sabato 16 gennaio 2010

Daniela Ronchi della Rocca, Falena Fuggiasca

Il titolo completo di questo giallo è Falena Fuggiasca Fatalmente Fu Fantasma (Habeas Corpus) il che, bisogna ammetterlo, non è tanto rassicurante. E in effetti cominciando la lettura provavo una certa diffidenza: l'autrice è una "psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicanalitico", e prima di questo romanzo ha pubblicato una raccolta di poesie. Uhmmm... Invece il romanzo è gradevole, molto accogliente, denso di personaggi e situazioni tratteggiati con disinvoltura, e soprattutto pieno di notazioni sottili, di sensibilità profonda che fa pensare all'attività principale dell'autrice. Inoltre è scritto molto bene, con mano sicura e scorrevole. Tutto ciò mi ha fatto ripensare a qualcosa che ho già notato molte volte. Oggi pare che chiunque a un certo punto della sua vita decida di scrivere (avete presente quelli che adesso che ho tempo, scrivo un libro), generalmente giunto alla pensione, deve scrivere un giallo. Io ho il massimo rispetto per la scrittura e la massima simpatia per chi si mette a scrivere anche solo perché ha tempo. Prima di tutto molte persone davvero hanno qualcosa da dire e poco tempo per farlo, quindi è più che giusto che lo facciano quando finalmente possono. Inoltre scrivere è un'attività che ha poche controindicazioni, non fa male alla salute, non ingrassa, non aumenta il colesterolo cattivo, non sporca, non richiede investimenti eccessivi in materie prime. Ma perché deve esplicarsi proprio in un giallo, se non, peggio, in un noir, qualsiasi cosa si intenda con questo termine? E' sintomo, secondo me, di mancanza di fiducia nelle proprie capacità. Oggi il giallo, il thriller, tirano, quindi automaticamente l'aspirante scrittore dice tra sé e sé, quasi quasi scrivo un giallo, parafrasando senza volere Giorgio Gaber. Ma i gialli non nascono così dalle tastiere. Hanno meccanismi delicati che non si possono improvvisare, regole che il lettore, senza saperlo, conosce e si aspetta che vengano rispettate. Inoltre richiedono un po' di coraggio, di voglia di andare oltre, nella rappresentazione del sangue, del male, della morte, dei labirinti della realtà e della mente. Non devono usare troppi escamotage, soprattutto non devono sottrarsi alla propria natura all'ultimo momento come troppo spesso succede con quei libri vestiti di giallo solo perché va di moda. Devono avere una trama ben congegnata e abbastanza complicata da depistare continuamente chi legge senza prenderlo in giro. Per tornare alla Falena Fuggiasca, qui la mia riflessione è andata oltre: mi è parso che l'autrice abbia degli strumenti che vanno un po' sprecati in questo romanzo di genere. La vicenda, ambientata in una Torino praticamente invisibile, di una donna che scompare dopo avere organizzato minuziosamente la propria "festa" di morte, dell'indagine nella sua vita attraverso il pc, delle complicate reti di rapporti che si lascia alle spalle, è molto esile, manca di colpi di scena "polizieschi", e alla fine non tutto è proprio chiaro. In compenso come ho già detto, è condotta con sottigliezza e sensibilità e secondo me avrebbe figurato molto meglio se il romanzo avesse seguito un andamento mainstream. Il coraggio, in questo caso, era necessario per presentarsi al mondo senza la maschera gialla. E anche per tagliare molti compiacimenti superflui soprattutto nell'eccessiva abbondanza di file della scomparsa, che rallentano la vicenda e non significano niente. Certo ci sono gustosi excursus nel mondo dei trans che lo rendono estrememente attuale, e soprattutto una vicenda parallela, indipendente ma molto ingegnosamente collegata a quella principale. (Ma perché la quarta di copertina anticipa un particolare rivelatore che toglie forza a una sorpresa che già di per sé non arriva per niente inaspettata?). Sorprende di più la naturalezza e la disinvoltura di questo piacevole esordio nella prosa.
Mi resta una domanda. Un indovinello con soluzione, che non ho capito anche se deve essere facile, a vedere gli altri che lo accompagnano. Perché il sette è l'unico numero con problemi estetici?

lunedì 11 gennaio 2010

Teste di pietra

La collezione di teste di pietra che abbellisce (?) il mio blog è un po' ferma. Nei miei ultimi viaggi non ne ho trovate molte. Le mie preferite rimangono quella che ho scelto per rappresentarmi, la dolce sorridente testa a blocchi di Angkor, e la Medusa con gli occhi storti a significare che bisogna guardarsi dentro del Didymaion di Mileto. Il motivo per cui mi piacciono è semplicissimo, prima perché sono belle, poi perché mi rappresentano benissimo, come molti dei miei amici sono pronti a riconoscere. Io ho la testa dura, quella che si può anche definire una testa quadra, si può dire che sono testona come le grandi teste del blog. Non che ne vada fiera ma è così e non provo nemmeno a negarlo. Non mi faccio influenzare, ma neanche cerco di influenzare nessuno.
Questo post potrebbe anche intitolarsi "te l'ho chiesto?" o "chi se ne frega" nel senso che mai a nessuno è venuta la curiosità di sapere che significano le mie belle teste. Ma le ho riguardate e mi è venuto uno slancio di amore, ho sentito il bisogno di parlarne.

