mercoledì 15 febbraio 2017

Day after. San Valentino è passato, parliamo un po' d'amore: Fiaba d'amor crudele



FIABA D’AMOR CRUDELE

Era il tramonto. Sulle torri di Lalapur i corvi volavano gracchiando, eccitati dal rosso incendio che faceva avvampare la pietra. Il cielo aveva un intenso colore tra l'indaco e il verde, tagliato da una falce di luna sottile come una lama; lontano, sul mare sanguinoso, una vela quadrata si affrettava a portare a riva dei pescatori ritardatari. Sembrava che il tramonto non sarebbe finito mai; invece, appena l'ultimo spicchio tremolante di sole fu inghiottito dalle acque, sulla città calò il buio. Dopo qualche minuto, tutto il cielo s'infiammò di strisce scarlatte, e il rosso riflesso rese ancora più cupo il mare e minacciosa la notte. I bambini si affrettavano a rientrare nelle loro case dove le mamme rimestavano nelle padelle, inquiete finché non erano seduti sani e salvi alla luce fumosa delle lanterne. Nella sala  quadrata all'ultimo piano della torre più alta del palazzo, il principe Huli guardava i servi che accendevano le torce. Da un po' non girava più le pagine del libro appoggiato sulle sue ginocchia. I corvi avevano smesso di gracchiare, nascosti nei loro ispidi nidi; neanche a loro piaceva la luce falsa che insanguinava la città senza illuminarla.
Le pareti della sala erano tutte tese di seta nera come quella dell'abito di Huli. Sotto il turbante nero, i suoi occhi di un azzurro profondo sembravano più grandi. Alle orecchie, due rubini riflettevano la luce guizzante delle torce. Stancamente, Huli chiuse il libro e lo posò accanto a sé sul tappeto, si rigirò sui cuscini dove era sdraiato e fece cenno a un servo di avvicinarsi.
"Cenerò qui" disse piano "non voglio vedere nessuno stasera. Portatemi qualcosa da mangiare e una bottiglia di vino rosso. Più tardi, dite alla suonatrice di chitarra con i capelli corti di salire da me, ma solo quando la luna sarà tramontata."
Il servo si allontanò silenziosamente, i piedi nudi che sprofondavano nello spesso tappeto. Con lui uscirono anche gli altri. Huli rimase solo. Appoggiato alla piccola finestra di ponente, osservava il mare e il cielo che a poco a poco perdevano i riflessi sanguigni per annullarsi in un nero opaco. Quando il buio fu completo, si spostò alla finestra di levante per guardare la città ai suoi piedi, le case basse illuminate da fiammelle giallastre, le alte torri fiammeggianti di torce e lanterne. Il palazzo sorgeva in riva al mare e la torre dove stava Huli sovrastava tutte le altre. Sulle mura che circondavano la città da tre lati si vedevano a intervalli regolari dei fuochi, attorno ai quali si affaccendavano ombre di soldati. Dalle torri, dalle mura, dalle case cominciarono a levarsi musiche e canti melodiosi. Lalapur era una città di musicanti.
Un servo giunse con un vassoio che posò su un basso tavolino. Huli sedette sul tappeto per mangiare; levando gli occhi, vedeva la gelida falce di luna proprio in mezzo all'ogiva, nera di notte buia. Poco dopo una donna entrò a capo chino, un velo scuro tirato sulla fronte. Si inginocchiò davanti a lui e attese che avesse finito di masticare la coscia di pollo che teneva in mano.
"Sita vuole sapere se ti deve aspettare stasera."
"No, dormirò nella mia stanza. Baciala da parte mia, dille di stare serena e andare a riposare."
La donna si alzò in piedi e lo guardò con un sorriso mesto.
"E' tanto che non dormi con tua moglie, Huli."
"Tu che le vuoi bene, Giara, cerca di consolarla come puoi. Io non so che cosa mi succede." Sputò un osso ben pulito e le fece cenno di andarsene. "Verrò presto a salutarla di persona, non appena questa noia di vivere mi avrà lasciato. Anche i bambini: baciali, ma non permettere che mi vengano vicino."
Il tempo trascorse lentamente. Quando Huli ebbe riempito l'ultimo bicchiere di vino e la bottiglia vuota rotolò sul tappeto, si sentì un fruscio e una ragazza entrò nella sala portando una pesante chitarra di palissandro intarsiato di madreperla. Sedette davanti al principe a gambe incrociate e cominciò ad accordare lo strumento. Era molto giovane, bruna di pelle, vestita di una tunica rossa con ricami dorati. Sul suo cranio recentemente rasato i capelli cominciavano appena a ricrescere, nerissimi e ricci. Sollevò timidamente gli occhi grigi e chiese:
"Che cosa devo suonare?"
"La canzone che cantavi l'altra sera, quella che parla di montagne ed esilio."
La ragazza suonò qualche accordo, poi prese a sgranare una melodia molto lenta, un filo di note come gocce d'acqua da una sorgente che sta morendo. La sua voce acuta e infantile faceva pensare a un passero spiumato.
"Nella valle sospesa c'è neve anche d'estate, il vento soffia sull'erba tenera, com'è breve la stagione del sole! Corre il daino, saltano i conigli, le mie capre brucano il muschio intorno al ruscello gelido. La mia valle sospesa l'ho lasciata per sempre, nessun vento potrà portarmi indietro. Le mie lacrime bruciano, lasciano solchi salati. Penso all'acqua gelata del ruscello che mi lavava il viso, vedo le vette nevose che circondano i prati, sogno le mie caprette scherzose che cozzano sul prato. Ma nessun vento mi porterà lassù."
La ragazza emise l'ultimo acuto con una vocina che pareva il lamento di un neonato. Abbandonò le mani sulle corde e chiese:
"E adesso?"
"Come ti chiami?"
"Vina la pastora, mi dicono, perché sono stata pastora fino a un anno fa."
"Questa canzone l'hai composta tu?"
"Sì, la valle di cui parla è quella in cui vivevo prima di partire in pellegrinaggio ai sette santuari. L'ultimo santuario è qui in città, mi sono guadagnata la vita rallegrando le serate dei signori. Ho avuto la fortuna di piacere al tuo ministro Asan, che mi ha portata a palazzo. E qui sono rimasta."
"Che cosa ti impedisce di tornare alla tua valle?"
"Niente, forse. Ma amo un soldato, e poi ho assaggiato il vino e le mollezze della  città, non sono più adatta a fare la vita della pastora."
"Allora il tuo lamento è ipocrita."
"Forse."
"Che cosa ti ha spinto a fare il pellegrinaggio?"
"Non mi fare troppe domande, Huli. Sono solo una ragazza di montagna capitata per caso in città. Forse sono partita proprio perché la mia valle, che canto con tanta nostalgia nei banchetti, era un posto insopportabile per viverci. Forse non ne potevo più della neve e delle capre, del freddo, dei bagni nel ruscello gelato, delle cime che chiudevano l'orizzonte. Ho rinunciato ai miei capelli per il pellegrinaggio, ho camminato sola e scalza per mesi, ho fatto devozioni e sacrifici, forse perché volevo proprio questo. Stare seduta al caldo su un tappeto spesso e cantare per il signore della città."
"Sei bugiarda e ipocrita. La tua canzone sembra il lamento di un esiliato."
"Sono una grande artista, allora. La nostalgia la provo davvero: ma questo non vuole dire che vorrei tornare nella mia valle."
"Hai lasciato qualcuno lassù?"
"Sì. Questa domanda è un colpo di pugnale, Huli. Ho lasciato mio nonno e mia sorella."
"I tuoi genitori?"
"Morti."
"Voglio conoscere la tua valle."
"Allora vacci subito. La strada che vi porta è aperta solo due mesi l'anno. Questa è la stagione buona. Un cacciatore può trovare da divertirsi lassù."
"Cantami qualcos'altro."
"Che cosa?"
"Quello che vuoi."
La voce pigolante di Vina si alzò in un'altra canzone, una canzone di vino e d'amore, di coltelli e di morte. Huli, sdraiato sulla seta nera dei cuscini, chiuse gli occhi e si addormentò. Vina scivolò via alla ricerca del suo soldato.
                                               
