lunedì 31 ottobre 2016

Over60 Women, antologia di narrativa LGBTQI

 Over60 Women - antologia di narrativa LGBTQI.
Preceduta da Over60 Men, questa antologia, curata da Margherita Giacobino e Consolata Lanza, contiene tredici racconti e alcune poesie di altrettante autrici.



Leggendo questi racconti la prima impressione che ho avuto, e che mi ha colpito parecchio, è che la vecchiaia è vista come un vantaggio, un accrescimento più che come una diminuzione delle potenzialità esistenziali. Per esempio, nel racconto di Sarah Sajetti sono contrapposti due personaggi ritratti in un momento di profonda crisi, Emma che è anziana e ha subito un lutto devastante, e Mo che è giovane e depressa, scontenta, incapace di vedere quello che ha. Ebbene, tra le due è Emma che trova la forza di reagire, che cerca e trova i cambiamenti e le strade nuove, e con l’esempio e la voglia intatta di comunicare riesce a trascinare la più giovane fuori dalla sua palude di insoddisfazione (senza, in questo caso, che l’attrazione c’entri per niente). Questo della riscossa è un argomento potente, che riaffiora spesso, e avviene malgrado la vecchiaia (Porello) o grazie alla vecchiaia (Margherita Giacobino, io). In altri casi la vecchiaia non è percepita come tale, è semplicemente un dato anagrafico che non intacca l’essenza del personaggio (Tazzioli) o ancora, lo potenzia e lo libera definitivamente (Vaccarello). La conquista della visibilità sociale, che mi era parsa molto centrale in Over60 Men, qui affiora nel racconto di Giacobino, Gatto, Groppo, ma sempre affiancata al lavoro interiore di accettazione di sé e definizione della propria identità. C'è qualche tocco di new age molto contenuto, appena un po' di yoga (Vaccarello, Sajetti), un po' di fitness (Porello), ma è decisamente preponderante, e molto interessante, la dialettica tra mondo interno e mondo esterno, che affiora con forza nei racconti di Giacobino, Porello, e soprattutto Paulon. Infine (Zanghì, Buonapace) è potentissima la domanda che ogni donna è costretta a porsi, volente o nolente, man mano che gli anni passano: ma posso ancora piacere? Posso ancora suscitare amore anche se non corrispondo più allo stereotipo della donna giovane che mi vedo sbattere addosso da ogni parte? La risposta è un coro consolante di sì, eccome! (Vaccarello, Siciliano) che conferma la mia convinzione che la vita è molto più complessa di come appare, e ci rassicura che la vita continua anche dopo i fatidici sixties e ci riserva molte belle sorprese. Chi la guarda ancora da lontano, come Michela Pagarini, mentre lotta contro altre ombre spaventose come la malattia, può concludere così: La vecchiaia. Certi giorni una paura, certi altri una speranza.

Il primo racconto è Un maggio a Madrid di Sara Zanghì, la cui protagonista, non ancora sessantenne ma vicina alla fatidica data, a Madrid per un convegno di poesia, viene accolta da una bella spagnola, Azaya, che ha quasi vent'anni meno di lei. L'attrazione che scocca subito le porta a avvicinarsi, a cercarsi, e infine a recarsi insieme a San Sebastian dove si amano e progettano nuovi incontri. Malgrado entrambe avessero detto "mai più", la rinascita avviene attraverso l'amore, nonostante la differenza d'età.

Delia Vaccarello, con E' tempo di giocare, ci racconta di Selvaggia, che da trentacinque anni vive nello stesso quartiere con Strega e un cane, conducendo una tranquilla vita di coppia, con interessi e impegni comuni e inevitabili differenze caratteriali. In realtà è sempre in viaggio perché lavora nella cooperazione internazionale, e quando si reca a Mauritius per una conferenza sulla condizione femminile viene affascinata da una donna con i capelli argentei che balla a una festa. Si conoscono, si avvicinano, si amano e infine quella che poteva essere solo un'avventura temporanea diventa l'occasione per gettarsi in una nuova scoperta, una nuova vita. 

Più dolente la voce di Daniela Tazzioli in La bellezza è una responsabilità, in cui la protagonista, con uno stile molto colloquiale e informale, parla di una bellissima sessantenne che si fa corteggiare ma poi si ritrae, non vuole avvicinarsi troppo. Un'autentica allumeuse che infine si mette con un uomo più giovane mentre la narratrice la incolpa perché usa la sua bellezza senza rendersi conto dei disastri che combina intorno a sé.

Un saluto, di Angela Siciliano, parte da una telefonata dalla Spagna che annuncia a Paola, che ha quasi settant'anni, la morte di Raquel. Dal fondo del passato la protagonista trae l'immagine di una bella e vitalissima settantenne conosciuta quando lei ne aveva quaranta a Valencia, amata superando i pregiudizi sulle donne anziane, con cui aveva attraversato le fasi dell'amore, dell'amicizia, del distacco e infine dell'oblio. Nelle sue lucide riflessioni sul proprio invecchiamento si insinuano ricordi di tenerezza per qualcosa che è passato ma è prezioso perché l'ha vissuto, fa parte del suo patrimonio di vita.

Due sono i personaggi di Emma di Sara Sajetti. E' la storia di un incontro e di due rinascite. Emma è anziana e vive la disperazione per la morte della compagna Giulia. In suo aiuto appare un benevolo fantasma, Silvana, che da un aldilà vagamente umoristico la incoraggia a reagire. La giovane Mo invece è depressa, demotivata, inquieta. Sta con Dani, per vivere scrive tesi per studentesse pigre e in quel momento la sua infelicità si rispecchia in quella dei cambogiani sotto Pol Pot, l'argomento di cui si sta occupando. Silvana, che aveva rivelato Emma a se stessa quando era una giovanissima architetta, è stata sua pignmaliona sia nel sesso che sul lavoro. Emma ricupera lentamente la serenità e un incontro fortuito tra lei e Mo aiuta anche la giovane. Emma è per Mo quello che il fantasma di Silvana è stato per lei. La coinvolge in un progetto elaborato con Giulia, una società che si occuperà di studiare la riorganizzazione aziendale per l'implementazione di facility che miglioreranno la vita dei lavoratori. Nella ventata finale che fa rotolare via il cappello di Mo che lo rincorre allegramente, i fantasmi di Silvana e Giulia sorridono rassicuranti a Emma.   

Marisa Porello in Speranza ci racconta dell'annus horribilis di Speranza Montale, sessantenne molto depressa, costretta a cambiare lavoro e prendere medicinali per riuscire a affrontare il mondo. Con Carla, amore di gioventù e amica di sempre, ricorda la vita di un tempo, i bar allegri che frequentavano, le ragazze che conoscevano. Carla, che vive con la madre, riesce a andare avanti e trovare un nuovo amore. Speranza prova con la palestra, ma non aiuta. Il suo cruccio è il rapporto con la madre, con cui non ha alcuna comunicazione. Ogni domenica va a pranzo da lei, sopporta che critichi la sua scelta vegana, decisa ogni volta a forzare il silenzio, a dirle che ama le donne, a farsi accettare finalmente. Ma la morte improvvisa della madre è l'ennesima barriera al desiderio di Speranza... In realtà ci saranno delle sorprese, un aiuto davvero insolito e un epilogo finalmente sereno. 

Davanti alla porta del bagno, di Milena Paulon, fa uso di una sapiente costruzione a anello per raccontare la storia di una coppia, la narratrice e G., che si incontra nel dicembre del '67, con molta attenzione ai particolari concreti del quotidiano e anche ai fatti storici e alle trasformazioni sociali per dare il senso del tempo: il tram numero 1, metafora molto azzeccata e epitome della vita operaia a Torino negli anni'60 per il suo percorso Mirafiori-Molinette-Cimitero, i cambiamenti esemplificati con fulminante sintesi Prima di quel giorno ne abbiamo passate tante insieme io e G, da Che Guevara a John Travolta, la discrezione con cui sono state costrette a vivere il loro amore fino a sabato 17 giugno 2006 quando finalmente si baciano davanti al Rettorato in via Po e la loro foto finisce sulla Stampa. Alla fine la nostra rivoluzione l'abbiamo fatta.

Mi metterai lo smalto sui piedi di Michela Pagarin è una dichiarazione d'amore della protagonista alla propria compagna, che soffre di una malattia intermittente che non le impedisce di vivere. La vecchiaia è ancora lontana ma occhieggia. La vecchiaia. Certi giorni una paura, certi altri una speranza. 

Il mio racconto, Un attimo, rappresenta una vicenda di colpa e rinascita di fronte alla semplice realtà di una coppia di donne anziane, che hanno sicuramente vissuto e sofferto come tutti ma dall'amore reciproco traggono la forza di affrontare il presente sorridendo.

Elettra Groppo è l'autrice di Una nuova pista, in cui si parla di due amiche, Rosa e Bianca, che si conoscono fin da piccole, ai tempi delle piste per giocare a biglie. A vent'anni la loro amicizia è così forte da giurarsi che saranno sempre la persona più importante l'una per l'altra, ma poi le loro strade si differenziano perché troppo pesante è la pressione sociale, non ancora pronta a accettare il loro amore. Rosa, che vuole l'approvazione sociale, si sposa e ha dei figli; Bianca si trasferisce in Spagna e vive una vita più libera ma non può dimenticare Rosa. Quando Rosa finalmente si sente pronta la raggiunge e l'amore ha il sopravvento. Ora possono vivere insieme e il loro rapporto sarà infine riconosciuto anche dalla legge. Ma in questa storia si parla prima di tutto del riconoscimento di se stesse, della propria natura, prima di quello sociale.   

