venerdì 31 agosto 2018

Un romanzo epico e romantico tra i banditi del Tauro: Yashar Kemal, Memed il falco

Avete immaginazione, vi piacciono i romanzi dove scoprire paesi, abitudini, storia e storie lontane dalla vostra? In poche parole, leggete per sognare e scoprire e non solo per identificarvi? Allora anche a voi piacerà il romanzo di Yashar Kemal, Memed il falco, uscito in Turchia nel 1955 e pubblicato in Italia nel 2001 da Tranchida con la traduzione di Antonella Passaro. A me è piaciuto tantissimo, mi ha fatto passare ore bellissime sulle montagne del Tauro con i banditi in fuga perenne, il fiato corto, le mani e i piedi sanguinanti per la durezza delle rocce su cui si arrampicano, la fame e la paura, l'orgoglio e la ferocia che gli dilaniano il cuore.

La vicenda è ambientata nella Turchia ormai repubblicana, Ankara è lontana ed è meglio non disturbarla con gli affari del posto, l'epoca precisa non è detta ma possiamo immaginare che non sia lontana da quella di pubblicazione. Malgrado tutto ciò che è cambiato, nelle campagne ai piedi dei monti vige ancora una specie di feudalesimo in cui gli Agha, signorotti autoproclamati, derubano i contadini di terre, animali e raccolti, spadroneggiano grazie alla corruzione di polizia e autorità, e per mantenere il proprio potere si appoggiano alle bande che vivono sulle montagne depredando i viandanti, e taglieggiando e o proteggendo, a seconda della propria inclinazione, gli abitanti dei villaggi. Ataturk, il padre dei turchi, non è mai nominato, e l'Islam rimane sullo sfondo, scontato ma evanescente. Ma nella visione fortemente epica e romantica di Yashar Kemal il bandito è anche il puro, l'innocente che si ribella, e mosso da un senso di giustizia superiore abbandona la società per ricreare un mondo migliore sulle vette e nei boschi del Tauro.

Tale è il protagonista Memed lo smilzo (ogni personaggio ha un suo soprannome che lo definisce e lo umanizza), orfano di padre e presto anche di madre, costretto fin dall'infanzia a lavorare nei campi infestati dai cardi che lo feriscono e lo fanno sanguinare, per dare al prepotente Abdi Agha la maggior parte del raccolto e patire la fame. Il suo sogno è fuggire dalla presa, e dalle botte, di Abdi Agha, ma quando all'età di dodici anni mette in atto il suo proposito, le conseguenze saranno solo ancora più botte e ancora più fame. Crescendo Memed giunge a uno scontro diretto con il suo nemico, c'è di mezzo una ragazza, Hatché, e un morto. Memed fugge in montagna, prima unendosi a un bandito rozzo e violento (da coloro che deruba si fa consegnare persino le mutande, costringendoli così a tornare nudi al villaggio, e guadagnandosi l'odio di tutti) poi formando una sua piccola ma sempre più temuta banda.

La vicenda è appassionante e si fa sempre più complessa via via che Memed incontra svariati personaggi, dai suoi compagni ai vari signorotti ai capi nomadi o turcomanni, ai contadini che lo aiutano; i personaggi femminili sono ovviamente meno numerosi e meno in vista di quelli maschili, ma hanno una loro potenza e una volontà fortissima. Più che Hatché, due volte vittima di conflitti in cui si trova coinvolta a causa del suo uomo, altri emergono anche se in ruoli minori: la vedova Isaz pronta a diventare madre di tutti, lei che è stata derubata dell'unico figlio, o Hürü ostinata nella sua ricerca di vendetta e giustizia, mentre tra gli uomini abbondano le figure indimenticabili, da Jabbar a Osman il grosso, i banditi e i capi villaggio, i poliziotti crudeli e quelli misericordiosi, Ali lo zoppo infallibile cercatore di piste, e molti altri. Memed emerge tra tutti perché ciò che lo anima non è solo il desiderio di vendetta, ma un fortissimo senso di giustizia sociale, un'etica contro corrente ma salda e sincera, il che gli conquista l'ammirazione e l'affetto dei contadini e il suo nuovo soprannome: il falco. 

