martedì 17 dicembre 2019

Clamoroso ritrovamento archeologico rivela l'origine dell'Anaconda Anoressica: Anna a Natale, racconto inedito


Niente di meno che l'atto di nascita dell'Anaconda Anoressica, di Samantha la pittrice di città, Vana Gloria e Maso Sadomaso le danzatrici di strada, Denis e tutta la Torino underground e surreale di "Ragazza bella, ragazza brutta" nel racconto che ha dato origine a tutto, e che nel romanzo non è stato incluso perché non mi pareva in sintonia con gli altri, soprattutto per quel che riguarda la scrittura. Comunque è del 1991, quindi si tratta di un vero ritrovamento archeologico, totalmente inedito e per di più adattissimo al momento.
                       

          ANNA A NATALE

    La corsa al consumo natalizio era al culmine. Anna non era riuscita a finire i suoi acquisti prima che si scatenasse, per cui, approfittando del fatto che suo marito e i figli erano andati in montagna, decise di dedicare quel sabato pomeriggio di libertà alla ricerca degli ultimi regali. Alle quattro era già quasi buio, e nevischiava; indossò un giaccone giallo di tessuto impermeabile, si calcò in testa un cappello di feltro nero, si munì di libretto degli assegni, tessera del Bancomat e carta di credito, e uscì. In centro c'era un sacco di gente carica di sacchetti di plastica e buste di carta, affannata a correre da un negozio all'altro come se avesse paura di non trovare più niente sugli scaffali. Anna non aveva le idee chiare su quello che cercava, camminava sotto i portici tentando di trovare ispirazione nelle vetrine. Percorse via Roma e via Po scansando a fatica la folla che procedeva in senso opposto, talmente compatta che era difficile persino riuscire a sbirciare nei negozi.
    Ben presto ne ebbe abbastanza e svoltò in via San Massimo, dove la mancanza di portici e la neve ormai  molto fitta avevano assottigliato la calca. Riuscì a entrare in un'erboristeria e poi in una cartoleria elegante, e ne uscì anche lei con un paio di buste di carta piene di pacchetti. Era completamente buio e la neve si trasformava in fanghiglia appena toccava per terra. Anna, stanca e bagnata, guardava le vetrine con  interesse sempre minore. Tra un negozio e l'altro c'erano delle botteghe di artigiani, un calzolaio, un corniciaio, una tintoria, la gente sui marciapiedi portava borse della spesa e sacchetti del pane. Anna entrò in un bar per bere un tè e quando uscì vide che, dal lato opposto della strada, era stato aperto un portone di legno che prima non aveva notato.
    Attraversò tra le macchine che procedevano a passo d'uomo e si avvicinò al varco buio  tra una macelleria e un negozio di ferramenta. Si vedeva un vicolo scuro che si inoltrava tra due pareti di mattoni dove si aprivano finestre chiuse da ante di legno e portoncini di cantine o magazzini, con un tappeto di neve intatta per terra. Anna fu presa da reminiscenze di letture infantili, David Copperfield che scendeva verso il Tamigi attraverso vicoli umidi come quello e Oliver Twist che fuggiva disperatamente sotto una nevicata fitta. Non resistette alla tentazione di lasciare le sue orme nette sulla neve, ed entrò.
    Le fu sufficiente inoltrarsi di pochi metri perché i rumori e le luci della strada svanissero; i suoi passi sulla neve erano silenziosi come un volo e solo il chiarore giallastro del cielo si distingueva, in alto, dalle due pareti scure che la stringevano ai lati. Si voltò indietro per guardare i complicati disegni lasciati dalle suole di para delle sue scarpe, e vide in fondo al vicolo la parete compatta di macchine che si muovevano lentamente e l'insegna luminosa del negozio di fronte, che diceva: 'Antica Gastronomia Perotti'.
    Avanzò ancora alla cieca e si trovò di fronte un muro di mattoni viscidi di muffa. Non aveva voglia di tornare indietro, perciò cercò a tentoni se c'era un varco per proseguire; sulla sinistra trovò un passaggio ad arco, completamente buio, che si inoltrava nell'interno della casa. Non c'era neve ma era umido lo stesso, e Anna procedette appoggiandosi al muro bagnato con un certo ribrezzo. Il pavimento era scivoloso, l'odore di muffa intenso. Ben presto si trovò nuovamente di fronte a un muro, ma dalla sua destra sentì venire un soffio di freddo e vide luccicare qualcosa di bianco; proseguì in quella direzione e si trovò in un piccolo cortile, circondato da quattro pareti di mattoni prive di aperture e alte parecchi piani. Anche qui la neve per terra era intatta ed era spessa alcuni centimetri. Non si sentiva nessun rumore, come se la città e il suo traffico fossero lontani chilometri; i fiocchi bianchi scendevano perfettamente verticali, confondendosi silenziosamente con il candido tappeto che ricopriva il terreno. Anna si fermò all'uscita dell'andito cercando di abituarsi alla penombra; solo il riflesso aranciato delle luci della città rischiarava il cielo e faceva luccicare lievemente la neve.
    Rimase alcuni minuti in piedi osservando le pareti scure e chiedendosi che cosa potesse succedere all'interno degli edifici che circondavano il cortile. Probabilmente le centinaia di persone che ci vivevano non erano mai arrivate fin lì, nessuno sospettava l'esistenza di quello spazio buio. Forse d'estate i raggi del sole giungevano fino al terreno e tra i ciottoli spuntava l'erba. Il silenzio e la neve davano un senso di pace, il cielo aranciato era un magico scrigno che rovesciava senza posa fiocchi tranquilli. Anna si tolse il cappello e lo scosse; presto sui suoi capelli si posò uno strato di neve che sciogliendosi le colò nel collo. Si ritrasse sotto l'andito per  guardare la nevicata, e notò un filo di luce rasoterra.
    Il filo di luce si allargò, disegnando un rettangolo sulla parete, e una porta si aprì di fronte a lei. La sagoma scura di una figura umana si stagliava sul fondo  illuminato.
    "Chi c'è lì?" disse una voce femminile.
    "Nessuno" rispose Anna "passavo di qui, ho visto il portone aperto e sono entrata."
    Si sentì subito in colpa e fece per ritrarsi, ma la voce riprese:    
    "Venga un po' qua, che la voglio vedere. Il portone non è mai aperto, non potrà uscire da quella parte."    
    Anna attraversò il cortile e si avvicinò alla porta.
    Una ragazza giovane la guardò con aria severa e disse:
    "E' tutta bagnata, ma è matta? Venga dentro, che si gela con la porta aperta."
    Anna entrò nella pozza di luce e si trovò in una grande stanza caldissima. La ragazza davanti a lei dimostrava sedici anni, aveva dei capelli corti ossigenati e le palpebre tinte di viola. Le gambe coperte da spessi collant neri uscivano da un paio di pantaloncini di pelle.
    "Mi chiamo Samantha Cocilovo, con l'acca" disse "e lei?"
    "Anna Martinengo."    
    "Non capisco proprio come ha fatto a finire qui. Vuole qualcosa di caldo?" 
    "No no, ora me ne vado, non volevo intromettermi, credevo..."
    Samantha con un gesto della mano spazzò via i goffi convenevoli di Anna. Aveva unghie lunghe e viola come le palpebre, e un body di lurex nero da cui usciva un décolleté così bianco da sembrare incipriato. Le pareti della stanza erano coperte da affreschi di spiagge con palme e corpi avvinghiati; in un angolo un grosso pescecane apriva una bocca fitta di denti per azzannare una ragazza nuda. C'era una stufa a cherosene, un letto disfatto e delle poltrone di skai rosso a sacco, di quelle in cui si perde l'equilibrio e si sprofonda. Su un tavolo, vicino a un fornello a gas, piatti sporchi e bucce d'arancia. L'aria calda sapeva di cherosene e di incenso. Nessuna finestra si apriva nelle pareti, ma da una presa d'aria in alto veniva un rumore sordo e ritmico di musica.
    "Una tisana" disse la ragazza, prendendo un bollitore dalla stufa e versando dell'acqua in una tazza.
    Porse l'intruglio ad Anna che l'annusò. Sapeva di salvia.
    "Grazie" disse, e bevve un sorso.
    Samantha si tolse le pantofole di peluche fosforescente a forma di rana e infilò degli stivaletti neri a tacco alto, allacciati sul polpaccio.
