sabato 28 marzo 2015

Due in uno: Margherita Giacobino, L'educazione sentimentale di C.B., e Rita Gatto, La morte è giovane

I lettori più svegli possono immaginare perché queste due recensioni, comparse rispettivamente nel 2007 e nel 2009 su LN-LibriNuovi, sono appaiate nello stesso post. Qui ci vorrebbe un adesivo, possibilmente animato, che strizza l'occhio e dà di gomito: indovinate un po'!


MARGHERITA GIACOBINO, L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE DI C.B., 2007
Margherita Giacobino ha un’attività multiforme, è traduttrice, saggista, curatrice di una collana editoriale, tiene cicli di conferenze di argomento letterario, ma la sua prima e principale vocazione è quella di scrittrice, e questa sua ultima fatica lo conferma una volta di più. L’educazione sentimentale del titolo segue la protagonista senza nome dall’infanzia alla prima età adulta, quei vent’anni che guardando indietro sembrano pochissimi ma in cui si pongono già le basi della vita. La scelta di raccontare in seconda persona, che all’inizio può sconcertare il lettore, ha una motivazione saldissima: consente di tenere a distanza l’autobiografia e allo stesso tempo di entrare in profondità nella mente della protagonista che con C. B., Charlie Brown, sente un’affinità d’elezione. Come C. B. ama senza speranza ragazzine dai capelli rossi (o biondi, o neri, ma sempre evanescenti, sfuggenti, forse persino inesistenti), soffre e si sente inadeguata. “La sola differenza tra te e Charlie Brown è che tu sei più accorta e cerchi di non farlo sapere a tutto il mondo. Lui invece è lì, indifeso, a parlare anche per te”. 

 Bambina cresciuta in provincia tra una madre affaticata, un padre a corrente alterna e una zia burbera ma di grande solidità, comincia a prendere coscienza di sé in un liceo dove le differenze sociali sono invalicabili, e reagisce dimostrandosi forte, brava negli studi, tosta, a costo di sofferenze solitarie. Trasferitasi a Torino per frequentare l’Università in anni in cui si fumava molto e si telefonava poco, incontra un’insegnante che la affascina, conosce il femminismo, sperimenta, viaggia, trova l’amore dove non si aspettava, continua la faticosa strada verso l’affermazione di un’identità che infine, nell’ultimo, potente capitolo, attraverso la conoscenza della morte giunge a riappropriarsi delle radici familiari. I molti personaggi sono tratteggiati con particolare maestria, e lasciano un segno. Quello che piace particolarmente in questo romanzo è lo sguardo sempre lucido, la narrazione brillante e agretta, priva di sentimentalismi o vittimismi, di una donna piena di coraggio, che sa quello che vuole e combatte per conquistarsi uno spazio di vita congeniale. La sua fragilità coinvolge, la sua intelligenza affascina. Con una scrittura ricca, che non ha paura di ridondanze né di aggettivi, Margherita Giacobino disegna l’educazione sentimentale di una donna che ama le donne in cui chiunque può riconoscersi. 

RITA GATTO, LA MORTE È GIOVANE, 2009
Auguro a ognuno di voi quello che è successo a me: una domenica di pioggia e questo libro. Puro piacere, e alla fine l’umore è ottimo. Primo romanzo edito di una funzionaria della Comunità Europea di origine ligure, è un giallo di impianto tradizionale – un whodunnit per intenderci – che gode di una fascinosa ambientazione, Roccapiatta, un paesino dell’entroterra ligure arroccato tra boschi e montagne, dove un gruppo eterogeo si riunisce per una vacanza. E ha una caratteristica: pur essendo molto divertente e divertito, è un vero giallo perché l’autrice padroneggia benissimo le regole che fanno un buon rompicapo, compresa la capacità di menarci per il naso, prendendoci in giro, ingannandoci e nel contempo rispettandoci come lettori. 

