Un film molto gradevole e raccomandabile, Gemma Bovery di Anne Fontaine con l'interpretazione di Fabrice Luchini, Gemma Aterton, Mel Raido e altri. Divertente, ben recitato, con belle facce (una quasi Laetitia Casta e un simil Daniel Day-Lewis tra gli altri), bei posti, personaggi molto azzeccati, anche quelli di contorno (l'insopportabile coppia anglo-francese, la madre nobile) e molti spunti di riflessione sui guai che può combinare la lettura, e non solo nelle casalinghe inquiete. Il protagonista Martin ha abbandonato la vita in città e un lavoro in una casa editrice per tornare in provincia, in Normandia, a fare il panettiere. E' ossessionato dalla letteratura, tanto da confondere i piani con la realtà: quando la casa di fronte alla sua viene comprata da una coppia inglese, i Bovery, lui Charlie lei Gemma, non può che identificare la bella Gemma con la sua quasi omonima Emma Bovary. Da qui un'ossessione che lo porta a spiarla, a osservarne le mosse che ricalcano quelle dell'eroina flaubertiana, a interferire pesantemente, mentre per parte sua Gemma suscita passione dovunque va. Ci sono malintesi continui causati dalla bellezza della donna e da ciò che gli uomini le proiettano addosso, con conseguenze anche pesanti, e altro non posso dire perché il plot conta in questa vicenda. Comunque, se ne può trarre una serie di considerazioni legate al continuo gioco di identificazione Gemma-Emma: leggere fa malissimo, anche ai panettieri di mezz'età; probabilmente leggere in provincia è molto più dannoso che in città; i giovani forse si salveranno perché non leggono romanzi se non per obbligo scolastico; insomma, meno si legge meglio si sta.
Avvertenza per il lettore: in questo post si fa uso della figura retorica detta paradosso.
venerdì 13 marzo 2015
giovedì 12 marzo 2015
Succede di tutto in Svezia, paradiso dei giallisti: Åke Edwardson, Winternovellen
Certo che di questi tempi nei paesi scandinavi i genitori vivono sonni molto tranquilli: quando gli nasce un figlio non devono più preoccuparsi che vada bene a scuola, o sia pieno di iniziativa o brillante, tanto da grande può sempre fare lo scrittore di noir. Mi piacerebbe vedere una statistica che mi spiegasse nero su bianco l'incidenza del numero dei giallisti sulla popolazione totale, la distribuzione geografica, la cronologia dell'insorgenza del fenomeno, il suo andamento ecc. Davvero, mi appassiona. Con questo non voglio assolutamente dire che Åke Edwardson fosse un cattivo scolaro o che sia un cattivo scrittore, anzi. Ho letto ben quattro delle sue storie ambientate a Göteborg con il commissario di polizia Erik Winter come protagonista, che fanno parte, con una quinta che leggerò tra un po' perché adesso ho di meglio, della raccolta Winternovellen che comprende Balla con l'angelo, Grida da molto lontano, Luce e ombra, Senza fine, Il cielo è un posto sulla terra.
A questo proposito una piccola digressione: ho scaricato l'ebook, di Baldini & Castoldi, a prezzo irrisorio ma in condizioni veramente tremende: saltati tutti gli a capo dei paragrafi, neanche un salto di riga, e alla fine del secondo romanzo, alcuni capitoli del quarto. Più in là ovviamente non sono andata, e ho scritto per protestare a B & C, che nel frattempo aveva ritirato l'ebook. Be', al secondo tentativo (cioè al secondo degli indirizzi indicati nel sito) mi hanno immediatamente spedito il file corretto. Nei commenti su Amazon ci sono molte critiche alla traduzione di Giorgio Puleo che a me invece non è parsa male, è scorrevole e limpida, tranne qualche punto in cui non si riesce a seguire il senso, ma è poca cosa.
Le storie sono assai complesse e hanno il chiarissimo intento di accumulare paura e senso del male, cui i poliziotti reagiscono dimostrando fortissima empatia per vittime e un cupo orrore per gli assassini. I delitti sono efferati, barocchi, con una grande attenzione alla costruzione di scene complesse, teatrali, non descritte nei particolari ma "alluse" in modo da suscitare maggior raccapriccio. Spesso ci sono implicazioni sessuali, stupri, perversioni, ovviamente serial killer e cupi misteri legati al passato, ma anche una grande attenzione al presente, ai cambiamenti, ai giovani e ai loro riti e miti. Un grande spazio ce l'ha anche la musica.
