia pelle e la mia schiena e ogni altro angolo dove si possono provare brividi, è stato ampiamente stimolato, incuriosito, messo alla prova ecc ecc.
Questo perché Danilo Arona toglie da sotto i piedi le sicurezze più salde: spazio e tempo. Che l'identità sia menzognera e incerta ce lo aspettiamo ormai anche dai libri per bambini, quelli di plastica da mettere nel bagnetto. Ma che il tempo trascolori continuamente da ieri a oggi a domani nello stesso istante, e che qui sia anche là ma pure altrove, non è usuale né facile da realizzare in una pagina scritta. Danilo Arona ci riesce eccome, e con la massima naturalezza. Per cui le sue storie di orrore, con ambientazioni che spaziano tra l'Appennino ligure, Ibiza, Barcellona e l'ieri, l'oggi e il domani (La stazione del Dio del Suono), il Kent del Giro di vite di Henry James e le discoteche dove ci si cala qualsiasi cosa (Blue Siren), fanno paura, tolgono il terreno da sotto i piedi, danno la stessa agghiacciante sensazione di instabilità di una scossa di terremoto e nello stesso tempo lasciano il lettore più che soddisfatto.
Consigliato a chi sa godere anche con il cervello.

mercoledì 28 aprile 2010

Albertazzi e i Promessi Sposi: contro Alessandro Manzoni

Per una volta posso applaudire Giorgio Albertazzi, attore che non mi è mai interessato e di cui nulla so, perché con la sua voce dal sen fuggita ha sollevato un bel casino mediatico-cultural-fuffaiolo sulla nostra gloria nazionale Alex Manzoni. Di cui io, da sempre, penso tutto il male possibile, e mi sono sempre chiesta come sia successo che le sue bruttissime opere siano diventate monumenti da ammirare e su cui è vietato scrivere, figuriamoci fare scarabocchi. Comunque. Stamattina su la Repubblica c'era un articolo di Francesco Merlo che bacchettava l'incauto attore per avere osato tanto, ma siccome F.M. è un giornalista cui preme soprattutto épater le bourgeois e fare il bastian contrario, non sono sicura che non sarebbe disposto a dire esattamente il contrario in caso facesse migliore figura. Nelle pagine degli spettacoli, altro articolo bonariamente sarcastico, come se su una simile enormità non ci fosse altra posizione possibile che non prenderla sul serio. Mentre scrivo, su RadioTre arrivano sms che rispondono alla domanda fondamentale: qual è il tuo personaggio preferito dei Promessi Sposi? Insomma, sul Papa e sul Manzoni non accettiamo critiche. Poi ne parlano Tullio De Mauro e Laura Pariani, pensosamente a favore totale dei P.S., che non si esimono da instillare il solito dubbio, che se non piace è colpa della scuola. Ma state tranquilli, agli ascoltatori di RadioTre piacciono da matti.

Io invece penso che i P.S. siano un libro bruttissimo, e fortemente diseducativo. Diseducativo per la bennota Provvidenza che mette tutto a posto, e oltre a disincentivare l'iniziativa individuale, fa tanto pensare al parlamentare di riferimento cui rivolgersi per qualsiasi problema. Questa che ho appena scritto è una cazzata, ma non me la rimangio e neanche me ne vergogno. Se A.M. rappresenta la provvidenza divina sotto forma di un'epidemia di peste, potrò ben dire qualche cazzata anch'io. Ma soprattutto è diseducativo per come è scritto e per il fatto che a generazioni di incolpevoli giovani italiani è stato proposto come perfetto modello di prosa. Una prosa, francamente, insopportabile non tanto perché antica ma perché talmente studiata, lavorata, lucidata, sgusciata e incisa che alla fine toglie il fiato, manca l'aria, fa venire voglia di spalancare la finestra e buttarsi giù. Troppe parole, caro Alex, troppi aggettivi, sinonimi, precisazioni, giri di frase iperanalitici, particolareggiati, troppi particolari, troppi... Una pesantezza da indigestione. Non tanto noia quanto fastidio per l'incapacità di sintesi, che infatti l'unica volta che gli è venuta (la sventurata rispose) ha dovuto riscrivere il romanzo per produrla.

Io che sono stata bocciata ben due volte quando andavo a scuola, dopo la prima bocciatura in quarta ginnasio ho scelto di andare in una sezione dove c'era il professor Barioli di cui tutti dicevano un gran bene. In effetti era molto simpatico, e un narciso pazzesco. Me lo ricordo ancora quando, con sua somma soddisfazione e nostro grandissimo divertimento, ci leggeva la scena di Renzo all'osteria barcollando in giro per l'aula e biascicando le parole. Ma nemmeno il Barioli è riuscito a evitare il senso di claustrofobia evocato dal solo pensiero della vigna di Renzo e della notte dell'Innominato, o della descrizione della madre di Cecilia. Quella bellezza velata e offuscata, ma non guasta... mi si gonfia la gola come per un'allergia grave. Io penso che invece vigna, notte e madre suscitino in genere un senso di appartenenza in molti, che sono gratificati perché al nome di A.M. e dei P.S. scattano ricordi scolastici creatori di identità e rassicuranti, perché tutti ne hanno studiato almeno qualche pagina scelta, e quindi si affrettano a digitare sms a Farehneit per dire che a loro piace, eccome se gli piace, e gli piace la monaca di Monza, e don Abbondio, e padre Cristoforo, e don Ferrante e donna Prassede ecc ecc. Come quei cugini e zii familiari nell'infanzia, che non ci sognamo più di frequentare ma suscitano un commosso moto d'affetto se per caso li incontriamo per strada o a un funerale.