   "Che fa lei?" chiese senza voltarsi. "Scommetto che è casalinga, sposata con due figli."
    "Tre" disse Anna illuminandosi, " uno ha suppergiù la sua età."
   "Allora possiamo darci del tu" ribatté Samantha, "che c'è di bello nei sacchetti? Regali di Natale? Io so già che cosa mi regalerà il mio ragazzo: vernice spray in dodici colori. Sai, io sono un'artista. Dipingo i muri." 
    Anna accennò alle pareti.
    "Questi li hai fatti tu?"
  "Oh no, questi sono antichi! Almeno vent'anni, o forse dieci. Io dipingo solo muri esterni. Soprattutto sotto i ponti, o nelle fabbriche abbandonate. Però non ho ancora deciso che cosa regalare a Denis. Denis" aggiunse dopo una pausa, con orgoglio "il mio ragazzo, ha dei gusti molto difficili. Forse una tartaruga, o delle tablas."    
    Indossò un giubbotto di pelle nera rilucente di borchie, mezzi guanti di pizzo di nailon nero e guardò Anna con aria dubbiosa.
    "Un ombrello?" disse, e si rispose da sola. "Ma no, ci sono i portici. E poi la neve fa bene."
    Anna, in piedi in mezzo alla stanza con l'impermeabile gocciolante, i pacchi accatastati intorno alle gambe e i capelli umidi e arricciati, si sentiva imbarazzata. Posò la tazza ancora mezza piena sul tavolo e disse:
    "Io devo proprio andare. Devo fare un po' di spesa e comprare il giornale e mio marito e i figli torneranno per cena affamati e..."
    Di nuovo Samantha spazzò via le sue parole con la mano.
    "Non ti agitare, c'è un sacco di tempo. Intanto usciamo, poi si vedrà."
    Si diresse verso il pescecane e aprì una porta che gli fece spalancare la bocca minacciosa.
    "Di qua" disse, "seguimi."
    Un corridoio buio le condusse a una stanza dalle pareti coperte di interruttori e scatole elettriche; tutt'intorno giacevano casse e seggiole accatastate, l'aria pulsava, i muri vibravano e il pavimento tremava di musica. Samantha sorrise e mimò una tremenda scarica di batteria.
    "Guarda un po'" disse ad Anna, scostando una tenda di velluto che copriva un finestrino.
    Anna vide un grande locale quasi buio, in cui una ressa di corpi si agitava tra improvvisi sprazzi di laser e fumi colorati.
    "L''Anaconda Anoressica', il locale del papà di Denis. Sua mamma canta il giovedì sera, per i vecchi. Canzoni degli anni '60, noiosissime, ma lei è famosa: Patty Paris, la conosci? Veramente" aggiunse  per scrupolo "si chiama Loredana Sperandio, ma quello è il suo nome d'arte."
    Anna confessò che non la conosceva, e per scusarsi ammise che usciva pochissimo.    
    "Però le canzoni degli anni '60 mi piacciono" disse.
    Samantha la guardò comprensiva e aprì una porta che dava nel locale. Un'ondata di musica le avvolse e le trascinò fino al margine della pista dove i ballerini si agitavano ognuno per conto suo, perso in un solitario delirio cinetico. C'era puzza di sudore e di qualcos'altro che Anna non conosceva. Samantha baciava tutti quelli che incontrava, maschi e femmine, che le restituivano l'abbraccio meccanicamente, senza nemmeno guardarla in faccia.
    "Denis non c'è" le urlò in un orecchio, "è a casa che studia per la patente. Andiamo a salutare suo padre."
    Anna scosse il capo, cercando l'uscita con gli occhi.
    "Devo andare" disse, ma Samantha la trascinò verso il bancone del bar.
    Un uomo bellissimo, con la camicia aperta sul petto dove brillava una catena d'oro, le guardò con cipiglio.
    "Da dove è entrata la tua amica?" gridò. "Non si può venire vestiti così in discoteca di sabato pomeriggio."
    Anna arrossì ma per fortuna le luci erano troppo basse perché si vedesse.    
    "Lascia perdere" urlò Samantha "è una nuova moda."
    Si sporse sul bancone per baciare l'uomo, che si chinò compiacente.
    Anna la tirò per un braccio e sillabò:
    "Devo andarmene!"
    "Occhei" rispose Samantha e la pilotò attraverso un muro di corpi sudati verso una porticina coperta da una tenda rossa.
    Si trovarono in una stanza senza finestre, tappezzata di scozzese e con una moquette scura per terra. C'era silenzio finalmente, ma la puzza di sudore era ancora più forte.    
    "Non possiamo uscire dalla porta principale" disse Samantha "lì c'è Loredana, se scopre che ti ho fatta entrare dal retro si incazza."
    Anna sospirò. Era stanca.
    "Devo andare" ripeté, cambiando di mano i sacchetti. Le facevano male le braccia e i piedi, e sentiva arrivare un raffreddore.
    "Hai visto che bello il padre di Denis?" disse Samantha. "Si chiama Salvo, e sua moglie è gelosissima. Ha ragione, perché lui si fa tutte le amiche di Denis. Ci ha provato anche con me, ma io non ci sono stata, perché se poi lo sapeva Denis, sai che casino! A te piace?"
    "Bello" disse Anna, "però non l'ho visto bene, era troppo buio."    
    "A te piacciono gli uomini? Lo tradisci tuo marito?"
    "No, veramente non ci ho mai pensato. Figurati un po'! Non mi è mai venuto in mente di tradirlo."
    "E lui ti è fedele?"
    "Certo" disse Anna, ma poi aggiunse: "Almeno credo. Non mi ha mai detto niente."
    "Vorrei vedere!" Samantha scoppiò a ridere. "Che cosa ti aspetti, che una sera torni a casa e ti dica: cara, oggi ho scopato con un'altra?"
    "Che discorsi stupidi" disse Anna, "dai, fammi uscire di qui. Devo andare a casa. Chissà che ora è."
    Guardò l'orologio, ma non c'era abbastanza luce e non aveva portato gli occhiali.
    "Io l'orologio non ce l'ho" disse Samantha, "non l'ho mai voluto, mi fa solo venire i nervi."
    "Ma come si esce di qui?"
    "Vieni, ti porto fuori."
    La ragazza tastò una parete e una porzione di tappezzeria si aprì sul buio. Si infilarono in un corridoio senza luci; Samantha afferrò Anna per la mano e se la trascinò dietro.
    "Come si chiamano i tuoi figli?" disse.
    "Giovanni, Bianca e Andrea."
    "Bei nomi! E che fanno?"
    "Giovanni è all'università, studia legge, gli altri due sono al liceo."
    "Ce l'ha il ragazzo Bianca?"
   "Penso di sì, c'è sempre un certo Luca che le telefona e viene a studiare con lei."
    "Prende la pillola?"
  "La pillola!" Anna si fermò di botto e boccheggiò. "Ma ha solo diciassette anni!"
   "E quanti credi che ne abbia io? La pillola la prendo già da due anni, non sono mica un'incosciente. E speriamo che non lo sia neanche Bianca."
    Anna strinse le labbra e tolse la mano da quella della ragazza.
    "E gli altri due?"
    "Gli altri due cosa?"    
    "Scopano?"
    "Smettila" disse Anna fermamente. "Non mi piacciono questi discorsi."
    "Non ti raccontano niente, eh? Non te la prendere, neanche Denis non racconta niente a sua madre. Veramente Loredana è così suonata che tanto non lo starebbe a sentire."
    Il corridoio continuava dritto e buio e Anna era preoccupata. Infine si vide una luce e Samantha le prese il braccio.
    "Vieni, ti faccio vedere una cosa" disse "qui c'è una mensa clandestina."
    Entrarono in uno stanzone illuminato da una fila di lampade al neon, pieno di sedie e tavolini di plastica. In fondo c'era una serie di grossi fornelli attorno ai quali si muovevano alcuni nordafricani; dalle pentole uscivano vapori profumati di cibo.
    "La gestiscono dei miei amici marocchini, con viveri rubati ai mercati o nei supermarket. Qui con cinquemila lire puoi mangiare benissimo, altro che le schifezze delle mense di beneficienza. Io ci vengo sempre."
    Baciò i cuochi che le sorrisero e guardarono Anna senza curiosità.
    "Che si mangia oggi?" chiese Samantha scoperchiando le pentole.    
    Gli uomini la cacciarono con una pacca sul sedere e lei si mise a ridere.
    "Non gli piace essere disturbati quando cucinano" spiegò, "c'è un sacco da fare, tra un po' cominciano ad arrivare i clienti."
    Distribuì ancora qualche bacio e scivolò via tra i tavoli. Le pareti di mattoni a vista erano umide di vapore e l'odore di cibo era così forte che Anna si sentì travolta dalla nausea. Corse dietro a Samantha sbattendo i sacchetti nei tavolini.
    "Usciamo" disse con voce implorante.    
    "C'è ancora un po' di strada" rispose l'altra.