I personaggi sono molti, come è d’obbligo, a cominciare dalla vittima, uno spocchioso professore, saggista e romanziere, che ama i ragazzi giovani e non ne fa mistero. Intorno a lui muovono coppie più o meno convenzionali, un’ex insegnante matura e il suo giovane amico, due donne inglesi in ménage da molti anni, una giovane madre e il suo torvo e cortese marito, le twins, gemelline in piena dentizione, mute ma assai presenti. E poi, gli abitanti stanziali del borgo, coro chiacchierone e anche pesantemente coprotagonista. Tutti hanno un passato più o meno inquieto o un presente non proprio specchiato, come le persone vere. Tra feste di paese e puntate a Torino, il giudice istruttore Minelli, svagato e acuto, segue l’indagine condotta dai poliziotti piuttosto incompetenti. C’è tempo anche per un’esilarante incursione a chiave nel mondo dell’editoria (il grande editore si chiama nientemeno che Pompadori…) e alla fine i misteri si dipanano, con un colpo di scena che lascia soddisfatti e ammirati. La scrittura veloce e ironica è un punto di forza di questo felice esordio, anticonvenzionale nel contenuto ma sapientemente rétro nella struttura. Nell’attuale alluvione di gialli e noir, una lettura più che raccomandabile e una scoperta piacevolissima. Sarebbe piacevole anche ritrovare Minelli in un’ulteriore avventura.

giovedì 26 marzo 2015

Le ragazze e la difficoltà di crescere, con ironia: Margherita Giacobino, L'uovo fuori dal cavagno


Sulla copertina di questo libro, che preannuncia con geniale fedeltà quello che troveremo all’interno, metà del volto di una bellissima ragazzina sorride tra sé per qualche suo pensiero stupendo mentre dal retro l’altra metà ci guarda serena, e il titolo anticipa il tono di elegante ironia che permette a Margherita Giacobino di affrontare temi anche dolorosi senza mai farsi travolgere dal sentimento né dalla cupezza. 

Siamo in una Torino precisissima come topografia e atmosfera, a cavallo tra il secolo scorso e quello attuale. Le due protagoniste, Gioia e Debora, che non si conoscono, narrano le proprie vicende in prima persona a capitoli alterni, disegnando così due educazioni sentimentali – e non solo – parallele, poi tangenti e forse, noi lettori lo speriamo, coincidenti. O intrecciate. La giovane Gioia è l’uovo fuori dal cavagno del detto popolare: qualcosa di speciale. Speciale come te. Che al mondo non ce n’è un’altra, le dice la vecchia Cecca che si prende cura di lei quando la madre è al lavoro. Cresce ribelle alle convenzioni, orgogliosa della propria unicità. Quello che lei stessa definisce il mio avventuroso viaggio nel mondo dei diversi da me comincia nell’infanzia, alle scuole elementari dove si trova a verificare la verità della sua percezione […] non pensavo di essere diversa dagli altri. Ma mi rendevo conto che erano gli altri a essere diversi da me. Queste poche parole sono un esempio dell’understatement ironico quando non caustico di cui l’autrice è maestra. Gioia ha una precocissima coscienza di sé, sa che non vuole essere come le bambine della sua scuola, smorfiose col culetto fasciato dai pantacollant e scarsissimi segni di attività cerebrale, o ancora quelle piccole smorfiose sempre pronte a sedurre e a fare la spia. Però quelle smorfiose le piacciono: amavo le bambine, lo ammetto. Non era solo sesso. Mi coinvolgevo. Perdevo la testa, come tutti gli innamorati. Si capisce che un personaggio in grado di fare un’affermazione simile in prima elementare non può essere che straordinario, e infatti lo è. 

