lunedì 23 giugno 2014

Eccola, è arrivata, non ce la facevo più a aspettare! ALIA EVO, antologia di letteratura fantastica edizione 2014 è pronta per regalarvi un inizio d'estate di felicità.

Nuntio vobis gaudium magnissimum: è uscito ALIA, antologia di letteratura fantastica internazionale cui sono fierissima di aver partecipato e partecipare e per cui sono riconoscentissima ai curatori e ai valorosi traduttori, ai collaboratori e a tutti quelli che hanno dedicato tempo e lavoro per farla bella e appassionante.   
Come si conviene alla sua natura fantastica, ha subito una trasformazione assumendo il nome di ALIA EVO e il formato digitale. Contiene 17 racconti inediti di tredici autori italiani e di quattro stranieri. Eccoli qua:
Lo Sguardo degli Altri – prefazione
Segni di morte di Maurizio Cometto
Lazzarella di Vittorio Catani
Avvistamenti di Mario Giorgi
Il misterioso diario del giovane Piotr di Francesco Troccoli
La Farfalla e le zanzare di Massimo Citi
L’Arsenale dei cuccioli di Vincent Spasaro
La Sindrome della Locusta di Fabio Lastrucci
Viale del tramonto di Luca Barbieri
La Clinica dell’arcobaleno di Massimo Soumaré
Gran Dio, morir sì giovane di Consolata Lanza
F come Frankenstein di Paolo Cavazza
La solita spiaggia di Silvia Treves
La Valle delle teste mozzate di Davide Mana
La Piccola Blanche di Marcel Schwob (Francia)
Piena di Grazia di Lillian Csernica (U.S.A.)
La guerra degli dèi di Fei Dao (Cina)
La residenza sicura Mikasa! di Okina Kamino (Giappone)
L’editore è cs_libri, ovvero lo stesso di tutti i numeri a suo tempo usciti di LN-LibriNuovi e dei precedente numeri di ALIA, i curatori sono Silvia Treves e Massimo Citi. Ci sono molti altri nomi da citare, traduttori, autori della copertina, ecc ecc ma per stasera vi dovete accontentare. O, meglio, dovete comprare ALIA. su Amazon.it in formato .mobi, o sul sito di LN in formato .epub o, a richiesta, in formato .pdf al prezzo di 7,21 euro, IVA compresa.
Tutto qui per il momento, dei racconti parlerò dopo aver finito la lettura. Ma non perdetevi l'occasione di un tuffo nel fantastico, ce n'è per tutti e troverete molta gioia nella lettura, parola di una che può fieramente definirsi Figlia di Cthulhu.