Åke Edwardson è un narratore che chiede molto al lettore: usa una tecnica complessa, inserendo nello svolgimento della vicenda scene in cui il punto di vista è quello della vittima o dell'assassino, con lo scopo di evitare alla fine complicate e noiose spiegazioni. Ma io penso che sopravvaluti il lettore medio, e me di sicuro: alla fine posso dire che non ho capito molto di nessuno dei romanzi, mi restano buchi neri che però non mi disturbano perché diciamocelo, ormai nei thriller o noir che li si voglia chiamare, della soluzione non importa niente a nessuno, e certamente non all'autore che non ha più tempo da perdere in spiegazioni, tanto che ai lettori resta il dubbio se non sia saltata una parte del testo. Quello che conta è l'originalità del delitto, la sua spaventosità, e soprattutto ciò che vi sta attorno. Conta l'ambientazione, lo spessore e l'acutezza delle riflessioni sociali, la costruzione dei personaggi fissi e lo sviluppo delle loro problematiche personali e familiari. In questo bisogna dire che Åke Edwardson se la cava egregiamente.
A differenza del soporifero e ripetitivo Henning Mankell, questi romanzi sono molto acchiappanti, malgrado la complessità, la massa di dialoghi in cui si discutono le varie ipotesi, anche dal punto di vista psicologico, la minuziosità con cui sono seguiti i ripetuti tentativi, gli interrogatori, le visite a casa dei sospettati ecc, e danno parecchia dipendenza. Fanno un po' l'effetto dei cioccolatini, o delle noci, o di qualsiasi cosa vi venga in mente di quelle che ci si caccia in bocca una via l'altra senza riuscire a smettere.
Altra caratteristica è il numero e la varietà dei personaggi, alcuni dei quali molto originali. Il commissario Winter, all'inizio sciupafemmine in Armani dedito all'ascolto esclusivo di jazz e fumatore di sigaretti, si trasforma ahimé in compagno e padre noiosamente strattonato tra lavoro e famiglia, il razzista incazzoso Fredrik Halders si ammorbidisce perché gliene succedono di tutte, Hanne la pastora protestante che fa sostegno psicologico ai poliziotti stressati si trova a affrontare lei stessa un bel problema, e così via.
In conclusione, secondo me Winternovellen è un'ottima lettura se quello che si cerca è un rifugio amniotico in cui avvoltolarsi la sera prima di dormire, dinamico abbastanza da spingere a andare avanti, ben caratterizzato, spaventoso ma non problematico, il male è male e il bene bene, complicato ma in fondo accogliente perché se non si capisce va bene lo stesso, ci siamo divertiti, è questo che conta.
venerdì 6 marzo 2015
Bastasse l'amore per far funzionare i matrimoni... Alla casa del gatto che gioca a palla, di Honoré de Balzac
Un breve romanzo, o un lungo racconto, scritto nel 1827 e ambientato nel
Primo Impero da Honoré de Balzac (1799-1850), in seguito inserito nella Comédie Humaine tra le Scene della vita privata.
