giovedì 26 marzo 2015

La lingua dell'amore sa ricreare la vita: Margherita Giacobino, Riratto di famiglia con bambina grassa




In questo bellissimo (e non parlo a vanvera, voglio proprio dire molto molto bello) romanzo Margherita Giacobino ricostruisce la storia della sua famiglia attraverso quattro generazioni, dalla fine dell’Ottocento agli anni Sessanta, con qualche cenno a anni più vicini. La dinastia, per la parte materna, inizia nel Canavese, una parte del Piemonte ridente e ricca di storia, a Ca d'Gara, frazione di mezza montagna da cui prende il nome. Qui Bartolomeo e Catlina Davito Gara, detti i Grand e dipinti a colori molto foschi, dominano con la violenza e la cattiveria. È una gerarchia tribale con residui di antichi matriarcati che vive tutta insieme in condizioni di austerità, fatica, fame, povertà e miseria umana. Dal figlio Giuseppe (che farà una brutta fine) sposato con Domenica nascono sette figli tra cui Ninin, Michin, Maria e Margherita, destinate a avere un ruolo fondamentale nella storia di Margherita la scrittrice, che rappresenta la quinta generazione. 

I personaggi in realtà sono tutti fondamentali e richiederebbero una trattazione approfondita, ma mi limiterò a qualche cenno e a rimandare i lettori alle succulente pagine di Ritratto di famiglia con bambina grassa.
La terza generazione è quella delle magne, le zie, e della nonna. Tra tutti spicca Ninin, zia (anzi prozia) amatissima, che a dodici anni sceglie di andare a lavorare in fabbrica, per migliorare le proprie condizioni, per mangiare tutti i giorni, e per scendere in pianura, a Ciriè che diventa il luogo della narrazione. Ninin (mulier fabricans la definisce l'autrice) è l'incarnazione del dovere e insieme la spina dorsale della famiglia, quella che tutto nota e tutto commenta sottovoce, borbottando, disapprovando, ma senza smettere un attimo di lavorare per prendersi cura di tutti. Michin, anche lei operaia fin da bambina, che morirà troppo presto perché Margherita la scrittrice la possa conoscere, è un personaggio fascinoso e potente che piace moltissimo alla nipote Maria Grazia e lascia ricordi indelebili: E' un tipo immaginoso Michin, datele un'idea, una fantasia, un racconto di viaggio e lei ci si aggrappa e si issa dentro il quadro con tutta la forza che le resta nelle braccia. Margherita sposa il gentile Ermanno, benestante, e pratica e generosa diventa molto importante per l'aiuto che è sempre pronta a offrire a sorelle e nipoti. Infine Maria, la nonna, dal destino abbastanza straordinario di attraversare due volte l'Atlantico da sola, prima per andare a sposarsi in California e poi per ritrovare le sorelle quando viene colpita da una malattia che la trasforma per sempre in povra dona: ma il suo merito clamoroso è di avere dato alla luce colei che sarà la madre di Margherita la scrittrice, Maria Grazia, perno e sorgente di tutto il bene e di tutto l'amore, colei che ci illumina tutti come il sole, che c'è anche quando non si vede. Anche Maria Grazia attraversa l'oceano da sola a sette anni, e giunge in Italia da piccola americana che presto dimentica la sua prima patria per accomodarsi nel mondo delle magne che la accolgono come un dono prezioso. 

Quando Maria Grazia cresce e incontra Angelo detto Gilin, alla genealogia materna si unisce quella paterna: le sorelle Mattioda, cioé le zie grasse Polonia e Giulia, l'altra nonna Maria, selvatica e magra, lo zio Giovanni che insegna il tornio agli Artigianelli con il grembiule di cuoio e vivrà un amore arreso e senza limiti per la pronipote Margherita la scrittrice. E naturalmente Gilin, personaggio magnifico che passa attraverso la vita con grazia, fumando e combinando guai ma non c’è niente da fare, chiel a l’è parei, ineffabile e sfuggente fino alla fine. Mentre Maria Grazia è capace di  trasformarsi da ragazza timida e docile in agguerrita imprenditrice, bella e sfortunata solo nella scelta del compagno di vita.    

Ce ne sono molti altri di quelli che io chiamo personaggi anche se non bisogna dimenticare che sono persone reali. È straordinaria la capacità di Margherita Giacobino di penetrazione, di empatia, di ricostruzione non banalmente psicologica ma umana, con cui ne delinea sentimenti, carattere, idiosincrasie. Perché qui non si tratta di fare un’operazione nostalgia, ma piuttosto di rintracciare la vita in tutte le sue manifestazioni: si tratta di infondere vita a un mondo che ha un cuore che batte ancora vivissimo, infondere il soffio vitale in un passato che si vede benissimo che per l'autrice non è mai morto. Una ricerca affettiva per ridare vita e costruire prima dentro di sé poi per gli altri, i lettori.