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La spedizione di caccia fu organizzata in pochi giorni, malgrado le obiezioni di Asan.
"Non capisco che cosa vai a cercare così lontano, sulle montagne, quando i boschi qui attorno sono pieni di cervi e cinghiali." 
"Fatti miei, Asan. Un vero cacciatore non si accontenta delle prede facili."
"E chi si occuperà degli affari del tuo stato mentre sarai via?"
"Tu. Che cosa serve essere signori e avere un abile ministro, se non gli si può affidare il governo per andare a divertirsi? Finché sono giovane voglio essere libero di muovermi come voglio. C'è sempre tempo per diventare una bravo sovrano. Oltre tutto, è bene che conosca il mio paese."
"Sita è triste."
"Amo e rispetto mia moglie, ma non mi piace che discuta il mio comportamento con te. Se succederà un'altra volta, vi farò frustare tutti e due: lei nelle sue stanze, e te sulla piazza del mercato."
Kafir, un giovane pellegrino rapato come Vina, come lei sedotto dai piaceri della città al punto da non voler più tornare alle sue montagne, doveva fare da guida. Era necessario viaggiare travestiti per non attirare l'attenzione. Huli non voleva sacrificare le sue chiome nere per assumere la veste del pellegrino, perciò finirono per scegliere abiti da mercanti, e anche Kafir si coprì il cranio rasato con un turbante rosso vino. I fucili per la caccia stavano nascosti nelle balle della finta mercanzia.
Il viaggio era lungo. Ci volevano almeno dieci giorni a cavallo per raggiungere le montagne. Kafir cercava di convincere Huli che la sua valle era più bella di quella di Vina, ma il principe era ostinato. Voleva vedere quel ruscello, quelle cime, quel muschio, e non altri. Kafir scuoteva le spalle brontolando sottovoce a proposito della testa dura di certe persone. Cavalcando per la pianura, attraversarono campi coltivati e villaggi, dove i contadini li guardavano a bocca aperta abbandonando per un attimo le loro occupazioni.
"Che vendete, bei giovani?" gridava talvolta una ragazza più sfacciata delle altre.
"Cipria per le tue guance rosse, nastri per i tuoi capelli, porporina per le tue palpebre, veli trasparenti per le tue poppe rigonfie" rispondeva Kafir, ma le sue parole si perdevano nel galoppo sonante dei cavalli.
La sera i cacciatori si fermavano in qualche taverna campagnola, senza paura di sfidare cimici e pidocchi. Cenavano e bevevano alla tavola comune, partecipando ai discorsi degli altri avventori e raccontando un sacco di bugie sulla loro attività e sulla meta del viaggio, attenti a non mostrare troppo denaro. Più di una volta accettarono di accogliere sotto le coperte qualche donna sedotta dal loro bell'aspetto. All'alba, al momento del commiato, davano alle compagne un regalino modesto, uno specchio, un fazzoletto di seta, orecchini di giaietto. Le donne ringraziavano e si facevano promettere che sarebbero ripassati sulla via del ritorno.
La sera del nono giorno giunsero in vista delle montagne. Alte, così alte che bisognava rovesciare indietro la testa per vederne la cima, avvampavano e fiammeggiavano nel tramonto. I fianchi erano cupi di boschi e argentei di acque, ma le vette erano tutte un incendio che svanì rapidamente lasciando il mondo nel buio definitivo. I due compagni trovarono rifugio in una taverna all'ombra di un grande noce.
La mattina dopo, si alzarono di buon'ora. Non c'erano più locande da quel punto in poi, avrebbero dovuto accamparsi per la notte e procurarsi il cibo come potevano. Huli acquistò molte bottiglie di vino nero e ne riempì le bisacce che pendevano dalla sua sella. Le montagne stavano di fronte a loro, alte e severe, verdi coni scoscesi coperti da cappucci bianchi. La padrona della taverna indicò il sentiero che portava in alto, alle valli nascoste e sospese tra le vette. 
Cavalcarono per tutto il giorno. Man mano che salivano il sentiero si faceva più stretto e accidentato, l'aria più fredda, la vegetazione meno folta e selvaggia. A sera videro i primi mucchi di neve annidati sotto i larici. Si accamparono accanto alle rovine di una capanna, dopo avere battuto con i bastoni rovi e ortiche per allontanare i serpenti. Kafir accese un fuoco e arrostì un coniglio sorpreso in un prato dal fucile di Huli.
"Cantaci qualcosa" gli disse Huli, scuotendo una bottiglia per farne uscire l'ultima goccia. "Questo posto fa paura, una canzone ci rallegrerà."
Kafir tirò fuori una specie di violino piccolo come un melone, toccò appena le corde con l'archetto e intonò con voce di basso:
"Mia capretta gentile dagli occhi verdi, perché balzi e fuggi quando mi vedi? Soli sulla montagna, io e te soli, perché non vuoi amarmi come io ti amo? Ti ho fatto un letto di muschio, ho strappato l'erba grama solo per te, sono tutto ardente d'amore come un nevaio al tramonto. Mia capretta gentile, fermati e dammi un bacio d'amore. Sarà bella la notte con te, sotto i pini mormoranti, accanto al ruscello che canta, non fuggire più, aspettami."
Quando il canto morì, Huli scoppiò a ridere.
"Questa canzone è dedicata a una donna o a una vera capra? Mi hanno detto che i pastori non disdegnano l'amore con le loro bestie su queste gelide cime. Tu hai mai fatto l'amore con una capra, Kafir?"
La guida lo guardò con i suoi occhi neri sotto il turbante rosso.
"Tu vuoi offendermi, Huli, ma in realtà conosco molti che per solitudine, ardore giovanile, suggestione della notte silenziosa e fredda si sono congiunti con le loro capre. Non io. Io, per fortuna, avevo quattro sorelle tra cui scegliere."
"E i figli? Se nascevano dei figli da queste unioni contro natura?"
"Contro natura? La natura spinge ad accoppiarsi e basta, non si interessa alla scelta. Poi, le donne della montagna non sono molto fertili, i figli sono sempre benaccetti, chiunque li generi e con chiunque li generi. Certo, ogni tanto nascono dei mostri, ma è facile sbarazzarsene."
Huli guardò Kafir come se lui stesso fosse stato un mostro, poi si coprì il capo con il mantello. Kafir attizzò il fuoco, si stese accanto al principe e chiuse gli occhi.
"Non c'è solo Lalapur a questo mondo, con le sue torri, il suo mare, il suo popolo di canterini mangiatori di pesce e bevitori di vino, tutto il giorno in giro per il mercato e il porto, a chiacchierare senza fretta. Il paese è grande, pieno di persone che vivono secondo leggi che tu nemmeno immagini. Apri occhi e orecchie e chiudi la bocca, da domani. Ma adesso dormi che è tardi" mormorò tra sé.
"Selvaggio" mormorò Huli, prima di addormentarsi di schianto.
                                                
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Un paio di volte, Kafir finse di sbagliare strada per condurli alla sua valle, ma Huli, che non si fidava, interrogò ogni pastore che incontravano, e dopo un giorno e mezzo arrivarono alla valle di Vina. Il cammino era stato faticoso, i sentieri tanto pericolosi che non si riusciva a godere del paesaggio e della frescura dei boschi. Quando, valicato l'ultimo passo, la valle si stese davanti ai loro occhi, i viaggiatori erano così stanchi che dai loro occhi scendevano lacrime di sfinimento.
Asciugate le lacrime sulle guance ghiacciate, i due cavalieri videro una distesa infinita di prati verdissimi chiusi tra scoscese pareti di roccia, un ruscello bianco che scorreva a filo dell'erba, grigi ghiacciai simili a cascate di granito che giungevano fino al bordo del sentiero, un'aria sottile come un velo, falchi rotanti e corvi gracchianti. Huli smontò da cavallo per bere al ruscello, e l'acqua gli bruciò le labbra tanto era gelata. Non c'erano in vista né pastori né capanne.
"Bisogna risalire la valle per trovare gli abitanti" disse Kafir, di malumore perché non era riuscito nell'intento di depistare Huli e portarlo dove voleva lui.
Cavalcarono ancora un paio d'ore. Ogni tanto di fianco al ruscello si vedeva un boschetto di pioppi pallidi, un campo coltivato a senape e radici, qualche canna stenta, un orticello. Gli abitanti, se c'erano, si tenevano nascosti. Infine raggiunsero alcune capanne di assi e pietra, disperse su un pendio erboso, in cima al quale, proprio sotto la parete rocciosa, c'era un tempio di legno scuro, tutto scolpito e adorno di corna di animali. Un gruppo di persone, soprattutto vecchi, si fece incontro ai viaggiatori.
"Benvenuti" disse un vecchio vestito di pelli "da dove venite? Siete gente di pianura, lo vedo. Che cosa vi ha portato fin qua? Di solito dalla valle si fugge, non si viene a cercarla."
Parlava la lingua del paese, la stessa che riempiva di ciance e allegria il porto di Lalapur, ma cercando le parole, incespicando, come quando si parla una lingua straniera.
"Siamo cacciatori" rispose Kafir, in un dialetto che Huli capiva, ma di cui non avrebbe potuto riprodurre i suoni.
"Cerchiamo il nonno e la sorella di Vina" disse Huli.
I vecchi lo guardarono circospetti, ma anche contenti.
"Conosci Vina?"
"Da lei ho sentito parlare della valle. Anzi, cantare. Canta una canzone che parla di questo posto, è una canzone bellissima, triste, una canzone di esilio e nostalgia."
Un giovane pastore avanzò fino a trovarsi proprio davanti al cavallo di Huli. Aveva un viso dolce e rotondo, occhi grigi come quelli di Vina.
"Perché non è tornata dal pellegrinaggio?"
"Le piacciono la città, il vino, i canti, e i soldati. Vina sta bene a Lalapur. La sua nostalgia è un'impostura per chi ascolta le sue canzoni, ma riesce a far desiderare questa valle a chi non l'ha mai vista."
"Le sono ricresciuti i capelli?"
"Non ancora."
"Aveva capelli bellissimi, ricci e neri, lunghi fino alle ginocchia. Non ho mai capito come ha trovato il coraggio di tagliarseli. E' sempre bella?"
"E' bella."
Il ragazzo parlava il suo dialetto, Huli la lingua della città, eppure si erano capiti benissimo. Una ragazza alta e sottile come un pioppo raggiunse il pastore. I suoi occhi avevano lo stesso colore dell'erba della valle e una treccia nera le batteva sul sedere; attorno ai polsi portava braccialetti di peli di capra. La sua pelle bianca era coperta di sudiciume, i piedi nudi avevano una crosta di fango come calzature. Una zaffata di puzza di capra raggiunse Huli in sella al cavallo.
"Sono la sorella di Vina" disse la ragazza con voce soffice e bassa.
"Come ti chiami?"
"Lila, mi dicono. Quello è il nostro nonno" indicò un vecchio dagli occhi ciechi che se ne stava in un canto "e lui è il promesso sposo di Vina."
Il giovane pastore, naturalmente.
"Venite nella nostra capanna" disse Lila. "La notte è molto fredda, non potete dormire all'aperto. Tra un'ora sarà il tramonto e il gelo coprirà la valle."
Parlava bene la lingua di Lalapur, con un accento curioso ma accattivante. Accennò a una capanna lontana sul pendio, accanto al tempio.
"Venite" ripeté.
I cavalieri smontarono dalle cavalcature e le condussero a un recinto dove il promesso di Vina se ne prese cura. Lentamente, gli abitanti tornarono alle loro capanne. Huli e Kafir seguirono Lila sul pendio. Il sole era basso sui monti e cominciava a fare freddo.
Nella capanna, Lila offrì agli ospiti formaggio di capra e carne di capra salata, spinaci selvatici e latte di capra. Huli tirò fuori qualche bottiglia di vino. Il nonno cieco bevve volentieri, ma Lila scosse il capo stringendo la sua tazza di latte. Faceva caldo, c'era puzza di capre, il fuoco acceso nel centro della stanza riempiva di fumo l'atmosfera ma non illuminava. Lila serviva il cibo in silenzio, con gesti svelti e precisi, le mani leggere, gli occhi verdi che riflettevano la fiamma.
La serata era lunga e non c'era niente da fare oltre a mangiare e suonare. Kafir cantò una canzone, poi accompagnò il cieco che con la sua voce profonda e ancora limpida recitò delle ballate antiche scandite da un ritmo strano, ipnotico e sereno. Parlavano della valle, quando ancora mai toccata da piede umano dava rifugio a orsi e leopardi, a magiche creature che si cibavano di neve e muschio, quando gli dei stanchi del caldo della pianura venivano a fare penitenza sulle cime solitarie e intrecciavano amori con bestie e nuvole, generando figli mostruosi che ancora vivevano sui monti, tormentando gli uomini e le capre che ora li popolavano.
"Il tempio qui accanto" disse il vecchio, dopo essersi rischiarato la voce con un bicchiere di vino, "è dedicato a una di queste divinità. Si chiama Kul ed è terribile. Il suo aspetto non si può descrivere né rappresentare. Noi lo veneriamo sotto forma di una radice di ginepro. Dicono sia figlio di una giovane dea ribelle, fuggita alla tutela di un fratello dispotico e incestuoso, e di un terremoto che sconvolse l'aspetto di tutti picchi che circondano la valle. Kul gradisce una sola offerta: fegato d'aquila. Non è facile da procurarsi, perciò il nostro dio è tanto collerico e ci tormenta con epidemie di capre, morti di neonati, gelate fuori stagione che distruggono i raccolti, scabbia, lebbra, pazzia, aborti, valanghe, vermi intestinali e mal di petto. Dal padre, poi, ha preso il gusto di far tremare la terra. Insomma, è un dio che più che proteggerci, ci perseguita. Ma la vita nella valle è difficile con o senza Kul."
"E' meglio che stiate lontani dal tempio" intervenne Lila. "Kul non ama gli stranieri."
"Tu non canti?" le chiese Huli, colpito dal timbro scuro della sua voce.
"Conosco qualche canzone, ma se hai ascoltato Vina, la mia voce ti sembrerà orribile."
"Non ci pensare,  cantami qualcosa."
Lila prese da un soppalco una chitarra grande e scura, di legno pesante, con il manico che finiva in una specie di ricciolo gibboso.
"E' la chitarra sacra" mormorò "quella con cui canto per acquietare Kul quando si arrabbia. Ma per voi canterò una canzone che piace molto ai giovani della valle."
Lentamente sotto le sue dita si sgranarono gli accordi, poi cominciò un canto basso, morbido, sensuale come una sera di giugno. Lila cantava in un modo completamente diverso da Vina, senza acuti infantili, lasciando che la sua voce si srotolasse come un  lenzuolo di seta nera su un letto di velluto.
"Vuoi venire con me al masso che sta al bordo del bosco? C'è un letto d'erba lì dietro, tutto intriso degli umori amorosi di centinaia di coppie che prima di noi vi hanno trovato oblio e voluttà. Erba e muschio, qualche fiore calpestato e bacche di mirtillo, perle di capra e rugiada, due o tre rospetti, una salamandra, profumo di ginepro e di fango, saranno gli unici testimoni della nostra felicità. Tu sarai me e io sarò te, le tue gambe attorno alle mie e le mie unghie nelle tue spalle, la tua lingua allacciata alla mia, il mio sudore e il tuo sperma, per una notte saremo come  la roccia e il lichene, come il ghiaccio e la caverna. Se vuoi venire, amore mio, vieni subito: il letto di muschio è molto ambito, se non ci affrettiamo vi troveremo due amanti più appassionati di noi che si rotolano avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, come le onde del mare di cui parlano i viaggiatori arrivati dalla pianura. Vieni con me al masso che sta al limite del bosco. Sarò la tua capretta, e tu il mio ariete."
Quando Lila ebbe finito la sua canzone, per qualche istante nessuno parlò, poi Kafir esclamò fatuamente:
"Verrò con te al masso, ragazza, puoi giurarci!"
Huli, bianco in volto come il formaggio di capra che era rimasto nei piatti, gli scagliò un pugno sul muso. Kafir tacque, asciugandosi il sangue che gli colava dal naso. Lila ripose la chitarra e disse a voce bassa:
"E' tardi, dormiamo. Domani mi aspetta una giornata faticosa dietro alle mie greggi, e voi, se volete trovare della selvaggina, dovrete alzarvi prima dell'alba. Vi sveglierò io."
Nel buio della capanna, gli occhi verdi di Lila continuavano a splendere e a lungo impedirono a Huli di prendere sonno.