    Il corridoio ora era illuminato da qualche lampadina, si vedevano delle porte, alcune chiuse e altre aperte da cui delle scale scendevano verso il basso.
    "Cantine" disse Samantha, "sapessi quante ce n'è e che cosa ci succede!"
    "Non voglio saperlo" gemette Anna. "Ma tu non ce li hai i genitori? Vivi da sola in quella stanza dove ti ho incontrata?"
    "Genitori? Mai avuti. Ero già orfana prima ancora di nascere. Poi sono stata un po' qua e là, in affidamento. Donne che si facevano chiamare mamme, altre che si facevano chiamare per nome... Tutte noiose. Sono scappata, e adesso ho la mia casa."
    "Ma come vivi?"
    "Sono un'artista, non te l'ho detto? Dipingo i muri, sono bravissima nel mio campo. Anche famosa. Hai mai visto quello che ho fatto sotto il ponte delle Molinette? C'è tutta Torino, le case, le strade, persino la Mole. Ci sono anche i miei amici, e io che dipingo i muri. Devo ammettere che mi ha aiutato Enzino, un altro artista. Ma lui ha solo dato i colori, il disegno è tutto mio."
    Si fermò di botto e aggiunse:
    "Ti faccio vedere un'altra cosa."
    "Ma dove trovi i soldi per vivere?" insistette Anna.
    "Be', mi arrangio. Non ho mica bisogno di molto."
    Samantha aprì una porta che, a differenza delle altre, era stata ridipinta di recente di un bel rosso pompeiano. Dietro, una stretta scala ricoperta di moquette rossa scendeva facendo un gomito.
    "Vieni" disse, e Anna, troppo esausta per protestare, la seguì.
     Sbucarono in una cantina a volta, alta e molto illuminata. Faceva caldo e c'era odore di chiuso. In fondo alla cantina, un gruppo di persone faceva giravolte e complicati movimenti di danza.
    "I Danzatori della Notte" disse Samantha. "Anche loro sono artisti come me, solo che loro danzano la città, invece di dipingerla."
    Una ragazza vestita di nero, con  corti capelli color rosso-viola, avanzò verso di loro.
    "E' Vana Gloria, il capo del gruppo" spiegò Samantha prima di correre a baciarla.    
    Anna rimase ferma in mezzo ai sacchetti posati per terra mentre le due ragazze si fronteggiavano in un breve passo di danza.
    "Non ci siamo ancora, Samantha" disse Vana Gloria. Parlava a voce bassa, bisbigliando così velocemente che era difficile capire quello che diceva. "Devi esercitarti molto se vuoi davvero venire con noi. Abbiamo una fama da tenere alta."
    "Per il momento non posso, Vana. Sto facendo un lavoro molto impegnativo: il muro esterno della Venchi Unica. Ci ho messo anche voi, e le Sorelle di Dracula, e Maso Sadomaso. Sta venendo bene, ma per finirlo devo aspettare che Denis mi regali delle vernici. Possiamo stare un po' a guardarvi? La mia amica qui non ha mai visto niente, ma è simpatica."
    Vana fece un sorriso ad Anna e tornò verso il gruppo che continuava le sue evoluzioni.
    "Alba alla Falchera Nuova" bisbigliò, e gli altri si disposero a quadrato.
    Anna non avrebbe saputo dire se quello che si svolgeva davanti ai suoi occhi fosse un balletto, una rissa o un rituale dell'orda: rimase ferma a guardare, sobbalzando ogni volta che dal gruppo si levava un urlo o un grugnito. Non c'era musica.
    "Carino" disse alla fine, mentre Samantha in un parossismo d'entusiasmo distribuiva baci a tutti.
    "Siete i primi" disse, "nessuno vi può raggiungere, nemmeno quella spocchiosa di Maso."
    "Sì, questo non è male" sussurrò Vana Gloria massaggiandosi le caviglie. "Vieni a esercitarti con noi, Samantha. Ti farebbe bene ballare un po' mentre aspetti le vernici."
    "Cercherò di trovare il tempo, Vana. Ora andiamo, che la mia amica ha fretta di tornare a casa. Pensa, ha una figlia che scopa senza precauzioni! Ho sempre pensato che non basta studiare per diventare responsabili. Ciao, ragazzi!"
    Anna raccattò i sacchetti e si affrettò dietro a Samantha che correva su per le scale.
    "Sono forti, davvero" disse la ragazza mentre svoltavano in un altro corridoio buio "vanno in giro per i quartieri di notte e li ballano."
    "Ballano cosa?" chiese Anna.
    "I quartieri, no? Come io li dipingo. Loro ballano la città, io la coloro, tu la compri. I ragazzi della mensa la rubano, e di giorno la vendono sotto i portici. Tutto a posto!"    
    Samantha camminava in fretta e Anna le arrancava dietro.
    "Sbrighiamoci, Denis a quest'ora ha finito di studiare e mi aspetta all''Anaconda Anoressica'. Se non arrivo s'incazza."
   "Ma che ora sarà?" chiese Anna ansimando per la fatica.
    "E' notte di certo! Lo so dalla fame che ho. Per fortuna Loredana la sera prepara delle cose buonissime da mangiare."
    Samantha si fermò di colpo e guardò Anna ridendo:
    "Mi sa che tuo marito e i tuoi figli ti stanno aspettando incazzati anche loro! Gli hai lasciato qualcosa di pronto?"
    "Proprio niente" disse Anna, e affrettò il passo.
    Il corridoio terminava con una porta sbarrata da una stanga di ferro. Samantha l'aprì con un certo sforzo e la richiuse dall'altra parte.
   "Qui ci stanno gli sballoni" disse sottovoce, scavalcando un ragazzo seduto per terra sul cemento.
    Il locale in cui erano entrate era una specie di magazzino, disseminato di casse e poco illuminato. Vi erano parecchie persone sedute o sdraiate, in gruppi di due o tre. Anna cercò di non guardare nessuno in faccia, ma non poté evitare di vedere le siringhe sparse sul pavimento.
    "Ma devi passare di qui tutte le volte che esci di casa?" chiese.    
    "No di certo!" rispose Samantha. "Ci sono un mucchio di strade, ma adesso abbiamo fretta e questa è la via più breve. E poi, perché non dovrei passare di qua? Loro la città la sognano, non c'è niente di male."
    Anna si sentiva mancare il respiro e una paura irrazionale la spinse a mettersi a correre verso la porta in fondo al locale.
    Sbucarono in un cortile circondato da facciate illuminate di case di ringhiera, porte e finestre e poggioli e bucati stesi coperti da teli di plastica e verande di fortuna e vasi pieni di piante rinsecchite. Nevicava ancora, il terreno era coperto da una fanghiglia rossastra, come se ci avesse camminato sopra un esercito di elefanti. Samantha si infilò in un andito e spinse una porta a vetri. Fuori c'era la luce indifferente dell'illuminazione notturna, e si trovarono sotto i portici di via Po proprio all'angolo di via San Massimo.
    "Eccoci arrivati" disse Samantha, "e qui ci salutiamo." Fece segno verso una porta circondata da festoni di lampadine che brillavano a intermittenza, formando la scritta: 'L'Anaconda Anoressica Superdiscoteca'. "Sai tornare a casa di qui? Hai la macchina?"
    "No, sono venuta in autobus perché avevo paura di non trovare posteggio."
    "Con questa neve, gli autobus sono certo fermi, e taxi non ne trovi. Telefona a tuo marito che ti venga a prendere."
    C'era un telefono in un bozzolo di plastica trasparente attaccato a una piglia lì accanto. Samantha baciò Anna con trasporto su tutte due le guance e disse:
    "Mi ha fatto proprio piacere conoscerti. Salutami la famiglia e di' a Bianca che non è prudente come si comporta. Almeno il preservativo!"
    Agitò una mano coperta dal mezzo guanto nero e si avviò verso l''Anaconda Anoressica'. Dai fagotti di stracci ammonticchiati attorno alle piglie, mani nere di venditori ambulanti si tesero verso le sue gambe coperte solo dai collant. Lei le schivò abilmente e abbozzò un passo di danza.
    "Niente da fare, ragazzi! Sono impegnata."
    E sparì nel vortice di lampadine colorate.
    Scavalcando un venditore di elefantini di finto ebano, Anna raggiunse il telefono e cercò una moneta nel portafogli. La voce ansiosa di suo marito rispose dopo un solo squillo.
    "Vienimi a prendere, Carlo" gridò lei con infinito sollievo.
    "E dove sei? Che cosa hai fatto in giro fino a quest'ora? Ci hai fatto morire di preoccupazione e di fame."
    "Sono in via Po, terza piglia a sinistra di via San Massimo guardando verso casa. E che cosa vuoi che abbia fatto? Sono stata in giro, a comprare la città." 