La sua divinità personale è la madre, Elisabetta, personaggio che assurge a dimensioni mitologiche nella sua affettuosa bruschezza, e dotato al massimo grado della capacità di non sprecare parole emettendo sentenze definitive di fantastica causticità. L’inciampo sulla strada di Gioia è Stefania detta Stef, grande amore dell’adolescenza che le spezza il cuore trasformandola in Dolores, il nome che si sceglie e non abbandonerà più. Stef è anche un personaggio di grande fascino, ambiguo, ambizioso e contradditorio, sfuggente e pasticcione, che determinerà alcuni degli snodi narrativi principali della vicenda. 

L’altra protagonista è Debora, sorella minore di Stef, abituata a difendersi da una madre ossessiva che ha puntato tutto sulla figlia maggiore, da una sorella senza scrupoli nell’appropriarsi di quello che le piace e da un padre sciagurato che però l’accetta com’è. Anche a Debora piacciono le bambine, ma la sua solidità di fondo le fa seguire una strada più lineare, cercando l’aiuto di donne uguali a lei, più esperte e sicure, che finiscono per rappresentare la sua vera famiglia. Con loro capisce che la diversità non esiste se non per chi si considera regola e misura della norma, e sperimenta finalmente l’amore con una donna tanto sognato in solitudine. 

Dolores, selvaggia e spericolata, ha davanti l’esempio negativo della zia Manu che vive corteggiando la morte, e sa procedere sul filo del rasoio senza farsi troppo male; l’incontro con Victoria Sereni, anziana scrittrice di sereno egoismo, una donna che ce l’ha fatta a vivere come voleva senza doversi abbassare a incarnare un cliché femminile, capace di capirla e darle sostegno, la conduce finalmente alla scoperta del proprio talento. Anche Debora, dopo aver cercato di aiutare la sua disastrata famiglia, si salva trovando la strada che le appartiene. E noi facciamo il tifo incondizionatamente per le due ragazze, perché dopo le tante peripezie che le hanno viste procedere fianco a fianco senza mai vedersi, riescano a girarsi per guardarsi negli occhi.

Oltre a essere divertente e profondo, L’uovo fuori dal cavagno ha una struttura molto sapiente. È un romanzo fatto di specchi, dove Dolores e Debora si muovono incomplete come le due mezze facce della copertina, le loro vicende speculari sono intessute di rimandi non solo per quel che riguarda i fatti, ma anche per i personaggi che si muovono nei rispettivi ambienti. Speculari le madri, che svolgono entrambe attività legate alla bocca: ma Elisabetta, la mamma buona, nel suo ristorante cucina per nutrire, la mamma cattiva di Debora è assistente alla poltrona di un dentista, e non c’è bisogno di commento. Speculari il padre solido e quello sciagurato, entrambi poco più che appendici delle madri; la sorella Stef seminatrice di guai e la zia Manu che i guai li cerca e li corteggia, Sylvette l’amica coetanea ma saggia di Dolores, sempre pronta a darle una mano, e Meri l’amica anziana di Debora, esperta e disincantata, anche lei sempre disponibile a offrire un porto sicuro nei momenti difficili. E la figura di Vic, in cui Margherita Giacobino rende omaggio a figure di scrittrici a lei molto care, pur campeggiando unica come se non avesse bisogno di specchiarsi in nessuno per essere completa, in realtà fa da contraltare perfetto alla vecchia, ignorante, affettuosa Cecca di quando Dolores era ancora Gioia.

Anche grazie a una scrittura controllata ma piccantina e piena di sorprese, alla fine della lettura di questo romanzo si rimane di buon umore e con un buon gusto in bocca come dopo un ricco gelato, senza controindicazioni per la salute. 
(Questa recensione è uscita nel 2010, anno di pubblicazione del romanzo, su LN-LibriNuovi).