Importantissimo è anche il ruolo della natura, aspra e difficile ma fonte di salvezza nelle montagne, dolce e generosa nelle pianure sempre vagheggiate come la fertile Chukurova. La vendetta si avvicina o si allontana a seconda delle traversie, la tragedia incombe e il destino è crudele. Ma è consolante, giungendo alla fine, pensare che Memed il falco è il primo volume di una quadrilogia, anche se credo che solo i primi due siano stati tradotti in italiano. Vale la pena di leggere la biografia di Yashar Kemal, e io sicuramente continuerò a leggere le sue opere. In ebook si trova tutto in inglese, e alcune cose anche in italiano. In questo blog ho parlato del mio primo (un po' problematico) incontro con l'autore, nelle pagine di Guarda l'Eufrate rosso di sangue.          

lunedì 6 agosto 2018

Una città di pietra impossibile da dimenticare: Ismail Kadarè, Chronicle in stone

Essere in viaggio non facilita la scrittura del blog perché il tempo è poco e non sempre coincide con un collegamento wifi, ma si leggono lo stesso cose bellissime di cui viene voglia di parlare (anche boiate, ma questo è un altro discorso). Sono stata un paio di giorni a Argirocastro, in Albania, città gradevolissima e patria di Ismail Kadarè, scrittore che amo, ne ho visitato la casa e questo mi ha stimolato a cercare Chronicle in stone, libro dedicato alla sua città e alla sua infanzia. Non sono riuscita a trovare una traduzione in italiano e ho letto quella in inglese, ma appena sarò a casa cercherò meglio. Non riesco a credere che non sia mai stato tradotto.
(E infatti, appena tornata in patria, l'amico Ettore Dovio mi ha segnalato l'edizione Tea 2009, titolo La città di pietra, traduzione di Francesco Bruno).  

Chronicle in stone ė un libro magnifico, che ricostrusce la vita ad Argirocastro dalla metà degli anni trenta del ‘900 alla fine della guerra. Allora sotto il dominio degli italiani (visti come pessimi, ma caratterizzati dalla cura nel vestirsi - i bottoni lucidi dei soldati - e una ridicola vanità personale - l’odore di brillantina che ne annuncia l’arrivo, oltre che per avere introdotto in città l’inaudita novità di un bordello), sperimenta ben presto l’orrore della guerra cambiando continuamente occupante quando greci e tedeschi se la passano di mano ogni poche ore. Gli inglesi si fanno conoscere perché, al posto dei pascoli nella valle, costruiscono una pista per aerei. Gli aerei, appunto: grande novità, grandissimo amore e passione di occhi e cervello per il piccolo protagonista, lo stesso autore che narra ciò che ha vissuto in prima persona.

Ma intorno non c’è solo guerra e minaccia, la città ferve di vita e i personaggi, all’interno e fuori della famiglia, sono numerosissimi. Il nonno, le nonne, le zie, le amiche di casa - le donne sono moltissime e fondamentali, sia quelle che girano portando notizie che quelle che si parlano gridando da una finestra all’altra, praticano la magia e altre arti esclusivamente femminili - e poi gli amici con cui commentare e cercare di interpretare il mondo degli adulti, e i tipi più o meno strani che circolano per le vie, e ognuno è portatore di una storia diversa. E la città stessa, l’antica città di pietra con le grandi case costruite sulle cisterne che possono nascondere terribili misteri, con i tetti di pietra che luccicano al sole, e l’antica cittadella che sovrasta dall’alto... Poi tutto precipita, l’avvicendarsi degli occupanti si intreccia alla nascita della resistenza e alle diverse posizioni politiche, alle rappresaglie, i continui bombardamenti diventano parte della routine quotidiana, la guerra semina sangue e tradimenti, le persone, anche le più vicine, cambiano, con l’occupazione nazista si realizza un’antica profezia - la città finirà quando sarà invasa da nemici con i capelli gialli -, c’è lo sfollamento, e quella che sicuramente finisce è l’infanzia del protagonista.

Ora, posso testimoniare che la città esiste ancora ed è molto bella. Vale la pena di andarci e di passarvi qualche giorno. Io ci sono stata due volte, ho visitato alcune delle grandi case sopravvissute alle vicende storiche del secolo passato, in cui Argirocastro ha avuto un destino alterno avendo dato i natali, oltre che a Ismail Kadarè, anche a Enver Hoxha. La casa di Kadarè è stata ricostruita dopo un incendio che l’ha distrutta nel 1999, quella di Hoxha è stata trasformata in museo etnografico. Vi sono ottimi alberghi e ristoranti, un centro vivacemente commerciale, una vasta parte nuova, la cittadella è molto interessante da visitare. Certo conoscere la città aiuta, ma ovviamente questo libro, scritto in una prosa vivace e semplice, priva sia di retorica che di pesantezze stilistiche, spesso ironica, e corredato di veloci pagine di notizie tipo titoli di giornale che contestualizzano gli eventi, avvince, interessa, incuriosisce a prescindere. E spero che faccia venire la voglia, a chi lo legge, di visitare la bella città cui è dedicato.