Nota topografica: la discoteca Anaconda Anoressica sta tra via Po e Via San Massimo dove un tempo c'era la discoteca sotterranea del Faro, ora cinema Greenwich. Invece il passaggio umido e erboso tra due palazzi (Palazzo Graneris, alias Circolo dei Lettori, e quello adiacente andando verso via Po) stava in via Bogino, e esisteva veramente finché non è diventato l'accesso a un garage a silos, dove non credo succeda niente di così interessante come ai tempi di Samantha e Denis.  

martedì 10 dicembre 2019

Da Karen Blixen ai fantasmi sulla Luna, tanto per fare quattro chiacchiere

E' un periodo che non sono proprio fortunata con le letture. Dopo La saga dei Cazalet non ne ho più azzeccata una, e nulla di quello che ho letto mi ha fatto venire voglia di scriverne (con un'eccezione, Tutti i racconti di Grace Paley, ma siccome mi sono data la regola di non parlare mai su questo blog di libri che non mi sono piaciuti assolutamente, a meno che non mi abbiano fatto arrabbiare eccessivamente come Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini o Il piccolo amico di Donna Tartt, non ho potuto scriverne perché l'ho detestato). Per cui, ripensando ai tempi belli in cui mi imbattevo in libri belli di cui mi veniva voglia di scrivere belle cose, mi è venuto in mente che nel canone di scrittrici ormai iconizzate e imbalsamate come empireo femminile (e anche qui, non fatemi dire che cosa penso di alcune di queste icone) non salta mai fuori il nome di una scrittrice che ho amato moltissimo: Karen Blixen, di cui al massimo si ricorda La mia Africa (che ho amato molto meno degli altri) o il racconto Il pranzo di Babette, mentre io sono stata stregata da Sette storie gotiche, Capricci del destino, Racconti d'inverno e soprattutto Ehrengard. Non ne ho parlato in questo blog per la semplice ragione che l'ho letta molto prima di aprirlo, ma appena ho un attimo di tempo lo farò. 