La lingua dell'amore sa ricreare la vita: Margherita Giacobino, Riratto di famiglia con bambina grassa




In questo bellissimo (e non parlo a vanvera, voglio proprio dire molto molto bello) romanzo Margherita Giacobino ricostruisce la storia della sua famiglia attraverso quattro generazioni, dalla fine dell’Ottocento agli anni Sessanta, con qualche cenno a anni più vicini. La dinastia, per la parte materna, inizia nel Canavese, una parte del Piemonte ridente e ricca di storia, a Ca d'Gara, frazione di mezza montagna da cui prende il nome. Qui Bartolomeo e Catlina Davito Gara, detti i Grand e dipinti a colori molto foschi, dominano con la violenza e la cattiveria. È una gerarchia tribale con residui di antichi matriarcati che vive tutta insieme in condizioni di austerità, fatica, fame, povertà e miseria umana. Dal figlio Giuseppe (che farà una brutta fine) sposato con Domenica nascono sette figli tra cui Ninin, Michin, Maria e Margherita, destinate a avere un ruolo fondamentale nella storia di Margherita la scrittrice, che rappresenta la quinta generazione. 

I personaggi in realtà sono tutti fondamentali e richiederebbero una trattazione approfondita, ma mi limiterò a qualche cenno e a rimandare i lettori alle succulente pagine di Ritratto di famiglia con bambina grassa.
La terza generazione è quella delle magne, le zie, e della nonna. Tra tutti spicca Ninin, zia (anzi prozia) amatissima, che a dodici anni sceglie di andare a lavorare in fabbrica, per migliorare le proprie condizioni, per mangiare tutti i giorni, e per scendere in pianura, a Ciriè che diventa il luogo della narrazione. Ninin (mulier fabricans la definisce l'autrice) è l'incarnazione del dovere e insieme la spina dorsale della famiglia, quella che tutto nota e tutto commenta sottovoce, borbottando, disapprovando, ma senza smettere un attimo di lavorare per prendersi cura di tutti. Michin, anche lei operaia fin da bambina, che morirà troppo presto perché Margherita la scrittrice la possa conoscere, è un personaggio fascinoso e potente che piace moltissimo alla nipote Maria Grazia e lascia ricordi indelebili: E' un tipo immaginoso Michin, datele un'idea, una fantasia, un racconto di viaggio e lei ci si aggrappa e si issa dentro il quadro con tutta la forza che le resta nelle braccia. Margherita sposa il gentile Ermanno, benestante, e pratica e generosa diventa molto importante per l'aiuto che è sempre pronta a offrire a sorelle e nipoti. Infine Maria, la nonna, dal destino abbastanza straordinario di attraversare due volte l'Atlantico da sola, prima per andare a sposarsi in California e poi per ritrovare le sorelle quando viene colpita da una malattia che la trasforma per sempre in povra dona: ma il suo merito clamoroso è di avere dato alla luce colei che sarà la madre di Margherita la scrittrice, Maria Grazia, perno e sorgente di tutto il bene e di tutto l'amore, colei che ci illumina tutti come il sole, che c'è anche quando non si vede. Anche Maria Grazia attraversa l'oceano da sola a sette anni, e giunge in Italia da piccola americana che presto dimentica la sua prima patria per accomodarsi nel mondo delle magne che la accolgono come un dono prezioso. 

Quando Maria Grazia cresce e incontra Angelo detto Gilin, alla genealogia materna si unisce quella paterna: le sorelle Mattioda, cioé le zie grasse Polonia e Giulia, l'altra nonna Maria, selvatica e magra, lo zio Giovanni che insegna il tornio agli Artigianelli con il grembiule di cuoio e vivrà un amore arreso e senza limiti per la pronipote Margherita la scrittrice. E naturalmente Gilin, personaggio magnifico che passa attraverso la vita con grazia, fumando e combinando guai ma non c’è niente da fare, chiel a l’è parei, ineffabile e sfuggente fino alla fine. Mentre Maria Grazia è capace di  trasformarsi da ragazza timida e docile in agguerrita imprenditrice, bella e sfortunata solo nella scelta del compagno di vita.    

