Stremata da un Mo Yan che mi è costato almeno un mese di fatica (forse esagero un po', ma mica tanto), non sono riuscita a leggere molto altro. L'ho letto in inglese, e devo dire che non mi sono rammaricata come per The garlic ballads che non sia stato tradotto in italiano. Il troppo è troppo anche per il mio amatissimo scrittore. Si chiama The republic of wine, pubblicato per la prima volta a Taiwan nel 1992. 355 pagine scritte in corpo minimo, talmente piccolo che sembra non ci sia una possibilità di farlo più piccino, invece in certe parti ci riesce. Comunque, da leggere con la lente d'ingrandimento. Poi la complicazione strutturale, che si sa a Mo Yan piace molto, vedi per esempio Grande seno, fianchi larghi: c'è un investigatore che si reca in una regione sperduta chiamata Liquorland perché si sospetta che gli alti funzionari del posto mangino i bambini come squisitezza locale. Poi c'è un aspirante scrittore di quella stessa regione che manda i suoi manoscritti a Mo Yan, che gli risponde, e i manoscritti medesimi, con storie varie che finiscono per intrecciarsi con quelle dell'ispettore e di Mo Yan stesso quando si reca in visita dal suo corrispondente. Temi: bambini stufati, asini stufati, l'alcol in tutte le sue possibili manifestazioni e conseguenze, nidi di rondine, bambini messi al mondo per essere stufati, e via andando. Veramente troppo per chiunque, neanche Dante ce l'avrebbe fatta a tenere sotto controllo tanta esuberanza, e in effetti questo libro è abbastanza illeggibile.
Allora perché l'hai letto? mi chiederebbe chiunque, se qualcuno mai leggesse questo blog solitario. Be', certo perché sono testa quadra e detesto lasciare a metà un libro quando l'ho cominciato; ma soprattutto perché, pur tradotta e in questo caso con la mediazione dell'inglese, la scrittura di Mo Yan mi incanta e mi seduce, mi sorprende, mi convince, ma soprattutto mi piace come mangiare un piatto che amo e non mi stanca mai (per i personaggi di questo libro bambini fritti, genitali di asino e asina composti nel piatto "fenice e dragone", e nidi di rondine - che non sembra niente di che ma andate a leggere che cosa sono e come si raccolgono, poi mi direte). Insomma per me Mo Yan potrebbe scrivere anche i tre moschettieri cominciando dal fondo che baderei più a come lo scrive che a quel che scrive. E qui sorge una questione cruciale. Quanto conta, in una storia, il contenuto in relazione a come è raccontato? Io propendo a dare la precedenza al come. Quando finisco di leggere un libro, il più delle volte quello che diventa permanente è un'immagine, un giro di parole, una frase, un tic stilistico. In questo periodo collaboro a un corso di scrittura creativa e mi sforzo di comunicare agli allievi questa necessità, che io stimo fondamentale, di riflettere sulla parola, ma vedo che l'interesse è scarso per l'argomento. Per loro conta molto di più la vicenda raccontata, sia come comunicazione di un contenuto che come soddisfazione per il racconto medesimo. Il che è molto frequente in chi legge, ma dovrebbe esserlo meno, secondo me, in chi scrive.
Non è che voglio fare la crociana, distinguere forma e contenuto, è solo che sovente mi rendo conto che il piacere che ricavo dalla scrittura, come nel caso di Mo Yan, agli altri non arriva per niente, e allora mi chiedo da che cosa derivi questa differenza. Per consolarmi penso che la letteratura hindi, per secoli, ha raccontato sempre le stesse storie, e ogni autore si distingue solo per come le ha raccontate. Come se qui da noi continuassimo a riscrivere la Divina Commedia e I promessi sposi all'infinito. Per la prima niente da dire, ma all'idea di rileggere il secondo mi viene male. O forse no: io trovo superindigesto lo stile di Manzoni, magari riscritto potrebbe persino piacermi (scherzo, anche la storia dei PS mi fa senso).
