martedì 16 settembre 2008

Dove vanno le storie?

Allora, a proposito delle costrizioni di cui parla Alessandro Defilippi. Sono forti soprattutto nella scrittura di genere, e so anche che per molti sono uno stimolo e una guida. Ho pensato sovente, ad esempio, a tutti i gialli che in questo periodo spuntano come funghi dalle tastiere di ogni scrittore. Per scrivere un giallo bisogna seguire regole interne abbastanza rigide, pena la perdita di efficacia e la rottura del tacito patto con il lettore che non vuole essere deluso nelle sue aspettative. Io non sarei mai capace di farlo (a parte che la mia natura di bastian contrario mi tiene lontana dalla tentazione di scrivere un giallo), mi sembra una cosa molto difficile, una specie di slalom da esperti. Mi è capitato un paio di volte di dover scrivere racconti con un tema fisso e una scadenza temporale, e per quel che mi ricordo una volta il risultato è stato piuttosto negativo, mentre la seconda mi ha dato una delle soddisfazioni che ricordo con maggior piacere da quando scrivo. Morale? Non sono brava a sfruttare le costrizioni interne, ma penso che sia verissimo che servono a disciplinare e motivare la scrittura. Sono una sfida con se stessi, e possono essere divertenti. Quando insegnavo, per esempio, davo talvolta da scrivere delle storie in cui dovevano comparire determinati personaggi che indicavo io, ecc. Per qualcuno funzionava.
Mi è più congeniale la costrizione legata alla struttura, cui fa riferimento Alessandro citando il Decamerone. Ho spesso utilizzato questo stratagemma per costringermi a seguire un solco definito, per sottrarmi alla vertigine della caduta libera nell'immaginario che si sfalda e si dirada. Adoro la struttura a scatole cinesi, come ho già spiegato su questo blog parlando di Kira Kiralina di Panait Istrati, e ho provato a utilizzarla in due romanzi, uno, Irene a mosaico, edito nel 2000 da Avagliano, l'altro, Il cuore in ballo, inedito. Non so se funzionano ma certo io ho provato molto piacere a scriverli proprio per la sfida di rispettare una struttura complessa. Altre volte ho usato l'alfabeto per scandire i momenti di un racconto, o l'intreccio di personaggi che confluiscono solo nella fase finale. Eccetera eccetera.
D'altronde, dice Alessandro, Sheherazade che altro fa se non narrare sotto lo stimolo più intenso e definitivo: la morte? Forse tutti, quelli che scrivono le storie e e quelli che le leggono, illudendosi di sfuggire a questa regola che non ammette eccezioni, nelle infinite vite immaginate esorcizzano la propria morte.

2 commenti:

Davide Mana ha detto...

Interessante.
Confesso di avere più spesso il problema di dove stia andando la storia piuttosto che da dove venga.
Dal canto mio credo che le costrizioni - stilistiche, di genere, generali o autoimposte che siano - possano servire soprattutto come palestra, per sviluppare certi muscoli narrativi che magari, scrivendo alla nostra maniera solita, non manteniamo normalmente in allenamento.
La censura stimola ad inventare sistemi per dire comunque ciò che non si potrebbe - è quindi un alleato potente, nelle mani giuste.
Perciò amo le scadenze, ed amo gli strani esperimenti - come scrivere una storia senza usare il verbo essere, o evitando certi vocaboli, o passando per punti definiti...
L'unico rischio che si corre - o che io ho scoperto di correre, per lo meno - è di arrivare a credere che l'artificio, la costrizione, il set di regole, possa supplire ad una trama banale o mal delineata.
Non funziona così.
Fortunatamente?
Mi rimane una domanda - la scelta di certe costrizioni, di certi paletti e limiti invalicabili, è sempre una scelta consapevole?
O ci sono storie che funzionano solo nel momento in cui decidiamo di scriverle in un certo recinto?

consolata ha detto...

Io credo che tu abbia ragione, certe storie per me funzionano solo all'interno del loro recinto. Cioè non le avrei mai scritte se non le avessi pensate così, con poca fantasia posso dire che forma e contenuto non possono essere separati. Di una, per esempio, una storia molto manieristica e un po' decandente, intitolata "Alfabeto con figure", penso che non avrei avuto il coraggio di usare temi di quel genere se non fossero giustificati dalla forma che li fa apparire esercizi di stile. In questo caso, la costrizione dell'alfabeto mi è servita per aggirare proprio quello che dici tu: una trama impresentabile in una forma libera. Diciamo che in questo caso è stata una scelta cosciente, ma è ovvio che il rischio di dare più importanza all'artificio che alla sostanza è forte (e non sono affatto sicura di essere riuscita a evitarlo). Però succede anche che certe storie si presentano già così, e forse non vale la pena di forzarle a essere diverse.
In questo momento mi interessa molto da dove vengono le storie perché non ho idee, sono piatta come una frittata. Perciò pensare a dove vanno le storie mi sembra un lusso, mi fa sognare.