martedì 22 maggio 2018
giovedì 17 maggio 2018
Quant'è bello sprofondare in un libro: Lesley Thomson, The death chamber; e qualche riflessione sul Salone del Libro di Torino 2018
E così è successo di nuovo, quello in cui non speravo quasi più, la benedetta situazione in cui ci si sdraia un attimo sul letto (o ci si cala sul sofà, o dove si vuole...) dicendo "leggo una mezz'ora poi mi metto a fare quello che devo", e non è mai una roba da poco tipo lavare i piatti, ma impegni e scadenze di quelli che generano rimorsi e strizzatine di pancia al pensiero... e poi "ancora un capitolo", "ancora fino al prossimo salto di riga", "ancora dieci minuti" e il pomeriggio passa e i doveri si proiettano al giono seguente - in cui tutto si ripete. Mi è successo per una settimana intera, con The death chamber, l'ultimo romanzo di Lesley Thomson, scrittrice inglese di gialli da me molto amata e molto recensita, ma inspiegabilmente ancora non tradotta in Italia. Siete avvisati, è un libro in inglese, scaricabile da Amazon.
Sesta puntata delle avventure di Stella Darnell, The detective's daughter, che dirige con piglio deciso un'impresa di pulizie, del suo inquieto collega e sodale Jack Harmon, e in questo caso anche della sua amica e collaboratrice Jackie, solido punto d'appoggio dell'impresa Clean Slate. In realtà Stella, la figlia del detective, è anche lei un'investigatrice specializzata nella soluzione di cold case, e anche questo caso viene coinvolta da un vecchio collega del padre nella ricerca di un assassino, o forse due, cui si attribuisce la sparizione di due ragazze, a vent'anni l'una dall'altra. Una delle grandi attrattive dei romanzi di Lesley Thomson è l'ambientazione, che fino a quest'ultimo era sempre londinese e non si scostava mai molto dal Tamigi e in particolare da Hammersmith. Ma questa volta ci porta addirittura nei Cotswolds, zona collinare a nord ovest di Londra, che è un'epitome di inglesitudine, villaggi di pietra color miele, giardini fioriti di delphinium, digitale, buddleja e achillee, pub, castelli, siti preistorici, leggende, signore col cappellino, boschi, sale da tè e case abbandonate nel bel mezzo della campagna. Per interderci una specie di Midsomer, ma invece dell'ispettore Barnaby seguiamo Stella e i suoi amici, tutti alla fine coinvolti nella complessa vicenda densa di soprprese e colpi di scena. Ecco, se posso fare un'osservazione (ma niente toglie al piacere della lettura), la storia è forse un po' troppo attorcigliata, ci sono molte giravolte risolte attraverso lunghi dialoghi a più voci che forse non sono proprio quello che mi piace di più in un thriller. Ma tant'è. Lesley Thomson è una grande narratrice, scrive con ritmo, chiarezza e semplicità, i suoi personaggi creano dipendenza, e io me la sono goduta fino all'ultimo a scapito di tutto il resto. Dovere e piacere 0 a 1, ottimo.
E poi due parole sul Salone del Libro 2018, finito da pochi giorni e già dimenticato. Naturalmente sui giornali si leggono solo numeri, trionfali, e in effetti c'era una folla strabocchevole, difficilissima da fendere, onnipervasiva, sdraiata in terra e ammassata nei gabinetti, in code chilometriche e angoscianti, sicuramente ansiosa di vedere (e magari anche sentire) gli stessi personaggi visti la sera prima in televisione e pronti a ricomparire sui nostri schermi la sera stessa. Buon per loro, ognuno ha i suoi gusti e menomale quando può coltivarli a soli 10 € come in questo caso. Ma faccio una modesta proposta, paradossale quanto quella di Swift anche se meno cruenta: perché non togliere di mezzo libri e editori, che intralciano solo le code? Magari tenendo Mondadori e Newton Compton che fa anche comodo comprarli lì invece che al supermarket, tanto per non dover cambiare il nome alla manifestazione, e fargli un apposito spazietto, una fierina del libro, un mercatino dell'editoria silenzioso e frusciante di pagine girate? Quest'anno, girando per il Lingotto, ho avuto la netta sensazione che i libri fossero del tutto superflui. Pleonastici. Trasparenti. Poi per carità, è sempre un posto divertente. Si fanno un sacco di incontri, si ciancia, si vedono vecchi amici che altrimenti si perderebbero di vista. Si vede gente, si fanno cose. E come diceva Nanni Moretti, ma l'affitto, chi lo paga?