Anita, la protagonista dell'omonimo racconto di Margherita Giacobino, va in vacanza da sola su un’isola dove sperimenta la libertà di essere se stessa, né moglie né madre né amante né niente altro. Nessuno la conosce, per anni gli isolani la guardano soltanto ma alla fine è accettata, come dimostra la sua amicizia con Pina la panettiera. La prima parte della sua vita è stata dedicata a svolgere quei ruoli che la società si aspettava da lei, poi si è emancipata dal destino femminile fatto di matrimonio, maternità e accudimento, ed è riuscita ad affermare la propria identità sessuale, ma sull’isola non cerca avventure né trasgressioni. Cerca la solitudine come libertà e ricostruzione di se stessa. 

Tempus fugit, amor manet ci dice Rita Gatto. Nel cimitero di un paesino di di mezza montagna arriva una mercedes. Ne scende una vecchia signora accompagnata da una giovane con un'urna in mano. Fin qui niente di sorprendente, ma poi arriva anche un furgone bianco, mentre la vecchia scambia due parole con il becchino a proposito della Pierina, quella che sta nell'urna, morta a novantasei anni e ancora chiacchierata nel  paese che ha abbandonato giovanissima in seguito a uno oscuro scandalo per l'amore che la legava a un'altra ragazza. Intanto dal furgone viene scaricata una statua destinata a rinnovare e amplificare lo scandalo di tanti anni prima... e una lapide su cui campeggia la scritta del titolo. La vecchia signora spazza via le obiezioni del sindaco prontamente accorso e si accomiata con elegante autorevolezza, lasciando dietro di sé una rivelazione e una promessa. Attraverso l'ironia del testo traspare forte l'affermazione della propria identità e l'orgoglioso riappropriarsi del luogo d'origine.   

Ultimo racconto è Il sogno di Nicoletta Buonapace. E proprio un sogno dà l'avvio alla vicenda, riempiendo la protagonista di nostalgia per qualcosa che non ha mai vissuto. Forse proprio l'amore, ora che è innamorata di una donna realizzata e affascinante, architetta, madre, sicura di sé. Sta vivendo un momento di insicurezza, sente che gli anni passano, è combattura tra paura e desiderio. Un altro sogno le fa capire che la cura della paura sono le parole, che quindi deve affrontare l'amata da cui teme un rifiuto non come persona ma come omosessuale. Si allontana fisicamente recandosi a Zagabria dove visita il Museo delle relazioni perdute, e vi lascia una lettera insieme a un oggetto ricevuto in regalo dall'amata, anche se sa di non averla perduta ma piuttosto mai veramente incontrata. Rinascerà attraverso l'amore.  

Completano il volume le belle poesie di Nicoletta Buonapace, Eleonora Pinzuti e Marisa Porello. Infine ci sono brevi riassunti dei racconti e le biografie delle autrici. La prefazione è di Margherita Giacobino. I proventi della vendita del volume, edito dalla Casa editrice Elmi's World, concorreranno a finanziare il progetto di sostegno per anziani lgbti presentato dall'Associazione Gruppo Lambda - Amici della Fondazione Sandro Penna di Torino. 
   


 

venerdì 28 ottobre 2016

Maledette famiglie: Ann Tyler, Una spola di filo blu e Nicolaj Leskov, Una famiglia decaduta.

Sono la meno indicata a parlare di famiglia, che considero una delle peggiori istituzioni inventate dall'uomo. La patisco e sono molto infastidita da questa ennesima americanata per cui bisogna sempre "difendere la mia famiglia" dal batteri del water, dai nemici dell'igiene, dagli zingari, dal mondo cattivo, da tutto ciò che sta all'esterno. Comunque. So di essere sola in compagnia di me stessa - d'altra parte, è quello che succede a chi non va pazzo per le cose che piacciono agli altri. Ma mi tocca leggere sovente di famiglie, e non sempre si tratta di un'esperienza negativa, anzi. Il primo libro "da grandi" che ho letto nella mia vita, all'età di dieci anni (un azzardo di mio padre, che evidentemente però sapeva quello che faceva), è stato I Malavoglia che mi ha rapita e incantata e definitivamente introdotta nel mondo meraviglioso della letteratura. Però quello che succede adesso è che sembra che basti parlare di una famiglia perché il discorso sia interessante: ma non è così, non è affatto così.

Il libro che mi ha fatto fare queste riflessioni è Una spola di filo blu di Ann Tyler, una scrittrice di cui ho amato qualche libro e che comunque garantisce sempre una lettura gradevole e dignitosa, il tipo di libro adatto a quei momenti in cui si è un po' in deficit di concentrazione e si ha poco tempo. E infatti anche questo è un libro di gradevole lettura, ambientato a Baltimora ai giorni nostri, che parla di una famiglia, i Whitshank, composta da padre, madre, una zia, quattro figli, un tot di mariti, mogli e nipoti. C'è una casa (la vera protagonista del libro), dei rituali, delle abitudini, dei ruoli, delle storie che si tramandano (non cambia niente che poi ci vengano narrate così come si sono svolte realmente), dei cani, e poco altro. Il fatto è che dopo un po' mi è venuto da chiedermi: ma qual è il motivo per cui devo leggere le (non) vicende di costoro? Perché i Whitshank, a parte la gradevolezza con cui Ann Tyler sa condurre la (non) storia? Non hanno niente di particolare, non fanno niente di particolare, non sono niente di particolare, l'unica caratteristica che li definisca è che sono una famiglia. Del suo modo di costruire i personaggi ho già parlato (qui, a parte forse la madre Abby di cui ci viene narrata la giovinezza, i personaggi sono definiti solo dal loro ruolo all'interno della famiglia, fissati in una maschera definitiva fin dall'infanzia - secondo uno schema tanto fedele alla realtà da essere agghiacciante) e così dell'impressione di naturalezza e semplicità che i suoi romanzi emanano. Perciò se avete voglia di passare qualche ora senza problemi, leggendo dei Whitshank come potreste farvi raccontare la vita dei vostri cugini primi per parte di madre da una zia comune, lo consiglio vivamente. E' ben scritto e ben tradotto da Laura Pignatti.

Di tutt'altro tipo Una famiglia decaduta di Nikolaj Leskov, pubblicato a puntate nel 1874 e in volume
l'anno successivo. Cito (per pigrizia) da Wikipedia il riassunto della trama: Protagonista del romanzo è la principessa Varvara Nikanorovna Protozanova. Nata da genitori modesti della piccola nobiltà di cognome Čestunov, viene accolta all'età di cinque anni dalla ricca famiglia principesca dei Protozanov di cui sposerà, all'età di vent'anni, il coraggioso e sfortunato erede Lev Jakovlevič. Dal matrimonio nascono tre figli. Lev muore nel 1812 combattendo contro Napoleone Bonaparte, e la giovane vedova diventa la capofamiglia, dedita con semplicità, intelligenza e generosità all'educazione dei tre figli, all'amministrazione della vasta proprietà e al benessere dei suoi contadini. Accoglie in famiglia Ol'ga Fedotovna, già nutrice dei suoi figli, e uno strano cavaliere errante, Dorimedont Rogožin-Don Chisciotte. Contrastano con Varvara la bigotta e avara contessa Antonida Petrovna Chotetov, e soprattutto l'arrivista conte Funkendorf che, dopo aver chiesto in moglie Varvara e averne ottenuto un rifiuto, chiede la mano la mano di Anastasja, la figlia di Varvara studentessa nell'Istituto per le ragazze dell'alta nobiltà di Pietroburgo; quest'ultima, nonostante la differenza d'età, accetta la proposta di Funkendorf. Varvara non si riconosce nella società del suo tempo in cui dominano gli arrivisti, i "nuovi nobili" e i nullafacenti. Dopo aver donato le sue proprietà ai contadini, resi inoltre liberi, Varvara si ridurrà a vivere in campagna, ospite dei suoi figli.

Una famiglia decaduta è un romanzo affascinante che ci introduce in un mondo lontano nel tempo e nelle coordinate culturali. La sua forza sta soprattutto nei personaggi, la protagonista determinata e a modo suo anticonformista, attenta alla giustizia e alla cristiana carità per il prossimo, forte e di intelletto molto lucido, ma anche i personaggi secondari (come Patrikej Semenic, il servitore fedele alla sua padrona fino alla morte, il cui motto era "Sono il suo schiavo", diceva egli, "e schiavo morirò", che non si considerò libero neppure dopo l'affrancamento, o Dorimedont Rogožin detto Don Chisciotte, spoglio come un santo turco, ma cavaliere nell'animo, che meriterebbe un romanzo tutto per sé, o la saggia Ol'ga cui Varvara si affida riconoscendole una capacità di giudizio superiore) che Leskov tratteggia con pari cura sia che appartengano alla nobiltà che alle classi inferiori, contadini e servitori. La descrizione della società di cui tratta, cioé la nobiltà di campagna padrona di molte "anime" vive (la servitù della gleba non è ancora stata abolita), riserva molte sorprese: è rigidissima la distinzione di classe per certi versi, come ad esempio il matrimonio, ma naturalmente nei loro feudi solitari i nobili sono costretti a frequentazioni interclassiste. Nelle conversazioni poi si notano particolari deliziosi, occuparsi dei propri contadini, vedere che siano ben nutriti e bel vestiti, fa parte delle cose di cui andare orgogliosi - un po' come, per una padrona di casa, la lucentezza dei pavimenti o la mancanza di polvere sui mobili.