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Arrampicandosi sulle rocce grigie disegnate di licheni rossi e viola, sporgendosi sui vertiginosi ghiacciai solcati da baratri verdastri, tumultuosi di blocchi di ghiaccio annerito che facevano pensare all'ira di Kul, seguendo mufloni e stambecchi in cupi burroni dove la neve non si scioglieva mai, scrutando il mare di nuvole ribollenti che copriva la pianura lontana, nel gran silenzio della montagna, Huli continuava a sentire la voce soffice di Lila che modulava il suo canto: 'Vieni con me al masso che sta al limite del bosco'. Il richiamo d'amore risuonava nelle sue orecchie, frantumandosi in mille echi stridenti a ogni colpo di fucile.
Huli, distratto, consumò poche cartucce quel giorno, ma riuscì comunque ad abbattere quattro aquile. Kafir, come un bambino invitato a servirsi quanto voleva in un negozio di dolciumi, non sapeva più dove puntare. A ogni colpo fortunato lanciava urla di vittoria, che facevano risuonare le valli e si ripercuotevano in echi gelati da una parete all'altra. Tornarono al villaggio solo quando furono troppo carichi di prede per poter continuare.            
Non abituato all'altitudine, Huli era così esausto che si addormentò sul prato fuori dalla capanna, sotto il sole violento ma freddo. Quando si svegliò era il tramonto. Sulle sue membra sudate qualcuno aveva steso una coperta, un ramo di pino infitto nel terreno copriva il suo volto dai raggi troppo forti. Lila lo guardava sorridendo, con una ciotola di minestra fumante in mano.
Quella sera non ci furono racconti né canzoni, i cacciatori erano troppo stanchi e intontiti.
"Che farete di tutta quella carne?" chiese il cieco.
"E' un regalo per gli abitanti della valle" rispose Huli. "Noi prenderemo solo qualche trofeo, pelli, corna, penne, roba così, da mostrare agli amici di città per vantarci delle nostre imprese. I fegati delle aquile, naturalmente, sono per Kul, perché dimostri benevolenza agli stranieri che hanno violato il suo territorio e a voi che ci avete ospitati."
"Allora domani faremo una grande festa. Sarà una festa di benvenuto per voi, di propiziazione per Kul, e di allegria per tutti. Mangeremo e canteremo, faremo incantesimi e gare. Domani è il solstizio d'estate."
I cacciatori trascorsero la mattinata sparando ancora qualche colpo sui pendii dietro al tempio, e tornarono con un bottino abbondante di piccola selvaggina che consegnarono ai cuochi occupati a scuoiare, arrostire, friggere, bollire, condire, tagliare, salare e ungere sotto una tettoia di frasche. Le donne impastavano rimestavano filtravano tritavano sotto un'altra tettoia, dalla parte opposta del ruscello, che si guadava saltando su una fila di pietroni affioranti. Vi erano fuochi  vivi e forni scavati nel terreno. Poco prima del tramonto, il cibo era pronto: una lunga tavolata di assi, coperta di foglie verdi, sosteneva pezzi di carne cucinata in mille modi, pane di ogni tipo, gonfio, piatto, lungo, a tocchi, dolci di latte, noci e miele, stufati di erbe selvatiche, cipolle, radici, funghi, mele cotte e crude, budini di sangue, spiedini di interiora, trote del ruscello cotte nella brace, orci di grappa di riso, bottiglie di vino offerte da Huli, pentoloni di brodo e latte bollente, liquori aromatici ricavati dalle bacche che crescevano nella valle e, in un prezioso bacile d'argento cesellato, i quattro fegati d'aquila crudi, che  sarebbero stati portati in processione al tempio alla fine della festa.
Intanto, sui prati circostanti, i giovani si divertivano in gare di salto, di corsa, di tiro con la fionda, mentre le ragazze, sedute in circolo attorno a una vecchia, si facevano insegnare incantesimi d'amore e formule magiche per la fecondità. 
Huli, preoccupato per la quantità di alcol che si vedeva sulle tavole, chiese al cieco:
"Non sarebbe meglio portare a Kul il suo pasto prima che tutti siano ubriachi?"
"No, faremo la nostra offerta a notte alta. Kul, affamato per i profumi di cibo che giungono al suo tempio fin da stamattina, apprezzerà di più il dono. Non gli succede sovente di avere un piatto così abbondante."
Tutti gli abitanti della valle si erano riuniti accanto alle tettoie, ben coperti di pelli e lana per resistere al freddo della notte incombente. Le donne portavano al collo, alle orecchie e sul capo turchesi, coralli, lapislazzuli e perle in mazzi e fili attorcigliati, gli uomini si erano legati ai capelli lunghe trecce di lana rossa e verde, gli anziani avevano alti berretti di pelo e mantelli che arrivavano ai piedi. Il banchetto ebbe inizio appena l'ultimo raggio di sole si ritirò dall'ultima cima ancora rosea. Come a un segnale, tutti si buttarono sul cibo, senza affanno, con una specie di ansiosa dignità. Ognuno caricava  di vivande una grande foglia, poi si scostava dal tavolo per lasciare spazio agli altri, e mangiava con il viso un po' voltato da un lato, per proteggersi dagli sguardi altrui. I bambini correvano come topolini tra le gambe degli adulti, arraffando quello che potevano raggiungere. A parte i più piccoli che non camminavano e dovevano essere imboccati, nessuno si occupava di loro.
Ben presto qualcuno cominciò a suonare. Intorno si formò un circolo e si alzarono voci nel canto. Suonatori e cantanti si alternavano sovente, mentre altri, allacciandosi per mano e saltando sull'erba umida, danzavano vivaci e severi al contempo. Solo i più vecchi sentivano il freddo, seduti nei loro mantelli come in una tenda, mentre i giovani buttavano via scialli, giacconi e berretti, con le facce che avvampavano nel buio come torce, accesi dal cibo, dall'acquavite e dalla danza. Grandi falò erano stati accesi tutt'intorno al prato dove si svolgeva la festa. 
Huli, seduto accanto al cieco, seguiva il ritmo della musica dondolando il capo, ma non si univa ai ballerini. Ovunque, nella semioscurità, vedeva splendere gli occhi di Lila come verdi fuochi fatui che volteggiavano instancabilmente, senza mai spegnersi neanche per un attimo, danzandogli intorno, ammiccando, più verdi dell'erba del prato. Lila non cantò quella sera, e Huli, chissà perché, ne fu lieto.
A notte alta, quando le danze cominciavano a morire e i fuochi si trasformavano in braci, accanto alle tavolate ormai vuote di cibo si formò una processione. Una vecchia prese il bacile d'argento con i fegati d'aquila e si diresse lentamente verso il tempio. In ordine sparso, le coppie giovani allacciate, i bambini stanchi che si trascinavano a stento, i vecchi appoggiati ai bastoni, le donne chiacchierando tra loro come al mercato, tutti seguirono il corso del ruscello e poi salirono il pendio sull'erba umida di rugiada. La porta del tempio era spalancata; dentro, un fuoco ardeva in un tripode, lanciando ombre sulle pareti di legno scuro, scolpite in ogni centimetro e dipinte in bianco e rosso. La vecchia distribuì una manciata di foglie aromatiche sui fegati d'aquila, aggiunse un pizzico di sale e una tazza di acquavite, poi vi gettò un tizzone preso dal tripode e posò il bacile fiammeggiante sul pavimento. Dietro la cortina di fuoco, Huli riuscì a distinguere un'enorme radice nera che sembrava contorcersi e danzare al ritmo delle fiamme.
"Lila, canta qualcosa per Kul!" gridarono delle voci.
Ma Lila, approfittando del buio, era scivolata al fianco di Huli e l'aveva preso per mano. Dolcemente, senza quasi che lui se ne accorgesse, lo trascinò lontano dalla folla, verso il bosco di abeti che cresceva in fondo alla valle. Senza mai parlare, stringendogli le dita con le sue dita ardenti, lo condusse dietro al masso al limite del bosco. Non c'era nessuno sul letto di muschio. Huli stese il mantello per terra, Lila aprì il suo scialle nero per farne una coperta. Abbracciati in quel tiepido letto si liberarono dai vestiti e si amarono finché l'alba riempì la valle di nebbia azzurrina e tinse le cime di un rosa tenero che sembrava l'interno di una conchiglia. Per tutta la notte, le fiamme verdi degli occhi di Lila non si erano mai spente.
Quando tornarono alla capanna, dormivano ancora tutti. La porta del tempio era chiusa e sprangata, solo un sentiero di erba calpestata testimoniava che durante la notte una folla aveva visitato la dimora di Kul. Huli e Lila scivolarono nel buio denso di fiati e di sudore e si addormentarono sulla paglia accanto agli altri.
Il risveglio fu faticoso per tutti. I cacciatori spararono qualche colpo svogliato nel bosco, gli abitanti della valle ripresero le loro faccende quotidiane con gesti lenti e  stanchi. La sera, il promesso sposo di Vina venne a chiedere se c'era una speranza che la ragazza tornasse. Kafir scosse il capo, Huli lo invitò a sedere accanto al fuoco.
"Non tornerà" disse.
"Perché?"
"Mi ha detto che ama un soldato, non si sente più adatta alla vita rude della montagna. Ricorda che Vina ha bevuto vino e mangiato pesce di mare, è contaminata dalla dolce pigrizia di Lalapur. Ma prova nostalgia, non vi ha dimenticati. Se sono qui, è perché ho sentito una sua canzone che parlava della valle. E' lontana, canta di voi, ma non tornerà."
"Ah" disse il giovane. "Non importa, c'è sempre Lila, mi consolerò con lei. Ho saputo che sei stato con lei al masso dove le coppie si sollazzano. Ma tu partirai, e Lila rimarrà qui, con me."
Huli lo guardò negli occhi.
"Lila partirà con me. Non la lascerò tra questi barbari a fare bambini mostruosi, con i piedi impastati di fango e aghi di pino tra i capelli. Verrà con me in città e sarà la più bella tra le belle, ti assicuro."
Il promesso di Vina alzò i pugni davanti al viso, pieno di minaccia.
"Chi ti credi di essere?"      
"Non importa chi sono, Lila verrà con me."
"Lei è d'accordo?"
"Chiediamoglielo."
Chiamarono la ragazza, che stava preparando la cena sul focolare fumoso della capanna.
"Verrai con me in città?" chiese Huli.
"Verrò" rispose Lila. I suoi occhi verdi splendevano nell'oscurità con una fiamma tranquilla e serena. "Verrò con te, Huli, dovunque tu mi voglia portare."
"E il nonno?" gridò il promesso di Vina.
"Te lo affido. Non può stare solo, è cieco, lo sai. Abbine cura. Ti manderò del denaro per lui, ma tu aiutalo, è vecchio, ha bisogno di qualcuno che lo accudisca. Ti affido anche la capanna, Tutto è tuo, ormai. Io porterò con me solo la mia chitarra."        
                                               
