sabato 5 giugno 2010

BAD VISIONS, di Danilo Arona

Mai lavorato tanto come in questo periodo dal tempo della maturità. Intesa come esame, non come stato. Comunque, non sono riuscita a scrivere una riga da più di un mese, più di cinque settimane per l'esattezza, mentre avrei voluto scrivere diffusamente del libro di Danilo Arona Bad Visions, che mi ha divertita moltissimo, ma ci riesco solo oggi e per di più in breve. Uso un verbo, divertire, che può sembrare strano riferito a un romanzo (anzi due, La stazione del Dio del Suono e Blue Siren, riuniti nel volume suddetto) horror che si propone di suscitare brividi, non risate. E infatti ho provato molti brividi e non ho riso affatto. Ma mi sono divertita perchè il mio cervello, oltre che la mia pelle e la mia schiena e ogni altro angolo dove si possono provare brividi, è stato ampiamente stimolato, incuriosito, messo alla prova ecc ecc.
Questo perché Danilo Arona toglie da sotto i piedi le sicurezze più salde: spazio e tempo. Che l'identità sia menzognera e incerta ce lo aspettiamo ormai anche dai libri per bambini, quelli di plastica da mettere nel bagnetto. Ma che il tempo trascolori continuamente da ieri a oggi a domani nello stesso istante, e che qui sia anche là ma pure altrove, non è usuale né facile da realizzare in una pagina scritta. Danilo Arona ci riesce eccome, e con la massima naturalezza. Per cui le sue storie di orrore, con ambientazioni che spaziano tra l'Appennino ligure, Ibiza, Barcellona e l'ieri, l'oggi e il domani (La stazione del Dio del Suono), il Kent del Giro di vite di Henry James e le discoteche dove ci si cala qualsiasi cosa (Blue Siren), fanno paura, tolgono il terreno da sotto i piedi, danno la stessa agghiacciante sensazione di instabilità di una scossa di terremoto e nello stesso tempo lasciano il lettore più che soddisfatto.
Consigliato a chi sa godere anche con il cervello.

mercoledì 28 aprile 2010

Albertazzi e i Promessi Sposi: contro Alessandro Manzoni

Per una volta posso applaudire Giorgio Albertazzi, attore che non mi è mai interessato e di cui nulla so, perché con la sua voce dal sen fuggita ha sollevato un bel casino mediatico-cultural-fuffaiolo sulla nostra gloria nazionale Alex Manzoni. Di cui io, da sempre, penso tutto il male possibile, e mi sono sempre chiesta come sia successo che le sue bruttissime opere siano diventate monumenti da ammirare e su cui è vietato scrivere, figuriamoci fare scarabocchi. Comunque. Stamattina su la Repubblica c'era un articolo di Francesco Merlo che bacchettava l'incauto attore per avere osato tanto, ma siccome F.M. è un giornalista cui preme soprattutto épater le bourgeois e fare il bastian contrario, non sono sicura che non sarebbe disposto a dire esattamente il contrario in caso facesse migliore figura. Nelle pagine degli spettacoli, altro articolo bonariamente sarcastico, come se su una simile enormità non ci fosse altra posizione possibile che non prenderla sul serio. Mentre scrivo, su RadioTre arrivano sms che rispondono alla domanda fondamentale: qual è il tuo personaggio preferito dei Promessi Sposi? Insomma, sul Papa e sul Manzoni non accettiamo critiche. Poi ne parlano Tullio De Mauro e Laura Pariani, pensosamente a favore totale dei P.S., che non si esimono da instillare il solito dubbio, che se non piace è colpa della scuola. Ma state tranquilli, agli ascoltatori di RadioTre piacciono da matti.