Ogni tanto ci sono parti un po' pesanti per il lettore attuale, l'espressione delle opinioni di Varvara sullo stato della nobiltà e su certi aspetti nuovi della società non sono proprio appassionanti. Varvara infatti detesta la vita a San Pietroburgo, si trova bene solo nelle sue proprietà lontane dalla capitale e tra le persone semplici che le abitano. La sua scelta finale, quando pur avendo smascherato il laido Funkendorf e le sue subole trame rinuncia a vendicarsi, si spoglia di tutto e si ritira dalla vita attiva, è la nobilissima vittoria di una persona integra che sa di essere stata sconfitta nel contingente, con mezzi bassi e disonesti, ma di avere ragione nel profondo. La bella traduzione è di Flavia Sigona.

Si vede bene che in questi romanzi si parla di famiglie, ma il risultato è opposto. Nella sua rigida struttura la famiglia russa è un'istituzione, aperta però sul mondo, sulle trasformazioni sociali, sugli individui esterni al nucleo di legami di sangue. La famiglia americana è asfitticamente concentrata su se stessa, non c'è un solo cenno alle trasformazioni sociali o agli avvenimenti storici che si svolgono attorno a lei, e i membri sono legati al loro ruolo fisso. Penso per esempio a Denny, il figlio problematico di cui fino alla fine non veniamo a sapere nulla di quello che vive al di fuori del piccolissimo mondo dei Whitshank, e tanto, anche se scoprissimo che è un premio Nobel o un serial killer, non avrebbe nessuna importanza perché i suoi famigliari hanno di lui un'opinione fissa che non cambierà mai, nei secoli dei secoli. 

lunedì 17 ottobre 2016

Alle donne non piace il fantastico? Parliamone!

STRANIMONDI 2016
Che cos'ha di particolare questa foto scattata a STRANIMONDI 2016, il festival del libro fantastico che si è svolto a Milano sabato 15 e domenica 16 ottobre? Direi che salta all'occhio: non si vedono donne. Se si ingrandisce l'immagine e si usa l'immaginazione, in realtà, se ne possono reperire due o tre. 

E il 14 ottobre ho partecipato a una presentazione di ALIA 2.0, antologia di narrativa fantastica, al Blah Blah di Torino, nell'ambito del ToHorror Film Fest, in contemporanea con la presentazione dell'antologia pulp, horror e splatterpunk Strisciano sull'asfalto. Per ALIA 2.0 erano presenti cinque autori, per Strisciano sull'asfalto quattro, più il presentatore Corrado Artale, che si sono alternati sul palco. Tutti uomini, tranne, immeritatamente, la sottoscritta. ALIA 2.0 contiene racconti di diciassette autori, tredici maschi e quattro donne. In Strisciano sull'asfalto ci sono undici racconti, nove di maschi e due di donne. Nella composizione del pubblico che assisteva alla presentazione si poteva notare una percentuale ancora minore di presenze femminili (io ne ricordo una). 

Questo mi ha fatto pensare. Le autrici di ALIA 2.0 le conosco, le altre (Miriam Palombi e Elena Ciurli) no. C'è Silvia Treves, illustre autrice di fantascienza e molto altro, io, che con il fantastico ci flirto solo (ma sovente), entrambe capitane di lungo corso. C'è Chiara Negrini, scrittrice e artista esimia, che collabora con il progetto ormai da parecchi anni. C'è Valeria Barbera, un'interessantissima new entry già molto ben inserita nel gruppo. 

Insomma, inutile girarci intorno. Alle donne non piace il fantastico? Questo lo so bene che non è affatto vero perché
Paolo S. Cavazza, Maurizio Cometto, Consolata Lanza, Stefano Rossi, Federico Tadolini,
Filippo Santaniello e Mirko Giacchetti al Blah Blah
ci sono scrittrici famose e bravissime che l'hanno praticato e lo praticano, in tutte le sue svariate manifestazioni, dalla fantascienza all'horror al fantasy al romance di vampiri, contemporanee e ottocentesche, di livello e di battaglia. Non sto a fare nomi perché chiunque mi legga li conosce benissimo. E allora perché ce ne sono poche in giro? In realtà anche il lettore medio davanti al termine fantastico in genere reagisce con la fuga o almeno con l'imbarazzo. O pensa che, trattandosi di una donna, fantastico sia sinomino di fiaba, storia per bambini, educativa o consolatoria. Mah. 


Non so nemmeno perché ho cominciato questo discorso. Non sono certo in cerca di pari opportunità o quote rosa, sulle quali ho i miei bei dubbi. Sono solo rimasta colpita, non ci avevo mai riflettuto prima, e mi interrogo. 
  

sabato 15 ottobre 2016

Il romanzo strabiliante di un grande scrittore: Stephen King, 22/11/63

So che sto sfondando una porta girevole, non c'era certo bisogno che arrivassi io per scoprirlo: comunque voglio dirlo lo stesso, Stephen King è un grande scrittore. Altro che i fighetti americani alla moda, i newyorkesi con barbetta e risvoltino o i sanissimi californiani, qui si vola alto e King riesce a tenere insieme orrore, soprannaturale e fantastico con una impeccabile e acchiappantissima scrittura, una capacità di ambientazione miracolosa e, in questo caso, anche con la Grande Storia, e amalgamare il tutto in un romanzo strabiliante come 22/11/63, uscito nel 2011.

La vicenda comincia nel 2011. Jake Epping è un insegnante di letteratura inglese in una scuola di Lisbon Falls nel Maine, divorziato dalla moglie alcolista e senza altri legami. Frequenta una tavola calda particolarmente economica (e sfido, il motivo si capirà presto) il cui gestore, Al, gli rivela un segreto incredibile: nella dispensa del suo ristorante c'è un varco nel tempo, da cui si può sbucare nel 1958. Al ritorno dalla gita nel passato, e indipendentemente dalla sua durata, nel 2011 sono invariabilmente passati due minuti. Al è malato terminale e passa a Jake l'onere di portare a termine la missione che da tempo si è proposto di compiere: fermare Lee Harvey Oswald prima che uccida John Kennedy, cambiando così il corso della storia mondiale. Jake accetta, va nel passato con il nome di George Amberson e prima di affrontare l'impresa principale si dedica a correggere qualche altra stortura... Non vado oltre, dirò solo che il primo posto visitato da George Amberson è Derry, proprio quella di It, dove incontra alcuni personaggi e respira l'aria malsana e malvagia della cittadina sconvolta dagli omicidi di bambini di cui si parla, appunto, nel romanzo.
John e Jacqueline Kennedy, Dallas 22/11/63

George trascorre cinque anni nel passato, durante i quali avvengono moltissime cose, legate sia alla grande storia che alla vita del protagonista. Ovviamente modificare il passato è una faccenda rischiosissima e proprio qui sta il cuore del romanzo, nella continua dialettica tra gli interventi di George e la strenua resistenza del passato che si manifesta in molti modi, tutti piuttosto sinistri. Sto semplificando una materia molto complessa, ma Stephen King è straordinario nella capacità di rendere razionale l'irrazionale, e spiegare questi meccanismi con logica impeccabile. I personaggi sono molti, sia di invenzione che storici, legati appunto all'assassinio di John Kennedy. Non ci sono svelamenti di verità arcane, King è nettamente anticomplottista e si limita ai fatti noti, ma non è questo il senso del libro: non si tratta di un'indagine su questo traumatico fatto storico, ma di un romanzo sulla possibilità di tornare indietro e correggere gli errori del passato. Avete presente tutte le volte che abbiamo pensato mannaggia, se invece di fare così avessi fatto cosà, se invece di dirlo fossi stata zitta, se avessi accettato quell'invito, se non fossi andata in quel posto eccetera? Ecco, di questo si tratta in 22/11/63.

Lee Harvey Oswald un attimo prima che Jack Ruby gli sparasse
E siccome Stephen King è un grande narratore, ci acchiappa e ci avvolge con la sua descrizione della vita nella provincia americana degli anni '50-'60, ci trasporta veramente nel passato e vorremmo che non smettesse mai. Ma ci tiene anche con il fiato sospeso fino alla fine perché questo è uno di quei romanzi in cui vogliamo sapere proprio come andrà a finire, che succederà ai numerosi personaggi, come riuscirà l'autore a sbrogliare le complicazioni che costruisce magistralmente pagina dopo pagina. E non delude. In altri suoi romanzi che ho molto amato la conclusione l'ho trovata molto meno interessante, nel momento in cui appaiono i fantasmi o i mostri (come il ragnone di It o i fantasmi marittimi del magnifico Duma Key) viene da pensare va be', ok, qualcosa dovevi inventartelo per concludere ma insomma. Qui invece anche la conclusione è perfetta - e commovente, ammettiamolo pure.