venerdì 20 giugno 2014

La vera prova dell'esistenza di Dio: una storia di Bolzaretto Superiore



RISUS DOMINI LAETIFICAT VITAM MEAM

Al Bar Evaristo di Bolzaretto Superiore si ritrovavano i migliori cervelli, i portafogli più solidi, le lingue meno torpide del paese. Tutt'intorno, d'inverno la nebbia e d'estate le zanzare formavano una cortina protettiva contro coltivatori di meliga, allevatori di vacche, beghine, cacciatori di rane, ubriaconi abituali, vergini da pagliaio, chierichetti, mogli, vedove, preti, ciabattini e bambine col moccio.
Evaristo presiedeva dietro al bancone versando tubi di barbera e bianchetti con l'amaro, Punt e mes prima di cena e grappe la sera tardi. Le donne erano ammesse solo la domenica mattina dopo la messa delle undici, per prendere un vino chinato al banco nella scia dei mariti, il pacchetto delle paste e quello del salè dondolante dal mignolo. Mai nessuna aveva messo piede nella sala da biliardo.
Tra una partita di scopone e una carambola, le conversazioni scoppiettavano. Tutti erano liberi pensatori, ma avevano mogli devote, sempre intente a berliccare balaustre e portare mangiarini a don Ferruccio, il parroco. I mariti ne scusavano la debolezza (a sun mac dle fumne), andavano a messa per farle contente e per rispetto della propria posizione sociale, alcuni si spingevano fino a invitare a pranzo don Ferruccio una volta all'anno.
Una sera di fine settembre, fresca e limpida, ancora memore degli ultimi profumi dell'estate e insieme piena di promesse autunnali, Oreste Gallina, giornalaio e fotografo di matrimoni, giunse al bar molto presto. Fuori le stelle si specchiavano serene nelle bialere, tra l'odore di druggia e le prime spire di nebbia. Dentro, si stava come in un nido caldo di fiato, e i vetri appannati tenevano lontano il buio.
Il giornalaio si fece versare un quartino di rosso e sedette rivolto verso la porta. A ognuno che entrava, faceva cenno di raggiungerlo, tanto che alla fine si dovette accostare un altro tavolino.
Quando tutti furono seduti, i bicchieri pieni, i toscani accesi e le bocche già rotonde di parole, Oreste si schiarì la gola e posò sul marmo un pacchetto avvolto in un foglio della Gazzetta dello Sport.
"Cari signori," disse, "ho da sottoporvi una questione teologica".
Silenzio interrogativo.
"Oggi ho trovato la prova che se Dio esiste, non è così male come ho sempre pensato".
Con mani rispettose aprì l'involto. Un fetore nauseante si sparse nell'atmosfera fumosa e densa di umanità. Dal roseo involucro emerse un esemplare di Fallus Impudicus di dimensioni straordinarie, preciso in ognuna delle sue caratteristiche mimetiche, testicoli e prepuzio ben formati, posizione orgogliosamente eretta, appena un po' arcuata per accentuarne l'eroicità.
Un sospiro collettivo spazzò via le volute di toscano. La regale esuberanza del fungo spinse tutti a segreti, deprimenti confronti.
"Be', Oreste?" chiese il farmacista, ripresosi dall'avvilimento. "Bello. Ma mi sfugge la valenza teologica".
"Come fai a non vedere? Questa potrebbe essere la testimonianza che da qualche parte esiste una mente superiore che trama e ordisce, che progetta il mondo attraverso una rete di rimandi e somiglianze. O pensate che il caso, la natura cieca abbiano saputo produrre qualcosa di così perfetto?".
Giacinto Gamba, il macellaio, tese la mano per toccare il fungo. Con il dito grasso come un cotechino ne sfiorò la cappella.
"Boiafaus, se puzza," mormorò.
"Quello che mi rallegra," disse Oreste, "è l'immagine di sé che Dio ci comunica con questa sua epifania. Un Dio burlone, persino un po' goliardo, che non ha paura di prendere in giro le proprie creature, le stuzzica nei loro punti deboli. Un Dio simpatico. Forse un po' greve, ma spiritoso".
Paulin Pera, direttore delle poste, scosse il capo.
"Ma allora questa gli è proprio scappata. Millenni di tormenti per capire se c'era o no, e bastava una passeggiata nei boschi per trovare l'unica prova oggettiva della sua esistenza?".
Oreste rifece il pacchetto con cura.
"Forse un momento ludico incontrollabile. Una sfida a chi è più furbo. Un indizio da caccia al tesoro, disseminato tra ricci di castagne e foglie marce, per chi sa vedere e interpretare. O magari un atto di misericordia per quei miscredenti, come noi, che hanno bisogno di prove concrete, che parlino agli occhi e alla ragione in maniera inconfutabile. Comunque, ne esce bene. Altro che Dio degli eserciti e delle trombe del giudizio. Questo qui è un Dio del c..."
Dieci mani si tesero a tappargli la bocca blasfema.
"Ne parlerò con Dorina e don Ferruccio," concluse Oreste.
Dorina, sua moglie, minacciò la separazione immediata se non buttava via quello schifo puzzolente. A don Ferruccio la prova micologica dell'esistenza di Dio fu risparmiata. Però, da quella sera, ogni volta che al Bar Evaristo si parlava in tono irrisorio di sacristi e turiboli, Oreste faceva una risatina e osservava, a parte:
"Certo che se c'è, e ha creato a sua immagine e somiglianza, non posso che fargli tanto di cappello".


martedì 10 giugno 2014

Tre donne intorno al cor: Le zampe dei gatti hanno cinquant'anni, di Fiorella Bruno, Emilia Bersabea Cirillo, Rosa Di Zeo