Comunque, malgrado tutto l'amore che gli porto per un po' non credo che leggerò un altro Mo Yan. Talvolta l'amore si nutre di assenza.
sabato 31 gennaio 2009
venerdì 9 gennaio 2009
Strenua me exercet inertia
Non è che l'anno nuovo mi abbia addolcita né che improvvisamente i motivi di irritazione siano spariti. Sono sempre i soliti, purtroppo, e se non ne scrivo è perché appunto c'è poco di nuovo da segnalare. Gli arcinemici sono ancora 1) "fare sesso" (mi fa senso persino scriverlo), 2) l'ormai universale "a me colpisce", "a me stupisce", "a me irrita" e così via, 3) i vari burocratico-efficientisti-necrologici-neologismi verbali del tipo "spiaggiare" di cui ho recentemente sentito un bell'esempio da una famosa e esperta giornalista, "quelle persone sono state attenzionate", che mi ha fatto venire, come si dice a casa mia, la giassina ai denti, anche se i più creativi restano "attovagliati" e "masterizzati" (nel senso di chi ha fatto un master). Vorrei segnarmi ogni nuovo motivo di dolore linguistico, ma noto che devo aver sviluppato un meccanismo di rimozione per cui ogni volta me ne dimentico. Inoltre, come dice il titolo di questo post, la pigrizia mi spiaccica in ogni attimo della vita. Questa citazione oraziana mi piace tantissimo ma non posso usarla troppo perché un mio amico ce l'aveva come motto sui biglietti da visita (un colpo di genio, secondo me) e mi sembra sempre di rubargli un'idea.
Tutto questo fumoso discorso per dire che vorrei scrivere più sovente su questo argomento ma mi infurio, mi imbufalisco poi rimuovo i motivi. E finisco per ripetere sempre le stesse cose.
Concludo con un'altra citazione latina (mi piacciono e non me ne vergogno, solo cerco di non farlo sapere in giro) rubata a Leo Pestelli che teneva una rubrica di lingua sulla Stampa nella prestoria, anni sessanta o settanta: La linguistica, lei sì, curat de minimis. Ma è rimasta drammaticamente la sola a farlo.
Tutto questo fumoso discorso per dire che vorrei scrivere più sovente su questo argomento ma mi infurio, mi imbufalisco poi rimuovo i motivi. E finisco per ripetere sempre le stesse cose.
Concludo con un'altra citazione latina (mi piacciono e non me ne vergogno, solo cerco di non farlo sapere in giro) rubata a Leo Pestelli che teneva una rubrica di lingua sulla Stampa nella prestoria, anni sessanta o settanta: La linguistica, lei sì, curat de minimis. Ma è rimasta drammaticamente la sola a farlo.
mercoledì 31 dicembre 2008
Dedicato a due amori
Finisce l'anno senza che io tradisca i miei due amori letterari del momento, Mo Yan e Orhan Pamuk. Devo dire che non sono amori esclusivi, anzi, in questo campo ho un harem variegato e mutevole di amorazzi, simpatie, flirt e affetti profondi, questi due sono però i favoriti in carica. E non posso dire nemmeno che siano gli autori che preferisco leggere: entrambi sono abbastanza difficili in certi casi, e non sempre gli argomenti che trattano mi appassionano. Ma scrivono in un modo che mi incanta, mi riempie di stupore e di invidia. Sono diversissimi.
Pamuk è cristallino, sobrio, elegante, evocativo al massimo, eccelle nell'esprimere la nostalgia, una struggente, universale, compassionevole nostalgia, una tristezza umanissima, il senso di tutto ciò che è perduto per sempre. E' un vero, grande scrittore, di quelli che hanno un intero mondo tutto loro nella testa e nella tastiera. Penso che chiunque scrive dovrebbe leggere il capitolo 10, intitolato Tristezza, di Istanbul, il libro dedicato alla sua città natale, e poi piangere, come ho fatto io, per la consapevolezza che non riuscirò mai a scrivere niente di lontanamente simile, di altrettanto efficace nella semplicità di un elenco che descrive una città, un mondo, gli uomini che lo abitano.
Mo Yan è eccessivo, barocco, ama le strutture complesse e contorte, è espressionista al massimo, concreto, violento, iperbolico, si sporca e sporca la sua scrittura con puzze, escrementi, carne, sesso, marciume, i suoi personaggi sono carnalissimi e spregevoli, mangiano fino a scoppiare, bevono fino a impazzire, sono maleducati, ruttano e scoreggiano. Ha la scrittura più espressiva che io conosca. Chi si arrabbia manda fiamme verdi dagli occhi, i cani sono viola, le ragazze mandano odori che si sentono entrando nelle stanze, i ragazzi sono coperti di scaglie e malvagi. Il suo mondo brulicante di personaggi pecca talvolta per un eccesso di metafore, di esemplarietà, ma è un grandissimo narratore, dall'immaginazione trabocchevole e dalla fantasia senza fondo.