Non ho visto la serie televisiva che ne è stata tratta, ma la cercherò. Probabilmente nella versione visiva sarà più facile riconoscere certi rimandi e certi personaggi (che sono molti, e forse un piccolo elenco come c'era una volta nei gialli non avrebbe guastato). Un bonus di questo romanzo è che costringe a andare a cercare i resoconti dei fatti e dei personaggi storici, e rinfrescare la memoria di una pagina ormai lontana, del cui tremendo impatto forse oggi si è perso un po' il ricordo. Il che fa sempre bene. Magnifica la traduzione di Wu Ming 1. Insomma, un'esperienza del tutto positiva. 

 

martedì 11 ottobre 2016

Un racconto greco per sfuggire alla pioggia e all'autunno: La vocazione



Questo racconto è compreso nella raccolta "La ragazza in tailleur rosso fuoco" pubblicata da DuDag 

LA VOCAZIONE

 Nell'isola il monastero non godeva di buona fama. C'era chi diceva ci fossero i fantasmi - il solito fantasma della monaca monacata contro voglia, senza tenere conto del fatto che era stato un monastero maschile - e chi sosteneva che era frequentato dalle coppie adultere per consumarvi i loro misfatti; ma questo era sicuramente falso perché c'erano decine di posti più vicini e più adatti allo scopo. Secondo una voce mai provata, vi si era svolto un fatto di sangue quando era ancora abitato, così terribile e immondo che solo i vecchi avevano il coraggio di parlarne, dopo essersi fatti il segno della croce: un delitto di gelosia tra monaci. Sta di fatto che il monastero era lì, in cima all'unica montagna dell'isola, raggiungibile solo per un sentiero che anche i muli temevano di affrontare: deserto, cadente, pieno di topi e pipistrelli, ma anche di tesori abbandonati, codici miniati, icone, affreschi mangiati dalla muffa e arredi sacri tempestati di pietre preziose e smalti. Nessuno ne ricordava l'esistenza fuori dell'isola e nessuno degli isolani era così malvagio, o coraggioso, da andarvi per rubare o anche solo verificare se le dicerie erano vere.
Così, quando Eleni, una grossa vedova senza figli che viveva della carità pubblica e di una piccola pensione del marito morto in mare, cominciò a dire che voleva andare a stabilirsi nel monastero per vivere in preghiera, tutti pensarono che gli stenti e la vedovanza le avessero tolto definitivamente la ragione. Era sempre stata una donna strana, solitaria, che non si era mai integrata nella vita del villaggio, né si sapeva da dove venisse; Stavros l'aveva portata nell'isola trent'anni prima, quando era una bella ragazza alta e robusta, con occhi neri troppo grandi e mani come palette per la cenere. Finché Stavros era stato vivo, Eleni gli si era dedicata completamente, senza dare confidenza a nessuno nei lunghi periodi in cui lui, marinaio, se ne stava lontano; e nessuno, sull'isola, le aveva dato completa fiducia, soprattutto dopo che fu evidente che il suo matrimonio era destinato a rimanere sterile. Una donna sposata (e tutto sommato, anche non sposata) senza figli era quasi indecente, non si doveva fidarsene; Eleni, poi, non sembrava neanche dispiaciuta. Ormai Stavros era morto da quattro anni, ma lei era rimasta sull'isola, perché probabilmente non aveva nessun posto a cui ritornare; gli isolani l'avevano aiutata quando era stato necessario, senza perdere la diffidenza nei suoi confronti.

Ecco perché, quando una domenica mattina all'uscita dalla chiesa Eleni annunciò la sua intenzione di trasferirsi nel monastero, nessuno le diede retta, gli uomini andarono alla taverna, le donne a casa a preparare il pranzo senza nemmeno risponderle. Ma Eleni non si dette per vinta, e la sera, all'ora di cena, si recò a casa del pope per comunicargli la sua decisione. Il pope, seduto a tavola con la moglie e i numerosi figli, quando la vide arrivare sbuffò senza ritegno.
"Che vuoi?" le disse bruscamente.
"La tua benedizione, perché voglio rifugiarmi nel monastero a pregare per i vostri peccati. Sono stata chiamata e intendo rispondere."
Il pope la guardò a bocca aperta.
"Chiamata? Chi ti ha chiamata, che cosa vuol dire?"
Era indignato per essere stato interrotto nella cena domenicale, un pasto di tutto rispetto che amava consumare nel sereno raccoglimento della famiglia. Eleni, inconsapevole del fastidio che aveva arrecato, se ne stava in piedi nella piccola stanza, davanti alla tavola apparecchiata, senza curarsi degli sguardi curiosi dei bambini. Dalle pareti la guardavano severamente le fotografie incorniciate di nero degli antenati.
"Faccio dei sogni," disse Eleni "tutte le notti faccio dei sogni e ho delle rivelazioni da fare a tutti. I sogni mi guidano, mi dicono che cosa devo fare".
Il pope era sconcertato.
"Dei sogni? Delle rivelazioni? Il monastero? Ma tu sei matta, figlia mia! Vattene a casa e sogna quell'anima santa di tuo marito che almeno era una persona sensata e non diceva sciocchezze come te".
Faceva segni a sua moglie perché intervenisse e prendesse in mano la situazione, ma la donna, timida per carattere, se ne stava seduta in mezzo ai figli senza dire una parola.
"Vai a casa, Eleni, te ne prego, e facci una dormita sopra".

Eleni andò a casa, ma non rinsavì. La mattina dopo, all'ora in cui le due taverne aprivano le porte e i proprietari uscivano a gettare acqua sul selciato polveroso, lei era già lì vestita come per un matrimonio, con l'abito nero ornato di pizzo e una collana di oro e granati. Sedette tranquillamente sotto il grande leccio al centro della piazza e rimase a guardare il traffico delle sedie che venivano portate fuori, dei tavolini di legno verniciato di azzurro lavati con gli stracci sporchi, delle prime tazze di caffè servite da ragazzini assonnati. Guardava tutto con i suoi occhi neri troppo grandi, e non apriva bocca malgrado tutti la osservassero curiosamente. Ma a nessuno veniva in mente di rivolgerle la parola.
Quando sulla piazza cominciarono a comparire le donne che si recavano alla bottega per comperare due pomodori o mezzo chilo di fagioli, Eleni si alzò in piedi e si mise a parlare a voce alta ma calma, con la sicurezza di chi ha qualcosa da dire e sa che tutti la ascolteranno, perché le sue parole sono importanti.
"Statemi a sentire" disse "tutti quanti, ma soprattutto voi, donne, che ho un annuncio da farvi. Tempo fa ho fatto un sogno: ero sulla montagna, vicino al monastero, raccoglievo ginepro e origano. C'era un gran vento e una gran luce, e a un certo punto mi è apparsa la Santa Trinità, che portava nere vesti, lunghe fino ai piedi, e mi guardava terribilmente. Ascolta, Eleni, mi ha detto, ti devo fare una rivelazione: io sono femmina. Ha alzato le nere vesti fin sopra il capo, e ho visto che era vero, era proprio femmina, ve lo posso testimoniare. Ora che sai, mi ha detto, dillo agli abitanti del villaggio, e poi vieni nel monastero, prega e digiuna e medita per il resto della tua vita. Da allora, la Santa Trinità mi appare tutte le notti. Ecco l'annuncio che vi dovevo fare: adesso che anche voi sapete, potete capire perché voglio andare al monastero".
Finito il suo discorsetto, si guardò intorno soddisfatta e vide che gli ascoltatori erano numerosi e attenti. Dalla chiesa stava arrivando di corsa il pope, avvertito da un fedele che sulla piazza succedeva qualcosa di interessante, dai vicoli sbucavano altri attirati dall'assembramento. Eleni era salita in piedi sul muretto di pietra che circondava il tronco del leccio e guardava tutti con calma.
"Com'era la Santa Trinità, Eleni?" le chiese una donna.        
"Bella, coperta da nere vesti e neri scialli. Ma adesso sono stanca, torno a casa. Mi sono alzata presto per pregare. Padre" si rivolse al pope "voglio andare al monastero. Mi dia la sua benedizione".
Ma il pope si era voltato e se ne stava tornando alla chiesa, e la nera sottana svolazzante, la crocchia grigia e la schiena dritta esprimevano tutta la sua indignazione.
Eleni tornò a casa, in un vicolo cieco dietro alla piazza, seguita da un gruppetto di donne che avrebbero voluto ulteriori particolari del sogno. Entrarono con lei nel cortile, Eleni offrì acqua e caffè, e parlarono ancora insieme fino a che lei disse che era troppo stanca e si ritirò nella sua stanza. Nella piazza, anche gli uomini bevevano caffè e discutevano il sogno di Eleni.

