lunedì 4 gennaio 2016

C'era una volta a Shibuya, nel cuore di Tokyo, un piccolo cinema antiquato: Abe Kazushige, Il proiezionista

Pubblicato nell'ormai remoto 1997 dall'allora ventinovenne Abe Kazushige, Il proiezionista è un romanzo molto interessante anche se abbastanza faticoso da leggere, soprattutto nella prima parte, e talvolta un po' eccessivamente analitico e ripetitivo. Ma questi sono gli unici punti deboli di un libro che dà prima di tutto uno spaccato sociale di un paese che affascina (anche se sinceramente non so quanto sia realistico), costruisce un'ambientazione urbana potente e precisa, poi sconcerta per la mancanza di spiegazioni e punti fermi.

Onuma, poco più che ventenne, soffre di emicranie, si eccita all'ascolto di Julio Iglesias, vive da solo in un monolocale a Shibuya, quartiere centrale di Tokyo, e per sbarcare il lunario fa il proiezionista in un fatiscente e antiquato cinema, destinato a sparire prima o poi per lasciare posto a un palazzo della speculazione edilizia. Dietro alle sue giovani spalle c'è già un passato complesso, che gli si ripresenta drammaticamente davanti quando viene a sapere di un grave incidente con cinque morti, quattro dei quali erano stati suoi compagni alla Scuola della pura trascendenza, dove sotto la guida del misterioso Masaki imparavano a battersi in tutti i modi e a praticare l'investigazione. Questo basti per quel che riguarda la trama, complicatissima e insieme impalpabile e inafferrabile, e che più che a Tarantino evocato in quarta di copertina, mi ha fatto pensare a una moderna fiaba urbana in cui la via del protagonista Pollicino è disseminata di ostacoli enormi che si dissolvono guardandoli da vicino.

Gli argomenti trattati sono moltissimi, dallo spionaggio all'onnipresente (ma talvolta goffa) yakuza, dal cinema porno alla prostituzione minorile, dalla violenza in tutte le sue forme alla vita quotidiana. Il protagonista è via via sempre meno affidabile, mentre la realtà concreta si sfalda e si fa trasparente come un fondale logoro che che lascia trasparire ciò che doveva restare nascosto. Piacerà a chi della letteratura apprezza l'aspetto ingannevole, artificiale, la finzione, mentre disturberà o infastidirà chi cerca identificazione, emozione, approfondimento psicologico. In realtà non è facile capirne il senso e se in certi momenti sembra andare verso una rivelazione che darà un significato al tutto - o almeno a un ribaltamento del punto di vista che ci è stato proposto fino a quel momento -, in realtà questo non succede mai lasciandoci con un palmo di naso, furiosi o piacevolmente interdetti a seconda del nostro grado di sofisticazione.

La violenza è puramente decorativa, esagerata, ma anche un valore importante e forse l'unico cui affidarsi, in cui credere e per cui fare sforzi. Anche il sesso, che ha la sua ovvia e fondamentale importanza, non coincide mai con l'amore che forse non c'è neanche sotto forma di aspirazione o aspettativa, mentre le perversioni hanno uno spazio che si sente, e si ribaltano anch'esse nel loro contrario in poche pagine.
Come si può intuire è un romanzo molto insolito, dove i numerosi personaggi sfuggono e si sovrappongono, appaiono e spariscono, i luoghi mutano, si trasformano, in una nebbia vagamente onirica e forse molto drogata. Ogni cosa si ribalta nel suo contrario. E' il racconto dell'impermanenza, un "mondo fluttuante" perché definirne i confini è impossibile.
Qua e là sono sparsi indizi che però non portano a nulla, maliziosi tranelli dell'autore disseminati sulla strada del lettore tradizionale abituato a 1+2=3, mentre qui 1+2 equivale a 3 o a 1738 o anche ABC, indifferentemente.
La scorrevole e flessibile traduzione è di Gianluca Coci, per le geniali edizioni Calabuig.


2 commenti:

Fumetti di Carta (Orlando Furioso) ha detto...

Dalla descrizione che fai della trama di questo romanzo, credo che potrebbe rientrare nei miei gusti: posso dirti che mentre leggevo mi sembrava di ascoltare la trama di un manga! :)

Rispetto invece a questa tua frase:

"Piacerà a chi della letteratura apprezza l'aspetto ingannevole, artificiale, la finzione, mentre disturberà o infastidirà chi cerca identificazione, emozione, approfondimento psicologico."

devo dire che mi ha mandato un po' in crisi (è l'inizio di un nuovo anno, è naturale come mangiare, per me, "andare un po' in crisi" per quasi-qualsiasi cosa ^__^) e mi ha fatto pensare, se mei ce ne fosse stato bisogno, che non basta leggere tanti libri per essere meno ignoranti o, magari e meglio ancora, un po' più intelligenti.
Seriamente: questa tua frase mi ha fatto capire che io - lettore "forte" più o meno onnivoro ma così dannatamente ignorante (uffah...) - leggo e leggo e leggo, ma forse non ho ancora capito "che cosa apprezzo" della letteratura.
Dal qui al "Ma perché leggo?" il passo è stato breve, ma pietosamente te lo risparmio :-)))

Però, al di là delle mie sempiterne crisi, non potrebbe essere che si apprezzino entrambi questi aspetti della letteratura?
O che in certe opere siano presenti entrambi questi aspetti?
In questi giorni, anzi in queste sere, sto leggendo Borges, che mi è venuto subito alla mente appena ho letto la tua frase: mi sembra infatti che lui sia in grado di "mandarmi fuori", proiettandomi verso mondi altri che sono ingannevoli, artificiali, di finzione; ma mentre vago tra i suoi racconti, un po' "fatto" pur senza aver fumato nulla, mi par di rendermi conto che in essi vi trovo anche identificazione, approfondimento psicologico, per non parlare delle emozioni profonde e persin spiazzanti (spesso tutt'altro che consolatorie) che provo...

...Si vede che stanotte ho dormito poco, vero? :)

Come sempre, è molto bello leggere le tue preziose recensioni.
A presto!
Orli

p.s. il 14 ho il "middle test": dopo ci vediamo vero?

consolata ha detto...

La penso esattamente come te: della letteratura si possono apprezzare contemporaneamente tutti gli aspetti, e in particolare sia l'"andar fuori" che lo "sprofondare dentro". E probabilmente gli autori migliori sono proprio quelli che riescono a fondere le due tendenze. Io poi che faccio sempre la furba e mi scaglio contro le emozioni, apprezzo tantissimo persino il "patetico", quello che nessun autore dopo Dickens, forse, è più riuscito a maneggiare. E come per il cibo del corpo, la letteratura ha tanti gusti e in certi momenti si ha bisogno di pagine sostanziose, in altri di assaggi delicati, in altri di cibo spazzatura che dà tanto piacere... secondo me tutto ha valore. Ma non si può negare che per molti lettori il fattore identificazione (o almeno riconoscimento) è fondamentale. (Ci sono quelli che rifiutano a priori per esempio la fantascienza o i fumetti proprio per quello, perché pensano di non potercisi specchiare). Per questo tipo di lettori, che rispetto profondamente, credo che in una storia come quella di Onuma sia difficile rispecchiarsi, e per questo ho voluto sottolinearlo. Magari invece mi sbaglio e l'incapacità è solo mia. Invece, personalmente preferisco le letture che mi portano altrove di quelle che mi fanno guardare dentro - non è tanto bello né allegro quello che ci vedo...
Dita incrociate per il middle term e dal 15 ho già la teiera pronta!