Allora, tre donne – tre scrittrici – si trovano periodicamente nel freddo inverno di Avellino, protette dall'ombra di Montevergine, davanti a una tazza di tè chiacchierano, si scambiano idee e sciorinano ricordi, e quello che ne viene fuori è questo piccolo libro. Piccolo per numero di pagine, 113, ma così ricco che per cominciare ha ben tre autrici, le cui tre voci si alternano a formare il ritratto polifonico di una città molto amata e molto criticata, scrutata, analizzata, ricordata e descritta come solo chi vi ha trascorso l'infanzia può fare. Emilia Bersabea Cirillo, con grande padronanza di mezzi, ricrea pezzi di una città del passato che sapeva vivere in simbiosi con la campagna che la circondava, racconta delle grandi sapienze femminili che senza prosopopea, attraverso le umili attività quotidiane, creano civiltà e cultura. Si trova qui al suo meglio la capacità della scrittrice di chinarsi con amore e competenza sulla civiltà materiale (vedi il bellissimo Il pane e l'argilla). La scelta di Fiorella Bruno è più narrativa, e affida a una terza persona senza nome sensazioni e esperienze sicuramente autobiografiche, che esprimono felicità e riconoscenza per la città dove vive. Rosa Di Zeo intreccia veloci poesie (suo è il geniale titolo) dal tono piano e riflessivo, o abbozza impressioni con mano leggera. Tutte ricreano genealogie personali, tratteggiano indimenticabili figure di nonne, zie, maestre e amiche, personaggi spariti ma vivissimi: basti citare l'ultimo brano di Fiorella Bruno, Era... Anche questa, in un certo senso, è letteratura locale, dove però Avellino è un mezzo per ampliare la veduta e buttare lo sguardo sul vasto mondo dei sentimenti e dei ricordi, della ricostruzione di sé, della propria identità nel flusso della vita e delle generazioni. 

lunedì 9 giugno 2014

Ombre coltelli e scheletri - Due secoli di Torino noir, di Milo Julini

Un veloce libretto che raccoglie articoli apparsi sul giornale online Civico 20 News (che cercherò) in cui l'autore racconta fatti di sangue avvenuti a Torino tra Otto e Novecento, con tono discorsivo e le notizie raccolte sui giornali del tempo, in particolare la Gazzetta Piemontese. Ora, non posso dire che questi crimini suscitino un interesse straordinario: accoltellamenti per lo più, guerre di bande di ragazzi, qualche strage familiare, e un gran numero di ritrovamenti casuali di scheletri. Inoltre, date le fonti ci vengono comunicati solo i fatti in maniera molto telegrafica, e giustamente l'autore non sta a ricamarvi sopra. Se ci fosse solo quello, Ombre coltelli e scheletri sarebbe poca cosa. Ma sono moltissime le notizie interessanti, di storia torinese spicciola, sparse nelle cento pagine che si leggono in un paio d'ore. Per esempio, le abitudini di vita dei barabba (giovani operai, delinquenti occasionali), gli esiti dei processi e le pene comminate, pena di morte inclusa, e soprattutto quella che per me è stata la molla che mi ha spinto a arrivare fino alla fine in fretta: l'affascinante e precisa topografia della città, la ricostruzione dei luoghi scomparsi e relativa collocazione attuale, i nomi delle strade e delle osterie, di modo che risulta facile collocare le vicende nello spazio oltre che nel tempo. E per questo perdoniamo a Milo Julini l'uso frequente di location e altri anglicismi.    

mercoledì 4 giugno 2014

Parliamo tanto (anzi, solo) di donne, che ne vale veramente la pena: Mary Wesley, Come un soprammobile e le edizioni astoria