Ovvio che ci sono ancora fiumi di parole da spendere su questi due scrittori, ma io per il momento volevo solo attestare il mio indefettibile amore per la loro scrittura, senza affrontare i temi dei loro libri. Magari un'altra volta. Ma nella scrittura davvero eccellono.
Pamuk è cristallino, sobrio, elegante, evocativo al massimo, eccelle nell'esprimere la nostalgia, una struggente, universale, compassionevole nostalgia, una tristezza umanissima, il senso di tutto ciò che è perduto per sempre. E' un vero, grande scrittore, di quelli che hanno un intero mondo tutto loro nella testa e nella tastiera. Penso che chiunque scrive dovrebbe leggere il capitolo 10, intitolato Tristezza, di Istanbul, il libro dedicato alla sua città natale, e poi piangere, come ho fatto io, per la consapevolezza che non riuscirò mai a scrivere niente di lontanamente simile, di altrettanto efficace nella semplicità di un elenco che descrive una città, un mondo, gli uomini che lo abitano.
Mo Yan è eccessivo, barocco, ama le strutture complesse e contorte, è espressionista al massimo, concreto, violento, iperbolico, si sporca e sporca la sua scrittura con puzze, escrementi, carne, sesso, marciume, i suoi personaggi sono carnalissimi e spregevoli, mangiano fino a scoppiare, bevono fino a impazzire, sono maleducati, ruttano e scoreggiano. Ha la scrittura più espressiva che io conosca. Chi si arrabbia manda fiamme verdi dagli occhi, i cani sono viola, le ragazze mandano odori che si sentono entrando nelle stanze, i ragazzi sono coperti di scaglie e malvagi. Il suo mondo brulicante di personaggi pecca talvolta per un eccesso di metafore, di esemplarietà, ma è un grandissimo narratore, dall'immaginazione trabocchevole e dalla fantasia senza fondo.
Ovvio che ci sono ancora fiumi di parole da spendere su questi due scrittori, ma io per il momento volevo solo attestare il mio indefettibile amore per la loro scrittura, senza affrontare i temi dei loro libri. Magari un'altra volta. Ma nella scrittura davvero eccellono.
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martedì 23 dicembre 2008
Allora auguri
Allora auguri, come d'uso. Anche se l'atmosfera natalizia mi piace quanto quella che aleggia in una casa dove il giorno prima c'è stata una bagna cauda, non mi sottraggo né ai regali fatti e ricevuti né agli auguri distribuiti dovunque capiti, né ai baci né alle mance. Chi sono io per oppormi a una valanga globale? Inoltre so di avere un sacco di idiosincrasie e fissazioni, quindi, come si dice, un miliardo di mosche non può avere torto. Piuttosto mi chiedo a chi sto facendo gli auguri: a me stessa, suppongo, visto che questo blog è il meno visitato dell'universo. Ma non importa. Data la stura al narcisismo bloggistico, non si può tornare indietro.
Mi sottraggo solo alla lista di auguri mondiali e policamente corretti, in verità più capodanneschi che natalizi, che impazzano sui giornali e riviste. Io metto qui un bello spazio bianco e che ognuno se lo riempia come vuole.
Buone feste, e festeggiamo se possiamo.
Mi sottraggo solo alla lista di auguri mondiali e policamente corretti, in verità più capodanneschi che natalizi, che impazzano sui giornali e riviste. Io metto qui un bello spazio bianco e che ognuno se lo riempia come vuole.
Buone feste, e festeggiamo se possiamo.
mercoledì 10 dicembre 2008
Ma che saranno mai 'ste emozioni?