Da quel giorno, tutte le mattine Eleni saliva sul muretto del leccio e raccontava a chi voleva ascoltarla i suoi sogni della notte, che non cambiavano mai molto: in tutti compariva la Santa Trinità, e tutti si concludevano con l'espressione della volontà di ritirarsi a vivere nel monastero. Variavano però le circostanze del sogno; una volta la Santa Trinità si presentava allattando una bambina, un'altra volta, "col capo coperto da un nero fazzoletto", si dava da fare a spolverare e rassettare, ma più sovente si limitava a dare la prova della sua femminilità esibendo quello che le nere vesti normalmente avrebbero dovuto celare.
Gli isolani, all'inizio solamente sconcertati, finirono per appassionarsi a questi racconti e accorrere sempre più numerosi la mattina nella piazza; la loro diffidenza si era trasformata in curiosità, poi in interesse e persino simpatia. Venivano contadini e pescatori che abitavano lontano dal villaggio, alzandosi all'alba e facendo ore a dorso di mulo o su sputacchianti barchette a motore per ascoltare le parole di Eleni, poi si fermavano a discutere alle taverne e nei cortili delle case. Era opinione generale che le novità predicate dalla donna meritavano di essere esaminate con attenzione. Presto si formarono due partiti, uno fortemente avverso a quella rivoluzione teologica, l'altro, prevalentemente femminile, propenso a dare credito ai sogni e a farsene sedurre. Tutti quanti, dopo un po', cominciarono a pensare che se Eleni ci teneva tanto ad andare a vivere nel monastero, aveva tutti i diritti di farlo.
Il pope, turbato, non sapeva quale decisione prendere. Non dava importanza ai vaneggiamenti della donna, quello che lo preoccupava era il monastero. Gli isolani lo consideravano loro proprietà ed erano convinti di poter scegliere che cosa farne, ma lui sapeva che in realtà apparteneva alla Chiesa, solo il vescovo avrebbe potuto decidere. D'altra parte, il vescovo era lontano, su un'isola che distava almeno un giorno di viaggio, e a memoria d'uomo non aveva mai dimostrato nessun interesse per quel rudere.
Tutti i giorni, dopo il resoconto mattutino, a casa di Eleni c'era  una processione di donne che recavano dolci, zucchero e caffè, rimanendo a parlare con lei fino a quando non si ritirava nella sua stanza per sognare quello che avrebbe raccontato il mattino dopo. Qualcuno aveva portato nel suo cortiletto una panca e delle seggiole, e le chiacchiere fiorivano tra il profumo del caffè e quello del basilico e del gelsomino che crescevano nelle latte. Eleni, contenta di parlare con le donne, era prodiga di particolari. Qualche volta anche un uomo faceva la comparsa nel gruppo di donne vestite di nero, ma era raro. Gli uomini preferivano bere alla taverna e confabulare tra di loro.


Infine una delegazione di isolani si recò dal pope per cercare di convincerlo a concedere a Eleni il permesso di vivere nel monastero; anche sua moglie, che era timida con gli estranei ma non con lui, perorò la causa. Così, alla fine, il pope cedette. Una domenica mattina di luglio, quando la chiesa era piena di gente per la messa, risonante di cori e profumata dal fumo delle candele, il pope disse:
"Ho deciso che è giusto che Eleni possa finalmente realizzare quello che sembra essere diventato lo scopo della sua vita. Potrà andare a vivere nel monastero quando vuole".
Le candele tremolavano e anche la voce dei fedeli tremolava per l'emozione. Qualcuno tossì per nascondere un singhiozzo, le donne si fecero tre segni di croce per dimostrare la loro contentezza e la riconoscenza per la magnanimità del pope.
"L'accompagneremo tutti" disse una vecchia, e gli altri annuirono, esprimendo la loro approvazione con sternuti e applausi. Nel buio della chiesa le camicie bianche delle donne splendevano alla luce dei ceri sgocciolanti, le loro collane luccicavano allegramente. Le facce severe dei santi nelle icone sembravano sorridere e il pope si sentì improvvisamente sicuro di avere fatto la cosa giusta. Alla fine della messa tutti uscirono nella luce accecante del mattino estivo e si radunarono sotto il leccio per decidere come si sarebbe dovuto procedere per accompagnare Eleni al monastero. La causa di tutto quel trambusto non era presente, perché ormai da settimane disertava le funzioni per restare a pregare nella sua stanza.

Alcune donne andarono alla casa di Eleni a comunicarle la buona notizia, mentre gli altri organizzavano per il pomeriggio una grandiosa processione che l'avrebbe condotta nella sua nuova residenza. Alle cinque, quando il caldo cominciò a diminuire, tutto era pronto e la cerimonia ebbe inizio. Il pope aveva accettato di partecipare, ma a titolo privato e senza paramenti. In testa a tutti veniva Eleni, vestita col suo abito della festa, i pizzi bianchi ben stirati sul nero del raso, e subito dopo un gruppo di donne che cantavano salmi in onore della Santa Trinità; seguivano alcuni giovani che si erano caricati sulla schiena le cose che Eleni aveva voluto portarsi dietro, il letto, il materasso, rotoli di coperte, un tavolo e una sedia, fagotti di abiti e biancheria, una grande fotografia di Stavros in divisa da marinaio, con il bordino a lutto; poi la maggior parte degli abitanti dell'isola, quelli in grado di affrontare la salita, con i notabili in testa, il pope, il maestro, e tutti gli altri dietro. Per una volta donne e uomini finirono per trovarsi insieme, perché anche se alla partenza erano stati rigorosamente separati, ben presto fu solo la resistenza alla fatica a stabilire l'ordine di marcia. Molti portavano dei doni, soprattutto cibo, formaggio, olive, carne cotta, e il sole ancora caldo del tardo pomeriggio ne traeva profumi violenti e poco mistici. A poco a poco, le persone più anziane rimasero indietro, i bambini sopravanzarono anche Eleni e le donne, e la processione finì per assomigliare più a una nera biscia che scivolava lentamente su per il pendio della montagna che a un corteo trionfale.
Infine tutti raggiunsero il monastero ed Eleni si installò maestosamente nel refettorio, che era pressoché intatto. I mobili e i suoi averi furono deposti ordinatamente dove lei indicava, i regali ammassati sul tavolo, e il pope le impartì una benedizione piuttosto sbrigativa, perché era ormai quasi buio e la discesa poteva diventare difficoltosa; nessuno, nell'entusiasmo dei preparativi, aveva pensato a portare delle lanterne. Gli isolani ripartirono in gruppo compatto, gli anziani cercando l'appoggio dei figli, i giovani contenti dell'occasione di poter restare un po' insieme al buio, e la processione si trasformò per molti in una scampagnata. Gli uomini rimasero fino a tardi nelle taverne e bevvero più del solito, le donne si scambiarono visite nei cortili e sulle porte di casa, i giovani riuscirono a darsi più baci quella sera che in un intero mese, così tutti pensarono con gratitudine a Eleni che sognava i suoi sogni là in cima alla montagna. Solo il pope era inquieto, si rivoltava nel letto chiedendosi se aveva preso una decisione saggia.

Il monastero sembrava una spelonca, ma gli edifici che lo componevano erano ancora abbastanza solidi. Attorno al cortile interno si aprivano i locali comuni, il refettorio che prendeva tutto un lato, la farmacia (i monaci erano stati esperti erboristi), le dispense, la cucina. Separata dal resto degli edifici, in un angolo del cortile, stava la cappella con il grande coro in cui i monaci cantavano all'alba e al tramonto, ornata da mosaici dai colori ancora brillanti e da affreschi affumicati. Al primo piano, lungo ballatoi di legno pericolanti, si aprivano le celle; proprio sopra il refettorio c'erano la biblioteca e la sala di lettura. Salendo per una scaletta di pietra si arrivava sul tetto piatto, protetto verso l'esterno da un muro che dava al monastero il suo aspetto di fortezza. Di lì si vedevano tutto il pendio della montagna e la strada che saliva, il villaggio con i frutteti e gli uliveti, in basso i campi coltivati e il mare, le poche case del porto e il piccolo molo che si stendeva verso il mare aperto come un indice puntato; sulla destra, in cima al promontorio, un faro bianco e azzurro. Anche le mura del monastero erano state bianche un tempo, ma ora erano ingiallite, scrostate, segnate da crepe come fantastiche carte geografiche.
Eleni si sentì subito a suo agio e si mise alacremente al lavoro per rimettere ordine. Spazzò e ripulì, ammonticchiò detriti, sfregò pavimenti polverosi e scacciò i pipistrelli che stavano attaccati ai soffitti; cercò persino di cancellare la fuliggine dagli affreschi della chiesa, lavò i pochi vetri ancora interi e strappò le erbacce che invadevano il cortile. Tempo per fermarsi a meditare gliene restava poco, ma lavorando in solitudine pensava e la sera era tanto stanca che andava a dormire con il sole, così i suoi sogni erano lunghissimi.