Tra i felici incontri inaspettati che ho fatto al Salone del Libro c'è astoria edizioni (in corsivo perché non c'è maiuscola, e non vorrei paresse un erroro mio). Libri dalla copertina rossa e dal contenuto assolutamente appetitoso. Monica Randi, un lungo passato da responsabile della narrativa straniera in Feltrinelli, poi publisher associato al Saggiatore, ne è direttore editoriale. Ecco, nelle sue parole tratte dal sito, la filosofia della casa editrice: Esiste una categoria di autori, che gli inglesi magistralmente definiscono “neglected”, il cui destino è stato quello di essere dimenticati: pubblicati e subito scomparsi o addirittura mai apparsi nel nostro paese. I motivi possono essere vari, però si nota che è un destino toccato in sorte più alle donne che agli uomini. E ha toccato in particolare quella letteratura capace di guardare al mondo con una certa ironia e leggerezza. Da molti anni la letteratura, infatti, sembra dover raccontare la realtà soprattutto nei suoi aspetti più cupi, più drammatici, con toni intensi e tristi. Ma chi l’ha detto che la letteratura deve solo restituirci il mondo nei suoi aspetti più tragici? E se fosse vero che la leggerezza e l’ironia riescono a darci ugualmente ragione del mondo in cui viviamo? Ecco, astoria nasce da qui. Letteratura prevalentemente femminile (anche se gli uomini avranno il loro spazio), variegata quanto a provenienza geografica e a epoca, unita dalla consapevolezza che il mondo può essere affrontato, descritto e vissuto con lievità e spessore.
Questa delle dimenticate è una questione che mi tocca e mi interessa, ne ho parlato parecchio su questo blog a proposito di una serie di meravigliosi libri della Sellerio, dove si incontrano tra le altre Vernon Lee, Celia Dale, Constance Fenimore Woolson, Kate Chopin, Elisabeth Sanxay Holding, Marie Belloc Lowndes, Carolyn G. Hart, Mary Lanvin, Nadezda Durova più uno scombiccherato mazzolino di italiane, Adelaide Bernardini, Amalia Guglielminetti, Carola Prosperi, Contessa Lara, Jolanda, Matilde Serao, Regina di Luanto, Térésah, Vittoria Aganoor. Quindi l'idea di una casa editrice dedicata a loro già mi piaceva: quando poi nel catalogo ho incontrato vecchie amiche amatissime come Barbara Pym e Mary Wesley, altri nomi noti e frequentati come Georgette Heyer o Monica Dickens (di cui ricordo, perso nelle nebbie della prima adolescenza, un divertente Un paio di piedi sulle sue esperienze di infermiera), be', mi sono commossa. E per completare la mia felicità ho verificato che di quasi tutti i romanzi c'è l'edizione digitale. Così, per cominciare (ma so già che è il primo di molti!) ho scaricato e letto Come un soprammobile di Mary Wesley, nella traduzione di Paola Mazzarelli. Siamo a Londra durante la seconda guerra mondiale, in una data non specificata. La diciassettenne Juno si aggira sola sotto un bombardamento. Sua madre è partita per il Canada dove Juno dovrebbe raggiungerla, e lei ha appena perso la verginità con due amici d'infanzia di cui è innamorata da sempre, di qualche anno più vecchi e ormai partiti soldati, non prima di averle raccontato parecchie panzane. Ecco che, provvidenziale, un tizio la prende per un braccio e la spinge in una casa dove sono già raccolti alcuni giovani bloccati mentre andavano a ballare e una donna, una vicina, che distribuisce minestra sotto ogni bombardamento. Il padrone di casa, Evelyn, è stanco e sofferente, ma prima di addormentarsi scribacchia una lettera e la affida Juno, raccomandandole di consegnarla a suo (di lui) padre. Di qui si innesca una serie di avvenimenti che non mi sogno di raccontarvi, che portano la ragazza a stabilirsi in una tenuta di campagna di proprietà del padre di Evelyn, Robert Copplestone, dove si prende cura della scrofa Eleanor e monta il pony Millicent, nomi che hanno la loro ragione. Juno instaura anche rapporti con esseri umani, fa alcune scoperte e veleggia verso la soluzione dei suoi problemi con un misto di ingenuità e forza che mette di buon umore. E' un romanzo molto divertente e spregiudicato, con una sottotraccia di cauto e elegante femminismo, privo della pur minima parvenza di perbenismo e pronto a rovesciare molti stereotipi sugli inglesi, primo fra tutti quello sulla loro presunta rigidità morale e sociale. La guerra, in effetti, instaura un clima del tutto particolare in cui, oltre alla coesione, alla solidarietà, al fortissimo pragmatismo nazionale, emerge una sterminata libertà: la guerra libera dalle convenzioni, dalle barriere sociali, dai preconcetti sulle donne, scatena il sesso (altro che niente sesso siamo inglesi, qui di sesso ce n'è parecchio e si sente, ottimo antidoto contro la paura e la morte). E questo mi ha fatto pensare una volta di più a che straordinari narratori sono gli inglesi, e consentitemi, le inglesi soprattutto. Qui ci sono fatti e osservazioni concrete, niente intimismi, neanche l'ombra di romanticismo né sentimentalismo, che creano un mondo completo di atmosfera, background storico, dinamiche sociali rappresentate con obiettività piuttosto spietata; ma senza tirarsela, senza montare in cattedra, di modo che alla fine il lettore è contento e di ottimo umore. Ho visto, a proposito di astoria, la definizione di "casa editrice per signore": e dico sì, per signore spiritose e disposte a ficcare un po' il naso nelle vite altrui senza per forza doversi identificare o emozionarsi. E i libri di Mary Wesley sono catalogati sotto la dicitura "letteratura rosa". Sarà. Ma ecco, un'altra cosa che mi piace di questa scrittrice, è che si sottrae all'imperativo delle emozioni e si attiene strettamente al "common sense". E mi auguro, per il loro bene, che anche i signori sappiano abbandonarsi al piacere di una storia ben raccontata, insieme alle signore di cui sopra. Mary Wesley (1912 – 2002) ebbe una vita interessante. Nata in una famiglia aristocratica, ben sposata, ebbe un figlio nel matrimonio e un altro con un suo grande amore cecoslovacco, eroe di guerra, un'eco del quale si trova in Quel tipo di ragazza; si risposò con un giudice e ne ebbe un terzo figlio. Ebbe rapporti complessi con i genitori, in particolare con la madre. Si mise a scrivere tardi e pubblicò il primo libro a settantun anni, dopo essere rimasta vedova del secondo marito e senza soldi. I suoi libri ebbero grande successo e vendete tre milioni di copie, ma non piacquero ai suoi familiari che li trovavano troppo spinti e poco rispettosi della memoria dei suoi genitori. Solo nel suo ultimo anno di vita accettò che si scrivesse la sua biografia, cooperando in pieno con il biografo Patrick Marnham e raccontando la sua vita, piuttosto selvaggia e libera, a patto che uscisse dopo la sua morte. Commentò: "Avete idea del piacere di starsene a letto per sei mesi, parlando di se stessi con un uomo molto intelligente? Il mio più profondo dispiacere è stato che ero troppo vecchia e malata per prenderlo a letto con me". La biografia, intitolata Wild Mary, è uscita nel 2006. Come un soprammobile è il suo ultimo romanzo, uscito in prima edizione nel 1997, quando l'autrice aveva ottantacinque anni. Ottima la traduzione di Paola Mazzarelli. Già uscito per il Corbaccio e Tea con il titolo Un pezzo d'arredamento, penso che il titolo originale, Part of the furniture, sia parecchio più cattivo e efficace.
Aggiungo la breve recensione che feci a suo tempo a Quel tipo di ragazza (ed. orig. 1987), romanzo che mi piacque infinitamente e mi acchiappò proprio del tutto, lasciandomi felice, soddisfatta, con quel battito al cuore che a noi ragazze ci piace tanto. E consiglio anche Una vita sensata.  