Sono della vecchia scuola, mi piace usare la testa e non la pancia quando affronto qualsiasi situazione. Se ci riesco, ovviamente, cosa che non succede sempre. Sul pc ho appiccicato una vignetta di Altan dove il solito tipo con il naso a proboscide dice: emozionatemi, sennò mi tocca di pensare. Negli anni c'è quasi sempre stata una vignetta di Altan sul mio pc, è un genio con la capacità di fotografare il peggio in una frase, e mi trovo sempre in assoluta consonanza con lui. Adesso navighiamo in questo brodo spesso, e sostanzialmente primordiale, di emozioni. E non quando baciamo il moroso o troviamo i ladri in casa, no, basta mangiare un cioccolatino o una pasta e fagioli. Adesso, anche entrare in un museo. Tutto deve comunicare emozioni, niente deve richiedere la vecchia trafila guardare, interrogarsi, pensare, capire. Per carità, troppo difficile, noioso. Richiede sforzo. Non sia mai che sudiamo e il cervello ci puzzi. Ma a parte queste amenità, io diffido delle emozioni perché sono ricattatorie, ottundono i sensi, offuscano la lucidità, sono già padrone di per sé di metà della nostra esistenza senza che gli affidiamo anche l'altra. Quella che faticosamente cerchiamo di governare con la razionalità. Piangere e ridere va bene, abbracciarsi come in un telefilm americano un po' meno, però ogni tanto fermarsi e riflettere un pochino a mente fredda prima di scegliere a me sembra indispensabile.
L'altro manierismo attuale è quello della narrazione. Tutto deve raccontare una storia. Dai profumi agli apriscatole. Però è più che altro aria fritta, un modo di dire, una posa modaiola che perdono magnanimente a quelli molto, molto più avanti di me.
E visto che di fissazioni personali si tratta, voglio registrare un caso di demenza linguistica letto sulla Repubblica del 10/12, pagina 10, in un articolo di Francesco Bei. Si parla di un pranzo al Quirinale con mezzo governo per discutere del prossimo consiglio europeo: erano attovagliati nella sala del Torrino i ministri.... Non ho la minima stima per i membri di questo governo, ma mi dispiace pensarli attovagliati. Nessun essere umano, per quanto spregevole, dovrebbe subire questa sorte.
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Evelyn Waugh, Ritorno a Brideshead
Bel romanzone tradizionale, di quelli che acchiappano e tengono un sacco di compagnia, pubblicato nel 1945. La storia, in breve: Charles, ufficiale dell'esercito inglese, durante la II guerra mondiale si trova in una residenza nobiliare requisita per le truppe e riconosce la meravigliosa Brideshead, cui tanta parte della sua vita è legata. Ricorda l'amicizia con Sebastian Flyte, figlio dei proprietari, l'amore con sua sorella Julia, le vicende che li hanno portati a condividere gioie e dolori. Un mondo scomparso di goliardia a Oxford, ricevimenti a Londra, nursery e servitori fedeli, adulteri e vacanze a Venezia, cacce a cavallo, padri formali e anaffettivi, traversate dell'Atlantico in navi di lusso, mal di mare e passione. Ma il tema principale, quello che sottende tutta la vicenda, è il cattolicesimo. I Flyte sono cattolici per parte di madre e quindi allevati in questa confessione che, vista con gli occhi di Charles, protestante per tradizione, razionalista, agnostico ma non troppo, è un coacervo di superstizione, paganesimo, ipocrisia, ingerenza dei preti, controllo sulle vite individuali e soprattutto senso di colpa paralizzante e castrante. Ora, io sono serenamente atea e potrei sottoscrivere praticamente tutto quello che dice Evelyn Waugh, ma essendo italiana e essendo sempre vissuta in questo paese di senza dio che vanno in chiesa, si fanno il segno della croce poi fanno tutto quello che gli pare, sono rimasta molto colpita da questa visione che dà un'importanza così grande alla religione personale. Certo, siamo in Inghilterra e si parla di prima della II guerra, ma è davvero interessante e sorprendente un romanzo la cui morale, o messaggio per dirla meglio, si riassume così: neanche una sana e consapevole libidine salva i giovani dall'educazione cattolica. Waugh come Zucchero, e allora è proprio vero.
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lunedì 24 novembre 2008
Carson McCullers, Il cuore è un cacciatore solitario
Di McCullers avevo letto solo La ballata del caffè triste, che mi era piaciuto ma non mi ha lasciato ricordi particolarmente vividi. Per cui ho cominciato Il cuore è un cacciatore solitario senza particolari aspettative, e questo forse è un bene. Mi attirava soprattutto per il meraviglioso titolo (da una poesia di Fiona McLeod, su suggerimento dell'editore). Perciò è stata una bella sorpresa trovarmi davanti a un testo così ricco e avvolgente, scritto da McCullers all'età di 23 anni. La trama: siamo nel 1938-39 in una cittadina del sud impoverita dalla crisi del '29. Il sordomuto John Singer vive una vita tranquilla e piena d'amore con un altro sordomuto, Spiros Antonapoulos. Quando quest'ultimo viene violentemente allontanato da lui, comincia a frequentate il bar di Biff Brannon, dove si ritrovano anche l'ubriacone pazzo Jake Blount e la dodicenne Mick Kelly. A casa di Mick lavora la giovane di colore Portia Copeland, il cui padre, medico lettore di Marx, Spinoza e Shakespeare, benché gravemente ammalato si dedica con tutte le sue forze alla comunità nera della città, segregata, povera e ignorante.