Ce ne sono molti altri di quelli che io chiamo personaggi anche se non bisogna dimenticare che sono persone reali. È straordinaria la capacità di Margherita Giacobino di penetrazione, di empatia, di ricostruzione non banalmente psicologica ma umana, con cui ne delinea sentimenti, carattere, idiosincrasie. Perché qui non si tratta di fare un’operazione nostalgia, ma piuttosto di rintracciare la vita in tutte le sue manifestazioni: si tratta di infondere vita a un mondo che ha un cuore che batte ancora vivissimo, infondere il soffio vitale in un passato che si vede benissimo che per l'autrice non è mai morto. Una ricerca affettiva per ridare vita e costruire prima dentro di sé poi per gli altri, i lettori.

Come tutti i racconti familiari che abbracciano più generazioni, può essere letto come una semplice storia di persone, o invece come un compendio di storia italiana del '900: si parla della discesa dalle montagne in città, del passaggio dalla terra alla fabbrica, dalla fabbrica al negozio, dal negozio alla scrittura; si parla della guerra, dell'8 settembre, dell'internamento in Germania, del ritorno in un'Italia cambiata; dell’emigrazione, quella temporanea in Francia e quella definitiva in America, del benessere improvviso degli anni '60 che stravolge le abitudini di vita, dell’IPCA e dei suoi morti. Più che in moltissimi altri libri, ognuno può trovarci quello che vuole. C’è tutto.

Anche se seguo il lavoro di Margherita Giacobino fin dai tempi di Un'americana a Parigi, pubblicato nel 1993 con lo pseudonimo di Elinor Rigby fino a L'uovo fuori dal cavagno del 2010, non mi aspettavo l’effetto che mi ha fatto la lettura di Ritratto di famiglia con bambina grassa. È un libro su cui c’è moltissimo da dire, e nello stesso tempo è un libro estremamente semplice, con la semplicità dei libri necessari. L’esatto contrario del libro costruito a tavolino per compiacere i lettori, che insegue gli argomenti alla moda. Ci si sente dentro l’urgenza dell’unico motivo per cui si dovrebbero scrivere i libri: la necessità di dire una cosa importante, che deve uscire fuori e diventare parola scritta. Mi ha fatto germinare molti pensieri, tutti positivi. È un libro senza controindicazioni. Ed è anche molto difficile staccarsene. Non tanto un page-turner quanto un libro che fa venire voglia di viverci dentro. Non si vorrebbe più uscirne, si vorrebbe diventare parte del mondo che Margherita ha evocato nelle sue pagine. E per questo ha continuato a farmi venire in mente idee e parole.

La prima parola è amore. Non smancerie né sentimentalismo né indulgenza ma amore incondizionato e accogliente come quello di una madre che mette al mondo un figlio. E infatti in questo libro l'autrice mette al mondo molte figlie con amore, e forse senza dolore. Questo è il modo in cui ciascuno vorrebbe che fosse trattato il suo ricordo: con amore, rispetto, curiosità, empatia. E non solo il ricordo diretto, ma anche quello scivoloso della tradizione familiare orale, dei racconti che si fanno prima di tutto a se stessi, con l'aiuto al massimo di qualche fotografia in bianco e nero. Questo libro è tutto sulla cura, parola ambigua quando riferita alle donne, che indica una loro capacità e tendenza a prescindere (il che sarebbe tutto da discutere) e da dote può diventare facilmente una pastoia o una condanna che le tiene legate al loro destino biologico, ma che quando è esercitata volontariamente come in questo caso dà risultati meravigliosi. Poi c'è l'umanità. Questo libro io l’ho letto come un'enciclopedia dell’umano (a portata di mano), un'enciclopedia dell’esistenza. Infine la verità. È intensamente vero, e anche concreto, legato a persone reali, luoghi fisici, oggetti materiali: e insieme è profondamente figlio dell’immaginazione in quanto si tratta di persone vere di cui far rivivere sentimenti e pensieri con la potente arma dell’immaginazione. E poi, ridere. Michin fa ridere, Gilin è spiritoso, Maria la selvatica imita con mimica irresistibile, l’affetto non impedisce di vedere i lati ridicoli delle persone e una risata come si sa fa buon sangue. 

