venerdì 18 ottobre 2013

Amori e fantasmi in un villaggio islandese: Jon Kalman Stefánsson, Luce d’estate, ed è subito notte




Il romanzo di  Jón Kalman Stefánsson  Luce d’estate, ed è subito notte, pubblicato per la prima volta nel 2005, quindi precedente a Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli, esattamente al contrario dei due titoli citati tratta la concentrazione, la chiusura, la prossimità, l’intreccio delle relazioni umane, in un villaggio islandese di quattrocento abitanti che voltano le spalle alla natura, si guardano tra di loro, si osservano, si spiano e si scrutano, nel tentativo di tenere lontano il buio sempiterno. A meno di guardare solamente il mare, perché al contrario del buio è colorato e cambia continuamente. Intorno c’è la campagna, le cui condizioni di vita possono apparire insostenibili a chiunque sia abituato a stare in mezzo alla gente, anche se la modernità sicuramente aiuta a tenere a bada la solitudine, automobili, computer, televisione permettono di mantenere i rapporti con il mondo. 

E se in La tristezza degli angeli era il viaggio a dare un significato al libro in quanto sfida a una natura più grande dell’uomo, qui il viaggio è la felicità se si fa in camion, ben protetti all’interno della cabina, oppure qualche giorno a Londra per chiarirsi le idee. La vita nel paese è complessa anche se tutti ripetono che “non succede mai niente”. Le vicende di alcuni personaggi si intrecciano, o si sfiorano, dando vita a un ritratto corale della piccola comunità. Non c’è il cimitero né un pastore, ma c’è la banca, la sede della Cooperativa cui tutti fanno capo, contadini o no, il centro sociale dove si fanno feste, proiezioni cinematografiche e conferenze. Ovviamente tutti si conoscono, i fatti di tutti sono discussi e analizzati, anche senza gli eccessi di pettegolezzo che non si addicono alla natura nordica ci sono benpensanti, giudicanti e devianti. 

Come il direttore del Maglificio un tempo fiorente e ora chiuso, che a un certo punto della sua vita abbandona tutto, lavoro, famiglia, agi, patrimonio, per acquistare libri antichi e diventare astronomo. O come il fattore costretto a abbandonare la sua fattoria per andare a fare il magazziniere alla Cooperativa, per scontare la vertigine della carne che l’ha travolto. O il giovane così diverso da quello che si aspettavano i suoi genitori, che sa dipingere cieli pieni di uccelli in volo. O quelli che hanno il buio dentro, e qualche volta soccombono, altre permettono alla vita di insinuarsi per fare luce ma il buio è anche fuori, e non perdona. O la ragazza che tutti desiderano ma che desidera uno solo che è lontano ma tornerà… Anche i fantasmi non fanno troppa paura in mezzo alla gente, e basta accettarli per svuotarli di senso. 

Sono storie veloci e profonde, narrate con uno stile rapsodico che a tratti può sembrare un po’ monotono, ma ci ricorda che l’autore è stato prima poeta che narratore. Anche qui, come nei romanzi precedenti, la scrittura ha un andamento centripeto, sempre alla rincorsa di divagazioni e considerazioni generali che evitano alle vicende di generare claustrofobia. I personaggi vivi, interessanti, sono raccontati dall’esterno, nelle loro azioni. Certo non bisogna aspettarsi la forza e la potenza  del confronto tra uomo e natura che affascinano il lettore in Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli, ma Luce d’estate, ed è subito notte è un romanzo molto attraente, che coinvolge e interessa, e come bonus dà una massa di informazioni sull’Islanda di oggi, moderna ma ancor sempre estrema e piena di fascino. L’ottima traduzione e la postfazione sono, come negli altri romanzi, di Silvia Cosimini.   

mercoledì 9 ottobre 2013

La musica dei bassifondi e i dolci fumatori di hashish di Elias Petropulos - Rebetiko