sabato 9 gennaio 2010

Magda Szabò, La ballata di Iza

Da tempo non mi capitava di cascare in un libro come in questo, di avere voglia di tornarci, di essere presa dai personaggi o dall'ambientazione: non so nemmeno bene che cosa mi abbia presa in questa storia in apparenza così respingente. Ungheria 1960: in una cittadina di provincia muore un vecchio magistrato, la moglie, donna semplice e vitale, va a vivere con la figlia medico a Pest, lasciandosi alle spalle la vecchia casa e tutto il passato. Iza, la figlia, è una donna perfetta: medico di successo, più che sollecita con i genitori, generosa, sempre disponibile con i pazienti. Ma qualcosa non funziona nella convivenza a Pest. Mentre ci vengono svelati pezzi del passato della famiglia, l'epurazione del padre, il matrimonio e il divorzio di Iza, nuovi personaggi compaiono e impariamo a conoscerli con la stessa gradualità e circospezione con cui ci si avvicina alle nuove conoscenze nella vita reale, la madre (nel libro mai chiamata con il suo nome di battesimo, Etelka, ma sempre "la vecchia"), impara che l'amore può davvero essere cieco, e distruggere quello che crede di proteggere. Per Iza la lezione sarà più difficile da imparare e non meno dolorosa. Intorno vediamo la grande città, Pest, e la vita di provincia messe a confronto, assistiamo a momenti della storia dell'Ungheria a pezzi e per accenni, con un'attenzione ai particolari concreti, agli oggetti minuti della vita quotidiana, che già mi aveva incantato in La porta. Questa ballata di Iza (edizione originale 1963) è un romanzo profondo ma mai astratto, affascinante, avvolgente, dalla trama lineare ma ricca, scritto con la prosa lucida, minuta, precisa, controllata e miracolosamente naturale di Magda Szabò. Mi ha fatto anche particolarmente piacere ritrovare la scrittrice che avevo amato così tanto, perché invece ero rimasta insoddisfatta da Via Katalin. E' anche un romanzo molto attuale perché affronta (senza rudezze né cinismo, senza quello sgradevole atteggiamento di pragmatismo che si crede valore etico che oggi prevale quando si tratta l'argomento) il tema dei rapporti con i genitori anziani, la presunzione di superiorità verso tutto ciò che è passato, il senso della vecchiaia, i ruoli reciproci di giovani e vecchi, l'interrogativo della figlia "che cosa devo farmene di mia madre diventata vecchia", la risposta della madre "che cosa devo fare di me stessa ora che mia figlia mi vede come una vecchia".
Un libro bellissimo, di lettura facile e scrittura esemplare.