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Il ritorno fu lento come l'andata, ma a Huli e Lila parve rapido. Brevi notti febbrili nelle locande si alternavano a lunghe giornate a cavallo, in cui Lila, in arcione dietro a Huli, aggrappata alla sua schiena, guardava con occhi grandi come piattini la vita della pianura. L'arrivo a Lalapur al tramonto, tra voli di rondini e corvi, nell'incendio delle torri e del mare,  la lasciò  in uno stato di stupore che durò un paio di giorni.
Chiusa in una stanza al piano terreno del palazzo, in un cortile con un giardino ombroso in cui chioccolava una fontana, la ragazza dovette subire le attenzioni delle serve che la lavarono, la strofinarono, la profumarono nel tentativo di fare sparire l'odore di capra che le aleggiava intorno. I suoi piedi, ripuliti dal fango che si era incrostato come un paio di stivali, divennero del colore delle perle, secondo l'aspettativa di Huli. I suoi lunghi capelli ricci furono lisciati e intrecciati con ghirlande di gelsomino, le mani grattate con pietra pomice, le unghie lucidate con  pezze di velluto, la sua pelle ammorbidita dai bagni e dai massaggi divenne seta marezzata, mussola leggera,  raso per le mani di Huli. La ruvida lana e le pelli che la coprivano furono sostituite con veli trasparenti, tuniche impalpabili, fili di perle iridescenti. La pastora dagli occhi verdi, odorosa di ovile e fuoco di fascine, divenne una bambola profumata ed elegante. Huli ogni notte la raggiungeva, pieno di ardore, pallido per il desiderio, le mani frementi per la voglia di toccarla, il cervello muto. Lila, travolta dal suo stesso desiderio, era felice solo quando lo vedeva arrivare.
Tutti, nel palazzo, erano al corrente della passione di Huli e non parlavano d'altro. Era la prima volta che il principe si comportava in modo così imprudente e sfacciato, imponendo a Sita una rivale nella sua stessa casa. Asan soprattutto, che a suo tempo aveva combinato il matrimonio con un'estenuante lavoro di diplomazia, era indignato. Ma parlare con Huli era diventato impossibile. Sdraiato sui cuscini della sua stanza preferita, in cima alla torre da cui poteva vedere tutta la città, trascorreva giornate indolenti, lasciando al ministro la cura dello stato.
"Fai come ti sembra meglio" rispondeva ogni volta che Asan, ansimando per i troppi gradini, gli sottoponeva qualche problema.
Sempre più sovente, dopo lo sforzo della salita, Asan trovava vuota la sala nera. Huli era nel cortile di Lila, i servi sonnecchiavano seduti sui tappeti, il capo appoggiato alle ginocchia, non si curavano nemmeno di alzarsi in piedi vedendo il ministro rosso in viso, con il sudore che gli colava nel collo. La polvere copriva i cuscini, i vetri delle finestre erano opachi, le lanterne non venivano più accese. La sera, gli abitanti di Lalapur, alzando gli occhi verso le finestre della torre che erano abituati a vedere sempre illuminate, incontravano solo il buio.  
"Il principe è dalla sua puttana" dicevano con un risolino, e tiravano via, verso le osterie sfavillanti di luci e calde di vino, ad ascoltare le canzoni di Vina e delle altre cantanti che rallegravano le serate della città.
L'ossessione di Huli per Lila aumentava  di giorno in giorno. Prese l'abitudine di passare le giornate accanto a lei, per osservarla in ogni momento della sua vita. Quando le donne le preparavano il bagno, controllava la temperatura dell'acqua, sceglieva i profumi da versarvi, la lavava lui stesso con una spugna di mare, senza strofinare per non sciuparle la pelle, la asciugava con un lenzuolo di raso, la spalmava di unguenti, la imboccava quando aveva fame, un cucchiaino di composta di rose, una fragola, un boccone di petto di quaglia tagliato con le sue mani. Si divertiva a disegnarle degli abiti, ogni volta più ricchi e complicati che decine di sarti cucivano in un giorno; la sera glieli strappava di dosso, distruggendo in un minuto l'opera costata tanta fatica. La copriva di gioielli. La baciava per ore e ore, ogni centimetro di pelle e ogni anfratto del corpo, le faceva assumere le posizioni più assurde e la disegnava, la copriva di miele e la leccava da capo a piedi, la maneggiava come una bambola e la adorava come una dea, finché Lila esasperata e quasi pazza per l'eccitazione l'implorava di prenderla, lì, subito, davanti alle donne e ai sarti, ai gioiellieri e ai cuochi, perché non poteva aspettare un secondo di più. Huli continuava con i suoi giochi estenuanti, il bagno dopo essersi rotolati in un letto di corolle di frangipani, mezza melagrana passata da bocca a bocca chicco per chicco, un velo drappeggiato su un velluto stracciato con i denti e le unghie. Solo a notte alta dava sfogo al suo desiderio, su un giaciglio di seta accanto alla fontana. Non le parlava quasi mai.    
L'unico momento che Lila aveva per sé, ormai, era la mattina, quando Huli per qualche ora la lasciava per vedere Asan, la moglie e i figli. Avrebbe voluto uscire dal palazzo, visitare la città che aveva solo intravisto, fiammeggiante nel tramonto, la sera del suo arrivo, ma temeva che Huli gliel'avrebbe proibito; senza il suo permesso non aveva il coraggio di fare nulla. Soprattutto, le sarebbe piaciuto vedere il mare e toccarne le onde. Invece rimaneva nel cortile, passeggiava nei vialetti odorosi di gelsomini e frangipani, si specchiava lungamente nella fontana. Quello che vedeva non cessava di stupirla. Era davvero lei quella ragazza diafana, con la pelle così liscia da sembrare iridescente, i capelli lucidi e soffici, sempre intrecciati con fili di perle e gocce di malachite, le mani pallide e curate, le labbra rosse per i morsi e i baci del suo amante, gli occhi profondi e torbidi come uno stagno? E i piedi, quei piedi bianchi come la neve e ornati di anelli preziosi, piedi che avrebbero sanguinato a camminare sul muschio più morbido, le appartenevano davvero? Immergeva le mani nell'acqua per distruggere l'immagine che la turbava, poi le ritirava di scatto nel timore di perdere le gemme che le ornavano. Non sapeva che cosa pensare della sua nuova vita.
Anche Huli non era più lo stesso. Nella valle le era apparso come un eroe delle leggende che raccontava il nonno, alto sul suo cavallo, con il fucile in mano e il turbante nero che lo faceva sembrare terribile e regale. Lo aveva amato senza chiedersi chi era, ora che lo sapeva sovrano del suo paese le pareva insieme più piccolo e più estraneo. Talvolta lo guardava dormire sotto la tenda bianca che difendeva il loro letto dalla vista delle cento finestre affacciate sul cortile dalle torri. Lo vedeva pallido, estenuato, dei grandi cerchi neri sotto le ciglia scure, i riccioli umidi di sudore sparsi sul cuscino. Nel sonno, le braccia parevano deboli, la pelle troppo cerea, le spalle curve, il ventre infantile. Talvolta avrebbe voluto pizzicarlo per fargli aprire gli occhi e ritrovare l'azzurro del suo sguardo, che la faceva sempre rabbrividire di piacere. Ma rimaneva lì, appoggiata sul gomito, a guardare l'amante addormentato alla luce della lanterna schermata di rosso che illuminava l'alcova. E si chiedeva chi fosse veramente l'uomo che passava le sue giornate ad adorarla e strapazzarla come una bambola.
Una mattina, Lila ricevette una visita. Una ragazza bruna dai corti riccioli neri si presentò nel cortile, vestita con un abito elegante di seta viola a fiori arancioni. Un'alta cintura d'oro le stringeva la vita. Lila rimase a guardarla un attimo prima di riconoscere la sorella.
"Vina!" esclamò abbracciandola con un sollievo inaspettato. Non erano mai state molto legate finché avevano vissuto insieme.
Vina la osservò a lungo.
"Se non sapessi che sei proprio tu, non ci crederei" disse con voce fredda. "Sei molto cambiata, Lila."
"Lo so. Oh, se lo so! Sono così cambiata che non mi riconosco neppure io."
"Stai bene a palazzo?"
"Sto bene."
"Il nonno?"
"E' affidato a Dil. Gli ho lasciato tutto partendo, il nonno e la capanna."
"Dil mi aspetta ancora?"
"Non credo."
"Meglio così. Non tornerò mai nella valle. Mi piace questa città."
Lila la guardava con invidia.
"Giri liberamente per le strade? Puoi vedere il mare?"
"Oh, certo. Il mio amico, un soldato che si chiama Varna, mi porta in barca tutte le volte che voglio. Ho nuotato in mare. Non hai idea come sia calda l'acqua del mare. Piscio di capra, davvero."
Lila scoppiò a ridere.
"Piscio di capra? Dev'essere stupendo nuotarci dentro! Oh Vina, come sei fortunata! E Varna ti tratta bene?"
"Varna mi ama, è diverso. Certe volte mi tratta bene, certe volte mi prende a sberle, ma io gliele rendo. Guadagno un sacco di soldi cantando le canzoni della valle, e altre che compongo io. Piacciono moltissimo alla gente di qui. Questa gente va matta per la musica."
"Huli non mi ha più chiesto di cantare da quando siamo qui. E' come pazzo, gioca con me come se fossi di cera, mi gira, mi rigira, non mi lascia mai stare."
"Così dice la gente. E' impazzito per la sua puttana pastora, dice la gente. Trascura la sua sposa che è tanto bella, trascura gli affari di stato, non pensa più che alla sua puttana che puzza di stalla. Così dice la gente, ma tu non puzzi affatto. Anzi, sembri una signora, e profumi di ambra."
"Che ne so di che cosa profumo. Ci sono quattro donne che passano il tempo a lavarmi, strigliarmi, ungermi, strofinarmi, un tormento. E quando loro hanno finito, arriva Huli, e si ricomincia."
"Di che cosa ti lamenti? Sei coperta di gioielli, l'anello che hai al mignolo mi farebbe vivere per un mese. Tu sei fortunata, Lila."
"Forse."
Sedute sul bordo della fontana, le sorelle mangiavano dolcetti di zibibbo e miele, bevendo latte di mandorle.
"Mi canteresti la canzone della valle, quella che ha fatto venire a Huli il desiderio di vedere le montagne?" chiese Lila.
"Non ho la chitarra con me."
"C'è la mia."
Lila gridò un ordine.  Una donna accorse portando lo strumento.
"La chitarra di Kul!" esclamò Vina, con rispetto. "Non mi hai mai permesso di usarla."
"Ora puoi. Ti prego, canta."
Vina sgranò le sue note accordandole con la musica della fontana. Quando cominciò a cantare, Lila chiuse gli occhi. Larghe lacrime trasparenti scivolavano sulla pelle chiara delle sue guance.
"La mia valle sospesa l'ho lasciata per sempre, nessun vento potrà portarmi indietro" cantava Vina.
Quando ebbe finito, Lila la guardò interrogativamente.
"Hai composto questa canzone, e non vuoi mai più tornare sulle montagne? Non ti capisco, Vina."
"Tu vorresti tornare indietro?"
Lila tacque per qualche istante, poi sollevò gli occhi verdi e fissò la sorella.
"Sì, vorrei tornare indietro."
"Malgrado Huli e le quattro donne ai tuoi ordini, i gioielli, i vestiti, i baci, le carezze, i bagni profumati, le mandorle candite?"
"Sì."
"Neanch'io ti capisco, Lila. Che cosa ti trattiene, allora?"
"Amo Huli."
Vina si alzò, posò la chitarra accanto alla fontana e si aggiustò il vestito.
"Me ne vado" disse. "Varna mi aspetta per pranzo. Ha una mezza giornata libera. Non potresti suggerire a Huli di aiutarlo nella sua carriera? Sarebbe adattissimo a fare l'ufficiale. Per ora, è inchiodato alla guardia sulle mura, un incarico mal pagato e faticoso. Parla al principe, basterebbe una sua parola perché Varna fosse promosso ai più alti gradi."
"Lo farò, ti prometto. Huli non mi nega niente. D'altra parte, io non ho mai niente da chiedergli."
Le sorelle si salutarono con un bacio, forse il primo della loro vita.
"Tornerò quando posso" disse Vina. "Non è stato facile convincere le guardie di palazzo a farmi entrare."
"Dirò che ti lascino passare quando vuoi. Torna presto, ti prego. Non mi diverto tanto qui."
                                             