Il titolo Alla casa del gatto che gioca a palla allude al nome di un negozio di tessuti di proprietà di Guillaume, un
mercante probo e all'antica, dalla mentalità piccolo borghese, che
capisce solo il denaro e il rispetto delle regole, sia nel commercio che
in casa. Ha una moglie ancora più filistea di lui e due figlie, la più
piccola delle quali, Augustine, è molto bellina e suscita l'attenzione di un
pittore, Sommervieux, nobile e squattrinato, che se ne incapriccia e proprio da un ritratto dell'amata e
un interno della vetusta bottega ottiene fama e onori. La vicenda si
dipana lungo le manovre del negoziante per sistemare le figlie secondo i propri interessi ma anche secondo le inclinazioni delle ragazze. Il matrimonio tra Augustine e il pittore ben presto fa inaridire l'amore di lui, mentre la donna si sforza in tutti i modi di capire e superare i motivi del raffreddamento del marito, cercando persino un confronto con una rivale. La storia è raccontata con la sottigliezza psicologica e l'attenzione ai particolari, alla concretezza e al realismo delle opere più mature di Balzac, dipinge un angolo di Parigi scomparso e già curiosamente vetusto al momento della narrazione, è densissima di notazioni sociali piene di interesse. E' più che consigliabile a chiunque ami la lettura e sia disposto a calarsi in un mondo molto diverso dal nostro. Ma ciò che più mi ha affascinato, e fatto riflettere, sono le motivazioni del fallimento matrimoniale, attribuito dall'autore alle differenze culturali, ai limiti di Augustine, troppo ignorante, inesperta della complessità del bel mondo, e soprattutto incapace di capire l'animo e le esigenze del genio, rappresentato da Sommervieux. Di qui potrebbe partire un lungo discorso fatto soprattutto di confronti tra la mentalità attuale e quella di due secoli fa, ma lascio a chi affronterà la lettura il piacere di rifletterci senza suggerimenti. Comunque, vale la pena di abbandonare per un breve istante serial killer e sadomaso modaioli per dedicarsi a questa storia di buone intenzioni e svagate incomprensioni. Traduzione di Riccardo Reim, ottimo supporto di note esplicative e nel caso vogliate saperne di più e approfondire, vi rimando all'autorevole recensione di Mariolina Bertini.
venerdì 27 febbraio 2015
Per tutti i gusti: due letture british, La casa dei fantasmi di Charles Dickens e Memorie di un vecchio giardiniere di Reginald Arkell, e un thriller all'acqua di rose, Sei proprio una scema di Gaia Giordani
Tre libri per cui non mi sento di spendermi a spada tratta, ma che possono magari interessare a altri.
Il primo ha un titolo che mi ha subito acchiappata ma è un po' ingannevole: La casa dei fantasmi (The Haunted House) di Charles Dickens e altri autori (Hesba Stretton, George Augustus Sala, Adelaide Anne Procter, Wilkie Collins, Elizabeth Gaskell). Pubblicato nel 1859 per il settimanale All the Year Round
forndato da Dickens nel 1859 e da lui posseduto fino al 1895, è un numero-strenna natalizio. La struttura è particolarmente interessante, perché il protagonista narra come, trovatosi a passare qualche mese in una casa che ha la fama di essere infestata, per scacciare l'opprimente atmosfera invita un gruppo di amici e a ognuno affida una camera e il compito di narrare quello che il "fantasma" residente gli racconterà. Gli amici sono altrettanto razionali e il risultato è un'antologia di racconti ognuno incentrato su un personaggio e la sua vita, molto godibili, parecchio diversi, e per niente fantastici. Non posso negare che questo mi abbia un po' delusa, ma la lettura è raccomandabile per l'intrinseco interesse e per gli illustri nomi degli autori.
In italiano è uscito da Del Vecchio con il titolo Le stanze dei fantasmi e la traduzione di Stella Sacchini (non sono riuscita a scoprire in che anno), ma ne esistono altre versioni in ebook e audiolibro facilmente reperibili.
Il secondo è un altro prodotto very british, cioè Memorie di un vecchio giardiniere di Reginald Arkell, pubblicato nel 1950 con notevole successo. Diciamo che non porta bene la sua età, ma di sicuro piacerà a chi ama zappettare e trapiantare, anche solo su un balconcino urbano. Con magistrale understatement l'autore delinea un personaggio a tutto tondo, il trovatello Herbert Pinnegar, testardo e monomaniaco, la cui vita coincide totalmente con la sua attività di giardiniere del parco di una grande casa appartenente alla signora Charteris, per lui la cosa più vicina a un amico o un amore. Pinnegar non sfigurerebbe a Dawnton Abbey, e sicuramente si giocherebbe ai punti con il maggiordomo Mr Carson il record di fedeltà, lealtà e totale aderenza ai valori della classe dominante. Un po' lentino, monotono (ma è piuttosto breve) ma sicuramente interessante e vivamente consigliato ai veri anglofili. Traduzione di Franca Pece.