giovedì 31 dicembre 2009

Anilda Ibrahimi, Rosso come una sposa

Questo libro è uscito nel 2008, ho letto delle recensioni, l'ho visto in libreria e ho deciso che non l'avrei comprato. Non amo i libri che si presentano come in questa quarta di copertina, quattro generazioni che si passano il testimone [...], le storie di quattro donne [...] intrecciate sul filo di una memoria commossa. Per la carità, rifuggo dalle dinastie femminili e dalle trasmissioni sapienziali di ricette e medicine, magie e colloqui con i morti. Inoltre, poco più giù nella copertina leggo che in Albania c'è una società fortemente matriarcale. Ora io non so molto dell'Albania, non ci sono mai stata, ma leggo i giornali, mi informo, ho gli occhi per vedere e mi pare che tra questa affermazione e la realtà tangibile ci sia una distanza abissale. Poi un giorno, alla radio, mi sono imbattuta in Anilda Ibrahimi che per cinque giorni teneva una rubrica sui libri che per lei sono stati fondamentali. Ho subito drizzato le orecchie perché le sue scelte avrebbero potuto essere le mie, pari pari. Ha cominciato con Agota Kristof e La trilogia della città di K., poi è passata a Dickens e Davide Copperfield, poi Carroll e Alice nel paese delle meraviglie, poi non mi ricordo più ma sono certa che anche gli altri erano libri che ho amato. Inoltre, la scrittrice era molto simpatica, aveva una voce gradevole, e le parole che captavo ogni tanto (tengo la radio accesa quando lavoro) mi sembravano interessanti, così dopo qualche mese di esitazioni ho capitolato e ho comprato Rosso come una sposa. Bel titolo tra l'altro, questo l'avevo riconosciuto da subito. E libro molto gradevole. L'autrice è nata a Valona nel 1972, ha studiato a Tirana, nel 1994 si è trasferita prima in Svizzera poi in Italia. Questo è il suo primo romanzo, scritto direttamente in italiano. Romanzo semplice, scritto in modo fresco e senza pretese, privo di una struttura vera e propria, costituito da una serie di episodi evidentemente tirati fuori dalla memoria collettiva della famiglia di origine, o di amici e conoscenti, così come la nonna Saba tira fuori dal suo baule abiti che sanno di naftalina, dolci e orecchini antichi. C'è una prima parte di nonne e bisnonne che vivono a Kaltra, paesino di montagna nel sud del paese, insieme ai loro figli e mariti in quella che non è certamente una società matriarcale, anzi, è oppressiva al massimo verso le donne che sospirano il momento in cui saranno vecchie e suocere e potranno esercitare un briciolo di potere sulle donne giovani. Tutte sono sottoposte alla legge patriarcale dell'onore maschile, in ossequio alla quale una moglie amatissima, fedelissima e innamoratissima deve essere ripudiata se l'invidia del paese la colpisce con una calunnia. Lavorano e ubbidiscono a mariti ubriaconi, traditori e fannulloni, per cui è più che comprensibile che, quando Enver Hoxha trasforma l'Albania rurale in un paese comunista, queste donne vivano come un sollievo la società nuova: possono lavorare, studiare, emanciparsi, avere almeno una parvenza di giustizia. La famiglia, che si è distinta durante la guerra per la partecipazione alla resistenza e il martirio di molti membri, si trasferisce a Valona e la voce narrante si trasforma in un io, la giovane Dora che è l'alter ego dell'autrice. Le vicende sono interessanti, curiose, non cedono mai all'esotismo o alla bizzarria, sono vicende di uomini e donne, non di personaggi che cercano la ribalta. C'è il colloquio con i morti che paventavo, ma è la molto naturale pratica del lamento funebre che non ha nulla di magico. E' un libro molto sincero, che insegna un sacco di cose sull'Albania e questo è il suo maggiore pregio, con una scrittura leggera e scarna, priva di abbellimenti, diretta, ma non sciatta né banale. Alla voce di Anilda Ibrahimi è facile dare fiducia, non è mai pretenziosa né sfuggente. Si capisce che crede nelle cose che racconta, e chi ha curiosità per un paese così vicino e insieme sconosciuto, sarà molto soddisfatto dalla lettura. Certo non è un grande romanzo, ma non credo che Ibrahimi coltivasse questa ambizione, e comunque i pregi superano di gran lunga i difetti. C'è anche un umore ilare che traspare in mezzo alle vicende drammatiche e fa piacere apprendere che in Albania gli italiani, come eredità della sciagurata seconda guerra mondiale, si chiamano peppini.

giovedì 3 dicembre 2009

Personaggi

Ho appena finito un'antologia che consiglio a chiunque legga l'inglese e si interessi di scrittura. Si chiama The book of other people, a cura di Zadie Smith (Denti bianchi) e è uscita nel 2008 per la Penguin dopo una prima edizione del 2007 per Hamish Hamilton. Non mi sto a dilungare sui vari autori e relativi racconti, anche se posso segnalare il primo, Judith Castle di David Mitchell, a mio gusto il più perfetto, dotato di un blend che io adoro, tra il comico, il patetico e il grottesco, o Perkus Tooth di Jonathan Lethem, tratto dal suo ultimo romanzo Chronic City o Roy Spivey di Miranda July o Donald Webster in cui Colm Toibin riesce nella doppia carambola di creare un personaggio e una vicenda convincenti e coinvolgenti partendo da un monologo interiore rivolto all'amore fuggito e raccontando la morte della madre. Certo anche in questa antologia, molto ricca, 24 autori per 23 racconti, ci sono testi un po' deludenti, ma rimane un esempio di come si crea un personaggio e potrebbe essere un ottimo stimolo per un corso di scrittura creativa. Ci sono autori, oltre quelli citati e la curatrice (struggente il suo Hanwell Snr), come Dave Eggers, George Saunders, Jonathan Safran Foer, ecc ecc. Due racconti a fumetti (a me è piaciuto moltissimo Jordan Wellington Lint di Chris Ware) e uno illustrato. Un libro veramente bello e pieno di significato, non come certe antologie del tutto pretestuose o pallidissime. Una lettura divertente, varia, insomma di quelle che fan venire voglia di tornare a casa e sdraiarsi sul divano, fanno pensare e soddisfano profondamente. Chissà se sarebbe possibile con autori italofoni.