Anche la scrittura di Margherita Giacobino, sempre eccellente, qui mi pare che faccia un balzo in quanto a intensità, ricchezza, e semplicità. Prevale fortemente il tono affettivo e speculativo, l'autrice riflette e si interroga intanto che racconta, mentre la scelta di narrare al presente e al futuro storie che hanno la loro ragion d'essere nel passato rende le pagine vivaci e dinamiche, facilitando la lettura. Ma quello che emerge con forza è la lingua dell’amore quando riesce a esprimersi. L’amore è un sentimento che, lo sappiamo tutti purtroppo, il più delle volte è inarticolato, o balbettante; ma quando riesce a trovare le parole per dirsi, le rende bellissime e felici.
Che sia la lingua degli affetti si capisce anche dalle parole, dal dialetto che è la lingua dell’infanzia, dell'intimità, delle radici, e si insinua sovente per dire cose meravigliose che la lingua nazionale non sa dire: vedi ommi mi povra dona che scandisce la fatica di vivere di tutti, persino dello zio Giovanni, il sublime chiel a l’è parei della nonna Maria la selvatica, l’aria d’l’uss che condisce le pietanze più sciape, il faistess della bambina timida davanti a una scelta troppo ampia. Persino gli appellativi le magne, i grand, sembrano testimoniare l’importanza enorme che questa genealogia assume nella costruzione del suo capolavoro che è la bambina grassa, destinata a ridare vita a tutto quel mondo perduto.   








venerdì 13 marzo 2015

Non è vero che leggere fa sempre bene, anzi bisogna andarci molto cauti!

Un film molto gradevole e raccomandabile, Gemma Bovery di Anne Fontaine con l'interpretazione di Fabrice Luchini, Gemma Aterton, Mel Raido e altri. Divertente, ben recitato, con belle facce (una quasi Laetitia Casta e un simil Daniel Day-Lewis tra gli altri), bei posti, personaggi molto azzeccati, anche quelli di contorno (l'insopportabile coppia anglo-francese, la madre nobile) e molti spunti di riflessione sui guai che può combinare la lettura, e non solo nelle casalinghe inquiete. Il protagonista Martin ha abbandonato la vita in città e un lavoro in una casa editrice per tornare in provincia, in Normandia, a fare il panettiere. E' ossessionato dalla letteratura, tanto da confondere i piani con la realtà: quando la casa di fronte alla sua viene comprata da una coppia inglese, i Bovery, lui Charlie lei Gemma, non può che identificare la bella Gemma con la sua quasi omonima Emma Bovary. Da qui un'ossessione che lo porta a spiarla, a osservarne le mosse che ricalcano quelle dell'eroina flaubertiana, a interferire pesantemente, mentre per parte sua Gemma suscita passione dovunque va. Ci sono malintesi continui causati dalla bellezza della donna e da ciò che gli uomini le proiettano addosso, con conseguenze anche pesanti, e altro non posso dire perché il plot conta in questa vicenda. Comunque, se ne può trarre una serie di considerazioni legate al continuo gioco di identificazione Gemma-Emma: leggere fa malissimo, anche ai panettieri di mezz'età; probabilmente leggere in provincia è molto più dannoso che in città; i giovani forse si salveranno perché non leggono romanzi se non per obbligo scolastico; insomma, meno si legge meglio si sta.   
Avvertenza per il lettore: in questo post si fa uso della figura retorica detta paradosso.

giovedì 12 marzo 2015

Succede di tutto in Svezia, paradiso dei giallisti: Åke Edwardson, Winternovellen

Certo che di questi tempi nei paesi scandinavi i genitori vivono sonni molto tranquilli: quando gli nasce un figlio non devono più preoccuparsi che vada bene a scuola, o sia pieno di iniziativa o brillante, tanto da grande può sempre fare lo scrittore di noir. Mi piacerebbe vedere una statistica che mi spiegasse nero su bianco l'incidenza del numero dei giallisti sulla popolazione totale, la distribuzione geografica, la cronologia dell'insorgenza del fenomeno, il suo andamento ecc. Davvero, mi appassiona. 