Io invece penso che i P.S. siano un libro bruttissimo, e fortemente diseducativo. Diseducativo per la bennota Provvidenza che mette tutto a posto, e oltre a disincentivare l'iniziativa individuale, fa tanto pensare al parlamentare di riferimento cui rivolgersi per qualsiasi problema. Questa che ho appena scritto è una cazzata, ma non me la rimangio e neanche me ne vergogno. Se A.M. rappresenta la provvidenza divina sotto forma di un'epidemia di peste, potrò ben dire qualche cazzata anch'io. Ma soprattutto è diseducativo per come è scritto e per il fatto che a generazioni di incolpevoli giovani italiani è stato proposto come perfetto modello di prosa. Una prosa, francamente, insopportabile non tanto perché antica ma perché talmente studiata, lavorata, lucidata, sgusciata e incisa che alla fine toglie il fiato, manca l'aria, fa venire voglia di spalancare la finestra e buttarsi giù. Troppe parole, caro Alex, troppi aggettivi, sinonimi, precisazioni, giri di frase iperanalitici, particolareggiati, troppi particolari, troppi... Una pesantezza da indigestione. Non tanto noia quanto fastidio per l'incapacità di sintesi, che infatti l'unica volta che gli è venuta (la sventurata rispose) ha dovuto riscrivere il romanzo per produrla.

Io che sono stata bocciata ben due volte quando andavo a scuola, dopo la prima bocciatura in quarta ginnasio ho scelto di andare in una sezione dove c'era il professor Barioli di cui tutti dicevano un gran bene. In effetti era molto simpatico, e un narciso pazzesco. Me lo ricordo ancora quando, con sua somma soddisfazione e nostro grandissimo divertimento, ci leggeva la scena di Renzo all'osteria barcollando in giro per l'aula e biascicando le parole. Ma nemmeno il Barioli è riuscito a evitare il senso di claustrofobia evocato dal solo pensiero della vigna di Renzo e della notte dell'Innominato, o della descrizione della madre di Cecilia. Quella bellezza velata e offuscata, ma non guasta... mi si gonfia la gola come per un'allergia grave. Io penso che invece vigna, notte e madre suscitino in genere un senso di appartenenza in molti, che sono gratificati perché al nome di A.M. e dei P.S. scattano ricordi scolastici creatori di identità e rassicuranti, perché tutti ne hanno studiato almeno qualche pagina scelta, e quindi si affrettano a digitare sms a Farehneit per dire che a loro piace, eccome se gli piace, e gli piace la monaca di Monza, e don Abbondio, e padre Cristoforo, e don Ferrante e donna Prassede ecc ecc. Come quei cugini e zii familiari nell'infanzia, che non ci sognamo più di frequentare ma suscitano un commosso moto d'affetto se per caso li incontriamo per strada o a un funerale.

Io continuo a dire che Manzoni è lo scrittore più sopravvalutato della letteratura italiana, che i Promessi Sposi sono insopportabili, e il resto che ha scritto ancora peggio. Gli posso riconoscere il merito di aver inventato l'espressione dalle Alpi alle Piramidi, che mi suona bene. Ma già dal Manzanarre al Reno lo trovo ridicolo.
Siccome ho fatto anche l'insegnante e ho anche insegnato A.M. e i P.S., oltre che il 5 Maggio e i cori dell'Adelchi, sono serenamente certa che tutti i miei allievi lo detestano. Non per mia istigazione, lungi da me, ma perché questo è il perverso effetto di tutto quello che fa un insegnante secondo la stampa tutta. E per una volta, voglio crederci e me ne rallegro.