venerdì 27 novembre 2009

Una fantastica scrittrice per un libro fantastico: Silvia Treves, Sarà ieri

Qualche nota in margine all'uscita del romanzo di Silvia Treves Sarà ieri, per i tipi delle edizioni CS_libri. La prima cosa da dire è: finalmente! Silvia è scrittrice troppo brava per restare negli steccati delle antologie e meritava da molto un "libro tutto per sé". L'espressione è logorata dall'uso ma mi pare adatta. Il libro è bello, leggetelo e basta. E' una storia fantastica, in tutti i sensi. Parla di una donna che vuole uscire di casa per conquistarsi una "stanza tutta per sé", uno studio in cui poter lavorare con tranquillità, lontana dalla quotidianità domestica. E lo trova, non in una villa fatiscente né in un condominio neogotico, ma in un normalissimo palazzo di città. Qui comincia la parte "fantastica". Senza sangue né orrore, senza magie, incantesimi, ectoplasmi o esseri maligni. I fantasmi ci sono, ma sono nella mente della protagonista e fino alla fine non potremo distinguere tra realtà e suggestione. La via attraverso la quale si manifestano è concreta, materiale, visibile a tutti eppure piena di inquietudini: oggetti abbandonati e raccolti, relitti di vite passate, abat-jour, foulard, tazze, poltrone... e qui si vede la maestria della scrittrice e anche, secondo me, la vera natura della letteratura fantastica, che se è autentica suscita brividi attraverso le parole, le sfumature, ciò che si intuisce più che ciò che si vede e si tocca. Silvia Treves prima ci immerge nell'atmosfera polverosa ma normalissima di un appartamento di città poi ci fa tremare il terreno sotto i piedi, ci scioglie le ginocchia, ci toglie il fiato per la buia insicurezza creata con tocchi impercettibili ma pieni di efficacia. Questo secondo me è fantastico per tutti, nel senso che anche quei lettori che davanti all'etichetta recalcitrano, storcono il naso, possono leggere Sarà ieri con la sicurezza di non incontrare baracconate vampiresche né fatucchiere new-age. Solo solida, genuina buona letteratura.

lunedì 16 novembre 2009

Maledetta chiavetta

Altro che la pubblicità della bella ragazza spigliata con marito gnocco ma supercalciatore. Io, dipendente per il momento dalla chiavetta (cui sono peraltro molto riconoscente perché mi permette di non essere del tutto tagliata fuori dal web), sono infuriata con la compagnia telefonica di cui sopra. Ho sottoscritto un contratto per 25 €, che mi assicura 5 ore di collegamento internet al giorno per un mese. Ogni ora supplementare mi costerà 2 €. Il giorno della scadenza l'ho rinnovato, e ho ripreso a navigare. Due giorni dopo, impossibile connettersi! Vado al negozio dove avevo fatto il contratto e mi dicono, previa telefonata alla compagnia, che non essendomi ancora arrivato l'sms di conferma dell'attivazione, mi ero mangiata tutto il credito alla cifra di 4 € l'ora. Infuriata (understatement e eufemismo) ma impotente, ripago il contratto e mi viene detto che però questa volta mi costa 30 € perché sulla chiavetta deve sempre rimanere un credito di 3 o 4 €... Taccio per non esplodere. Quando mai una qualsiasi ditta, impresa o altro, avendo io firmato un contratto per l'erogazione di un servizio, può permettersi di usare i mei soldi (quelli attivi immediatamente, a differenza del servizio!) per un'altra merce, a un prezzo assurdo rispetto al servizio da me richiesto e pagato? E perché non sono stata informata che il rinnovo del contratto era in realtà un nuovo contratto? Ma non finisce qui: vado a casa e comincio a controllare se l'sms è arrivato. Niente. Passa un giorno passa l'altro, come per il prode Anselmo, e niente sms. Siccome il termine indicato sul contratto è di 48 ore (dico poco) allo scadere delle medesime torno al negozio. Nuova telefonata al numero verde, e la risposta è stata: il servizio è già attivo da un giorno, l'sms non è arrivato per sbaglio, può succedere...
Morale della storia: la compagnia telefonica mi ha fregato 30 € più un giorno del contratto. E naturalmente, posso solo mangiarmi le unghie e cercare di tenere a bada il fegato che in questo periodo già è messo a dura prova. Per di più sono in una situazione di necessità e non posso rinunciare alla odiosa chiavetta. Resto confermata nella mia opinione, già provata da una truffa ancora più spudorata che ho patito dalla Telecom, che le compagnie telefoniche sono gestite con criteri da filibustieri e un totale disprezzo dell'utente. Anzi pardon del cliente. Petulanti e rompiscatole nelle continue telefonate a casa alle ore più fastidiose e scorrette nei rapporti con i clienti. Né mi consola pubblicare questo sfogo stizzoso e impotente grazie alla chiavetta medesima.