L'ultimo è tutta un'altra storia. Opera prima di una giovane che si presenta come esperta in SEO copywriting, social media management, web content editing oltre che coordinatore del blog del settimanale Grazia e Web Content Manager del sito di Cosmopolitan in Hearst Magazines Italia. Ci sarebbe da spaventarsi, ma Sei proprio una scema di Gaia Giordani è un brevissimo, veloce e abbastanza confuso esempio di chick-lit nostrana. Per esplicita ammissione dell'autrice è stato scritto in tre giorni, e forse dedicargli una settimana non sarebbe stato un male. Comunque cominciandolo sapevo quello che facevo e non ho intenzione di lamentarmi affatto, tanto più che la storia di Gaia (la protagonista, non l'autrice) e il suo amato-odiato Stronzo non ha nessun senso ma è scritta con brio, la giusta dose di cliché e altrettanta capacità di trascinare il lettore in un crescendo che vede la storia passare dal rosa dejà-vu al blando mistero al turbine di giravolte e ribaltamenti che conducono al sorprendente (o inconsulto?) finale. Consigliato a chi ama il rosa pallidissimo e le pagine leggerissime, vuole dedicare poco tempo alla lettura e non tollera di essere confrontato con nulla che ricordi la realtà.
Il primo ha un titolo che mi ha subito acchiappata ma è un po' ingannevole: La casa dei fantasmi (The Haunted House) di Charles Dickens e altri autori (Hesba Stretton, George Augustus Sala, Adelaide Anne Procter, Wilkie Collins, Elizabeth Gaskell). Pubblicato nel 1859 per il settimanale All the Year Round
forndato da Dickens nel 1859 e da lui posseduto fino al 1895, è un numero-strenna natalizio. La struttura è particolarmente interessante, perché il protagonista narra come, trovatosi a passare qualche mese in una casa che ha la fama di essere infestata, per scacciare l'opprimente atmosfera invita un gruppo di amici e a ognuno affida una camera e il compito di narrare quello che il "fantasma" residente gli racconterà. Gli amici sono altrettanto razionali e il risultato è un'antologia di racconti ognuno incentrato su un personaggio e la sua vita, molto godibili, parecchio diversi, e per niente fantastici. Non posso negare che questo mi abbia un po' delusa, ma la lettura è raccomandabile per l'intrinseco interesse e per gli illustri nomi degli autori.
In italiano è uscito da Del Vecchio con il titolo Le stanze dei fantasmi e la traduzione di Stella Sacchini (non sono riuscita a scoprire in che anno), ma ne esistono altre versioni in ebook e audiolibro facilmente reperibili.
Il secondo è un altro prodotto very british, cioè Memorie di un vecchio giardiniere di Reginald Arkell, pubblicato nel 1950 con notevole successo. Diciamo che non porta bene la sua età, ma di sicuro piacerà a chi ama zappettare e trapiantare, anche solo su un balconcino urbano. Con magistrale understatement l'autore delinea un personaggio a tutto tondo, il trovatello Herbert Pinnegar, testardo e monomaniaco, la cui vita coincide totalmente con la sua attività di giardiniere del parco di una grande casa appartenente alla signora Charteris, per lui la cosa più vicina a un amico o un amore. Pinnegar non sfigurerebbe a Dawnton Abbey, e sicuramente si giocherebbe ai punti con il maggiordomo Mr Carson il record di fedeltà, lealtà e totale aderenza ai valori della classe dominante. Un po' lentino, monotono (ma è piuttosto breve) ma sicuramente interessante e vivamente consigliato ai veri anglofili. Traduzione di Franca Pece.