Io continuo a dire che Manzoni è lo scrittore più sopravvalutato della letteratura italiana, che i Promessi Sposi sono insopportabili, e il resto che ha scritto ancora peggio. Gli posso riconoscere il merito di aver inventato l'espressione dalle Alpi alle Piramidi, che mi suona bene. Ma già dal Manzanarre al Reno lo trovo ridicolo.
Siccome ho fatto anche l'insegnante e ho anche insegnato A.M. e i P.S., oltre che il 5 Maggio e i cori dell'Adelchi, sono serenamente certa che tutti i miei allievi lo detestano. Non per mia istigazione, lungi da me, ma perché questo è il perverso effetto di tutto quello che fa un insegnante secondo la stampa tutta. E per una volta, voglio crederci e me ne rallegro.

martedì 6 aprile 2010

EMILIA BERSABEA CIRILLO, UNA TERRA SPACCATA, Edizioni San Paolo

Emilia Bersabea Cirillo, architetto che vive e lavora a Avellino, è una scrittrice che accanto a un respiro nazionale ha conservato legami fortissimi, carnali, con la sua terra. Ha iniziato con una raccolta di racconti, Fragole (Filema 1996), in cui erano già presenti molti dei suoi temi più personali, l'attenzione alle problematiche sociali e umane, la sensibilità civile, il mondo femminile, la cura delle cose concrete e degli affetti, le sapienze antiche, l'Irpinia. Uno dei più belli tra questi racconti, Angele, è stato inserito nell'antologia After the War: A Collection of Short Fiction by Post-War Italian Women (Italica Press, N.Y. 2004) con il titolo di Angels. Vengono in seguito le bellissime prose di Il pane e l'argilla (Filema 1999), un viaggio in Irpinia interamente dedicato agli aspetti più segreti e più autentici della sua terra, con illustrazioni di Giovanni Spiniello. Con Fuori misura (Diabasis 2001) torna al racconto di cui è maestra, e infatti vi compare Il sapore dei corpi che ha vinto il Premio Arturo Loria 1999 per il miglior racconto inedito. Il romanzo L'ordine dell'addio (Diabasis 2005), ambientato in un paese dell'Alta Irpinia, è stato finalista al Premio Domenico Rea. Suoi racconti sono apparsi inoltre nelle antologie Il Semplice n.3 (Feltrinelli 1996), Gli esiliati (Avagliano 2002) ottenendo il Premio Internazionale di Narrativa "Lo Stellato" con il racconto Il violino di Sena, Le parole dei luoghi (Avagliano 2007), M'AMA (Il Poligrafo 2008), e il recentissimo Le frane ferme, quattro racconti sull'Irpinia (Mephite 2010).
Con questo suo quinto libro riesce a darci un romanzo che unisce una storia di sentimenti, un'evoluzione anche esistenziale della protagonista, alla denuncia senza sconti delle storture politiche e degli interessi sotterranei che minacciano l'integrità dell'Irpinia. L'incipit è folgorante: La sola volta che ho visto Filippo nudo è stato da morto. Chi parla è Gregoriana de Felice, geologa incaricata di fare la perizia che darà il via alla costruzione di un'enorme discarica nel territorio incontaminato di Pero Spaccone al Formicoso, in provincia di Avellino. Le tocca la dolorosa esperienza di riconoscere il corpo di Filippo Ghirelli, morto durante le manifestazioni degli abitanti del Formicoso che si oppongono alla scempio del loro territorio. Di qui seguiamo i ricordi di Gregoriana, l'incontro con Filippo nell'albergo di Napoli dove entrambi alloggiavano, lei in trasferta da Roma, lui stabilmente dopo averne ceduto la proprietà in gestione. Per Gregoriana era stato l'inizio di un doppio cammino destinato a portarla da una parte a sconvolgere i propri riferimenti affettivi, dall'altra a scoprire un mondo fino a quel momento sconosciuto – un mondo in cui si trovano a affrontarsi persone che vogliono difendere le proprie radici, la terra coltivata dai loro avi, e forze senza scrupoli mosse solo da interessi economici. In questa vicenda così attuale spicca la figura sfuggente e affascinante di Filippo, che forse nella passionalità di Gregoriana e nella sua presa di coscienza civile trova un momentaneo sollievo al male di vivere, ma poi, troppo carico di misteri e passato, sprofonda senza possibilità di salvezza. Intorno si muovono personaggi minori ma vividamente scolpiti, l'anziano cameriere Ivano, i colleghi di Gregoriana, sua madre e Giuseppina che l'accudisce, Enzo l'amante, il bell'ingegner Misuraca, gli operai del cantiere, i manifestanti. Altrettanta importanza ha il Formicoso, terra amata e bellissima, la "terra spaccata" del titolo, che nasconde nelle sue viscere acque e grotte misteriose, mentre in superficie i suoi abitanti si muovono con il passo silenzioso ma inesorabile di un quarto stato ancora capace di combattere. In una Napoli assediata dai rifiuti, tra le sale silenziose dell'albergo e i suoi giardini segreti, si consuma invece senza ardere l'attrazione tra Filippo e Gregoriana, che dopo i giorni convulsi del Formicoso può tornare a Roma più consapevole se non più felice. In filigrana, ma potente, c'è la critica alla società corrotta e spietata che non esita a distruggere uomini e natura per amore di guadagno.
Un romanzo molto ricco e insieme essenziale, senza sbavature, scritto in una prosa asciutta ma capace di slanci poetici e eleganze sorvegliatissime.