Passarono un paio di mesi prima che qualcuno si decidesse a salire al monastero per vedere come stava; l'estate era troppo calda per affrontare la salita della montagna arida e rocciosa. Ma verso la fine di settembre un gruppo di donne cariche di doni partì dal villaggio la mattina presto e raggiunse il monastero nel momento in cui Eleni, che lavorava dall'alba, si era seduta sotto un fico in un angolo del cortile per riposarsi e mangiare alcuni frutti che erano caduti, caldi per il sole, rossi e aperti come una ferita. Il portone del cortile era spalancato e le donne la sorpresero così, né lei si alzò per accoglierle, ma rimase immobile a guardarle mentre si avvicinavano, con un fico in mano a mezz'aria, bloccata nell'atto di portarselo alla bocca. Era tanto tempo che non parlava che non le venne niente da dire.
Le donne avevano molte domande da farle e curiosità da soddisfare, ma Eleni doveva riprendersi dalla sorpresa per ritrovare la disinvoltura necessaria a raccontare i suoi ultimi sogni. Nel frattempo le altre girarono per i locali vuoti e ripuliti con grandi esclamazioni di meraviglia, indicandosi i vecchi armadi pieni di libri, i mosaici, le icone, di cui avevano sempre sentito raccontare senza averli mai visti. Non erano i tesori di cui si favoleggiava, ma solo quel che restava degli arredi del monastero, rimasti abbandonati dopo la morte dell'ultimo monaco che vi aveva abitato, chissà quanto tempo prima. Le donne ammiravano il lavoro di Eleni, immaginando la fatica che le era costato, e dopo aver visitato tutto quanto, si riunirono nel refettorio, fresco e ombroso contro il troppo sole del cortile.
"Come sei magra, Eleni!" disse una delle donne. "Che cosa mangi? C'è abbastanza acqua nel pozzo?"
Ma alle altre non interessavano le condizioni fisiche di Eleni, e la interrogarono sui suoi sogni, perché questo era lo scopo della visita: volevano sapere se la Santa Trinità aveva fatto nuove rivelazioni. Eleni, che aveva ritrovato la parola, raccontò a lungo e la visita si concluse al tramonto con la massima soddisfazione di tutte. Le donne ripartirono con una lista di oggetti che Eleni desiderava, tra cui pennelli e colori, e con molte cose da raccontare. La Santa Trinità aveva dato ulteriori prove della sua femminilità comparendo senza le nere vesti, in tutta la sua terribile bellezza; Eleni era sempre più ferma nella volontà di vivere in eremitaggio e preghiera.

Ogni tanto, durante tutto l'autunno, gruppi di donne, e più raramente uomini, salirono sul monte portando a Eleni quello che le occorreva. L'opera di pulizia del monastero era quasi terminata e tra le altre cose che lei aveva chiesto c'erano sementi e piantine per l'orto, e anche del cemento, che, trasportato a dorso di mulo, servì a chiudere le crepe più grosse con l'aiuto di pietre e detriti, e a consolidare i muri crollanti. Così l'eremita si fece anche muratore, giardiniere, manovale, contadino.
Con l'arrivo dell'inverno le visite cessarono. Eleni si dedicò ad attività sedentarie all'interno del monastero, che pur essendo gelido, le offriva riparo dal vento furioso che squassava notte e giorno la montagna, e dalla pioggia che quell'anno fu abbondantissima. Non sapeva scrivere che la propria firma, e leggeva compitando solo i caratteri maiuscoli: ma si mise con impegno a esaminare i libri pieni di tarli ammucchiati negli armadi scuri della biblioteca, decifrandone faticosamente i titoli e restando ore a fantasticare su quello che poteva essere scritto nelle pagine fitte e sotto le figure dorate e colorate. Tutti i giorni si costrinse a leggere almeno una pagina, e anche se non capiva quello che leggeva, tuttavia faceva progressi.
Ma l'attività che più la tenne occupata durante quell'inverno fu un'altra. Nella cappella, ripulita come si poteva dalla fuliggine, gli affreschi scrostati delle pareti erano una sfida: teorie di santi barbuti la guardavano con aria di disapprovazione, pieni di severità e increduli quando lei parlava delle rivelazioni della Santa Trinità, per cui si mise a ridipingere le figure trasformandole in sante. L'impresa non era impossibile, perché larghi pezzi di intonaco erano caduti e bastava completare le figure mezze cancellate con caratteristiche femminili; era più difficile trasformare le facce barbute, ma Eleni si scoprì un'insospettata abilità di pittrice e trasse molta soddisfazione sia dal lavoro che dal risultato. Per dipingere le facce delle sante si ispirò alle donne che conosceva, così alla fine le pareti della cappella sembravano una processione al villaggio, in cui tutte le donne camminavano pregando col capo coperto e le vesti scure, mentre gli uomini non erano ancora arrivati o erano rimasti a bere alla taverna.
Modificare i mosaici fu più difficile. Eleni dovette staccare tutte le tessere con cura per non perderne nessuna, dividerle per colore, ridisegnare le figure sul cemento fresco e inserire le tessere al loro posto prima che questo indurisse; ma il risultato fu superbo, e per concludere in bellezza, il grande Pantocrator dell'abside divenne una Santa Trinità dal capo velato di nero, con gli occhi bistrati e un sorriso terribile; la mano levata nel gesto benedicente poggiava su un petto florido e rotondo. Tessere nere nei mosaici originali non ce n'erano, ed Eleni si scervellò su questo problema a lungo, prima di trovare la soluzione: le tessere dorate e quelle azzurre e rosse dell'abito di Cristo vennero annerite a una a una con l'inchiostro rinsecchito che ancora riempiva i calamai della sala di lettura, sciolto nell'acqua fino a formare una vernice densa e lucente.

In questi lavori passò l'inverno, e quando il vento cominciò a tacere e i pendii della montagna a rinverdire, Eleni capì che le rimaneva ancora un compito: riscrivere il Vangelo in chiave femminile, di modo che le sue creazioni pittoriche e musive potessero poggiarsi su una base più solida. Quest'impresa si annunciava più complicata delle altre per la necessità di fare uso di carta e penna, strumenti che le incutevano un certo timore. Ormai però si sentiva capace di tutto, e si mise al lavoro, pensando che si sarebbe trattato di una faccenda lunga, ma prima o poi ne sarebbe venuta a capo.
 Con la primavera arrivò anche una visita, lo stesso gruppo di donne che per primo era salito al monastero in settembre. Eleni fu lieta di vederle e di mostrare loro tutto il lavoro che aveva fatto durante l'inverno; le donne rimasero stupefatte e ammirate, anche se un po' sconcertate dall'aspetto femminile che aveva assunto la cappella, soprattutto dalla figura nell'abside. Alcune di esse si riconobbero sulle pareti e furono lusingate di essere state trasformate in sante. Avevano portato del caffè, e mentre lo bevevano nel refettorio dove Eleni continuava a vivere, lei confidò il suo progetto di riscrivere il Vangelo con un Cristo femmina. Questo le confuse definitivamente; ripartirono ansiose di raccontare quello che avevano visto e sentito.
 Le notizie portate dalle donne destarono molta curiosità, e le visite al monastero si fecero più frequenti. Non tutti apprezzarono le innovazioni apportate da Eleni, nel villaggio cominciarono a circolare mormorii e proteste, soprattutto tra gli uomini, finché il pope non poté più fare finta di non saperne niente e fu costretto ad affrontare la faticosa salita per andare a controllare di persona le voci. Per sentirsi più sicuro, si fece accompagnare dalla moglie e da un paio di figli, di modo che il suo arrivo al monastero potesse sembrare dettato più dal desiderio di fare una scampagnata che dalla necessità di controllare una possibile eresia. Eleni non fu contenta di vederli arrivare, ma li accolse con dignità e li fece accomodare sotto il fico ombroso e profumato. Il cortile era trasformato in un orto, con file di tenere piantine che spuntavano ordinate e fiorite dalla terra arida.
"Allora, Eleni" disse il pope cordialmente, "come te la sei passata quest'inverno? Sei sempre sicura di essere fatta per vivere in eremitaggio?"
Sua moglie guardava Eleni con timore reverente, chiedendosi come fosse possibile resistere per tanto tempo in un posto così remoto. I ragazzi correvano urlando e pestando le aiuole ben coltivate, finché un eloquente sguardo di Eleni li ridusse alla calma, e si sedettero in un angolo all'ombra addentando il pane e le olive portati dalla madre.
"Sono certa sì, padre," rispose lei "ho lavorato moltissimo, e ho fatto un buon lavoro, credo. Non vede come è ben tenuto il cortile, come sono aggiustati i muri? Venga a vedere dentro, come tutto è in ordine e pulito".
Ma al pope interessava poco che il posto fosse pulito, lui voleva vedere la cappella per verificare con i suoi occhi se quello che aveva sentito era vero. Eleni ve lo accompagnò. Dentro faceva un caldo soffocante e l'aria odorava di cera. Le candele fornite dalle donne del villaggio brillavano sull'altare e davanti agli affreschi rinnovati. Il pope, accecato dalla luce del sole, ci mise un po' a mettere a fuoco le immagini che popolavano le pareti e l'abside, ma quando ci riuscì, per poco non si mise a gridare per l'agitazione. Riuscì con sforzo a trattenersi e senza far commenti uscì nel cortile. Il resto della visita fu velocissimo e poco dopo, trascinandosi dietro moglie e figli a passo di corsa sul sentiero pericoloso, tornò al villaggio in preda alla paura. Chi poteva assicurargli che l'ira divina non si sarebbe scatenata sull'isola quella notte stessa? Scrisse immediatamente una lunga lettera al vescovo; per fortuna la mattina dopo sarebbe passata la barca che svolgeva il servizio postale.
              