L'ultimo è tutta un'altra storia. Opera prima di una giovane che si presenta come esperta in SEO copywriting, social media management, web content editing oltre che coordinatore del blog del settimanale Grazia e Web Content Manager del sito di Cosmopolitan in Hearst Magazines Italia. Ci sarebbe da spaventarsi, ma Sei proprio una scema di Gaia Giordani è un brevissimo, veloce e abbastanza confuso esempio di chick-lit nostrana. Per esplicita ammissione dell'autrice è stato scritto in tre giorni, e forse dedicargli una settimana non sarebbe stato un male. Comunque cominciandolo sapevo quello che facevo e non ho intenzione di lamentarmi affatto, tanto più che la storia di Gaia (la protagonista, non l'autrice) e il suo amato-odiato Stronzo non ha nessun senso ma è scritta con brio, la giusta dose di cliché e altrettanta capacità di trascinare il lettore in un crescendo che vede la storia passare dal rosa dejà-vu al blando mistero al turbine di giravolte e ribaltamenti che conducono al sorprendente (o inconsulto?) finale. Consigliato a chi ama il rosa pallidissimo e le pagine leggerissime, vuole dedicare poco tempo alla lettura e non tollera di essere confrontato con nulla che ricordi la realtà. giovedì 19 febbraio 2015
Abbasso le emozioni! Siccome non ho niente da recensire, ripubblico un post del 10/12/08 che tratta una delle mie fissazioni più pervicaci
Sono della vecchia scuola, mi piace usare la testa e non la pancia
quando affronto qualsiasi situazione. Se ci riesco, ovviamente, cosa che
non succede sempre. Sul pc ho appiccicato una vignetta di Altan dove il
solito tipo con il naso a proboscide dice: emozionatemi, sennò mi tocca
di pensare. Negli anni c'è quasi sempre stata una vignetta di Altan sul
mio pc, è un genio con la capacità di fotografare il peggio in una
frase, e mi trovo sempre in assoluta consonanza con lui. Adesso
navighiamo in questo brodo spesso, e sostanzialmente primordiale, di
emozioni. E non quando baciamo il moroso o troviamo i ladri in casa, no,
basta mangiare un cioccolatino o una pasta e fagioli. Adesso, anche
entrare in un museo. Tutto deve comunicare emozioni, niente deve
richiedere la vecchia trafila guardare, interrogarsi, pensare, capire.
Per carità, troppo difficile, noioso. Richiede sforzo. Non sia mai che
sudiamo e il cervello ci puzzi. Ma a parte queste amenità, io diffido
delle emozioni perché sono ricattatorie, ottundono i sensi, offuscano la
lucidità, sono già padrone di per sé di metà della nostra esistenza
senza che gli affidiamo anche l'altra. Quella che faticosamente
cerchiamo di governare con la razionalità. Piangere e ridere va bene,
abbracciarsi come in un telefilm americano un po' meno, però ogni tanto
fermarsi e riflettere un pochino a mente fredda prima di scegliere a me
sembra indispensabile.
L'altro manierismo attuale è quello della narrazione. Tutto deve raccontare una storia. Dai profumi agli apriscatole. Però è più che altro aria fritta, un modo di dire, una posa modaiola che perdono magnanimente a quelli molto, molto più avanti di me.
E visto che di fissazioni personali si tratta, voglio registrare un caso di demenza linguistica letto sulla Repubblica del 10/12, pagina 10, in un articolo di Francesco Bei. Si parla di un pranzo al Quirinale con mezzo governo per discutere del prossimo consiglio europeo: erano attovagliati nella sala del Torrino i ministri.... Non ho la minima stima per i membri di questo governo, ma mi dispiace pensarli attovagliati. Nessun essere umano, per quanto spregevole, dovrebbe subire questa sorte.
L'altro manierismo attuale è quello della narrazione. Tutto deve raccontare una storia. Dai profumi agli apriscatole. Però è più che altro aria fritta, un modo di dire, una posa modaiola che perdono magnanimente a quelli molto, molto più avanti di me.
E visto che di fissazioni personali si tratta, voglio registrare un caso di demenza linguistica letto sulla Repubblica del 10/12, pagina 10, in un articolo di Francesco Bei. Si parla di un pranzo al Quirinale con mezzo governo per discutere del prossimo consiglio europeo: erano attovagliati nella sala del Torrino i ministri.... Non ho la minima stima per i membri di questo governo, ma mi dispiace pensarli attovagliati. Nessun essere umano, per quanto spregevole, dovrebbe subire questa sorte.
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venerdì 6 febbraio 2015
Amici miei a Torino e Napoli: libri che conosco di persone che conosco
Il Lato a Sud del Cielo di Daniele Cutali, ambientato a Chivasso nel 1972, dove si parla di adolescenti ribelli ma non troppo, fughe e spari ma soprattutto di rock. Qui il trailer.
La famiglia di Zebedeo di Anna Maria Dalla Torre, le vicende di un gruppo di immigrati
dall'Italia del sud in una grande città del Nord, negli anni '60, con un risvolto thriller. Lo trovate qui.
Letti a undici piazze di Mario Bianco e Euro Carello, Torino raccontata dai due autori e illustrata da Mario Bianco attraverso undici piazze. Qui il trailer. Trasgressioni di Elisabetta Chicco Vitzizzai, tutti i racconti dell'autrice riuniti in un ebook che trovate qui.