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Sita non permetteva che nella sua torre e nel suo giardino penetrassero pettegolezzi. Una donna che aveva osato raccontarle quello che succedeva nelle stanze di Lila era stata frustata a sangue davanti alle altre, perché la sua punizione servisse da lezione a tutte. Solo Giara teneva informata la principessa, in gran segreto. Asan si recava tutte le sere a farle visita, prendeva notizie della sua salute e di quella dei figli, ma nemmeno con lui Sita parlava del comportamento del marito. Con un cenno della mano inanellata gli chiudeva la bocca ogni volta che il ministro cercava di intavolare il discorso.
"Huli è padrone nella sua casa" diceva "faccia quello che vuole. Non mi ha mai mancato di rispetto, non sarò io a fargli torto criticando la sua condotta."
Tuttavia, lo scandalo a palazzo era grande e dilagava in città. Il popolo, amante delle chiacchiere e dei piaceri, non era indulgente con il suo sovrano. Come poteva Huli infliggere alla moglie una tale umiliazione, per una donna da niente, una sporca pastora di capre che impestava della sua puzza stanze e giardini, una puzza che non sarebbe mai sparita neanche se si fosse lavata e strofinata tutto il giorno per sette anni? Ne discutevano i ricchi mercanti, le venditrici di pesce al mercato, i pescatori nelle loro barche, le cantanti invidiose della fortuna di Lila, i musicisti raffinati, i soldati intorno ai fuochi sulle mura. Vina raccoglieva le voci e le riportava alla sorella. Lila ascoltava distratta, gli occhi pesti per il troppo amore, sorrideva in silenzio.
"Nessuno può capire" diceva "è come una follia. Huli è diventato pazzo, e anch'io lo sono ormai. Vorrei fuggire, ma non potrò mai abbandonare questa città che non conosco ancora. Non mi tormentare, Vina, non raccontarmi più niente."
"Vorrei vedere il mare" disse una sera a Huli. Lui la condusse per mano nella stanza in cima alla torre, aprì per lei la finestra di ponente, le mostrò le acque fiammeggianti e poi nere, il cielo che si copriva di un incendio sanguinoso all'orizzonte. Quella sera gli abitanti di Lalapur videro di nuovo una luce alle finestre della torre e si rallegrarono, ma la mattina dopo si sparse la voce che Huli aveva condotto la sua puttana fin lassù. Questo parve quasi un sacrilegio. Una delegazione di cittadini influenti si recò da Asan, pregandolo di intervenire per riportare il sovrano alla ragione. C'erano troppe chiacchiere in città, l'indignazione aumentava, i borghesi temevano disordini e ribellione tra il popolo. Asan promise che avrebbe fatto tutto quello che era in suo potere.
Da quel momento, non perse occasione per ricordare a Huli i suoi doveri, malgrado il principe, come unica risposta, lo minacciasse di farlo spellare vivo sulla piazza del mercato o annegare lentamente in un catino. Nemmeno le velate allusioni all'infelicità di Sita ottenevano risposta, né serviva evocare il nome dei figli.
Tuttavia, qualcosa rendeva inquieto Huli. Talvolta, arrivando nel cortile di Lila, la trovava seduta sul bordo della fontana, con le guance coperte di lacrime, le mani in grembo, i capelli sciolti e privi di ornamenti. Le donne preoccupate gli riferivano che la ragazza aveva rifiutato di lasciarsi vestire, aveva respinto i gioielli, i massaggi, i profumi.
"Che cosa ti addolora, amore mio?" chiedeva ansioso il principe. Ma Lila scuoteva il capo, triste e silenziosa. Dopo un poco, le carezze dell'amante la ravvivavano e la notte odorosa si chiudeva sulle loro tenerezze.
"Perché non mi chiedi mai di cantare per te?" volle sapere una volta.
"Non voglio che canti le uniche canzoni che sai. Parlano della valle e potrebbero farti venire la nostalgia delle montagne e della tua vita di un tempo. Io stesso, solo per aver ascoltato la canzone di Vina, sono stato preso da una nostalgia invincibile per luoghi che non avevo mai visto."
"La nostalgia la provo anche senza cantare. Certe volte è così forte che vorrei non averti mai conosciuto. Nel mio cuore c'è una battaglia continua tra l'amore per te e il desiderio di bagnarmi nel ruscello gelato e camminare scalza sul muschio. La notte sogno Kul che mi chiama con la sua voce di tuono. Forse, se tu mi lasciassi andare, saremmo più felici tutti e due, amore mio."
Huli, agghiacciato, la strinse in un abbraccio furioso.
"Mai, mai ti lascerò andare. Senza di te non potrei più vivere nemmeno per un istante. Baciami e dimentica che non sei nata il giorno del tuo arrivo a Lalapur. Sei mia per sempre. Non posso sopportare di sentirti parlare così."
Asan continuava a tenere fede alla promessa fatta ai cittadini, ma aveva adottato una nuova tattica. Quando vedeva Huli scontento o inquieto, chiedeva che cosa lo tormentava, lo ascoltava con pazienza, lo aiutava a scavare nelle ragioni della sua irragionevole passione, si dimostrava comprensivo e sollecito come con un malato. Lila, da parte sua, diventava sempre più triste e si sottoponeva ai rituali dell'amore con una crescente, opaca e indifferente passività. Huli, che  soffriva terribilmente, finì per adottare il punto di vista di Asan e considerarsi malato di una malattia inguaribile. Giunse a cercare la compagnia di Sita nel tentativo di vedere se poteva vivere con un'altra donna le sensazioni che gli dava Lila, ma non riuscì nemmeno a trascorrere una notte con lei. La condusse nella stanza che avevano diviso per tanto tempo, la baciò e la attirò sul letto, ma dopo pochi attimi si alzò e, scusandosi goffamente, la lasciò discinta e piangente sulle lenzuola appena scomposte. Quel pianto lo colpì più di tutti i rimproveri di Asan. A lungo sentì risuonare il grido che era sfuggito a Sita mentre lasciava la stanza:
"Huli, tu mi uccidi!"
I giochi d'amore con Lila assunsero delle sfumature crudeli. Più si rendeva conto che un suo comportamento la estenuava o la feriva, più si ostinava a imporglielo. La vestiva e la svestiva, la ornava come un idolo e la costringeva a passeggiare nuda per il giardino, sotto lo sguardo delle donne che la servivano, la prendeva e la riprendeva scontrandosi con la tristezza invincibile dei suoi occhi verdi, sempre più profondi e inflessibili.
Certe volte, in piena notte, Huli veniva svegliato da un lamento e la sorprendeva immobile, ancora coperta del sudore dell'amore, le fiamme verdi dei suoi occhi accese come lanterne nel buio dell'alcova.
"Scusami" mormorava Lila con voce sommessa "ho sentito Kul che mi chiamava. Ho portato via la chitarra sacra, nessuno nella valle può più cantare per acquietarlo quando è infuriato."
Allora Huli la stringeva fino a farla gridare per il dolore, le piantava le unghie nella carne, le morsicava le labbra in un bacio disperato.
"Sei mia, nemmeno Kul può vantare diritti su di te."
Ricominciavano le carezze, ricominciavano gli amplessi, ma anche nei rantoli di piacere di Lila ormai c'era una nota di dolore.
Huli cominciò a chiedersi se non c'era una maniera di guarire dalla sua malattia d'amore.
"Che cosa mi attira tanto in lei?" ragionava ad alta voce, perso nelle sue ossessioni, quando Asan gli offriva il suo orecchio compiacente.     
"Gli occhi" rispose una volta Asan. "Parli sempre dei suoi occhi, di come nella capanna non si spegnevano mai, della loro luce verde che illumina e infiamma le tue notti. Devi liberarti dei suoi occhi, poi potrai liberarti di lei."
"Hai ragione" rispose Huli colpito. "E' proprio vero. E' quel colore che mi strega, quella profondità di stagno, quella freddezza di crepaccio, quella trasparenza di ghiacciaio. Liberami dai suoi occhi, Asan, pensaci tu."
Asan non si fece pregare. La mattina dopo, appena Huli ebbe lasciato il cortile, si presentò da Lila. La ragazza era seduta sul bordo della fontana e contemplava il proprio viso pallido riflesso nell'acqua.
"Lila" disse il ministro "sono qui per svolgere un compito ingrato. Non devi prendertela con me, agisco per conto di Huli. Per il suo bene e per quello dello stato. Lo sai che la tua presenza e il potere che eserciti sul sovrano sono fonte di disordine."
"Lo so" rispose Lila "e sarei felice di andarmene, se Huli me lo permettesse. Ho una nostalgia terribile delle mie montagne."
"Huli non te lo permetterà mai, finché i tuoi occhi continueranno a ossessionarlo."
Trasse dalla manica un pugnale d'argento e glielo mostrò.
"Non ti farò male, lo giuro. Non vedrai più le montagne, ma respirerai l'aria fredda e sentirai l'odore delle capre. Mi avevano detto che puzzavi, invece profumi di frangipani."
Lila non cercò di fuggire, non si dibatté, rimase immobile mentre Asan le cavava gli occhi col pugnale. Immerse una mano nella fontana e si deterse il sangue che le colava sulle guance.