           Ma prima che giungesse una risposta, l'isola fu distratta da una novità. In una baietta deserta attraccò un grosso yacht a motore, appartenente a un ateniese rumoroso e gioviale, che tutte le mattine si faceva accompagnare al porto in fuoribordo da un marinaio; poi affittava un mulo, saliva al villaggio, e trascorreva la giornata alla taverna, parlando con chi gli capitava e ricevendo la visita dei notabili. Sembrava avere un sacco di soldi e grandi progetti: ben presto convinse un possidente a vendergli la terra attorno alla baia dove aveva attraccato, e annunciò che vi avrebbe costruito un albergo di lusso. Fu raggiunto dopo qualche giorno da un gruppo di persone che si misero a girare per il villaggio visitando le case che avevano stanze libere da affittare, per vedere se erano adatte; poi cominciarono a parlare di una strada carrozzabile per unire il porto al villaggio, e di bagni, e di docce, e di impianti di desalinizzazione dell'acqua, e di ristoranti, e di cavi telefonici e di traghetti giornalieri, e di mille altre cose che facevano girare la testa agli isolani. Certo, ogni tanto qualche turista era già arrivato fin lì, aveva preso alloggio in una casa del villaggio o si era fatto ospitare dai pescatori che vivevano nelle baie raggiungibili solo in barca; qualche yacht attraccava al molo e più di una volta nelle due taverne della piazza si erano visti gruppi di gente vociante che sembravano divertirsi un mondo a mangiare sui tavolini traballanti, trovando "deliziose" le insalate paesane e "incantevoli" i marmocchi che li fissavano a bocca aperta, ma l'idea di uno sfruttamento turistico dell'isola non era ancora venuta a nessuno. L'ateniese parlava di cifre enormi, proponeva prestiti, prometteva guadagni, agitando le mani su cui scintillava una pietra preziosa grossa e rossa come l'occhio di un coniglio. Tutti cominciarono a farsi prendere dalla febbre del turismo.

In questo clima, Eleni fu dimenticata per un po', ma poi arrivò una lettera del vescovo che annunciava una visita entro pochi giorni. Non sembrava preoccupato, anzi, aveva l'aria di considerare il problema risibile, tuttavia era disposto a sottoporsi a un viaggio così scomodo, sicuro che la sua presenza sarebbe bastata per rimettere le cose a posto. Il pope, che aveva guardato da lontano, con diffidenza, l'ateniese, si agitò invece moltissimo all'idea di una visita pastorale, anche se il vescovo si sarebbe fermato solo poche ore, giusto il tempo di parlare con Eleni. "Mi faccia trovare la donna al villaggio" diceva la lettera. Il pope aveva il triste presentimento che la cosa non sarebbe stata tanto facile da realizzare.
Infatti Eleni, avvisata dal solito gruppo di donne, si rifiutò categoricamente di lasciare il monastero anche solo per poche ore.
"Se il vescovo mi vuole parlare, sa dove trovarmi" rispose.
Neanche il pope, che si sobbarcò un'altra volta la lunga salita, riuscì a convincerla. Così dovette rassegnarsi a confessare al vescovo la sua sconfitta, e cominciò a organizzare la spedizione episcopale come meglio poteva, preparando muli e rinfreschi per renderla meno penosa. Gli isolani vivevano giorni esaltanti, divisi tra due eventi tanto insoliti: la presenza degli ateniesi e l'arrivo del vescovo. Molte tra le donne avevano disapprovato l'iniziativa del pope, ma non osavano dare voce ai loro dubbi, sapendo che Eleni era andata troppo in là perché le gerarchie ecclesiastiche potessero continuare a ignorarla. Aspettavano il giorno della resa dei conti con sentimenti contrastanti, e la segreta speranza che lei riuscisse a tenere testa a tutti. Il vescovo, accompagnato da cinque o sei accoliti, sbarcò la mattina presto dal traghetto, di cattivo umore perché la traversata era stata brutta e la cabina poco confortevole; salì con difficoltà sul mulo che doveva portarlo al paese (era un uomo anziano, alto e corpulento, e non faceva una bella figura seduto all'amazzone sulla sella) e, appena arrivato, si ritirò con il pope e il suo seguito in sacrestia. Quando riemersero, il sole era ormai alto e il caldo tremendo. Tutti gli abitanti dell'isola erano radunati nella piazza, compresi gli ateniesi e qualche turista, e si misero al seguito del vescovo e degli altri ecclesiastici che erano montati nuovamente sui muli.

La salita era faticosa per tutti. Il corteo strisciò lentamente lungo il pendio, colorato e scintillante alla testa per i paramenti del clero, nero dietro, con le macchie chiare degli abiti dei turisti sparse qua e là. Alcuni degli ateniesi avevano grosse macchine fotografiche e correvano su e giù sudando a grandi gocce per fare fotografie al vescovo e agli altri sui muli, ai vecchi che salivano pregando e ansimando sotto i vestiti pesanti, alle donne che malgrado tutto portavano regali per Eleni, sempre alla ricerca di inquadrature efficaci e di colore locale. I turisti, stanchi ma curiosi, seguivano senza sapere bene dove stessero andando.
Giunti sullo spiazzo antistante al monastero, tutti scesero dai muli e il vescovo guidò la processione con dignità, ben dritto sotto la stola ricamata, il viso severo e preoccupato. Il portone del cortile era chiuso e sprangato. Il pope bussò e ribussò, ma nessuno venne ad aprire; poi cominciò a chiamare a voce alta, ma nemmeno allora ci fu risposta. A poco a poco anche il resto del corteo era giunto sullo spiazzo, e tutti si unirono ai richiami. La montagna deserta risuonava di un grido solo: 
"Eleni! Eleni! Apri, Eleni!"
Infine, quando sembrava che non sarebbe successo più nulla, Eleni comparve sulle mura del monastero, mezza coperta dal parapetto, vestita con il suo abito con i pizzi, la collana di granati che luccicava al sole.
"Che cosa volete?" chiese tranquillamente.
"Eleni," disse il pope con voce forte e chiara, come gli sembrava ci si dovesse rivolgere a un personaggio così temibile "qui c'è il vescovo che ti vuole parlare. È venuto apposta da lontano per parlare con te, Eleni. Scendi giù e aprici."
"No" rispose lei. "Parliamoci così, mi piace di più." Si sedette di sghembo sul parapetto. "Che cosa volete? Il mio Vangelo non è ancora pronto, ma appena lo sarà ve lo farò avere. Per il momento, preferisco essere lasciata in pace".
Il vescovo provò a parlare, ma la voce non gli uscì. Dovette schiarirsi la gola e chiedere un sorso d'acqua. Nell'agitazione il pope aveva dimenticato di prendere i rinfreschi, così la voce passò come un'onda lungo tutta la folla ammassata sullo spiazzo.
"Il vescovo vuole dell'acqua!"
Infine qualcuno portò un termos e il vescovo riacquistò la parola.
"Vieni giù e facci entrare" disse.
"No" rispose lei.
"Mi dicono" riprese il vescovo, un po' sconcertato che la sua autorità non fosse stata riconosciuta, "che stai facendo e dicendo delle strane cose, per niente in accordo con l'insegnamento della Chiesa. Non posso tollerare una simile mancanza di disciplina. Devi abbandonare immediatamente il monastero e tornare al villaggio, poi decideremo il da farsi".
"No" ripeté Eleni.
"Come, no?" ribatté il vescovo che non era mai stato trattato così in tutta la sua vita, e cominciava ad arrabbiarsi. "Scendi giù, brutta eretica, facci vedere come hai sconciato la cappella di questo santo monastero".
Eleni lo guardò dritto negli occhi, per quanto era possibile con tutto quel sole che picchiava senza pietà, ma non rispose.
"Vieni giù, Eleni, facci entrare" disse una delle donne. "Ti ho portato del caffè e del formaggio, e le altre hanno zucchero, dolci e vino".
Ma Eleni, scrollando le spalle, si accomodò meglio sul parapetto.
"Vieni giù, aprici" cominciarono a gridare gli altri, e alla fine la confusione divenne totale. Gli ateniesi correvano qua e là con le loro macchine fotografiche, i turisti intimiditi se ne stavano in un angolo chiedendosi l'un l'altro che cosa stesse succedendo.
Il vescovo, che sentiva di dover riprendere in mano la situazione, riaprì il dialogo.
"Che cosa fai qui? Perché vuoi restare? Il monastero non ti appartiene, non puoi farne quello che vuoi".
"Il monastero mi appartiene, invece," rispose Eleni "me l'ha detto la Santa Trinità che mi appare tutte le notti".
"Ma come puoi sapere che si tratta veramente della Santa Trinità? E che aspetto ha?"    
Il pope inorridì sentendo quella incauta domanda, ma era troppo tardi. Eleni salì in piedi sul parapetto, e cominciò a gridare con voce ispirata: 
"Ha nere vesti, un nero scialle, è femmina, vuoi vedere com'è fatta?"
Si alzò la veste sul capo, mostrando a tutti la sua nudità, e aggiunse:
"E guarda, fa così!"
Il getto non raggiunse il vescovo, verso cui forse Eleni aveva cercato di dirigerlo, ma si disperse in mille goccioline iridescenti che il vento spinse verso la montagna. Dalla folla si levò un "Oh!" reverente e impaurito, tutti si volsero e si avviarono giù per il sentiero a passo veloce, in silenzio. Anche il vescovo si volse e si diresse verso i muli.     
"Andiamocene" disse. I suoi accoliti e il pope gli corsero dietro.
Al porto una barca aspettava il vescovo per ricondurlo alla sua isola. Lui non volle fermarsi al villaggio nemmeno per la cena che la moglie del pope aveva preparato lavorando fin dall'alba. Il pope gli corse dietro con un cestino pieno di viveri, gridando: "Per il viaggio! Per il viaggio!", e riuscì a raggiungerlo prima che si imbarcasse.     
"Comunque" disse il vescovo, con voce calma ma ancora rosso per la rabbia e il movimento, "c'è un documento del 1706 che testimonia che il vescovado ha regalato il monastero alla chiesa dell'isola. Sono fatti vostri, risolveteveli voi".
La barca partì, e il pope rimase sul molo con il suo cestino in mano, stanco e mortificato, mentre il sole al tramonto trasformava il mare in un tripudio d'oro liquido. Tornò al villaggio a piedi, per schiarirsi le idee.