Solo a Napoli, fiabe e dintorni di Rosaria Fortuna, personaggi, storie e parole di una città tra poesia e prosa. Lo trovate qui.
mercoledì 4 febbraio 2015
Come scrivere un grande romanzo, guadagnare un milione di dollari e farsi venire gli occhi azzurri: La verità sul caso Harry Quebert, di Joël Dicker
La storia è ambientata in piani temporali differenti che si alternano per fortuna in modo chiaro, con tanto di data all'inizio, e si svolge a Aurora nel New Hampshire, con qualche puntata a Concord, dintorni e New York. Nel 2008, il giovane scrittore di successo Marcus Goldman si reca a Aurora per scoprire chi ha ucciso Nola Kellergan, ragazza di quindici anni scomparsa nel 1975, il cui cadavere è stato scoperto nel giardino della villa di Harry Quebert, anziano scrittore di successo che è stato insegnante, pigmalione letterario e amico di Marcus, che viene accusato dell'assassinio. Gli altri personaggi sono abitanti della cittadina, padre e amici di Nola, poliziotti, tipi loschi e ragazze ingenue. Marcus viene a sapere che nel 1975 Harry, trentaquattrenne, ha avuto una relazione con Nola, un amore impossibile e totale. Con una serie di contorcimenti che si fanno frenetici verso la fine, la vicenda cambia continuamente prospettiva e ogni fatto si ribalta, con l'intenzione di spiazzare il lettore e costringerlo a rimanere incollato al romanzo fino all'ultima delle 784 pagine nell'edizione cartacea. In un'intervista l'autore ha affermato che con questo libro mirava a ottenere sui suoi lettori lo stesso effetto che ha avuto su di lui la serie TV "Homeland": Vedi una puntata, poi un’altra, poi cominci a fare delle stupidaggini tipo vederne quattro di fila di notte così il giorno dopo non riesci a lavorare... La mia ambizione era ottenere lo stesso risultato con un libro. Io confesso che verso la fine ero talmente stremata che chiunque avesse ucciso la povera Nola mi pareva un benefattore, e al momento dovessi dire il nome dell'assassino farei fatica a ricordarlo. Non dico una parola di più sulla trama, e passo alle osservazioni generali.

La prima è che in questo libro è impossibile mettere in atto la famosa "sospensione di incredulità" in quanto è impossibile credere anche a una sola parola che vi è scritta, sostanzialmente per due motivi: si vede che è costruito a tavolino dosando gli ingredienti dalla prima pagina all'ultima, e storia e personaggi sono talmente inverosimili che anche il più bendisposto dei lettori si scoraggia. Per il primo punto, ce la sbrighiamo in fretta notando che è ambientato negli Stati Uniti (gran mercato per i thriller!), ha al centro una delle fissazioni più pervasive della fiction americana cioè la pedofilia, è disseminato di tic e ingenui snobismi tipicamente USA: p.e. i protagonisti - compresa la quindicenne innamorata - si dilettano di opera lirica, abbondano la metaletteratura e consigli di scrittura che piacciono sempre, i personaggi vomitano quando devono dimostrare di essere scioccati, insomma sembra di essere in un serial statunitense. Per il secondo, non ho neanche voglia di stare a analizzare i personaggi. Basti dire che per dimostrare che quello tra Nola e Harry è un grande amore, i due si ripetono a vicenda in continuazione ti amo da morire, e la quindicenne ribadisce: non ho mai amato così tanto, e qui possiamo crederle senz'altro. Nola, poverina, è un personaggio talmente insensato che fa persino pena pensare al numero di capriole cui lo costringe l'autore, e ciononostante rimane assolutamente sfocato. Cura il suo amato come una mamma ansiosa, gli fa da mangiare, lo accudisce e rilegge quello che lui scrive ripetendo è bello! è meraviglioso! (e a giudicare dai brani riportati rimane qualche dubbio sulla sua capacità critica) mentre lui ha l'ispirazione (giuro).