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All'ora del tramonto, quando il cielo sopra il cortile prendeva una tinta che andava dal verde pallido al rosso, Huli raggiunse la sua amata. Lei sedeva sul letto di seta con il busto ritto, le braccia tese dietro la schiena, appoggiata alle palme aperte. La tenda era già piena d'ombra, ma l'abito di garza d'oro disegnava le forme di Lila come un pallido riflesso del tramonto.
Huli si inginocchiò davanti a lei e le prese le mani. Due buchi neri, sanguinosi e purulenti, le foravano il viso. Huli nascose il viso nel suo grembo e scoppiò in singhiozzi.
"Oh amore, amore mio" gemette "mia dolce capretta dagli occhi verdi, chi ti ha sconciata così? Chi ti ha fatto tanto male? Chi ha potuto spegnere la luce che illuminava la mia vita dal momento che ti ho incontrata?"
Lila, disperata della sua disperazione, lo abbracciò e lo baciò sulla bocca, lo carezzò, gli mormorò dolci parole fino a quando finalmente Huli si fu calmato. Giunsero le donne a portare vino, bocconcini di agnello di latte e frutta. Il principe cibò la ragazza passandole una sorsata di vino, un pezzetto di carne, una fettina di melone con le sue labbra morbide. Lila mangiava appena, beveva appena, mentre dalle orbite nere scendevano lacrime di sangue, senza smettere di  carezzarlo. Appena la sua bocca fu libera, mormorò:
"Huli, ti amo. L'idea di non rivedere mai le mie montagne è terribile, ma ancora più terribile è sapere che non rivedrò il tuo dolce viso."
Fu una notte lunga e appassionata. Al mattino, le guance di Huli erano sporche di sangue, ma lui non se ne curò. Si specchiò nella fontana, si lavò con due dita, e se ne andò dicendo:
"A più tardi, amore mio."
Per qualche giorno, Huli parve tranquillo, continuò a frequentare il cortile di Lila ed evitò Asan. Ma ben presto fu ripreso dal tormento di vedere la sofferenza della ragazza, che non poteva piangere ma era sempre più nostalgica e passiva. Talvolta la sorprendeva intenta a cantare sottovoce delle canzoni della valle, senza chitarra, con un tono talmente pieno di dolore che non riusciva a trattenere le lacrime. Infine, una mattina andò a cercare Asan.
"Non è bastato" gli disse "non erano gli occhi che mi attiravano in lei. Ora ho capito che è la sua voce, quella voce bassa e scura, che mi riempie di desiderio e nostalgia di qualcosa che non conosco. Se non potesse più dirmi che mi ama, forse riuscirei a dimenticarla."
Asan capì al volo. Non rispose, ma mezz'ora dopo era nel cortile di Lila, con il pugnale d'argento in mano.
"Niente di personale, pastora" disse a Lila che come sempre sedeva sul bordo della fontana, anche se ormai non poteva più specchiarsi nell'acqua chiara. "Huli mi ha ordinato di farlo. Apri la bocca, mostrami la lingua. Le tue parole d'amore sono veleno per la città di Lalapur e il suo signore."
Lila spalancò le labbra rosse e tirò fuori la lingua appuntita come quella di un serpente. Un colpo veloce di pugnale fu sufficiente. La sera, quando Huli arrivò nel cortile, le donne tremanti ascoltarono a lungo le sue grida straziate.
Ancora una volta Lila riuscì a calmare l'amato con la dolcezza delle sue carezze, ancora una volta Huli sprofondò in un sonno più nero della notte sul petto di lei. Per alcuni giorni  raddoppiò le cure all'idolo cieco e muto, coprendo ogni centimetro della sua pelle di pietre preziose e baci ardenti, descrivendole ogni minimo mutamento della luce nel cortile, bruciando profumi sotto le sue narici, cullandola per farla addormentare dopo averla strapazzata nell'amore, cantandole dolci canzoni che non aveva mai saputo di conoscere. Lila lo accarezzava, e con ogni carezza gli diceva che lo amava sempre.
Quando Huli tornò da Asan, questi lo guardò con timore. Tutto il palazzo tremava di fronte alla nuova follia del principe, anche Sita aveva chiesto pietà per la rivale.
"Questa volta ho capito davvero" disse Huli "sono le sue mani che mi fanno impazzire. Finché continuerà a carezzarmi, non riuscirò a liberarmi di lei. Aiutami, Asan."
Il ministro esitava.
"Sei sicuro, Huli? Non costringermi a un nuovo delitto inutile. Ti sono fedele, voglio aiutarti, so che agisco per il bene di Lalapur e dei suoi abitanti, ma non sono un macellaio. Non  mi piace quello che devo fare."
"Aiutami ancora questa volta, Asan. Sono certo che quelle mani mi incatenano."
Il pugnale non bastava. Asan si presentò nel cortile con un'accetta d'argento, ma Lila non si spaventò, perché non poteva vedere che cosa portava con sé il ministro. Comunque, non avrebbe potuto dare voce al suo terrore.
"Porgi le mani, Lila" disse Asan.
La ragazza stese le sue mani bianche come il latte. Cadendo sul marmo che lastricava il cortile, le gemme che le ornavano fecero un rumore tintinnante. La sera, Huli levò urla inumane di fronte alle bende insanguinate che coprivano i polsi di Lila.
"Chi è stato, oh chi è stato, dimmelo amore mio che lo ucciderò a frustate, lo scorticherò vivo, lo appenderò alle mura perché i corvi lo spolpino con i loro becchi aguzzi!"
Nessuno rispose ai lamenti di Huli. In fondo al cortile, strette l'una all'altra come pecore in uno stabbio, tremanti e ammutolite, le donne ascoltavano. Anche quella notte Huli cibò la sua amata come un canarino in gabbia, la coprì di carezze, le sussurrò all'orecchio parole d'amore, la baciò, la leccò, la annusò e la strinse fino a stramazzare esausto sul letto di seta. E ancora una volta, muta, cieca e monca, Lila riuscì a ricambiare l'amore di Huli e a comunicargli che lo amava.
Passarono alcuni giorni. Una mattina, mentre Lila, pallida, avvolta in una tunica di raso bianco, si aggirava per i vialetti aspirando il profumo dei gelsomini, arrivò Vina. I capelli, cresciuti, le formavano un crespo scialletto sulle spalle. Era  piena di energia, infuriata e addolorata.
"Tutta la città parla delle inutili sofferenze che il tuo amante ti infligge" disse. "Vieni via con me, Lila. Nessuno oserà fermarti alle porte del palazzo. Anche l'ultimo dei suoi armigeri pensa che Huli sia un pazzo scatenato, ed è disposto a rischiare per salvarti quel tanto di vita che ti resta. Vieni con me. Potrai stare nella casa dove vivo con Varna. Avremo cura di te, e appena sarà possibile ti riaccompagnerò alla valle. Non puoi rimanere qui a farti massacrare. Varna ormai è capo delle guardie delle mura, ti è riconoscente per quello che hai fatto per lui, è pronto a tutto per aiutarti."
Lila scosse il capo.
"Tu sei pazza come il tuo amante, sorella" disse Vina. "Vieni via con me, è la tua ultima occasione per salvarti. Scappa, Lila, non c'è altra soluzione. E' terribile vedere come sei ridotta. Lila, sei nelle mani di un folle."
Lila si passò i moncherini sugli occhi spenti, ormai diventati due fessure rosse, sui capelli intrecciati di zaffiri, sui seni segnati dai morsi di Huli, sulla bocca pallida e silenziosa. Sorrise appena, scosse di nuovo il capo.
"Non ti capisco" disse Vina. "Forza, infila un mantello, scappa con me. Ce l'hai un mantello? No? E' questo che ti frena? Ti darò il mio."
L'avvolse nel suo mantello di seta viola, la spinse verso la porta.
Lila scosse dalle spalle il tessuto pesante e sedette sul bordo della fontana. Indicò con un moncherino la sua immagine nell'acqua, che non poteva più vedere, poi baciò la sorella su tutte e due le guance e le fece cenno di andare via. Vina si allontanò in un turbine viola, il viso bruno coperto di lacrime.
"Qualcuno ti vendicherà, sorella mia! La gente ora ha paura di Kul, teme che scenderà dalle montagne per fare giustizia."
Lila fece un cenno con un moncherino a una delle donne che continuavano a servirla. Quella non capì subito, ma fermò Vina e la ricondusse alla fontana. Lila si alzò, raggiunse le sue stanze a tentoni, afferrò tra le braccia la chitarra di Kul e gliela porse.
"Sei sicura?" chiese Vina. "Sei certa che mi vuoi affidare la chitarra sacra?" 
Lila annuì. Vina se ne andò tenendo la chitarra come un bambino.