In realtà ho letto una raccolta di racconti e un'antologia entrambi ottimi, ma non mi sento in grado di parlarne perché si tratta di fantascienza, un argomento su cui bisogna saperne molto più di me per azzardarsi a dare giudizi. Per cui a proposito della raccolta di racconti, Culti svedesi di Anders Fager, mi affido all'autorevole voce di Silvia Treves che l'ha recensito sulle pagine di LibriNuovi.net. 
Dell'antologia DiverGender, a cura di Silvia Treves e Caterina Mortillaro, che compaiono anche come autrici (qui l'intervista sul blog Diario di ErreBi), posso dire solo che è interessantissima e unisce nove racconti godibilissimi e intriganti a tre momenti saggistici di riflessione e informazione sul tema del genere, che ne fanno una lettura a tutto tondo e di stringente attualità. Più che raccomandabile anche a chi non è un appassionato di fantascienza. 

E visto che di questo si tratta, segnalo che nella pirotecnica collana Alia Arcipelago edita da CS_libri le pubblicazioni continuano e si aggiungono al succulento catalogo in cui, tanto per farvi venire l'acquolina in bocca, potete trovare Isola di passaggio di Silvia Treves, Isole nella Corrente di Massimo Citi, Fantasmi sulla luna di Paolo S. Cavazza, Da zero a infinito di Fabio Lastrucci e molti altri titoli. Se ne è parlato insieme a DiverGender alla libreria Vecchi e Nuovi Mondi di Torino, ben nota cattedrale del culto fantascientifico e fantastico e dei suoi adepti.    

sabato 30 novembre 2019

La storia del telespettatore imprudente


LA STORIA DEL TELESPETTATORE IMPRUDENTE

Il signor S. era un telespettatore ingordo e onnivoro. Amava smodatamente telequiz e telefilm, telenovelas e tele­romanzi, serial e vecchi film, ma più di tutto amava gli spot pubblicitari. Era un esperto e un appassionato di pub­blicità televisiva, ricordava a memoria tutti i Caroselli che si erano succeduti sul piccolo schermo, dal primo all'ul­timo, ricordava chi aveva fatto la pubblicità di quale pro­dotto, quando e come, e si teneva aggiornatissimo su ogni novità in questo campo. Per questo andava sempre a letto tardissimo, cercando di non perdere neanche l'ultimo spot dell'ultimo programma che andava in onda, e per questo gli capitò la brutta avventura che sto per raccontarvi.
Una sera S. si addormentò davanti al televisore acceso, e fu risucchiato nel bianco schermo vibrante che illuminava a stanza col suo gelido riflesso. Non c'è bisogno di dire che S. ne fu assolutamente felice: finalmente poté incontra­re la deliziosa famigliola che, grazie al pulito buono del detersivo xy, si sveglia ogni mattina in un turbinare di can­dide lenzuola e tovaglie variopinte, poté bere un aperitivo zz con la lasciva brunetta che non beve mai da sola, gustare i magnifici pranzi che la solerte massaia riesce a combinare in tre minuti con l'aiuto dell'elettrodomestico tuttofare abc, e mille altre esaltanti esperienze.
Incontrò tutti gli eroi e le eroine che lo avevano fatto sognare, che gli avevano dato fiducia nell'esistenza di un mondo migliore, più pulito, deodorato, candeggiato, che be­veva spumanti d'annata, mangiava tonno morbidissimo e formag­gi tedeschi, che dormiva su materassi a molle e tra lenzuola e piumoni colorati, in cui i bambini erano graziosissimi pic­coli consumatori di merendine confezionate, bibite frizzanti, pannolini a prova di pipì, scarpe e zainetti di marca.
E' difficile descrivere la sua gioia, la letizia che lo per­vadeva quando camminava nei parchi in cui i vecchietti corre­vano con tute da jogging firmate, nelle strade piovose in cui i passanti, tutti raffreddati, si ficcavano gocce nel naso o ingurgitavano pastiglie che li rimettevano immantinente in sesto, sulle spiagge in cui maliose ragazze esotiche facevano il bagno in vasche trasparenti piene di bollicine azzurre. Come descrivere la gratitudine commossa con cui riceveva taz­ze di caffè e bicchieri di digestivi dalle mani stesse di divi famosi, e divideva il desco con bellissime attrici che, premurose per la sua linea e la sua salute, usavano come con­dimento solo purissimo olio di mais?
Ma la sua felicità, purtroppo, non era destinata a du­rare in eterno. Un giorno si accorse con orrore che in un angolo di questo paradiso occhieggiava continuamente un rettan­golo luminoso sul quale si susseguivano, in colori smorzati, scene repellenti e insopportabili. Vi si vedevano bambini sporchi e rompiscatole che, invece di giocare quieti e appa­gati con tablet e telefonino, esigevano acquisti sempre nuovi da parte dei loro genitori, la maggior parte dei quali erano grassi e mal deodorati, e siccome lavoravano troppo, erano sempre nervosi e si bisticciavano tutto il tempo; le massaie, lungi dal cucinare cantando i loro surgelati e le loro purè, si grattavano in testa con le stesse forchette che usavano per girare l'arrosto, o cuocevano con aria depressa insipide fettine, senza nemmeno insaporirle con dadi da brodo dal gu­sto tradizionale. E che dire dei vecchi? Improvvidi, non si erano procurati una vecchiaia serena autopensionandosi, non utilizzavano pannolini per gli incontinenti né lasciavano le dentiere nell'apposito liquido pulente; anzi, per la maggior parte si sbronzavano in silenzio, seduti su una seggiola e guardando fisso dinanzi a sé. E gli adolescenti? Invece di cantare in coro felici bevendo con la cannuccia dalle loro lattine, andavano male a scuola, si schiacciavano i brufoli, si lavavano poco, le ragazze restavano incinte, i ragazzi a­vevano incidenti di moto, si bucavano, violentavano turiste e handicappate, scippavano le vecchiette e ammazzavano i genitori a colpi di padelle in acciaio inossidabile...
Per un po' S. riuscì a resistere al fascino malvagio dello schermo che lo ossessionava. Teneva il capo voltato, si imponeva di fissare lo sguardo solo sulle vecchie cascine nei cui forni a legna le crostate cuocevano come ai bei tempi an­tichi, o sui magnanimi supermercati in cui vi era sempre l'occasione di trovare buoni sconti, ripeteva come un mantra "dove c'è ** c'è casa" e "***, morbida la vita!". Ma era difficile resi­stere. Continuamente l'occhio gli cadeva sulle disgustose scene che avrebbe voluto cancellare. E venne il momento in cui S. capì che la sua felicità diventava impossibile di fronte a quello spettacolo: capì che doveva fare qualcosa.
Si avvicinò allo schermo, lo spense. E in quel momento il signor S. morì.

mercoledì 20 novembre 2019

Raso: un racconto per i giorni di pioggia


                                                            RASO
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Pioveva da otto mesi. Nel villaggio tutti avevano imparato a nuotare, compresi i bambini più piccoli; galleggiavano nelle culle come ranocchi, e le mamme li appendevano alle travi del soffitto quando volevano farli sgocciolare un po'. Le case erano decorate da ghirlande di funghi bianchicci lungo i bordi delle facciate, pesciolini argentei sguazzavano dietro le finestre del pianterreno, gli uomini pescavano i lucci nelle botole delle cantine. Nelle strade allagate sciami di barchette si spostavano da una casa all'altra. Il ticchettio della pioggia e lo sciacquio dei remi erano diventati il sottofondo della vita quotidiana.