martedì 6 aprile 2010

EMILIA BERSABEA CIRILLO, UNA TERRA SPACCATA, Edizioni San Paolo

Emilia Bersabea Cirillo, architetto che vive e lavora a Avellino, è una scrittrice che accanto a un respiro nazionale ha conservato legami fortissimi, carnali, con la sua terra. Ha iniziato con una raccolta di racconti, Fragole (Filema 1996), in cui erano già presenti molti dei suoi temi più personali, l'attenzione alle problematiche sociali e umane, la sensibilità civile, il mondo femminile, la cura delle cose concrete e degli affetti, le sapienze antiche, l'Irpinia. Uno dei più belli tra questi racconti, Angele, è stato inserito nell'antologia After the War: A Collection of Short Fiction by Post-War Italian Women (Italica Press, N.Y. 2004) con il titolo di Angels. Vengono in seguito le bellissime prose di Il pane e l'argilla (Filema 1999), un viaggio in Irpinia interamente dedicato agli aspetti più segreti e più autentici della sua terra, con illustrazioni di Giovanni Spiniello. Con Fuori misura (Diabasis 2001) torna al racconto di cui è maestra, e infatti vi compare Il sapore dei corpi che ha vinto il Premio Arturo Loria 1999 per il miglior racconto inedito. Il romanzo L'ordine dell'addio (Diabasis 2005), ambientato in un paese dell'Alta Irpinia, è stato finalista al Premio Domenico Rea. Suoi racconti sono apparsi inoltre nelle antologie Il Semplice n.3 (Feltrinelli 1996), Gli esiliati (Avagliano 2002) ottenendo il Premio Internazionale di Narrativa "Lo Stellato" con il racconto Il violino di Sena, Le parole dei luoghi (Avagliano 2007), M'AMA (Il Poligrafo 2008), e il recentissimo Le frane ferme, quattro racconti sull'Irpinia (Mephite 2010).
Con questo suo quinto libro riesce a darci un romanzo che unisce una storia di sentimenti, un'evoluzione anche esistenziale della protagonista, alla denuncia senza sconti delle storture politiche e degli interessi sotterranei che minacciano l'integrità dell'Irpinia. L'incipit è folgorante: La sola volta che ho visto Filippo nudo è stato da morto. Chi parla è Gregoriana de Felice, geologa incaricata di fare la perizia che darà il via alla costruzione di un'enorme discarica nel territorio incontaminato di Pero Spaccone al Formicoso, in provincia di Avellino. Le tocca la dolorosa esperienza di riconoscere il corpo di Filippo Ghirelli, morto durante le manifestazioni degli abitanti del Formicoso che si oppongono alla scempio del loro territorio. Di qui seguiamo i ricordi di Gregoriana, l'incontro con Filippo nell'albergo di Napoli dove entrambi alloggiavano, lei in trasferta da Roma, lui stabilmente dopo averne ceduto la proprietà in gestione. Per Gregoriana era stato l'inizio di un doppio cammino destinato a portarla da una parte a sconvolgere i propri riferimenti affettivi, dall'altra a scoprire un mondo fino a quel momento sconosciuto – un mondo in cui si trovano a affrontarsi persone che vogliono difendere le proprie radici, la terra coltivata dai loro avi, e forze senza scrupoli mosse solo da interessi economici. In questa vicenda così attuale spicca la figura sfuggente e affascinante di Filippo, che forse nella passionalità di Gregoriana e nella sua presa di coscienza civile trova un momentaneo sollievo al male di vivere, ma poi, troppo carico di misteri e passato, sprofonda senza possibilità di salvezza. Intorno si muovono personaggi minori ma vividamente scolpiti, l'anziano cameriere Ivano, i colleghi di Gregoriana, sua madre e Giuseppina che l'accudisce, Enzo l'amante, il bell'ingegner Misuraca, gli operai del cantiere, i manifestanti. Altrettanta importanza ha il Formicoso, terra amata e bellissima, la "terra spaccata" del titolo, che nasconde nelle sue viscere acque e grotte misteriose, mentre in superficie i suoi abitanti si muovono con il passo silenzioso ma inesorabile di un quarto stato ancora capace di combattere. In una Napoli assediata dai rifiuti, tra le sale silenziose dell'albergo e i suoi giardini segreti, si consuma invece senza ardere l'attrazione tra Filippo e Gregoriana, che dopo i giorni convulsi del Formicoso può tornare a Roma più consapevole se non più felice. In filigrana, ma potente, c'è la critica alla società corrotta e spietata che non esita a distruggere uomini e natura per amore di guadagno.
Un romanzo molto ricco e insieme essenziale, senza sbavature, scritto in una prosa asciutta ma capace di slanci poetici e eleganze sorvegliatissime.