giovedì 26 luglio 2018

Altro che Erasmus! Arthur Conan Doyle, Avventura nell’Artico

Be’ questo è un libro che chiunque abbia un po’ di immaginazione, piacere per l’avventura, voglia di lasciarsi andare a un altrove sia locale che temporale, non potrà che apprezzare. A vent’anni, nel 1880, mentre frequentava il terzo anno della facoltà di medicina della Edinburgh University, Arthur Conan Doyle si imbarcò per sei mesi come medico di bordo sulla Hope, una baleniera con 50 uomini di equipaggio, che salpava da Peterhead in Scozia per l’Artico alla ricerca di foche e ovviamente di balene. Ecco, questo non è un libro adatto agli animalisti sentimentali e ipersensibili, perché come ben si sa  (e Brigitte Bardot a suo tempo ha ripetuto per anni) la caccia alle foche non era praticata con delicatezza. In compenso è ricchissimo: a cura di Jon Lellenberg e Daniel Stashower (con la traduzione di Davide Sapienza), si compone di una vasta introduzione con attente e complete cosiderazioni circa l’impatto sulla sua scrittura e sulla sua carriera, in particolare sul periodo che trascorse a Southampton e alcune straordinarie foto del periodo, del “Diario di Arthur Conan Doyle medico di bordo della baleniera artica Hope” dei mesi trascorsi in mare (completo di riproduzione di pagine autografe del diario con schizzi di mano dell’autore relativi agli episodi narrati), degli “Scritti Artici” che derivano evidentemente dall’esperienza giovanile e comprendono “L’incanto dell’Artico”, “Vita a bordo di una baleniera della Groenlandia”, “Il capitano della Pole Star”, “L’avventura di Brack Peter” (di quest’ultimo racconto è protagonista Sherlock Holmes) più un apparato di note davvero esauriente che sostiene egregiamente tutti i testi e funziona benissimo anche nell’edizione digitale.

Certo non c’è suspense nel diario, non ci sono né amore né sorprese narrative, ma acchiappa e diverte e interessa e si imparano un sacco di cose leggendolo. Il giovane medico di bordo (soprannominato “il più grande tuffatore del Nord” per le ripetute, e pericolosissime, cadute in mare) se la godette moltissimo, e ricordò sempre questo periodo come il più divertente della sua gioventù. Inoltre sapeva già come raccontare, e le vicende quotidiane della baleniera, tra cadute in mare, caccia, pesca, osservazioni sui compagni, incontri con altri battelli, descrizioni del ghiaccio incredibilmente vivide, riflessioni e disegni, sono un’avventura e un piacere continui. Vivamente consigliato (con l’avvertenza di cui sopra per le anime troppo sensibili).

giovedì 19 luglio 2018

Dalla Cina al Mediterraneo Colin Thubron, Ombre sulla via della seta

Colin Thubron, Ombre sulla via della seta.
Solo due parole su un titolo da cui mi aspettavo moltissimo e poi mi ha lasciata un po’ perplessa. In molti punti ho fatto una gran fatica a proseguire, e sono stata tentata di mollare lì Mr Colin a sgattare tra i suoi mattoni selgiuchidi. Mi è mancato un discorso d’insieme, un filo conduttore chiaro da seguire. Ma siccome nel libro c’è molto, e ha molti meriti, ne parlo perché sono sicura che a molti piacerà. 

Il protagonista e autore parte da Xian, in Cina, per arrivare a Antiochia, oggi Antakya sulla costa mediterranea della Turchia, seguendo l’antica via della seta dei mercanti, attraverso Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Iran, ma si limita in fondo a elencare necropoli e tombe, molte tombe, lasciando tantissimo nel non detto. Alcuni dei posti di cui parla li ho visitati, e confesso che la sua descrizione mi ha deluso. Il fatto è che attraversa paesi di cui interesserebbe ben altro che scoprire quello che resta del mausoleo della tal sultana o del tale condottiero, nel tentativo di far coincidere tradizione e realtà. 

Tra i meriti, la scrittura molto letteraria, anche troppo, seguita con un po’ di fatica dalla traduzione di Raffaella Belletti, e l’indubbia cultura sia a livello di storia dell’arte (per lo più islamica) che, e qui il discorso si fa più interessante, sulle varie popolazioni e etnie che incontra nei suoi spostamenti (uiguri, hazeri ecc). Però, dal punto di vista del viaggio non ci dice granché: parla solo degli spostamenti brevi con autisti locali mentre fa balzi di molte centinaia di chilometri senza dare spiegazioni. Insomma forse è solo un problema di carattere: per fortuna non faremo mai un viaggio insieme perché non abbiamo lo stesso modo di viaggiare. Ma sono convinta che invece per altri possa essere un un libro molto fascinoso e interessante.

giovedì 12 luglio 2018

Il narratore speleologo: Loris Maria Marchetti, Tappeto Mobile

Oggi una raccolta di racconti di un autore contemporaneo, caratterizzato dalla ricercatezza della scrittura e dalla profondità dell'analisi psicologica, Tappeto mobile di Loris Maria Marchetti. Poeta, saggista e narratore, in questi dieci racconti Marchetti inanella lacerti della memoria, piccoli brandelli di ricordi rivestiti di un linguaggio sontuosamente letterario, che non teme periodi lunghi, subordinate e un lessico ricercato. C'è il passato, c'è una Torino sparita, luoghi, abitudini e ruoli analizzati, sviscerati, ricostruiti con acribia e profonda umanità, cercando cause e spiegazioni, gesti minimi, tic rivelatori e sofferenze nascoste.