Miriam, la sarta, cuciva seduta dietro l'abbaino della soffitta. Le sue mani scivolavano sulla stoffa umida, l'ago le sfuggiva sovente dalle dita bagnate. Era felice perché era innamorata e sapeva anche di essere ricambiata. Quello che stava cucendo era il suo abito da sposa, a ogni punto un sorriso segreto le allargava il viso. "Sposa bagnata, sposa fortunata" cantava il suo cuore. Le dita scivolose piantavano l'ago nella stoffa, lo tiravano fuori dall'altra parte e davano uno strattone al filo per fermare il punto. Il raso bianco e viscido, coperto di goccioline iridescenti, prendeva forma a poco a poco, prima il corpetto, poi la gonna, poi le maniche, infine la cuffietta e il velo di pizzo antico. Miriam cuciva e sorrideva, la pioggia batteva allegra e incoraggiante al finestrino.
Quando fu troppo buio, scese al piano inferiore a cuocersi qualcosa per cena. Fare il fuoco era sempre più difficile. A stento riuscì a cucinare un guazzetto di carpa con funghi. Era triste mangiare sola, ma erano gli ultimi giorni prima delle nozze. La ragazza sorrideva tra sé al pensiero di quando avrebbe dovuto cucinare per due, inventando nuovi modi per rendere appetitoso il pesce melmoso e gli insipidi funghi che ormai erano l'unico cibo disponibile. Scucchiaiava la sua brodaglia e sorrideva, sorrideva, perché la pioggia era amichevole e l'amore splendeva come il sole tra le nuvole.
"Quando Dario tornerà" pensava "gli preparerò una zuppa di rane e dei funghi canditi. Lui mi bacerà sugli occhi e nel collo, mi sbottonerà la camicetta, io arrossirò un pochino e poi..."
Qui i suoi pensieri si fecero un po' confusi, il sorriso si trasformò in risatina.
"Ci sposeremo, tornerà il sole, asciugherà tutto, e saremo felici per sempre."
Com'era quando splendeva il sole? Non riusciva a ricordarlo bene, ma doveva certamente essere bellissimo.     
Dario era partito tre settimane prima con altri giovani in cerca d'aiuto. Non erano ancora giunte notizie, ma tutti li attendevano di ritorno da un giorno all'altro. Nella mente degli abitanti del villaggio i soccorsi avevano l'aspetto di una schiarita tra le nuvole, di terra fumigante sotto i raggi del sole e di calore che scacciava l'umidità dalle ossa.
Miriam ritirò le lenzuola che aveva stese accanto al fuoco perché si asciugassero un po', preparò il letto e si coricò. Durante la notte la pioggia aumentò di intensità fino a trasformarsi in temporale. Le persiane sbattevano, l'acqua si riversava a scrosci contro le tegole e i vetri, in certi momenti il rumore era così forte che sembrava di trovarsi sotto una cascata, ma i tetti resistevano e nelle case ci si sentiva al sicuro.

La mattina, il temporale era cessato. Dal cielo scendeva una pioggerellina grigia e tiepida come l'acqua della doccia, così sottile che era quasi un piacere farsi spruzzare la faccia aprendo le finestre.
"Oggi sarà una bellissima giornata" si disse Miriam, tornando a sedersi accanto all'abbaino per terminare il suo abito da sposa.
Ormai aveva tutto il tempo di dedicarsi al proprio corredo. Nessun abitante del villaggio aveva più bisogno della sua opera, ognuno si vestiva alla meno peggio con sacchi e coperte, badando solo a coprirsi come poteva dall'umidità e dal freddo.
Verso mezzogiorno la pioggia aumentò di nuovo. Quando Miriam scese per prepararsi il pranzo trovò la cucina allagata, inutilizzabile. Ricuperò un paio di pentole che galleggiavano nell'acqua torbida, una scatola di fiammiferi da una mensola, un po' di legna per fare il fuoco, e si rifugiò nella soffitta. Il pomeriggio fu lungo e la scarsa luce non le permise di andare molto avanti nel suo lavoro. La sera, l'acqua aveva ormai raggiunto anche la soffitta. Avvolse con molta cura l'abito di raso bianco in un telo impermeabile, s'arrampicò dal davanzale dell'abbaino fin sul tetto e si sistemò alla meno peggio accanto al comignolo. Anche sui tetti delle case vicine vi era gente, le conversazioni si intrecciavano, mentre le barche dondolavano ormeggiate ai comignoli.
La notte era buia e fredda. Miriam sgranocchiava funghi crudi per tenersi sveglia e non cadere in acqua, sorridendo appena appena tra sé. Aveva messo il suo fardello ben steso su uno spiovente del tetto perché non si stropicciasse, fermandolo con qualche tegola per impedire alle raffiche di vento di portarlo via. Verso l'alba si addormentò. Quando riaprì gli occhi, sicura di aver dormito pochi istanti, una luce grigia illuminava il villaggio.
 C'era molta agitazione tra i comignoli, esclamazioni soffocate, un andirivieni di barchette, uno sciacquio inquieto. Miriam si alzò in piedi a fatica appoggiandosi al tetto con le due mani. Scrutò attentamente la foschia e infine riuscì a distinguere la causa di tutto quel movimento. In lontananza, dalla parte dove un tempo c'era una pianura coltivata e verdeggiante, avanzava lentissima una nave maestosa, pavesata di luci malgrado il chiarore sempre più intenso del mattino. Man mano che si avvicinava tagliando l'acqua con la prua e sollevando due lucide onde, sul villaggio scendevano il silenzio e l'immobilità. Gli abitanti ritti in piedi allungavano il collo e trattenevano il respiro contemplandola. La pioggia si era diradata, larghe lente gocce si spiaccicavano con un suono ritmato sulle tegole e sull'acqua.
Cominciarono a levarsi esclamazioni di sollievo, meraviglia, grida di gioia e battimani. Il cuore di Miriam batteva furioso. C'era di sicuro Dario sulla nave, Dario che aveva trovato i soccorsi e ora tornava trionfalmente e li avrebbe portati tutti in salvo in un posto asciutto e soleggiato, dove avrebbero potuto mangiare pane e frutta e carne.