Mary Wesley fa parte di quella schiera di intelligenti romanziere inglesi che, a partire dalla somma Jane Austen, ci raccontano la vita con acutezza, ironia, precisione, semplicità e un pizzico di felice anticonformismo. Quel tipo di ragazza è Rose Freeling, borghese non ottusa né pavida, ma dotata di solido buon senso e rispetto delle convenzioni sociali. A partire dal funerale del marito, Ned, ricco e sicuro di sé,di cui è stata moglie affettuosa per cinquant’anni, ripercorriamo la sua esistenza divisa tra il dovere liberamente accettato e una bruciante passione per Mylo, outsider fascinoso, brillante, inafferrabile ma anche capace di intermittente costanza. In mezzo c’è la guerra, la resistenza francese, i cambiamenti che travolgono l’Inghilterra delle grandi case di campagna e dei privilegi. E c’è un lieto fine, tanto fiabesco quanto impertinente. Alcuni meravigliosi personaggi secondari descritti con perfida innocenza fanno da contorno a questa storia che acchiappa e avvolge e rende la realtà narrativa, senza abbellimenti né sentimentalismi, un incanto da cui non vorremmo mai uscire. Ci resta il sospetto che Mary Wesley, con le sue ironiche e sapienti parole, sarebbe riuscita a rendere appassionante persino la nostra, normalissima, vita. Vivamente consigliato anche a quella metà del cielo che all’amore ci pensa, eccome, ma non sempre ha le parole per dirlo, e teme un po’ di abbandonarsi a quelle femminili.       

venerdì 23 maggio 2014

Il terzo volume della meravigliosa trilogia di Jón Kalman Stefánsson, Il cuore dell'uomo. Per fare un viaggio in un mondo affascinante e spaventoso.