martedì 23 marzo 2010

Nella Re Rebaudengo, Gli asciugamani in tinta

Forse romanzo non è la definizione più adatta per questo brevissimo (distribuito in 66 pagine ricche di spazi bianchi) testo. Forse se fosse collocato in una raccolta di racconti sarebbe più facile comprenderne il significato confrontandolo con altri testi che aiuterebbero a penetrare l'immaginario dell'autrice. Così come si presenta può sconcertare la sua apparente mancanza di senso, di interna necessità. In realtà si tratta di un godibilissimo quanto perfido teatrino, dove i personaggi non hanno spessore ma si muovono con le movenze meccaniche di marionette assassine (o suicide). Carlotta, Livia, Mariapaola sono in apparenza donne-vittime di fronte al solito maschio carnefice (inconsapevole), Matteo, ma più verosimilmente sono vittime solo della propria pochezza, della superficialità con cui affrontano la vita. Matteo forse è spregevole, forse è il personaggio più genuino, l'unico che agisce con semplicità, per come è. In una città mai nominata tra fiume e collina, che possiamo immaginare sia Torino, tra situazioni topiche come il matrimonio e gli scambi di coppia, in una casa hantée piena di oggetti appartenuti a una morta (dove si spiega il bellissimo titolo), i personaggi, legati da intrecci che il lettore conosce ma loro ignorano in parte, compiono azioni assurde con grande soddisfazione per chi li legge. La scrittura tersa e nervosa, l'assoluta mancanza di momenti di noia, la capacità di mettere in filigrana, senza moralismi né voglia di dare lezioni, la vacuità dei perbenismi borghesi, assicurano un paio d'ore di piacere e divertimento che può anche far pensare.
Gli asciugamani in tinta è pubblicato dall'interessante casa editrice Neos, molto attiva e efficace nella cura dei suoi libri. Nata nel 1996, è particolarmente interessata a autori e tematiche piemontesi, nelle sue varie collane privilegia scritti femminili, problematiche sociali e memorie storiche senza trascurare la narrativa anche di genere.
http://www.neosedizioni.it