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Alla fine Huli comprese che non c'era niente da fare, era proprio il cuore caldo di Lila che lo incantava. Quando lo disse ad Asan, questi prima esitò, poi disse:
"Sei certo di quello che dici? Non ti pentirai? Dopo di sicuro non potrai tornare da lei."
"Non mi pentirò, soffro troppo. Vedere la mia Lila ridotta in quello stato, così triste, silenziosa, con i suoi occhi spenti e quei poveri moncherini che non vogliono rimarginarsi, è uno strazio. Non lo posso più sopportare. Aiutami ancora una volta."
Asan lo aiutò. Quando giunse nel cortile di Lila, la ragazza sentì il rumore dei suoi passi e gli si fece incontro. Il pugnale era brillante e pulito come se non fosse mai stato usato, tanto i servi l'avevano strofinato.
"Scopriti il petto" disse Asan.
Lila sorrise soltanto, facendo un cenno. Una donna corse a slacciarle il corsetto di velluto nero. Asan arrossì per quello che aveva detto.
"Scusami per l'ultima volta" disse. "Lo sai, non mi diverto affatto a eseguire gli ordini di Huli. Posso essere sincero, tanto non ripeterai a nessuno le mie parole: penso che Huli sia stato crudele e stupido con te, non si è comportato da uomo. Avrebbe potuto lasciarti ritornare alla tua valle. Sono i bambini che rompono i giocattoli che amano di più perché nessun altro ci possa giocare. Adesso, però, devo farlo comunque. Prega quel tuo dio che dicono sia tanto collerico, pregalo perché non si vendichi su di noi per le colpe di Huli."
Lila continuava a sorridere e per un attimo, malgrado le sue orbite nere e purulente, malgrado le bende che le coprivano i polsi mandando una puzza di putrefazione, Asan capì perché Huli non aveva potuto mandarla via. Mentre le affondava il pugnale nel petto, vide i morsi di Huli sui seni e un'ondata di nausea gli salì in gola. Quando ebbe portato a termine il suo compito, con il cuore violaceo di Lila in mano, vomitò in un'aiuola di miosotis e calendule.
Huli non attese la sera per correre a piangere sul corpo straziato dell'amata. Per ore il cortile risuonò delle sue grida disperate, mentre le donne in preda al terrore cercavano di strappargli il cadavere per lavarlo e ricomporlo.
I funerali  di Lila furono imponenti. Il suo corpo fu bruciato in riva al mare, su una pira alta tre metri, fatta di legni preziosi arrivati apposta dalle montagne. Huli rimase a guardare le fiamme finché non rimasero che ceneri, gettando profumi a piene mani, il viso come una finestra sprangata sotto il turbante nero. Nessuno osava rivolgergli la parola.
Il popolo di Lalapur rimase a lungo sconvolto dall'esito tragico dell'amore di Huli. Non c'erano più chiacchiere nei mercati né nelle osterie, come se la cosa fosse troppo terribile per parlarne. Quando Huli fece costruire un grande mausoleo di marmo rosso nel luogo in cui era sorta la pira, la gente prese l'abitudine di portarvi tutti i giorni ghirlande e mazzi di fiori, ogni tipo di fiori, rose e verbene e fiori d'ibisco e collane di frangipani, gelsomini, violette, il cui profumo aleggiava sempre tra le colonne leggere come gambe femminili, sullo sfondo del mare luccicante. Al tramonto, molti andavano a sedere sui gradini, parlando sottovoce o suonando piano piano le loro chitarre.
Si diceva che Asan avesse ricevuto un vaso pieno d'oro per l'aiuto  dato a Huli. Ben presto, però, il ministro scomparve. Qualcuno dal palazzo mise in giro la voce che era stato decapitato di notte e seppellito all'alba in un luogo segreto. Il suo posto fu preso da un giovane ufficiale di cui nessuno aveva mai sentito parlare, Varna, capo delle guardie delle mura, che si dimostrò giusto e saggio.
Anche Huli fu un sovrano saggio. Durante il suo regno la città prosperò. Ebbe altri figli da Sita e a ogni nuova nascita, in segno di clemenza, concesse la grazia a centinaia di condannati a morte.
Dalle montagne nessuno scese mai a visitare il mausoleo di Lila. Tuttavia, la paura della vendetta di Kul non abbandonò gli abitanti della città. Guardavano le alte torri di Lalapur con preoccupazione, e le case nuove le costruivano basse, con pareti leggere e tetti di frasche. Ogni volta che un rumore profondo e improvviso interrompeva la musica che continuava a ritmare la vita della città, un'onda più forte delle altre, una botte di vino che rotolava a terra, tutti gli abitanti si fermavano, gelati dal terrore nel più profondo. Tacevano le chitarre, i cantanti tacevano, le osterie si facevano di ghiaccio.
"Ecco, Kul è venuto a vendicare Lila" pensava ognuno.
Poi, lentamente, la vita riprendeva nei vicoli brulicanti di Lalapur. Sotto il cielo sanguinoso dopo il tramonto, uomini e donne si amavano, cantavano e bevevano per dimenticare la paura. 











        


  
      
 
  


     

 


lunedì 6 febbraio 2017

Una storia potente e spietata nella Calcutta degli anni '60: Neel Mukherjee, La vita degli altri

Neel Mukherjee è uno scrittore nato a Calcutta nel 1970, ma di formazione occidentale, che scrive in
inglese e vive a Londra. La vita degli altri è il suo secondo successo letterario, dopo A life apart.
Devo dire che ho iniziato questo romanzo con un po' di diffidenza: troppi strilli al capolavoro, paragoni nientemeno che con Tolstoj e Mann, per quella che si annunciava come l'ennesima saga familiare, sia pur esotica. L'autore ha studiato a Calcutta in una scuola cristiana, la Don Bosco, poi a Oxford e Cambridge, e adesso insegna inglese e l'inevitabile scrittura creativa. E questo si sente fin dalla prima scena che è un pugno nello stomaco al lettore, senza motivo né contesto, e dalla ridondanza fastidiosa di termini bengali non tradotti  per fare colore locale o per rendere più incomprensibili, aliene, le abitudini indiane. A questo proposito un avvertimento: io l'ho letto in ebook come faccio sempre, ma ho amaramente rimpianto una versione cartacea che mi permettesse di consultare il glossario posto in fondo al libro e senza collegamento con il testo, il che rende la lettura nell'ebook quasi impossibile.
Peraltro il glossario è da leggere per se stesso, perché è divertente, cattivello e molto esauriente. Inoltre, i personaggi sono decine e all'inizio c'è un indispensabile albero genealogico assolutamente invisibile sul kindle.

L'ho letto perché l'India mi manca tanto, perché Calcutta è una città davvero fuori dal comune, e poi perché mi interessano sempre molto i libri che parlano dei margini dell'impero - dei margini comunque e sempre. E per un verso ho trovato le mie paure confermate: si tratta di un romanzo molto ambizioso, enciclopedico, didattico, didascalico, stile "tutto quello che avreste voluto sapere su Calcutta e che non avete mai osato chiedere", anzi, sull'India, che all'inizio mi pareva sostanzialmente fallito perché fin dalla prima pagina ti dice già che cosa pensare, non lascia libertà al lettore (esattamente come nelle gerarchie familiari che descrive), è come se gli dicesse continuamente: guarda che roba!, è troppo evidentemente scritto per occidentali, con l'intento programmatico di confermarli nella loro convinzione di essere gli unici civili e che solo i loro valori hanno senso.
Non è che l'autore non riesca a fare quello che si propone, ma per eccesso di zelo o entusiasmo e soprattutto di parole, per il lettore è come mangiare cibo già masticato e digerito, la sua opinione viene pilotata, dice tutto lui, non gli lascia niente da elaborare.
C'è un eccesso di particolari, soprattutto spiegazioni, e tutta questa sovrabbondanza è resa molto faticosa dall'inevitabile andirivieni temporale che sembra ormai obbligatorio per qualunque autore, pena l'apparire ingenuo. In certi punti però, e non dico di più per non fare spoiler, questo modo di narrare particolareggiato e analitico diventa quasi insopportabile non per noia o inefficacia, ma proprio per la forza spaventosa dell'orrore rappresentato.

 E man mano che andavo avanti nella lettura sono stata convinta e conquistata dalla forza della storia della famiglia Gosh, borghesi di estrazione, industriali della carta, incastonata circolarmente tra due scene di disagio sociale risolte in modo diametralmente opposto - la disperazione individuale e e la ribellione organizzata. Un po' di fatica iniziale non è niente quando, come in questo caso, vale veramente la pena di andare avanti. 

L'azione si svolge a Calcutta negli anni '66-70, con parti ambientate nelle foreste dove vivono le popolazioni tribali del Bengala Occidentale e dell'Orissa. Si tratta di un affresco cupissimo, con un crescendo che sfocia nella tragedia, in cui non si salva niente della cività e della storia del Bengala, con una chiarissima ambizione enciclopedica. Nessun aspetto della società è trascurato: la religione (per una volta si tratta non di Islam ma di induismo, di cui comunque sono messi in luce gli aspetti deteriori - superstizione, gerarchia, rigidità ecc, tutto quello che ci vuole per far sentire superiori i cristiani), i rapporti familiari e sociali, gli affari, la polizia, la politica, il sistema scolastico, ce n'è per tutti. C'è la famiglia tradizionale, le abitudini matrimoniali, le caste, le festività religiose di quartiere. Le prostitute. Le differenze sociali, i poveri e i ricchi. Ci sono i Naxaliti e il terrorismo, la droga, le lotte operaie, gli scioperi, il sindacato, il partito comunista CPI (M). C'è Calcutta, ma senza folklore turistico, niente ponte di Howra né tempio di Kali né Victoria Memorial, ma piuttosto fabbriche, centrali di polizia e soprattutto la casa dove vive la famiglia Gosh su cui si incentra l'azione. I proprietari terrieri avidi, la miseria e la fame dei braccianti senza terra. C'è la Partition e il Bangladesh, e i relativi problemi di spostamento di popolazione e territori che si trovano improvvisamente oltre frontiera. C'è la crudeltà e la violenza, insieme e separate. Ogni argomento affrontato (dalla matematica agli affari, dalla politica alle tecniche terroristiche, ecc) viene sviscerato e riempito di tecnicismi.