Con questo non voglio assolutamente dire che Åke Edwardson fosse un cattivo scolaro o che sia un cattivo scrittore, anzi. Ho letto ben quattro delle sue storie ambientate a Göteborg con il commissario di polizia Erik Winter come protagonista, che fanno parte, con una quinta che leggerò tra un po' perché adesso ho di meglio, della raccolta Winternovellen che comprende Balla con l'angelo, Grida da molto lontano, Luce e ombra, Senza fine, Il cielo è un posto sulla terra.

A questo proposito una piccola digressione: ho scaricato l'ebook, di Baldini  &  Castoldi, a prezzo irrisorio ma in condizioni veramente tremende: saltati tutti gli a capo dei paragrafi, neanche un salto di riga, e alla fine del secondo romanzo, alcuni capitoli del quarto. Più in là ovviamente non sono andata, e ho scritto per protestare a B &  C, che nel frattempo aveva ritirato l'ebook. Be', al secondo tentativo (cioè al secondo degli indirizzi indicati nel sito) mi hanno immediatamente spedito il file corretto. Nei commenti su Amazon ci sono molte critiche alla traduzione di Giorgio Puleo che a me invece non è parsa male, è scorrevole e limpida, tranne qualche punto in cui non si riesce a seguire il senso, ma è poca cosa.

Le storie sono assai complesse e hanno il chiarissimo intento di accumulare paura e senso del male, cui i poliziotti reagiscono dimostrando fortissima empatia per vittime e un cupo orrore per gli assassini. I delitti sono efferati, barocchi, con una grande attenzione alla costruzione di scene complesse, teatrali, non descritte nei particolari ma "alluse" in modo da suscitare maggior raccapriccio. Spesso ci sono implicazioni sessuali, stupri, perversioni, ovviamente serial killer e cupi misteri legati al passato, ma anche una grande attenzione al presente, ai cambiamenti, ai giovani e ai loro riti e miti. Un grande spazio ce l'ha anche la musica.

Åke Edwardson è un narratore che chiede molto al lettore: usa una tecnica complessa, inserendo nello svolgimento della vicenda scene in cui il punto di vista è quello della vittima o dell'assassino, con lo scopo di evitare alla fine complicate e noiose spiegazioni. Ma io penso che sopravvaluti il lettore medio, e me di sicuro: alla fine posso dire che non ho capito molto di nessuno dei romanzi, mi restano buchi neri che però non mi disturbano perché diciamocelo, ormai nei thriller o noir che li si voglia chiamare, della soluzione non importa niente a nessuno, e certamente non all'autore che non ha più tempo da perdere in spiegazioni, tanto che ai lettori resta il dubbio se non sia saltata una parte del testo. Quello che conta è l'originalità del delitto, la sua spaventosità, e soprattutto ciò che vi sta attorno. Conta l'ambientazione, lo spessore e l'acutezza delle riflessioni sociali, la costruzione dei personaggi fissi e lo sviluppo delle loro problematiche personali e familiari. In questo bisogna dire che Åke Edwardson se la cava egregiamente.

A differenza del soporifero e ripetitivo Henning Mankell, questi romanzi sono molto acchiappanti, malgrado la complessità, la massa di dialoghi in cui si discutono le varie ipotesi, anche dal punto di vista psicologico, la minuziosità con cui sono seguiti i ripetuti tentativi, gli interrogatori, le visite a casa dei sospettati ecc, e danno parecchia dipendenza. Fanno un po' l'effetto dei cioccolatini, o delle noci, o di qualsiasi cosa vi venga in mente di quelle che ci si caccia in bocca una via l'altra senza riuscire a smettere.