Mi ha colpito (ma questa non vuol essere una critica, è solo un'osservazione) il modo in cui sono rappresentate le madri: la parodistica, grottesca madre ebrea di Marcus; l'intrigante, isterica, interferente, arrampicatrice, stupida, avida (con doppia capriola finale) madre di Jenny, e, in absentia, la perfidissima madre di Nola (con triplo salto mortale anche lei). Parodistica risulta anche la figura dell'editore di Marcus, Barnaski, con la sua mania dei ghost writers, i suoi anticipi milionari e le sue piratesche strategie di marketing, e qui salta fuori il discorso più irritante, o divertente, a seconda dei punti di vista. Divertente per involontario umorismo: perché il modo come è presentato lo scrittore, anzi gli scrittori, è a dir poco caricaturale. Sia Harry che Marcus a un certo punto della loro vita decidono di scrivere un grande romanzo. Proprio così. Vanno a passare qualche mese in New Hampshire con questo intento, e entrambi naturalmente ci riescono, almeno in apparenza.
L'unico valore riconoscibile è quello economico: il numero di copie vendute, l'anticipo, il guadagno, e non parliamo di bruscolini ma di milioni di dollari (l'anticipo di Barnaski a Marcus). E il successo: ma davvero a New York fermano gli scrittori di un unico libro al Central Park per fargli i complimenti, o si siedono al loro tavolo da McDonald's per chiedergli notizie del prossimo libro, annunciato ma non ancora uscito? e i benzinai li riconoscono da una quarta di copertina? E gli abitanti di Aurora sono così scemi che, saputo che un'abitazione locale è stata affittata da uno scrittore, danno per scontato che sia un grande scrittore famosissimo e ne fanno una delle glorie locali? Insomma, siccome l'ironia non alberga in queste pagine, alla fine tutto pare un'enorme parodia.
Per non parlare delle incongruenze, o ingenuità, se vogliamo essere buoni. Qualche piccolo esempio. Massima cura di Harry e Nola è non far scoprire la loro relazione che sarebbe uno scandalo per la minore età di lei, ma passano una settimana in albergo a Martha Vineyard: lì nessuno gli chiede i documenti né si insospettisce? E quando Nola è in clinica, Harry può entrare indisturbato a spiarla e lasciarle bigliettini sul cuscino. O l'amicizia ferrea e il debito di riconoscenza che lega Marcus a Harry, così forte che quando finalmente agguanta il successo con il primo libro (di cui non ci è dato sapere neppure di che cosa parla) si dimentica di chiamare il suo mentore per più di un anno. O la collanina perduta che salta fuori all'ultimo momento in puro stile CSI, l'indiziato di rapimento e stupro che scopriamo essere gay proprio al minuto dell'incriminazione... ma non voglio infierire, perché l'autore implicito che ne viene fuori, cioè Joël Dicker medesimo, alla fine risulta simpatico, uno che si impegna allo stremo per scrivere il best seller seguendo tutti i trucchi e i tic che ha studiato diligentemente (e ci è riuscito infatti!), ma non ha pelo sullo stomaco, è trasparente.
Poi, e non ditemi che sono fissata: nemmeno una parola sul sesso, che pure si può immaginare sia un notevole incentivo per Harry, e un terreno da esplorare per Nola; insomma un elemento, molto importante in qualsiasi storia, a maggior ragione fondamentale in questa vicenda in cui un trentaquattrenne si innamora ricambiato di una quindicenne, in modo esaltato e totale. A parte un episodio del tutto ridicolo in cui alla povera Nola si attribuisce una grottesca machiavellica seduttiva da Mata Hari (ma forse anche questa è la voluta soddisfazione di un american dream) e che non coinvolge Harry, la nostra coppietta del ti amo da morire è pura siccome un angelo. Perché, poi? Forse negli USA il sesso non vende bene? Non direi, per quel che ne so. Oppure a Ginevra si usa così... paese che vai, usanze che trovi. Io comunque ho aspettato fino a pagina 784 una rivelazione, un colpo di scena che mi spiegasse l'omissione, ma La verità sul caso Harry Quebert si conclude senza nemmeno una copula, mannaggia.
La bella traduzione è di Vincenzo Vega.
Avrei ancora da dire moltissime cose (ho preso una marea di appunti mentre leggevo) ma mi accorgo che ho scritto veramente troppo su questo libro. In una cosa sono d'accordo però con l'autore: si può sempre scoprire qualcosa di nuovo ripensando al passato. Scoprire verità dopo trenta, cinquant'anni, che rivoluzionano il punto di vista, cambiano tutto, la storia come le storie. E quasi mai in senso positivo.
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