Quindici giorni dopo, su una rivista della capitale apparve un dossier fotografico intitolato "L'isola dimenticata". Non vi si parlava molto di Eleni, genericamente definita "la fondatrice di una setta eretico-femminista", ma c'erano decine di fotografie del vescovo sul mulo, del pope, degli abitanti del villaggio e scorci pittoreschi dell'isola e del monastero.
"Questo articolo vi porterà migliaia di turisti" decretò l'ateniese, che era tornato dopo una breve assenza in cui aveva preso accordi e trovato fondi per il suo progetto di lancio turistico. "Dovreste fare un monumento a quella donna per la pubblicità che vi ha procurato".
Per un po', il problema di Eleni fu accantonato per pensieri più immediati. Qualcuno suggerì che si facesse ricorso alla giustizia, ma il pope era restio perché sapeva che le donne del villaggio sarebbero state contrarie e poi la sola idea di quello che Eleni avrebbe potuto dire o fare alla polizia lo faceva rabbrividire, per cui non se ne fece nulla.
La primavera avanzava, l'estate si annunciava ingiallendo la stenta erba che copriva la collina e rendendo tiepida l'acqua delle spiagge ancora intatte. L'ateniese, che continuava a far la spola tra l'isola e la capitale, tornava ogni volta più entusiasta e pieno di idee. Gli isolani cominciarono a ordinare lavandini, bidè, piatti da doccia e gabinetti. Gruppi di uomini con strani strumenti si aggiravano lungo i sentieri prendendo misure e facendo disegni, nella baia acquistata dall'ateniese erano cominciati i lavori per l'albergo, con materiali portati via mare dal porto. Traghetti che non si erano mai sognati di far scalo nell'isola cominciarono ad attraccare al molo sbarcando casse, sacchi e passeggeri. Sbarcò persino una jeep, che però rimase parcheggiata sul molo intralciando le operazioni di scarico per mesi, perché non c'era nemmeno un metro di strada percorribile su tutta l'isola. Le taverne della piazza vennero ridipinte e ampliate, comparvero tavolini di plastica e tovaglie, i quartini e i mezzi litri di alluminio in cui era sempre stato servito il vino furono sostituiti da caraffe di vetro; chiunque avesse anche solo uno sgabuzzino libero si affrettò a rimetterlo a posto in vista dell'arrivo dei turisti. Le vecchie botteghe che avevano sempre venduto solo generi alimentari si riempirono di salvagenti, sandali di plastica, creme da sole e stuoie di paglia fabbricate in Corea.

E i turisti arrivarono, già da quell'estate, a piccoli gruppi, rumorosi e famelici, sempre alla ricerca di una spiaggia su cui sdraiarsi e di una barca per farcisi condurre, o di un piatto di insalata e pesce fritto. La mattina assediavano il forno per comperare pane e dolci, consumavano quantità incredibili di vino e acqua minerale, volevano giornali e medicine e sandali per il mare e pinne e maschere e chiacchierare con i vecchi del paese e ascoltare musica e mandare cartoline e telefonare a casa. Il villaggio li accolse e si gonfiò, ma molti trovavano faticoso salire fin lì, anche se la strada era stata ormai terminata e c'era persino un pulmino che faceva servizio trasportando bagagli e viaggiatori, per cui intorno al porto cominciarono a spuntare casette e taverne e poi un paio di alberghi, altri sorsero su altre spiagge, altre strade furono costruite per raggiungerli, altri pulmini si mossero per collegarli al porto, e infine dai traghetti cominciarono a sbarcare macchine e motociclette che percorrevano l'isola strombettando e sollevando polvere sulle mulattiere frananti, restando bloccate in bilico sugli strapiombi, precipitando sugli orti e schiacciando pecore, ma la maggior parte del tempo rimanevano posteggiate vicino al porto o nel paese, ostruendo le strade strette e bloccando le porte d'ingresso delle case. Nessun turista sembrava in grado di muoversi a piedi.  
Gli abitanti dell'isola si arricchirono con il turismo, e tutti, dalle vecchie che apparentemente passavano il loro tempo immobili su una sedia fuori della porta di casa, mentre invece conducevano ogni sorta di traffici, affittando stanze, aprendo negozietti, raccogliendo ricami, lavori a maglia e altri prodotti artigianali per venderli, ai bambini che a sette o otto anni parlavano già due lingue straniere, ai pescatori che rifornivano di pesce le taverne e gli alberghi, al pope che cercava di non guardare quelli che circolavano seminudi per il paese ed entravano in chiesa in calzoncini corti, si trovarono, chi più chi meno, a beneficiare della pioggia di soldi che si abbatteva su di loro. Eleni e i suoi traffici nel monastero erano passati in secondo piano, ma ogni tanto qualcuno saliva fin lassù e le portava notizie e regali, ritornando con altre notizie che non suscitavano più nessun clamore. Aveva affrescato con lunghe teorie di donne dalle facce conosciute le pareti del refettorio, aveva dipinto oscene epifanie della Santa Trinità in ogni cella ancora in piedi, aveva riprodotto tutta la scena della processione del vescovo su un lato del cortile, e si diceva che la riscrittura del Vangelo procedesse, lentamente ma sicuramente. Il pope fingeva di non sapere nulla. Quasi nessuno, ormai, si interessava ai sogni di Eleni.

                        
                 Qualche turista più curioso degli altri, che aveva sentito delle chiacchiere in giro per il paese, o che si era troppo scottato e doveva evitare la spiaggia per qualche giorno, cominciò a salire per l'aspro sentiero che non era stato asfaltato come gli altri. Quelli che bussavano al portone del monastero venivano accolti gentilmente, Eleni era fiera di mostrare la sua opera, la biblioteca, la bella vista che si ammirava dal tetto; la voce si sparse e le visite si fecero più frequenti. Eleni trovò una cassettina antica che piazzò in evidenza all'entrata, ci scrisse sopra "Offerte per il monastero" in più lingue, facendosi aiutare dai visitatori; e le offerte arrivavano. Cominciò a servire ai turisti caffè e tè, facendosi pagare abbastanza caro, e tutti erano ben lieti di contribuire al mantenimento di un luogo così bizzarro, rallegrandosi al pensiero di quello che avrebbero potuto raccontare agli amici al ritorno. Eleni offriva l'acqua del pozzo gratuitamente.
   Durante gli inverni, si mise a raccogliere erbe selvatiche sulla montagna e preparare tisane, ad allevare api e raccogliere il miele, a fare marmellate di fichi e di more di rovo; dato che sapeva anche ricamare, con i soldi delle offerte si fece comprare della tela e ricamò asciugamani e tovagliette con l'immagine della Santa Trinità in tutte le sue varie manifestazioni. Inventò una grappa di ginepro che battezzò "Latte di Crista", e su ogni bottiglia, ricuperata dalle osterie del villaggio, incollò un'etichetta dipinta a mano con l'immagine del Pantocrator femmina; costava come un whisky invecchiato, ma si esauriva in una settimana. I turisti erano felici di comprare i suoi prodotti, non ce n'erano mai abbastanza. Eleni si arricchì tanto che in pochi anni riuscì a far riparare il tetto e ridipingere la pareti esterne, che così ripresero a brillare bianchissime sul pendio scuro. Il cortile divenne un giardino, fresco come un miracolo per chi arrivava stanco dopo la salita faticosa. Si mise d'accordo con un contadino che affittava i muli a chi non voleva salire a piedi, e si fece dare un tanto per ogni turista che veniva trasportato; in compenso, non permise a nessun altro di fare lo stesso servizio. Continuava ad avere poco tempo per meditare, ma la sera, e durante i brevi inverni, si applicava laboriosamente al suo Vangelo femminile; aveva imparato a scrivere abbastanza bene. Quando le celle furono rimesse a posto, offrì anche ospitalità (a pagamento, ben inteso) a chi desiderava provare l'esperienza della vita spartana del monastero; forniva ricche colazioni e pasti appetitosi, aperitivi e digestivi, lenzuola pulite e portaceneri, indulgente con il bisogno di alcol e di piaceri terreni dei visitatori, ma non installò mai né un bagno né un gabinetto, ritenendo che chiunque voleva godere di quel privilegio dovesse adattarsi a lavarsi al pozzo e fare i suoi bisogni nella natura, come lei faceva ormai da anni.
Così fu che la vocazione di Eleni si ricongiunse con quella dell'isola intera; e non ci fu più nessuno, né il pope, né il vescovo nella sua isola lontana, né men che meno gli abitanti, che fece obiezioni al suo diritto di abitare nel monastero e propagandare la sua teologia eretica; su tutti i dépliant che le agenzie distribuivano per illustrare le attrattive dell'isola, il monastero della Santa Trinità femmina era menzionato come uno dei principali motivi di interesse, una passeggiata consigliata e un soggiorno "che potrà rendere la vostra vacanza un'esperienza indimenticabile".