Altra caratteristica è il numero e la varietà dei personaggi, alcuni dei quali molto originali. Il commissario Winter, all'inizio sciupafemmine in Armani dedito all'ascolto esclusivo di jazz e fumatore di sigaretti, si trasforma ahimé in compagno e padre noiosamente strattonato tra lavoro e famiglia, il razzista incazzoso Fredrik Halders si ammorbidisce perché gliene succedono di tutte, Hanne la pastora protestante che fa sostegno psicologico ai poliziotti stressati si trova a affrontare lei stessa un bel problema, e così via.
In conclusione, secondo me Winternovellen è un'ottima lettura se quello che si cerca è un rifugio amniotico in cui avvoltolarsi la sera prima di dormire, dinamico abbastanza da spingere a andare avanti, ben caratterizzato, spaventoso ma non problematico, il male è male e il bene bene, complicato ma in fondo accogliente perché se non si capisce va bene lo stesso, ci siamo divertiti, è questo che conta.














venerdì 6 marzo 2015

Bastasse l'amore per far funzionare i matrimoni... Alla casa del gatto che gioca a palla, di Honoré de Balzac


Un breve romanzo, o un lungo racconto, scritto nel 1827 e ambientato nel Primo Impero da Honoré de Balzac (1799-1850), in seguito inserito nella Comédie Humaine tra le Scene della vita privata. Il titolo Alla casa del gatto che gioca a palla allude al nome di un negozio di tessuti di proprietà di Guillaume, un mercante probo e all'antica, dalla mentalità piccolo borghese, che capisce solo il denaro e il rispetto delle regole, sia nel commercio che in casa. Ha una moglie ancora più filistea di lui e due figlie, la più piccola delle quali, Augustine, è molto bellina e suscita l'attenzione di un pittore, Sommervieux, nobile e squattrinato, che se ne incapriccia e proprio da un ritratto dell'amata e un interno della vetusta bottega ottiene fama e onori. La vicenda si dipana lungo le manovre del negoziante per sistemare le figlie secondo i propri interessi ma anche secondo le inclinazioni delle ragazze. Il matrimonio tra Augustine e il pittore ben presto fa inaridire l'amore di lui, mentre la donna si sforza in tutti i modi di capire e superare i motivi del raffreddamento del marito, cercando persino un confronto con una rivale. La storia è raccontata con la sottigliezza psicologica e l'attenzione ai particolari, alla concretezza e al realismo delle opere più mature di Balzac, dipinge un angolo di Parigi scomparso e già curiosamente vetusto al momento della narrazione, è densissima di notazioni sociali piene di interesse. E' più che consigliabile a chiunque ami la lettura e sia disposto a calarsi in un mondo molto diverso dal nostro. Ma ciò che più mi ha affascinato, e fatto riflettere, sono le motivazioni del fallimento matrimoniale, attribuito dall'autore alle differenze culturali, ai limiti di Augustine, troppo ignorante, inesperta della complessità del bel mondo, e soprattutto incapace di capire l'animo e le esigenze del genio, rappresentato da Sommervieux. Di qui potrebbe partire un lungo discorso fatto soprattutto di confronti tra la mentalità attuale e quella di due secoli fa, ma lascio a chi affronterà la lettura il piacere di rifletterci senza suggerimenti. Comunque, vale la pena di abbandonare per un breve istante serial killer e sadomaso modaioli per dedicarsi a questa storia di buone intenzioni e svagate incomprensioni. Traduzione di Riccardo Reim, ottimo supporto di note esplicative e nel caso vogliate saperne di più e approfondire, vi rimando all'autorevole recensione di Mariolina Bertini.