La nave procedeva silenziosa, emanando sicurezza e luce, ma c'era qualcosa che non andava. Ormai giunta all'altezza delle case, a una distanza di qualche decina di metri, non accennava a fermarsi né a rallentare l'andatura. Sui ponti e dietro agli oblò illuminati si stagliavano delle figure umane immobili, con il viso rivolto verso i tetti che spuntavano dall'acqua, muti, senza un sorriso. Miriam all'improvviso fu sicura di riconoscere Dario, ma non riuscì a emettere il grido che le soffocava la gola. Rimase impietrita sotto le raffiche di pioggia che aumentavano di intensità.
"Bisogna fermarli!" gridò qualcuno. "Facciamo dei segnali, facciamoci vedere!"
"Facciamo un fuoco!"
Questa, naturalmente, era  un'idea assurda.
"Una bandiera, qualcosa di bianco, che si veda da lontano e attiri la loro attenzione!"
La vicina di casa di Miriam si arrampicò sulle tegole scivolose fino a raggiungerla.
"Il tuo vestito da sposa! Il raso è lucido, si vede bene. Dove l'hai messo? Dammelo."
Miriam non l'aveva ascoltata, ma quando la vide afferrare il pacco impermeabile si scosse e corse a fermarla.
"Non toccare il mio vestito! Quello mi serve per sposarmi quando Dario tornerà!"
La donna le diede uno spintone. Miriam riuscì a evitare di cadere in acqua solo aggrappandosi al comignolo con tutte le sue forze.
Il pacco fu aperto. Un uomo infilò un bastone nelle maniche dell'abito che dopo pochi istanti sventolava agitato da mani volenterose e disperate. Miriam guardava la pioggia che inzuppava il raso bianco, le pieghe acciaccate della gonna, il merletto antico inzaccherato dal fango. I suoi occhi aridi e brucianti non avevano lacrime, solo le gocce di pioggia le rigavano le guance e le scendevano nel collo.
La bianca bandiera sventolò a lungo, gli abitanti del villaggio gridarono e gridarono, ma la nave non si fermò. Proseguì superba e serena, si lasciò dietro speranza e disperazione e continuò ad allontanarsi finché il grigiore compatto dell'orizzonte la inghiottì, e disparve in silenzio come in silenzio era apparsa. Dopo qualche minuto una grande ondata grigia e lucente investì le case, strappando dai tetti qualche vecchio e qualche bambino. Si dovette andare a ripescarli con le barche prima che affogassero.
Il tempo passava. Tutti rimanevano incerti, senza più parole, seduti sulle tegole bagnate, finché nel primo pomeriggio qualcuno si accorse che la pioggia aveva cessato di cadere. Il cielo ancora grigio non riversava più sulla terra l'interminabile cascata che li aveva oppressi per tanti mesi. Dopo qualche ora, si udì un grido.
"L'acqua sta scendendo!"
Era vero. L'acqua defluiva dalle vie, a poco a poco le case emergevano, la gente rientrava dalle finestre dei piani alti e cominciava il faticoso lavoro di ripulire e sgombrare le stanze dal fango e dai detriti. Al tramonto, il manto compatto di nubi si squarciò a occidente. Un raggio di sole si allungò, rosso e arancione, fino a lambire le case, facendo brillare i vetri delle finestre. Tutto il villaggio sembrava in fiamme. Gli abitanti uscirono nelle strade intasate dal fango per sentire sulla pelle il bruciore insopportabile e infinitamente gradevole del sole.

Passarono alcuni mesi, e fu di nuovo estate, come quando la pioggia aveva cominciato a cadere. L'erba era ricresciuta tra i ciottoli delle strade, nei cortili si sentivano di nuovo chiocciare le galline e abbaiare i cani. Il fango era stato spalato, le case ripulite, la vita aveva ripreso il suo ritmo normale.
Miriam, seduta su una seggiola fuori dall'uscio, cuciva sorridendo da sola. I clienti erano numerosi ora che la vita era tornata a fervere, le donne volevano abiti per il ballo, gli uomini avevano bisogno di completi eleganti e indumenti per il lavoro. Ma Miriam cuciva anche per sé. Nelle lunghe sere estive, mentre se ne stava seduta sulla sua seggiola, le sue agili dita lisciavano il raso che aveva acquistato nella vicina città, un punto dietro l'altro il suo abito da sposa riprendeva forma. Non aveva più il merletto antico, ma il tulle poteva andare bene lo stesso. Non era mai stata una ragazza pretenziosa. Era bello cucire nella sera azzurra, sognando dolcemente il ritorno di Dario, che non era mai ricomparso, come nessuno di quelli che erano partiti con lui. Ma sarebbe tornato di certo.
"Lascia perdere, Miriam" le dicevano le vicine. "Dario e i suoi compagni sono ragazzi giovani, pieni di voglia di conoscere il mondo, chissà dove sono adesso."
A lei non importava aspettare. Si era abituata a sedere fuori dell'uscio la sera, a cucire finché c'era un po' di luce. Poi rientrava, si cucinava la cena, magari più tardi andava a fare quattro chiacchiere con una vicina, o qualcuno veniva a trovarla. Non era una brutta vita, ora che la mattina si potevano spalancare le finestre per fare entrare il sole, uscire per le strade, chiacchierare nei negozi e passeggiare in campagna. C'erano tante cose da fare, bastava muoversi lentamente e pensare solo al ritorno di Dario, senza soffermarsi sulla sequela di giorni che la separavano da quel momento. Per questo Miriam era contenta che il raso fosse un materiale così difficile da cucire: punto dopo punto, gugliata dopo gugliata la sua vita si svolgeva tranquilla e senza scosse.     
Quando giunsero le prime foglie gialle e le prime nebbie d'ottobre, l'abito da sposa era finito. Miriam tornò ancora una volta in città per comprare un manichino sul quale dispose la sua opera, completa di velo e coroncina di fiori di seta. Ritto in un angolo della stanza in cui la ragazza lavorava e i clienti provavano i vestiti, divenne una presenza silenziosa che metteva a disagio chi lo guardava. Per lei invece era una fonte continua di orgoglio e rassicurazione. Ora la sera veniva buio presto, faceva freddo, naturalmente non sarebbe più stato possibile sedere fuori dalla porta a cucire. Miriam se ne stava in casa a leggere, ascoltare la radio e pensare a Dario. Le serate erano lunghe, ma non le pesavano.

A novembre ricominciò a piovere. Dapprima fu una pioggerellina grigia e impalpabile, che quasi non spruzzava neppure i vetri e inumidiva appena il volto, ma col passare dei giorni divenne più fitta e insistente, e infine ricominciarono le raffiche torrenziali che facevano tremare le pareti e sembravano sempre sul punto di scoperchiare i tetti. Questa volta, gli abitanti del villaggio non aspettarono passivamente che il diluvio finisse. A una a una, le famiglie radunavano i loro averi, masserizie, bambini e animali sulle macchine, sui trattori, sui camion e partivano. Era chiaro che non c'era molto tempo da perdere, perché le strade che portavano al villaggio cominciavano a trasformarsi in pantani, il fiume nel suo letto in mezzo ai campi minacciava di straripare dagli argini ricostruiti durante l'estate. Sotto la pioggia battente le file dei fuggitivi si snodavano come lucidi serpenti.
Il villaggio era ormai quasi del tutto spopolato. Miriam sedeva accanto alla radio che ancora trasmetteva pubblicità e ballabili provenienti da qualche luogo in cui il cielo era sereno, forse addirittura splendeva il sole. I suoi vicini, tra gli ultimi che si erano decisi a partire, vennero a chiederle se voleva andare con loro. Ma Miriam non aveva voglia di partire. Le piaceva il rumore della pioggia e l'odore di umido che pervadeva già tutta la casa.
"Che cosa resti a fare?" le chiese la vicina. "Se non parti ora non potrai più farlo, non ci sono più mezzi di trasporto. Questa sera sarai del tutto sola. Vieni via finché sei ancora in tempo!"
Lei ringraziò e rimase.
Venne la sera, ed era bello sentire il vento che scuoteva le persiane mentre in casa tutto era immobile e silenzioso. Miriam leggeva accanto alla stufa; c'era ancora legna. Quando giunse l'ora di cena, si alzò per cucinare qualcosa. Aprendo la credenza fu lieta di vedere che vi erano spuntati dei funghi. Ne raccolse alcuni, e canticchiando cominciò ad affettarli per prepararsi una cenetta come piaceva a lei.