Come tutti i racconti familiari che abbracciano più generazioni, può essere letto come una semplice storia di persone, o invece come un compendio di storia italiana del '900: si parla della discesa dalle montagne in città, del passaggio dalla terra alla fabbrica, dalla fabbrica al negozio, dal negozio alla scrittura; si parla della guerra, dell'8 settembre, dell'internamento in Germania, del ritorno in un'Italia cambiata; dell’emigrazione, quella temporanea in Francia e quella definitiva in America, del benessere improvviso degli anni '60 che stravolge le abitudini di vita, dell’IPCA e dei suoi morti. Più che in moltissimi altri libri, ognuno può trovarci quello che vuole. C’è tutto.

Anche se seguo il lavoro di Margherita Giacobino fin dai tempi di Un'americana a Parigi, pubblicato nel 1993 con lo pseudonimo di Elinor Rigby fino a L'uovo fuori dal cavagno del 2010, non mi aspettavo l’effetto che mi ha fatto la lettura di Ritratto di famiglia con bambina grassa. È un libro su cui c’è moltissimo da dire, e nello stesso tempo è un libro estremamente semplice, con la semplicità dei libri necessari. L’esatto contrario del libro costruito a tavolino per compiacere i lettori, che insegue gli argomenti alla moda. Ci si sente dentro l’urgenza dell’unico motivo per cui si dovrebbero scrivere i libri: la necessità di dire una cosa importante, che deve uscire fuori e diventare parola scritta. Mi ha fatto germinare molti pensieri, tutti positivi. È un libro senza controindicazioni. Ed è anche molto difficile staccarsene. Non tanto un page-turner quanto un libro che fa venire voglia di viverci dentro. Non si vorrebbe più uscirne, si vorrebbe diventare parte del mondo che Margherita ha evocato nelle sue pagine. E per questo ha continuato a farmi venire in mente idee e parole.

La prima parola è amore. Non smancerie né sentimentalismo né indulgenza ma amore incondizionato e accogliente come quello di una madre che mette al mondo un figlio. E infatti in questo libro l'autrice mette al mondo molte figlie con amore, e forse senza dolore. Questo è il modo in cui ciascuno vorrebbe che fosse trattato il suo ricordo: con amore, rispetto, curiosità, empatia. E non solo il ricordo diretto, ma anche quello scivoloso della tradizione familiare orale, dei racconti che si fanno prima di tutto a se stessi, con l'aiuto al massimo di qualche fotografia in bianco e nero. Questo libro è tutto sulla cura, parola ambigua quando riferita alle donne, che indica una loro capacità e tendenza a prescindere (il che sarebbe tutto da discutere) e da dote può diventare facilmente una pastoia o una condanna che le tiene legate al loro destino biologico, ma che quando è esercitata volontariamente come in questo caso dà risultati meravigliosi. Poi c'è l'umanità. Questo libro io l’ho letto come un'enciclopedia dell’umano (a portata di mano), un'enciclopedia dell’esistenza. Infine la verità. È intensamente vero, e anche concreto, legato a persone reali, luoghi fisici, oggetti materiali: e insieme è profondamente figlio dell’immaginazione in quanto si tratta di persone vere di cui far rivivere sentimenti e pensieri con la potente arma dell’immaginazione. E poi, ridere. Michin fa ridere, Gilin è spiritoso, Maria la selvatica imita con mimica irresistibile, l’affetto non impedisce di vedere i lati ridicoli delle persone e una risata come si sa fa buon sangue. 

Anche la scrittura di Margherita Giacobino, sempre eccellente, qui mi pare che faccia un balzo in quanto a intensità, ricchezza, e semplicità. Prevale fortemente il tono affettivo e speculativo, l'autrice riflette e si interroga intanto che racconta, mentre la scelta di narrare al presente e al futuro storie che hanno la loro ragion d'essere nel passato rende le pagine vivaci e dinamiche, facilitando la lettura. Ma quello che emerge con forza è la lingua dell’amore quando riesce a esprimersi. L’amore è un sentimento che, lo sappiamo tutti purtroppo, il più delle volte è inarticolato, o balbettante; ma quando riesce a trovare le parole per dirsi, le rende bellissime e felici.
Che sia la lingua degli affetti si capisce anche dalle parole, dal dialetto che è la lingua dell’infanzia, dell'intimità, delle radici, e si insinua sovente per dire cose meravigliose che la lingua nazionale non sa dire: vedi ommi mi povra dona che scandisce la fatica di vivere di tutti, persino dello zio Giovanni, il sublime chiel a l’è parei della nonna Maria la selvatica, l’aria d’l’uss che condisce le pietanze più sciape, il faistess della bambina timida davanti a una scelta troppo ampia. Persino gli appellativi le magne, i grand, sembrano testimoniare l’importanza enorme che questa genealogia assume nella costruzione del suo capolavoro che è la bambina grassa, destinata a ridare vita a tutto quel mondo perduto.   








1 commento:

Alex Moore ha detto...
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