La terza parte della trilogia che comprende Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli è uscita all’inizio del mese, in tempo per il Salone del Libro dove l’autore Jón Kalman Stefánsson ha partecipato a un paio di incontri, e naturalmente mi sono precipitata a comprarlo. Con piacere rinnovato ho riconosciuto gli elementi che contribuivano al fascino dei primi due volumi, l’ambientazione favolosamente indeterminata nel tempo e concretissima nello spazio di quel perfetto luogo dell’immaginario che è l’Islanda, la prosa ritmata (che ricorda molto Josè Saramago), poetica e ricca di sorprese, la felicissima traduzione di Silvia Cosimini, le montagne, il mare, il buio e la luce, il dolore, la fatica, la voglia di vivere nonostante tutto. 

Ma se in Paradiso e inferno il centro di tutto era il mare, il luogo dove i pescatori rischiavano tutti i giorni la vita mentre sul fondo gli annegati facevano da coro alle vicende umane, e La tristezza degli angeli era incentrato sul viaggio, l’impresa quasi disumana di valicare le montagne che cadono a picco sulle acque nere e nascondono nelle sperdute case che le punteggiano  piccoli brandelli di umanità non si sa se più folli o più eroici, Il cuore dell’uomo si svolge tutto nel Villaggio senza nome, ottocento anime davanti al grande fiordo dove arrivano velieri islandesi e stranieri, e i primi piroscafi a vapore, e tutti si danno da fare con il pesce che dà da vivere, in un modo nell'altro, a tutti. Gli uomini scaricano, le donne lo mettono a seccare. Qui il ragazzo senza nome, protagonista di tutti e tre i volumi, ritorna dopo le peripezie che hanno occupato la tarda primavera e l’estate di un imprecisato anno a fine ottocento, e ritrova i molti personaggi che lo abitano. 

Tutte le vicende ruotano intorno ai rapporti tra i personaggi e alle loro ossessioni, di cui sappiamo qualcosa ma a sprazzi, a illuminazioni. Non si può dire in superficie perché Jón Kalman Stefánsson sa guardare nel cuore di tutti, ma quello che gli interessa non sono le motivazioni o i fatti del passato, a lui premono i moti del cuore, le angosce profonde, le paure, i sogni. Anche qui c’è un coro di morti, quelli che stanno in bilico, ancora aggrappati alla vita abbastanza da voler essere testimoni delle vicende dei vivi. E si parla di amore, di sesso, di sentimenti che non si vogliono riconoscere e tentazioni, di capelli rossi e occhi verdi e occhi più scuri della notte, di donne potenti e inquiete e donne che danno conforto senza aspettarsi niente. In qualche maniera quasi tutti trovano un cuore affine o almeno un compagno di letto, e il ragazzo compie il suo percorso di crescita e deve affrontare la difficile prova di diventare uomo. 

I personaggi sono gli stessi che abbiamo già incontrato alla fine del primo volume, ma nel frattempo sono passati gli anni e non è facile ricordarne l’identità né riconoscerli. In questo non aiutano certo i nomi oggettivamente difficili, di cui non sempre si capisce il genere, e qualche omonimia. E qui, mi permetto un’osservazione: la bella casa editrice Iperborea, che ha tanta cura per i suoi bei libri, avrebbe potuto aggiungere all’interessante postfazione di Alessandro Zironi un piccolo “riassunto delle puntate precedenti” per le persone smemorate come me.

Una citazione, per finire in bellezza e spingervi a leggere questo bel romanzo: Credo che non importi molto di che cosa parlano il libri, dice Gísli, che sta per abbottonarsi il paltò ma lascia perdere,del resto fuori c’è il sole, ma come tutti i libri degni di questo nome, parla di cosa significa essere uomo e spiega che è terribilmente difficile.
  

mercoledì 14 maggio 2014

Una donna importante, un libro importante: qualche parola du Audre Lorde, Sorella Outsider