Il dio dei lettori che mi protegge e mi consola mi ha mandato un segno della sua benevolenza sotto forma di un libro prezioso e, suppongo, non facile da trovare. Ma il benemerito Paolo Barsi della libreria "I Comunardi"  di Torino l'ha messo ben in vista vicino alla cassa, facendosi così strumento dell'intervento divino. Per così dire. Il libro è Rebetiko - Vita, musica, danza fra carcere e fumi dell'hashish, di Elias Petropulos, pubblicato dal collettivo Nautilus del quale qui metterò solo un breve estratto delle parole con cui si presenta sul sito: Nel 1981 iniziava il viaggio di Nautilus, un collettivo che da quell'anno porta avanti un'attività – per lo più editoriale – legata ai principi dell'autogestione e alla pratica dell'autoproduzione. All'interno del volume una nota ci comunica che Tutti i diritti sono liberi a norma di collaborazione, solidarietà e mutuo appoggio tra le persone che amano il sapere e l'informazione libera. Qualunque parte di questo libro può essere riprodotta [...] Chi fotocopia un libro, chi mette a disposizione i mezzi per fotocopiare, chi comunque favorisce questa pratica agisce in favore di chi desidera sapere e conoscere, avvantaggia un sapere avverso al censo e opera in favore della cultura di tutti.  

Sicuramente Elias Petropulos avrebbe apprezzato di essere pubblicato da Nautilus. Non conoscevo questo "antropologo urbano" come si definiva, nato nel 1928 a Atene, vissuto poi a Salonicco, di nuovo Atene e infine a Parigi dove si rifugiò nel 1975 per sfuggire alle persecuzioni della dittatura dei colonnelli e degli anni a seguire. A Parigi morì nel 2003, dopo aver pubblicato quasi ottanta libri, tra cui un manuale del buon ladro e un repertorio fotografico di balconi, finestre, porte e altri manufatti popolari greci, tremila foto di cimiteri greci, e soprattutto un'antologia del rebetiko, Rebetika tragudia, in cui sono raccolti più di 1500 rebetika. Fu l'unico greco a avere scritto sul passaporto "ateo" nella casella della religione professata (come era in uso fino a pochi anni fa), anarchico e ribelle, profondamente appassionato di tutto ciò che è umano, sicuramente avrebbe fatto suo anche il mio motto nil humanum mihi alienum puto. Trascorse parecchi periodi in carcere per motivi politici, fu amico di ladri, prostitute, magnaccia, omosessuali (scrisse anche un glossario della lingua degli omosessuali, Kaliarnta, considerato il primo su questo argomento), fumatori di hashish. Speriamo che il collettivo Nautilus pubblichi qualche altro suo testo, mi è rimasta una gran curiosità nei suoi confronti. Ho fatto una ricerca in rete, frettolosa per la verità, ma non ho trovato niente altro di suo in catalogo o in digitale. In questo preziosissimo libretto è racchiuso un mondo che mi ha regalato qualche giorno di felicità perfetta, anche perché su Youtube si trova una massa di materiali relativi alle musiche e alle danze di cui parla, sia in registrazioni originali che cover moderne. 

E veniamo al rebetiko. Musica popolare ma non folkloristica, prettamente urbana, legata al mondo della malavita (ipokosmos), al carcere, all'hashish, alla taverna. Nasce all'inizio del XIX secolo, ma si collega con altri filoni musicali precendenti, sia tra i greci dell'Anatolia che in Grecia vera e propria, e conosce il suo periodo d'oro tra il 1920 e 1950. I centri sono Salonicco, Pireo, Smirne, Istanbul, Bursa, Ermopulis, Nauplia, Ayvallik, insomma centri urbani più o meno grandi ma quasi tutti porti cosmopoliti e dotati di bassifondi molto vivaci. La diaspora greca dopo la Katastrofì del 1922, la sconfitta subita dai greci da parte dei turchi di Ataturk, fece sì che in Grecia si concentrassero anche i musicisti dell'Asia minore costretti alla fuga dalla Turchia. Il protagonista del rebetiko è il magas, potremmo definirlo un guappo, malavitoso dalle caratteristiche fisiche molto definite: bello, molto curato, con giacca cravatta cappello e fascia in vita in cui teneva le armi, e molto spesso fumatore di hashish, nel qual caso si definisce chassiklìdas.  

L'hashish si fumava nel tekè, che in turco indica il mausoleo dei pascià o il monastero dei dervisci, una sorta di piccola taverna governata dal teketzìs, personaggio autorevole nel mondo dei bassifondi, che preparava il narghilè che regala la mastura, lo sballo. Nel tekès regna l'ordine, il silenzio e la gerarchia. Lì i più giovani rispettano i vecchi. I tekès sparirono a favore delle taverne e dei caffè, al posto del narghilè arrivò lo spinello, ma la nostalgia del narghilè non passò e in molte canzoni lo si invoca. Ci sono anche gli eroinomani, i presakides, ma mentre il fumatore di hashish ama la bella vita, è dolce, tranquillo e piacevole, l'eroinomane è un miserabile, decaduto, sfigato, fastidiosissimo, geloso, e anche pericoloso. I due gruppi non vanno d'accordo e non si mescolano. 