domenica 3 novembre 2019

Binge reading in the United Kingdom: Elizabeth Jane Howard, La saga dei Cazalet

Per motivi contingenti, negli ultimi tempi ho potuto praticare un'attività in cui eccellevo nell'adolescenza e anche, devo dire, nell'età adulta fino a quando ho cominciato a scrivere: il binge reading, il dolce abbandono alla lettura per ore e ore, pomeriggi, serate, pasti e prima mattina... La mia buona stella mi ha fatto trovare La saga dei Cazalet, cinque volumi che avevo scaricato pensando che un giorno, magari, su una spiaggia ombreggiata da una tamerice o da platani generosi avrei trovato il tempo di affrontarla. Invece platani e tamerici non c'erano ma il tempo sì, e io mi sono sciroppata i cinque volumi della saga, Gli anni della leggerezza, Il tempo dell'attesa, Allontanarsi, Confusione, Tutto cambia, ben contenta della full immersion nelle quattro generazioni della sterminata famiglia Cazalet, e piuttosto dispiaciuta al momento del distacco.

Dell’inglese Elizabeth Jane Howard (1923 - 2014, ma questa voce di Wikipedia è solo un abbozzo, la sua lunga e turbolenta vita merita un approfondimento) avevo già letto Il lungo sguardo che non mi aveva fatto una grande impressione. E anche La saga dei Cazalet non è un capolavoro, ma di sicuro è interessante, assai curioso, pieno di spunti e dopo un po' ipnotico, avvolgente e confortante come una tazza di tè in un pomeriggio nebbioso. Inoltre sono cinque volumi, ognuno dei quali evidentemente ha una sua personalità, qualcuno più felice altri meno, e man mano che si va avanti nella lettura si entra di più nei personaggi e nelle vicende e ci si adagia. Io, che tendo a distrarmi facilmente, all'inizio ho fatto parecchia fatica a districarmi tra i personaggi che solo dopo un po' assumono una personalità ben definita e distinta. Si tratta dei membri della famiglia Cazalet: i capostipiti, il Generale e la Duchessa, i loro quattro figli Hugh, Edward, Rupert e Rachel, le rispettive mogli, amanti, amiche, la numerosa figliolanza (in particolare le nipoti Louise, Polly e Clary, ma nell'insieme almeno una dozzina, ognuno con le sue vicende personali e fidanzati mariti figlioletti ecc), gli amici e i parenti più vicini e naturalmente i domestici di tutti, seguiti per un arco di tempo che va dal 1937 al 1957, tra Londra, il Surrey e Southampton, con un breve excursus in Francia. E' una stirpe solidamente borghese di commercianti di legnami, molto ricca al'inizio, che attraversa i cambiamenti di quegli anni in una frenetica ricerca di felicità e sicurezza, coinvolta fino in fondo nella guerra e nel dopoguerra, nel dolore e nella ricostruzione, costretta a adeguarsi ai cambiamenti che stravolgono il suo mondo.

Un aspetto molto particolare della scrittura di Elizabeth Jane Howard è la sua attenzione ai particolari concreti della vita, per esempio il cibo, sempre insufficiente nei lunghi anni della guerra e del dopoguerra in cui in Inghilterra rimase in vigore per anni il tesseramento: l'autrice ci informa sempre minutamente su quello che mangiano i suoi personaggi, come e chi cucina, dove vanno al ristorante  e quali piatti ordinano; che cosa bevono (naturalmente tazze di tè e tazze di brodo ma anche molto vino, superalcolici, liquori, cocktail e similia); le marche di sigarette o di sigari che prediligono; descrive sempre come sono vestite le donne, dove si procurano le toilettes, i tessuti che tagliano e cuciono da sé, come portano i capelli, come se li lavano, quante volte fanno il bagno, ci dice se l'acqua è calda o tiepida, sufficiente o poca... E così per le case, che vengono comprate e vendute frequentemente, bombardate durante i raid aerei, aggiustate, ripulite o trascurate, con l'unico punto fermo di Home Place, la grande casa di campagna in cui tutti si riuniscono per le vacanze, le feste comandate e durante lo sfollamento. E il caleidoscopio di personaggi si muove in questo scenario così concreto e si rincorre, si accoppia, se ne va, si ama, si odia... insomma vive. Bisogna dire che i Cazalet non sono esclusivamente la classica famiglia borghese solida e inquadrata, ci sono parecchi temperamenti artistici e personaggi irregolari, anticonformisti o semplicemente incapaci di conformarsi, ognuno ha qualche segreto nel cuore e alcuni compiono scelte davvero controcorrente e tutto sommato gli altri membri della famiglia accettano senza giudicare né scandalizzarsi troppo.

Un grande pregio, mi ripeto, è la concretezza della scrittura. Le vicende sono raccontate senza dilungarsi in analisi psicologiche o sfrucugliamenti in profondità, anzi, molto sovente gli snodi principali di un personaggio ci vengono comunicati in absentia. Tutti i romanzi sono scanditi in capitoli dedicati a un personaggio o a un gruppo di personaggi, che vengono per un po' alla ribalta. In questo senso infatti la parte che ho trovato un po' più noiosa è quella in cui le adolescenti parlano in prima persona dei propri dolori e piaceri, o il diario di Clary per il padre disperso in guerra. Meglio i dialoghi sempre piuttosto brillanti e dinamici, la narrazione veloce e oggettiva.

Non si tratta di romanzi che ti aprono un mondo, né ci sono personaggi indimenticabili cui affezionarsi, e qua e là un sospetto di moralismo è impossibile da evitare. Ma l'insieme è sufficientemente spregiudicato da incuriosire, e tanto fitto di storie e particolari da rassicurare. Certo in un altro momento non ce l'avrei fatta a leggere i cinque volumi di seguito, e non mi sento di consigliarlo, però devo dire che sono molto riconoscente a Elizabeth Jane Howard per avermi fornito una lettura gradevolissima, poco impegnativa ma non leggerina, avvincente e tutto sommato serena. Adattissima per trascorrere un periodo abbastanza lungo (più di un mese di certo) in buona compagnia letteraria.
La traduzione di Manuela Francescon ogni tanto dà segni di stanchezza ma è umano, dopo tanti Cazalet si sarà un po' stufata. In compenso le copertine di Fazi sono strepitose, tutte e cinque.