Ho un grosso debito di riconoscenza con Margherita Giacobino perché se non fosse per la sua appassionata dedizione, e la sua gentilezza nel coinvolgermi in una presentazione, molto probabilmente non mi sarei accostata a un'autrice importante come Audre Lorde (New York 1934 - St. Croix 1992). Di solito leggo prevalentemente narrativa, quasi mai opere teoriche o militanti, perché non so seguire le idee astratte. Inoltre non sono una lettrice abituale di poesia, perché neanche quella la capisco sempre. Quindi grazie a Margherita che mi ha fatto conoscere un'autrice che mi ha dato moltissimo facendomi affrontare difficoltà che mi hanno fatto pensare, aprendomi tematiche su cui non avevo mai riflettuto, ricordandomi atmosfere, speranze, lotte e modalità di condivisione che mi sembrano ormai lontane e che rimpiango. Sorella Outsider è stato ottimamente curato e tradotto da Margherita Giacobino e Marta Gianello Guido. L'ottimo, e davvero rara avis nell'editoria italiana, paratesto comprende le introduzioni delle due curatrici, una biografia dell'autrice e e una serie di note che soddisfano qualsiasi curiosità del lettore, malgrado l'abbondanza di riferimenti che richiedono chiarimenti.
La mia prima impressione accostandomi a questa raccolta che comprende tutti i testi in prosa di Audre Lorde (ad esclusione della sua mitobiografia Zami. A new spelling of my name) è che l'argomento principale è Audre Lorde. Quello che risalta con più evidenza è la sua personalità. AL dice sempre "io", ma questo io non è mai fine a se stesso, è sempre messo in relazione con le altre donne. Per prima cosa, in ogni testo, si autodefinisce: sono una poeta lesbica Nera femminista. E madre. E combattente. Ma parla di sé in prospettiva a tutte le donne Nere lesbiche: è il contrario dell'egocentrismo. Sa di essere un modello, come persona ancora prima che come poeta, anche se insegnò letteratura e dal suo essere insegnante trasse piacere e orgoglio. E per ogni cosa che impara, per ogni verità che scopre la sua cura è di condividerla con le altre donne, le sorelle, che sono il background su cui si muove la sua possente figura e insieme l'aria che le dà la vita. Poeta e scrittrice ma anche militante, conferenziera, insegnante, punto di riferimento e icona del femminismo lesbico Nero, AL fu soprattutto una guerriera nelle parole e nella testimonianza della sua vita. E una delle sue battaglie più dure è quella contro il cancro, di cui parla con coraggiosa sincerità nei due scritti Diari del cancro (1980) e Un'esplosione di luce (1988). Sono due saggi molto diversi. Nel primo, militante, arrabbiato, combattente, AL fa della malattia una guerra sia personale che comunitaria. La rende epica: E' stato molto importante, per me, dopo la mastectomia, sviluppare e incoraggiare il mio senso interiore di potere. Avevo bisogno di chiamare a raccolta le energie in modo da immaginare me stessa come una combattente che resiste anziché come una vittima passiva che soffre. Rifiuta, in particolare, la colpevolizzazione della malata come qualcuna che, in pratica, se l'è voluta perché non era felice: L'idea che la paziente con il cancro possa essere colpevolizzata per aver avuto il cancro, come se fosse tutta colpa sua perché non si è trovata in ogni momento nello stato d'animo giusto per prevenire il cancro, è una distorsione mostruosa dell'idea che noi possiamo usare la nostra forza psichica per aiutare la guarigione. Qui compare uno dei termini che AL ama di più, potere: non nel senso di quello che si esercita sugli altri, ma di ciò che determina il fatto che possiamo. Ho cominciato a riconoscere una forma di potere dentro di me: il sapere che, pur essendo molto desiderabile non avere paura, imparare a ridimensionare la paura mi dava grande forza. Nel secondo saggio, Un'esplosione di luce, la forza è intatta e la capacità di reagire anche, ma qua e là il linguaggio si fa più morbido e forse si intuisce, sotto le parole sempre piene di coraggio e determinazione, una vena di rassegnazione, forse persino di paura. Molto importante è il tema del rifiuto della ricostruzione dopo la mastectomia, che le viene prospettata come un dovere verso se stessa ma soprattutto verso gli altri. Lei la rifuta smascherandone la natura esclusivamente cosmetica: mi rifiuto di nascondere o banalizzare le mie cicatrici dietro un cuscinetto di lana o