La mastura faceva venire voglia di suonare e di ballare, e nel tekès o nel caffè c'erano sempre, appesi alle pareti, degli strumenti a disposizione dei clienti: il baglamas, l'uti, il santuri e soprattutto il buzuki, ora strumento simbolo della Grecia, che proprio grazie alla riscoperta del rebetiko negli anni settanta ha raggiunto la fama internazionale. Nel testo ci sono ottime schede sugli strumenti. Qualcuno suonava e subito un magas iniziava a danzare lo zeibekiko, danza solitaria, lenta, severa e dai passi non codificati. Un'altra danza era il chassapikos, che si danza in due o tre tenedosi per le spalle, ha passi prestabiliti e richiede una perfetta sincronia. In fondo al volume ci sono le biografie dei più famosi cantanti, affascinante squarcio su un mondo sparito e sconosciuto, alcuni testi di canzoni, che trattano soprattutto la mastura, lo sballo, il narghilè, il male di vivere che accomunava questi uomini, come la famosa Synnefiasmeni kiriakì (Domenica nuvolosa) di Vasilis Tsitsanis, scritta durante l'occupazione tedesca. Poche le cantanti di rebetiko. Un altro tema è la vita in carcere, soprattutto quelli di Atene e Salonicco. Quello che colpisce leggendo le pagine di Elias Petropulos è la cura, direi quasi l'affetto, e la totale empatia con i personaggi e le vicende di cui parla.

Oltre all'introduzione di Epaminondas Thomos, anche responsabile della scelta dei testi tratti da Rebetika tragudia e To haghio hassissaki e traduttore con la revisione di Vittorio Bianco, Isabella de Caria e Chiara Maraghini Garrone, nel volume ci sono un'interessante introduzione di Jacques Lacarrière e il racconto, commosso pur nel tono contenuto, del funerale e della dispersione delle ceneri di Elias Petropulos a Parigi, e un utilissimo glossario. 
Infine, anche se non compare nel testo, vi consiglio l'ascolto di Misirlu, rebetiko così famoso che ne fecero una cover solo strumentale anche i Beach Boys e compare nella colonna sonora di Pulp Fiction, suonato da Dick Dale. Ma questa versione non so chi la canta. So solo che mi piace moltissimo, ci si trova sensualità, severità, calma e nel ritornello lo sballo che sale lentamente. L'argomento è amoroso, Misirlu significa "ragazza egiziana".    

Se poi l'argomento vi ha acchiappato, se volete vedere belle immagini e sentire bellissime musiche, procuratevi il film Rembetiko di Costas Ferris (si trova da scaricare in rete), tenetevi una sera libera perché è piuttosto lungo, e abbandonatevi alle vicende di Marika, cantante di rebetiko, che abbracciano tutto l'arco di tempo che va dal 1919 al 1956, dalla tragedia di Smirne al doloroso dopoguerra greco. Non ve ne pentirete. 
E per chi volesse ascoltare una voce più autorevole della mia ecco un documento audio di Epaminodas Thomos, curatore della versione italiana del testo.


mercoledì 2 ottobre 2013

Quante storie, mr Rabih Alameddine!