Questa eterogenea compagnia si raduna attorno a Singer che ben presto catalizza su di sé l'amore e il rispetto degli altri, che prendono l'abitudine di confidargli i propri sogni, scambiando il suo silenzio con la comprensione. Ognuno ha un amore mal riposto, un'illusione sconfitta in partenza, una vita storpiata che non potrà riprendersi mai. Ma spera e si agita, ha aspirazioni più alte nella miseria che lo circonda, e di cose ne succedono, nella vasta famiglia di Mick che in fondo è la protagonista e di sicuro rispecchia l'autrice, nella città che lotta per vivere, nelle vite e nelle coscienze dei vari personaggi. E Singer capisce solo il proprio amore sconfinato e insensato per Antonopoulos perduto. Un romanzo corale ricchissimo di personaggi e di temi ma estremamente coeso e soddisfacente, equilibrato nella rappresentazione dei destini individuali dei dimenticati, ma anche pieno di un senso del tempo e della Storia invidiabili.
Mi ha colpito in particolare la rappresentazione della libertà di Mick, in confronto alle paranoie dei giorni nostri. Non si può dire che l'ambiente in cui si muove sia rassicurante o troppo protettivo. Fuma, beve birra, va a spasso di notte da sola, visita uomini adulti nelle loro stanze, tratta alla pari con tutti eppure non è rappresentata come eccezione, semplicemente rispecchia un mondo diverso dal nostro.
Infine la traduzione di Irene Brin (morta nel 1969) piuttosto legnosa e grondante di fanciulli e babbi per non parlare della goffaggine con cui è tradotto il linguaggio dei personaggi di colore, avrebbe avuto bisogno di essere rivista. O almeno di dichiarare la data in cui è stata fatta, mentre manca persino quella della prima edizione italiana del romanzo.
Un romanzo vivamente consigliato a chiunque legga perché gli piacciono i bei libri.
Questa eterogenea compagnia si raduna attorno a Singer che ben presto catalizza su di sé l'amore e il rispetto degli altri, che prendono l'abitudine di confidargli i propri sogni, scambiando il suo silenzio con la comprensione. Ognuno ha un amore mal riposto, un'illusione sconfitta in partenza, una vita storpiata che non potrà riprendersi mai. Ma spera e si agita, ha aspirazioni più alte nella miseria che lo circonda, e di cose ne succedono, nella vasta famiglia di Mick che in fondo è la protagonista e di sicuro rispecchia l'autrice, nella città che lotta per vivere, nelle vite e nelle coscienze dei vari personaggi. E Singer capisce solo il proprio amore sconfinato e insensato per Antonopoulos perduto. Un romanzo corale ricchissimo di personaggi e di temi ma estremamente coeso e soddisfacente, equilibrato nella rappresentazione dei destini individuali dei dimenticati, ma anche pieno di un senso del tempo e della Storia invidiabili.
Mi ha colpito in particolare la rappresentazione della libertà di Mick, in confronto alle paranoie dei giorni nostri. Non si può dire che l'ambiente in cui si muove sia rassicurante o troppo protettivo. Fuma, beve birra, va a spasso di notte da sola, visita uomini adulti nelle loro stanze, tratta alla pari con tutti eppure non è rappresentata come eccezione, semplicemente rispecchia un mondo diverso dal nostro.
Infine la traduzione di Irene Brin (morta nel 1969) piuttosto legnosa e grondante di fanciulli e babbi per non parlare della goffaggine con cui è tradotto il linguaggio dei personaggi di colore, avrebbe avuto bisogno di essere rivista. O almeno di dichiarare la data in cui è stata fatta, mentre manca persino quella della prima edizione italiana del romanzo.
Un romanzo vivamente consigliato a chiunque legga perché gli piacciono i bei libri.
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