domenica 21 marzo 2010

La scomparsa dell'alfabeto, di Valeria Viganò

E' la storia di un'analisi sui generis. All'anziana scrittrice Nona viene diagnosticato l'Alzheimer. Cosciente che presto la sua memoria si cancellerà, affida al suo ex psicanalista e amico, chiamato in tutto il romanzo "il dottore", la storia che ha condizonato tutta la sua vita. Tutti i mercoledì sera si reca da lui, come per una seduta fuori orario, e racconta un pezzo del suo amore con la dottoressa Merkel, che per un periodo ha sostituito il dottore come sua analista. A un certo punto della terapia, dopo alcuni incontri fuori dallo studio, l'analista confessa di essere molto attratta dalla paziente. Ne parlano, discutono, la dottoressa Merkel tenta fughe finché non ce la fa più e la passione scoppia tra le due. La grande trasgressione del romanzo, il motivo per cui Nona ne esce distrutta, è questa, il fatto che si tratta di una passione tra analista e paziente. La dottoressa Merkel, che si autodefinisce un'eterosessuale ambigua, è sposata e ha una figlia a rischio anoressia. E' un grande amore, passione ma anche confidenza, tenerezza, comunicazione. Però Nona vorrebbe di più mentre la Merkel, donna ambiziosa e pragmatica, che pure si è separata, è cauta anche per motivi sociali. L'amore va avanti per un paio d'anni tra molti viaggi. L'ultimo alle isole Lofoten, in Norvegia, è un viaggio d'addio perché la Merkel ha deciso che la storia è finita. Non torna indietro sulla decisione, e con la storia per Nona finiscono anche la vita e l'amore. Il dottore ascolta e intanto pensa alla sua vita, è ossessionato dal fallimento del suo matrimonio con la moglie Nora. Sia lui che Nona vivono per la parola, lui come terapeuta e lei come romanziera. Anche per l'autrice è molto importante la parola come si intuisce dalla sua scrittura ricercata, preziosa, molto ricca di metafore, che riesce a procrastinare il tempo, un presente continuamente dilatato fino a sgretolare l'azione, anche minima, che descrive. La struttura è complessa, gli incontri settimanali tra Nona e il dottore sono costruiti con gli ampi flashback di entrambi e tra l'uno e l'altro ci sono brevi inserti di un quotidiano che procede in senso cronologico. Questo ritmo lento e spiraliforme subisce una brusca accelerazione nel capitolo finale dove l'azione sostituisce la riflessione.
Vi ho ritrovato la tematica di un romanzo che ho letto l'anno scorso, Il gusto del picchio di Elisabetta Pasquali. Anche lì si trattava di una passione tra analista e paziente in cui è l'analista a sedurre con conseguenze tragiche per la sedotta, anche quello è il romanzo di una donna incentrato su un argomento, la psicanalisi, che non è più molto frequentato. La coincidenza mi ha colpito ma non sono riuscita a decidere se è solo casuale o c'è qualche motivo per cui si è verificata.
La scomparsa dell'alfabeto è un romanzo profondo che consiglio a chi non cerca nella lettura una facile evasione né lo specchio di una contemporaneità politica o sociale. E' un romanzo dove è protagonista la psiche con il suo contorno di sentimenti, emozioni e riflessioni, dove l'io conta molto più degli altri e campeggia in primo piano.