Stremata dalla lettura di Hakawati - Il cantore di storie di Rabih Alameddine, traduzione di M. Rotondo e F. Nitti, ed. italiana 2010, ed. originale 2008, pagine 756 nell'edizione cartacea, penso con nostalgia a quando mi imbattevo in autori che mi facevano innamorare come Mo Yan e Orhan Pamuk, o libri che mi incantavano, come Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka o Le ricette più piccanti della cucina tatara  di Alina Bronsky tanto per fare due esempi abbastanza recenti. Di ultimo non ho trovato niente che mi abbia colpito. Per tornare a Hakawati, non so bene che cosa dire perché ho dato un'occhiata in rete e ho visto solo recensioni talmente entusiastiche da far pensare che ci troviamo di fronte a un nuovo Omero. Va be', io non riesco a unirmi al coro delle lodi. Non è un brutto libro, intendiamoci, Alameddine scrive bene, sa il fatto suo, e anche se non me li vado a cercare, nel caso mi capitassero tra le mani altri libri suoi (con un numero di pagine più ragionevole) probabilmente li leggerei, soprattutto la raccolta di racconti intitolata The perv che però sembra introvabile. Ma è un libro, per i miei gusti tradizionali e banali, piuttosto insopportabile e soprattutto estenuante. Si intrecciano due filoni di storie, quelle dell'io narrante Osama al-Kharrat, libanese emigrato negli Stati Uniti che torna a Beirut nel 2003 per assistere all'agonia del padre, con una lussureggiante vegetazione di sottostorie relativa alla sua famiglia, nonni, genitori, sorella, cugini, amici, e quelle che si generano infinite e senza soste dalla tradizione letteraria e popolare, mischiando Mille e una notte, fiabe, Corano, mitologia classica, Shakespeare, storia riinventata, e chi più ne ha più ne metta. Ora, io ho cominciato a leggere in viaggio, per lo più la sera prima di dormire, per un tempo abbastanza limitato. Risultato: appena cominciavo a entrare nelle storie della famiglia al-Kharrat (complesse, con decine di zii e zie con nomi difficili da memorizzare) venivo scaraventata di brutto nel mondo dei jinn, delle streghe, dei ladri di città e dei ladroni del deserto, delle prostitute scaltre, di emiri e Re d'Egitto, di magie e prodigi e spiritelli e combattimenti tra eroi schiavi e invasori mongoli, eccetera eccetera. Dopo una pagina e mezza, si tornava a Beirut tra un fidanzamento, un tradimento coniugale e amicizie infantili, con una certa insistenza in scene di morte e figure femminili eccezionalmente forti e originali. Frastornata (e probabilmente anche assonnata, perché devo confessare che la parte fiabesco-meravigliosa mi ha annoiata a morte, non è proprio il mio genere) perdevo il filo, e interrompevo la lettura. Così non sono riuscita a entrare in nessuno dei vari filoni abbastanza da farmi coinvolgere. Non sono riucita a distinguere i vari livelli su cui si sviluppavano i racconti fiabeschi, e la parte legata alla vita del protagonista, già spezzata nell'inevitabile andirivieni temporale, senza il quale nessuno scrittore americano si sente realizzato, non riusciva a acchiapparmi. Un peccato perché è interessante. E' bellissima per esempio la storia del nonno paterno, nato a Urfa da un missionario inglese e una serva armena e diventato hakawati, cioè narratore professionista, per pura passione, suscita curiosità l'ambiente dei drusi in cui vive l'io narrante, si vorrebbe saperne di più sulla sua vita in America, sulla madre, sullo zio Jihad, la sorella Lina, e così via. Ma vi pare che Alameddine si neghi l'altro vezzo obbligatorio degli scrittori americani & seguaci nostrani, cominciare una storia e mollarla rigorosamente a metà senza concluderla? Così non posso che dire che Hakawati - Il cantore di storie mi ha lasciata molto insoddisfatta e annoiata, anche se riconosco la bravura dell'autore e la sua capacità di costruire un monstrum (nel senso etimologico) per dimensioni e complessità. Ma riconosco le mie responsabilità e i miei limiti per cui dico: è un romanzo che vale sicuramente la pena leggere, tenendo presente che è necessario dedicargli un po' di tempo e di attenzione, un po' di impegno; che bisogna amare le fiabe; che malgrado si presenti come un moderno cantastorie, Alameddine è uno scrittore per niente tradizionale, è reticente e molto in linea con le mode letterarie di oggi; che se il nonno hakawati avesse raccontato come lui le sue storie che tenevano avvinti sera dopo sera per mesi gli avventori dei caffè di Beirut e il bey che lo manteneva come suo narratore privato, probabilmente sarebbe finito linciato.       
E io sento la mancanza di Mo Yan e Orhan Pamuk, i miei hakawati preferiti, che scrivono in un modo che mi incanta, mi riempie di stupore e di invidia, e mi spediscono diritta diritta in un mondo di sogni in cui mi sento sorella dei baffuti frequentatori dei caffè di Aleppo e Urfa. Sia benedetta la stirpe degli hakawati, che ci rendono più leggera la vita e meno buia la notte.