Quello che all'inizio sembra un inutile ma obbligatorio vezzo, l'alternanza tra i capitoli in terza persona e quelli in prima persona di Supratik il Naxalita, in realtà si rivela poi come un modo molto efficace per costruire il personaggio, il più interessante e sfaccettato. Gli altri personaggi sono una folla, tra cui è difficilissimo districarsi dato che oltretutto appaiono talvolta con il nome intero, talatra con un diminutivo o il nome di parentela usato in famiglia. Tutti vivono sotto lo stesso tetto in una grande casa di quattro piani, con una struttura upstairs downstairs più rigida e gerarchica che a Downton Abbey. I vari nuclei familiari costituiti dalle generazioni conviventi sono veri e propri  verminai nascosti. Le generazioni più vecchie sono superstiziose (la maledizione della suocera che fa della nuora vedova una reietta), disoneste, quella di mezzo, costituita da Priyo, Chraya, Adinath, Bhole e Somnath, comprende i figli ubriaconi, incestuosi, donnaioli, pervertiti e scemi, mentre tra i nipoti troviamo terroristi, drogati e geni matematici. I personaggi femminili sono un po' stereotipati, c'è la madre viscerale, la zitella inacidita e malevola (non si è mai sposata perché di carnagione troppo nera e con un occhio storto, ma in realtà nasconde un segreto ben più nero della pelle), le prostitute, le donne di famiglia con l'ossessione per i gioielli, fonte di meschine invidie tra cognate ma anche l'unico segno tangibile della loro importanza, l'unica garanzia del loro valore. E c'è il servitore fedele, la cui vita è talmente intrecciata a quella dei padroni che diventa impossibile distinguere i reciproci confini.

La scrittura è molto compiaciuta, dilatata, un po' sfinente, troppo analitica, immobile. L'autore è innamorato delle proprie parole, ogni tanto viene voglia di dirgli "dai, sbrigati un po' che ho da fare", però è un narratore potente e se si riesce a lasciarsi andare e non stare tanto a preoccuparsi di riconoscere ogni volta le decine di personaggi che corrono su e giù per i quattro piani di casa Gosh, si viene presi e risucchiati dalla fortissima raffigurazione di come la famiglia può diventare prigione (metaforicamente rappresentata dalla grande casa con le sue rigide divisioni in piani) da cui si può fuggire solo distruggendola. Come ho già detto, all'inizio può sembrare la solita zuppa di famiglia con le sue fisse compiaciute, i suoi vezzi asfittici, ma a poco a poco ci si rende conto che è una critica potente e corrosiva a una società dove la mobilità sociale è impossibile, le differenze invalicabili e la spontaneità è un crimine. Gli affari vanno male per ambizioni eccessive, incapacità, calcoli sbagliati, soffocante immobilismo sociale, corruzione, fatalità. E' i Buddenbrook che alla fine diventa Casa Usher. 
Traduzione di Norman Gobetti.
Mi resta un dubbio rispetto al titolo, in inglese The lives of others e in italiano La vita degli altri. A me sembra più significativo il plurale, ma forse si è voluto diversificare il titolo per non confonderlo con quello del film del 2006 Le vite degli altri. E a proposito di film, se volete vedere un po' di Calcutta, il ponte, il fiume e la stazione ferroviaria che sono luoghi topici della città, non perdete il bel film del 2016 Lion - La strada verso casa di Garth Davis.

mercoledì 1 febbraio 2017

Abbasso le emozioni!

Ma che saranno mai 'ste emozioni?

Ripubblico un vecchissimo post, del 10/12/08, perché si tratta di un argomento che mi sta a cuore e sul quale so di essere sconfitta in maniera talmente totale che mi sento un po' ridicola a sostenerlo. Ma non ho cambiato idea nel tempo, anzi.

Sono della vecchia scuola, mi piace usare la testa e non la pancia quando affronto qualsiasi situazione. Se ci riesco, ovviamente, cosa che non succede sempre. Sul pc ho appiccicato una vignetta di Altan dove il solito tipo con il naso a proboscide dice: emozionatemi, sennò mi tocca di pensare. Negli anni c'è quasi sempre stata una vignetta di Altan sul mio pc, è un genio con la capacità di fotografare il peggio in una frase, e mi trovo sempre in assoluta consonanza con lui. Adesso navighiamo in questo brodo spesso, e sostanzialmente primordiale, di emozioni. E non quando baciamo il moroso o troviamo i ladri in casa, no, basta mangiare un cioccolatino o una pasta e fagioli. Adesso, anche entrare in un museo. Tutto deve comunicare emozioni, niente deve richiedere la vecchia trafila guardare, interrogarsi, pensare, capire. Per carità, troppo difficile, noioso. Richiede sforzo. Non sia mai che sudiamo e il cervello ci puzzi. Ma a parte queste amenità, io diffido delle emozioni perché sono ricattatorie, ottundono i sensi, offuscano la lucidità, sono già padrone di per sé di metà della nostra esistenza senza che gli affidiamo anche l'altra. Quella che faticosamente cerchiamo di governare con la razionalità. Piangere e ridere va bene, abbracciarsi come in un telefilm americano un po' meno, però ogni tanto fermarsi e riflettere un pochino a mente fredda prima di scegliere a me sembra indispensabile.

venerdì 13 gennaio 2017

Un consiglio da amica: non perdetevi Sing Street, un film di John Carney

Sing Street è un film del 2016 scritto e diretto da John Carney e qui potete trovare le informazioni generali. Io voglio solo dire che consiglio a tutti, amanti del pop e no, adolescenti e no, di andare a vederlo. Forse non è quello che si definisce un gran film, è piccolo e non ha pretese di spiegare il mondo ma a mio parere in quello che racconta non ha difetti.

Siamo a Dublino negli anni '80, in un ambiente disastrato in cui gli adolescenti non hanno altri modelli che le band musicali cui ispirarsi per sognare. Conor (lo straordinario Ferdia Walsh-Peelo, fragile e commovente con le sue guance rosee da quindicenne) viene tolto dalla scuola che frequentava e mandato a Singe Street, un istituto gestito dai Fratelli Cristiani. La sua famiglia, genitori e tre figli, è in crisi totale, i genitori non fanno che bisticciare urlandosi insulti, il padre è disoccupato, dovranno vendere la casa in cui vivono, la madre ha una relazione con il suo capo, il fratello maggiore Brendan (l'ottimo Jack Reynor) che ha mollato il college perde tempo fumando spinelli e ascoltando rock, mentre la sorella Ann vuole fare l'architetto e pensa solo a studiare. La nuova scuola è pessima, infestata da bulli e insegnanti sadici, come "Brother  Baxter" - non a caso il film è dedicato a "tutti i fratelli", Connor viene immediatamente preso di mira, picchiato dai bulli perché troppo fighetto per la scuola e dall'insegnante perché osa tenergli testa. Brendan (che ha un manifesto di Freud in camera) è il suo disincantato mentore, mentre la bella e sfuggente Raphina (Lucy Boynton, impressionante nella camaleontica capacità di cambiare a seconda delle situazioni e degli stati d'animo), che abita di fronte all'istituto e passa ore sui gradini di casa aspettando un suo fantomatico ragazzo, è la sirena che lo fa partire per un viaggio prima metaforico poi reale.

Ma la vera protagonista, passione e strumento di riscossa e conquista, è la musica. E' l'epoca delle boy band e Connor, che suona la chitarra per non sentire le urla dei genitori, decide di mettere su un gruppo. Di qui la storia si può immaginare, si tratta di trovare i componenti e insieme convincere Raphina a girare un video con gli scalcagnati ragazzini, cosa che lei accetta ben volentieri. Il sogno ha una meta ben precisa: lasciare Dublino, il suo asfittico provincialismo e la mancanza di prospettive per la mitica Londra, in quella Gran Bretagna che nelle giornate limpide si può intravedere al di là del mare, oltre le trenta miglia che la separano dalla costa irlandese.

Non è la storia, che ricorda molto Billy Elliott  di Stephen Daldry, a essere il motivo principale d'interesse, ma la straordinaria mescolanza di profondità e leggerezza con cui è raccontata, la delicatezza con cui sono sfiorate le vite squinternate degli adulti, la precisione con cui si giostra tra i cliché - la ragazzina più grande e più matura che si fa prendere dall'energico entusiasmo del ragazzino, il sogno a occhi aperti, la fragilità nascosta sotto l'apparenza sfacciata e violenta degli adolescenti (a questo proposito, geniale l'arruolamento del bullo rapato e manesco, a sua volta vittima della prepotenza dei genitori), l'impossibilità di comunicare con gli adulti, ottusi e egoisti ma soprattutto infelici. Quello che si sente, secondo me, è che si tratta di un film necessario: non un'opera messa assieme per sfruttare un filone di tendenza o per arruffianarsi lo spettatore, ma qualcosa che al regista stava a cuore raccontare, rappresentare, e che gli interpreti hanno saputo esprimere al meglio. Un film anche molto divertente, veloce e (fatemi usare l'odiata parola per una volta!) carico di emozione.       

martedì 3 gennaio 2017

Per intenditori: Il cittadino illustre, un film di Gastón Duprat e Mariano Cohn e Arthur C. Clarke, All'insegna del Cervo Bianco

Oscar Martínez (Daniel Mantovani)Post veloce e succulento, come si addice al clima delle feste. Cominciamo con un film del 2016 diretto da Gastón Duprat e Mariano Cohn, Il cittadino illustre, che è stato scelto per rappresentare l'Argentina all'Oscar al miglior film straniero 2017. Daniel Mantovani è uno scrittore che da molti anni ha abbandonato l'Argentina, suo paese natale, per risiedere a Barcellona dove vive solo. Famoso, premio Nobel, invitato da tutti i più illustri personaggi del mondo nelle più svariate cerimonie, scorbutico, carismatico e molto presuntuoso, rifiuta qualsiasi invito finché non ne riceve uno da Salas, il paesino da cui è fuggito ventenne e in cui non è mai tornato pur continuando a ambientarvi tutti i suoi libri. Il ritorno gli riserverà molte sorprese, in un crescendo ansiogeno e sorprendente di tensioni e paure legate all'incontro con personaggi del suo passato e nuovi, finché il doppio finale rovescia aspettative e punto di vista. Film più che raccomandato, insolito e molto coinvolgente, con scene gustosissime (la cerimonia del Nobel), un protagonista straordinario, Oscar Martínez, e una riflessione secondo me fondamentale sul rapporto tra realtà e finzione in letteratura.

Il libro è nientepopodimeno che una raccolta di esilaranti racconti di Arthur C. Clarke, All'insegna del Cervo Bianco. Il Cervo Bianco è un pub di Londra, situato in una stradina che da Fleet Street conduce all'Embankment, dove ogni mercoledì si riuniscono giornalisti, scrittori, editori e scienziati per bere in compagnia e raccontarsi storie via via più mirabolanti man mano che la serata avanza. I vari tipi sono davvero interessanti, ma quello che spicca su tutti è Harry Purvis, che ama essere al centro dell'attenzione e ha sempre qualcosa da raccontare. I temi sono sempre legati alla scienza, e sono nettamente insoliti: c'è chi dimostra scetticismo e chi ci crede, ma tutti pendono dalle labbra di Harry Purvis, che è abilissimo a schivare domande troppo precise e arrivare a conclusioni che sfuggono a ogni critica. E' uno di quei libri che divertono e fanno pensare perché aprono strade nuove e insospettate (io sono un'ignorantona in campo scientificio, ma questi racconti li può capire e apprezzare chiunque). Fantascienza scientifica, humour britannico al massimo grado, storie paradossali che arrivano a sfiorare la metafisica. Fatevi del bene e leggetelo.
Traduzione di Ginetta Pignolo.