martedì 16 marzo 2010

Uffa 'ste emozioni

Siccome sono stizzosa mi altero facilmente per cose che in fondo non dovrebbero riguardarmi. Come la faccenda delle emozioni. Ho una grande diffidenza verso le suddette: la mia idea è che ce ne dovremmo difendere cercando di usare soprattutto il cervello che già fa tanta fatica a funzionare, figuriamoci se le interferenze emotive ce le andiamo a cercare. Per esempio, ho letto su la Repubblica il resoconto della manifestazione dell'11 marzo contro il governo Berlusconi. C'era questo e c'era quello, scrive il giornalista, hanno detto questo e quello, ma chi ha emozionato è la Bonino. Alt. A parte il fatto che io non ho un feeling particolare con la Bonino, ma questo non c'entra. Perché dovrebbe emozionarmi dal palco? Non siamo tutti lì per ribadire che vogliamo liberarci di uno che proprio dell'eliminazione della testa ha fatto un'arma di dominio e di controllo? Uno che parla alla pancia, che cerca di suscitare le emozioni più elementari, basse, meccaniche che ci siano? Che ha appena pubblicato un libro (di politica, mica fiction per ragazzine) intitolato L'amore vince sempre sull'odio e sull'invidia? (cito a memoria, magari non è precisissimo ma mi rifiuto di andare a controllare). Io penso che se non ci si adeguasse tanto alla moda culturale (???) attuale che vuole che tutto ci emozioni, un piatto di seppie allo zenzero come gli asparagi biologici, un vestito demenziale che mai scenderà dalla passerella perché le donne normali non sono mica sceme, e altre infinite merci che devono farci spendere ma vogliono raggiungere il portafogli passando attraverso il cuore, se ci si sforzasse di usare il cervello, staremmo tutti meglio e forse saremmo un passo, un passettino, un frisinin più indietro rispetto al mare di merda in cui ci stiamo dibattendo. Faccio un altro esempio, più frivolo. Prendiamo un film di Muccino, ma anche una media fiction televisiva italiana, uno dei cento film italiani tutti uguali che si dimenticano nel momento stesso in cui esci dal cinema, che parlino di genitori, figli, ex, cose belle o brutte, ecc ecc. Cose della vita: l'uomo tradisce, la donna lo scopre. Che fa? Urla. Urla e urla per mezz'ore, spacca tutto, lo picchia, ma soprattutto urla. Risultato, lui se ne va, e vorrei vedere. A me viene da pensare che le donne italiane siano tutte isteriche, fragili di nervi, e soprattutto molto rumorose, ma no, vivono le loro emozioni. Non è che voglio dire che davanti al tradimento si debba abbozzare o fare le signore per forza, ma sembra che se una non urla non è una vera donna, ha qualcosa che non va, è meglio che cerchi aiuto dallo psicologo che le insegnerà a tirare fuori le emozioni così la prima volta che il moroso ha una nuova sbandata si sarà temprata l'ugola e potrà fare la sua regolare scenata. A me non piace vedere sullo schermo le donne ridotte a macchiette partenopee, a furie scatenate. Sono sbagliata? Devo cercare aiuto? Anche io ho le mie emozioni, per fortuna, non voglio mica dire che l'emozione è da bandire, ma controllarla, non mettere proprio da parte il cervello nell'affrontare la vita, è così sbagliato? Io per esempio non posso sentire l'Internazionale senza che mi venga un nodo allo stomaco, un singhiozzo di quelli irrefrenabili. Lo so, sono preparata, è una reazione del tutto irrazionale e istintiva. Mi suscita un senso di appartenenza, riconoscimento, condivisione a prescindere. Però non mi metto a piangere, non vado all'assalto di Palazzo Chigi, non intraprendo una lunga marcia, neanche salgo sulla Mole a sventolare bandiere. So che è un momento emotivo, ne godo e poi cerco di passare oltre. Be', so che questo esempio è un po' balengo, ma non ho voglia di entrare nel personale.
E' che mi infastidisce trovare questo uso dell'emozione come se fosse sempre una cosa positiva, anche qui a prescindere. Mi irrita quasi quanto quelli che usano gli intransitivi come transitivi, quelli che scrivono a me convince, o fare sesso. Non potrei vivere senza leggere i giornali ma sono dei trabocchetti terribili che mi suscitano "emozioni negative", se così posso definire l'irritazione per sentirmi normale.
E sono molto riconoscente a Mercedes Bresso perché si guarda bene dall'emozionarmi. Per questo ho intenzione di sostenerla votando Eleonora Artesio, altra che usa il cervello prima della pancia.

giovedì 25 febbraio 2010

Curiosità su Avatar

Ho visto, come altre valanghe di persone, Avatar di James Cameron e quando sono uscita mi è rimasta una curiosità. Premesso che mi ha incantata la qualità visiva di Pandora, il pianeta su cui si svolge la vicenda, e avrei potuto passare ore a passeggiare nelle sue foreste, tra le sue montagne volanti, sugli alberi, a osservare la fauna ecc, e che invece mi ha annoiata e stancata la lunghissima battaglia finale, mi sono chiesta: ma con tutto il dispiego di denaro e lavoro che c'è dietro a questo film che sicuramente lascerà un segno per la fantasia, la bellezza, l'incanto della scenografia, non potevano investire ancora qualche milione e inventarsi una sceneggiatura un po' più all'altezza? Personaggi più che scialbi da dimenticare immediatamente, una vicenda elementare e stravista, per non parlare del popolo di pandoriani che seguono tutte le più viete liturgie new-age, oltre a fare prove di iniziazione ovvie, pitturarsi il viso per combattere, fare smorfie ai nemici per spaventarli, urlare come gli indiani quando caricano il treno... Ma non c'era nessuno a dare una mano a Cameron? Ci fosse almeno un momento, una battuta da ricordare, un guizzo di immaginazione narrativa che lasci una traccia. Che peccato. Avrei già voglia di tornare a vederlo per perdermi in quella giungla magica, ma la noia della storia mi blocca. Forse la storia è volutamente sottotono rispetto all'impatto visivo per non disturbare le menti bambine che ormai la stragrande maggioranza dei registi americani attribuisce agli spettatori. Però, ripeto, che peccato.