del gel al silicone. [...] Mi rifiuto di nascondere il mio copro solo per mettere a suo agio un mondo che soffre di fobia verso le donne. Bisogna amare il proprio corpo, si è belle con un seno solo. Chissà che cosa direbbe AL di fronte alla follia, non riesco a definirla altrimenti, che oggi spinge le donne a modificare il proprio corpo (e in particolare qualla parte del corpo che ci definisce, cioè il volto) come se non lo riconoscessero proprio, come se lo disprezzassero o lo odiassero. Come se non potessero accettarsi se non come copia, per lo più deformata e caricaturale, di un modello imposto. Proprio quello che AL si rifiuta di fare. Sempre presenti le amiche e le donne che l'anno aiutata, citate una a una per nome. Prima fra tutte la compagna Frances Clayton con cui divise quasi vent'anni anni di vita e allevò i due figli, Jonathan e Elizabeth, nati dal matrimonio con Edwin Rollins che durò dal 1962 al 1970.
Altri temi sono l'odio, la rabbia verso le divisioni interne del femminismo Nero, la difficoltà di rapporto con le altre Nere che derivano dall'immagine negativa di sé: nelle altre si vede se stessa, cioé quello che non piace di se stessa. Quindi anche questa difficoltà è un prodotto del razzismo. A questo proposito ricorda un episodio della sua infanzia, in cui sulla metropolitana di Harlem, sedendo accanto a una donna bianca, comprese per la prima volta con chiarezza la realtà della discriminazione razziale. Molti sono i temi toccati nei testi che compongono Sorella Outsider, tutti importanti, e richiederebbero uno spazio che qui manca. Molti gli accenni a episodi storici o di cronaca che la fatto parlare con appassionata indignazione di apartheid e di strage di Neri negli USA; l'apartheid in Sudafrica; il significato dell'esperienza di Martin Luther King (bellissimo il brano Imparare dagli anni '60, Intervento al Malcom X Weekend, Harward University, 1982); l'erotico come risorsa profondamente femminile e spirituale, il sessismo, le cure alternative e olistiche, le sue esperienze di madre, resoconti da Grenada, dalla Russia e dall'Usbekistan con bellissime descrizioni, e molti altri di vi invito a leggere nel testo. Il pezzo che ho trovato in assoluto più bello, coinvolgente, sincero e umano è quello sulla clinica steineriana in cui trascorse alcuni mesi (Un'esplosione di luce). Qui si vede in filigrana una AL meno cattedratica, meno sicura, meno predicatoria, più umana, che si concede il tempo di osservare le persone che la circondano.
Importantissima è la rete di amiche internazionale dei amicizie e rapporti con associazioni di donne, che la portò a viaggiare tantissimo in Germania, in Sudafrica, nei Caraibi, in Australia. Tra le sue moltissime realizzazioni anche quella di essere cofondatrice della prima casa editrice per donne di colore, la Kitchen Table: Women of Color Press. Negli ultimi anni della sua vita  si trasferì sull'isola di St. Croix, nell'arcipelago delle Isole Vergini, in compagnia della scrittrice Gloria Joseph.
Il linguaggio di AL è preciso, limpido, essenziale ma molto accogliente e la sua forza non deriva da trucchi retorici (che pure, in quanto poeta, doveva conoscere benissimo) ma dalla sincerità, dall'acutezza e dall'irruenza passionale sempre sostenuta da un'intelligenza tanto potente quanto sicura. le sue parole chiave sono Energia. Rabbia. Differene. Condivisione: Comunità. Rivoluzione. E' sempre rivolta alle altre: se capisce delle cose, se agisce, questo le dà il potere che può servire anche alle altre Nere. Non è mai sentimentale, morbida, anche se usa parole calde come come madre, sorella, amore, erotico, cura. E' spesso severa, granitica, scultorea, come è necessario per esprimere idee.   
Due citazioni che mi piacciono: Ora per me è molto più importante colmare la psiche di tutte le persone che amo e che mi amamno con un senso di scandalosa bellezza e forte determinazione. 
Lavoro, amo, riposo, vedo e imparo. E scrivo.
Sorella Outsider io, sfrenata lettrice di storie, storie e ancora storie, lo consiglio perché fa benissimo ogni tanto leggere qualcosa di molto intelligente e stimolante che non si dimentica facilmente anche se non è narrativa. Magari richiede un po' di fatica in più, ma ripaga ampiamente dello sforzo. (E scusate per i quattro -ente in due righe, ma sono troppo stanca per correggerli. Si accettano suggerimenti).