Sesta puntata delle avventure di Stella Darnell, The detective's daughter, che dirige con piglio deciso un'impresa di pulizie, del suo inquieto collega e sodale Jack Harmon, e in questo caso anche della sua amica e collaboratrice Jackie, solido punto d'appoggio dell'impresa Clean Slate. In realtà Stella, la figlia del detective, è anche lei un'investigatrice specializzata nella soluzione di cold case, e anche questo caso viene coinvolta da un vecchio collega del padre nella ricerca di un assassino, o forse due, cui si attribuisce la sparizione di due ragazze, a vent'anni l'una dall'altra. Una delle grandi attrattive dei romanzi di Lesley Thomson è l'ambientazione, che fino a quest'ultimo era sempre londinese e non si scostava mai molto dal Tamigi e in particolare da Hammersmith. Ma questa volta ci porta addirittura nei Cotswolds, zona collinare a nord ovest di Londra, che è un'epitome di inglesitudine, villaggi di pietra color miele, giardini fioriti di delphinium, digitale, buddleja e achillee, pub, castelli, siti preistorici, leggende, signore col cappellino, boschi, sale da tè e case abbandonate nel bel mezzo della campagna. Per interderci una specie di Midsomer, ma invece dell'ispettore Barnaby seguiamo Stella e i suoi amici, tutti alla fine coinvolti nella complessa vicenda densa di soprprese e colpi di scena. Ecco, se posso fare un'osservazione (ma niente toglie al piacere della lettura), la storia è forse un po' troppo attorcigliata, ci sono molte giravolte risolte attraverso lunghi dialoghi a più voci che forse non sono proprio quello che mi piace di più in un thriller. Ma tant'è. Lesley Thomson è una grande narratrice, scrive con ritmo, chiarezza e semplicità, i suoi personaggi creano dipendenza, e io me la sono goduta fino all'ultimo a scapito di tutto il resto. Dovere e piacere 0 a 1, ottimo.
E poi due parole sul Salone del Libro 2018, finito da pochi giorni e già dimenticato. Naturalmente sui giornali si leggono solo numeri, trionfali, e in effetti c'era una folla strabocchevole, difficilissima da fendere, onnipervasiva, sdraiata in terra e ammassata nei gabinetti, in code chilometriche e angoscianti, sicuramente ansiosa di vedere (e magari anche sentire) gli stessi personaggi visti la sera prima in televisione e pronti a ricomparire sui nostri schermi la sera stessa. Buon per loro, ognuno ha i suoi gusti e menomale quando può coltivarli a soli 10 € come in questo caso. Ma faccio una modesta proposta, paradossale quanto quella di Swift anche se meno cruenta: perché non togliere di mezzo libri e editori, che intralciano solo le code? Magari tenendo Mondadori e Newton Compton che fa anche comodo comprarli lì invece che al supermarket, tanto per non dover cambiare il nome alla manifestazione, e fargli un apposito spazietto, una fierina del libro, un mercatino dell'editoria silenzioso e frusciante di pagine girate? Quest'anno, girando per il Lingotto, ho avuto la netta sensazione che i libri fossero del tutto superflui. Pleonastici. Trasparenti. Poi per carità, è sempre un posto divertente. Si fanno un sacco di incontri, si ciancia, si vedono vecchi amici che altrimenti si perderebbero di vista. Si vede gente, si fanno cose. E come diceva Nanni Moretti, ma l'affitto, chi lo paga?
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