Si parla di una cena al primo ristorante cinese di Torino, in via Goito, che avrà un profondo impatto sulla vita di due persone, dell'apparenza che inganna e i fatti veri, le differenze sociali e la Nemesi, la Fiat mamma e matrigna (in uno dei racconti più riusciti, I cancelli di Mirafiori). Ci sono le ragazze, le donne (molte) che suscitano l'attenzione dell'io narrante, sempre presente in tutti i racconti ma reticente e misterioso. Su tutto si stende una patina di lontananza, che in certi momenti fa sospirare où sont les filles d'antan, ma poi con un robusto colpo d'ala si torna all'oggi. Spesso il narratore si interroga sulla vera natura dei sentimenti nutriti dalle ragazze nei suoi confronti (Letterature comparate), sulla vera natura di una ragazza dalla fama usurpata (Brividi neri), sulla vera natura del sentimento forte ma indefinibile che lo lega a un'amica di lunga data (Colonna sonora), persino sulla vera natura dei rapporti coniugali di una coppia di vicini (Una famiglia) cercando di ricostruirne il senso attraverso le intermittenti epifanie della verità, scrutando quel tanto o quel poco che emerge del grande mistero che ognuno nasconde in sé, nel profondo, coprendosi con la menzogna o semplicemente perché è incapace di mostrasi come è.

Su questo concordo completamente con Loris Maria Marchetti, quello che arriva ai nostri occhi spesso distratti (ma i suoi sono attentissimi e pieni di empatia) non è che una pallida ombra della realtà, sempre molto più complessa di quello che appare. E per fortuna che ci sono scrittori come lui, speleologi dei sentimenti, che con attenzione, umanità e sapienza scavano per portare alla luce tesori di inquieta raffinatezza. Come raffinato è questo libro, piccolo come dimensioni ma di grande impatto, che consiglio a tutti coloro che nella lettura non cercano solo la soluzione del solito delitto, ma sperano di trovare anche un'eco, forse persino una risposta ai tanti interrogativi che la vita ci pone continuamente.   



lunedì 9 luglio 2018

L'attimino fuggente: repetita iuvant

Ripubblico un vecchissimo post purtroppo ancora attualissimo e doloroso come quando l'ho scritto (22/10/08). 


C'è un argomento che esito a riprendere ma mi opprime, mi angustia, mi irrita e mi fa sentire inadeguata ai tempi. Si tratta delle sciatterie che leggo nella prosa dei giornali, ancora più di quel che sento tra radio e televisione. Ad esempio, è ormai invalso l'uso di interpretare il "mi" dei falsi riflessivi come un "a me" invece del "me" che è in realtà. A me opprime, a me angustia, a me irrita, a me fa sentire inadeguata la sciatteria del linguaggio. A me stupisce che un errore così orripilante sia entrato nell'uso senza, credo, che chi l'utilizza si renda assolutamente conto che è scorretto. Eppure, mi stupisce che sia così difficile dire mi opprime, mi angustia, mi irrita, mi fa sentire inadeguata. Il che mi farebbe stare molto, molto meglio.

Altro esempio, l'invenzione di verbi che velocizzano, come l'incredibile, ma esistente perché l'ho letto oggi sulla Repubblica, "tappare" per "fare tappa": quando X tappò a Genova... Il più ridicolo l'ho letto nella lettera di una tizia che si lamentava di non trovare bocchi lavorativi alla sua altezza, sempre su Repubblica: sono una ragazza di trent'anni, laureata in xy, masterizzata a Londra. E mode di cui non si sentiva la necessità, come spiaggiare invece al posto di arenarsi. O l'uso arbitrario di accezioni dovute, sembrerebbe, a un malinteso iniziale che poi si fa regola: paventare nel senso di far paura invece di temere, prevedere, molto di moda in questo periodo sui giornali, o rampollo inteso come giovane di famiglia importante. Per non parlare dei verbi intransitivi usati transitivamente, una vera epidemia.

Smetto qui perché sento che mi sta già venendo l'orticaria, e poi so di non fare bella figura a mettere in piazza le mie fisse. Ma lo farò ancora. Mi propongo sempre di tenere una lista degli attimini fuggenti in cui inciampo, poi opero una specie di rimozione che mi salva sul momento ma non è sana.
Resta il fatto che, non ho timore di ripetermi, a ognuno dei fare sesso che ormai costellano qualsiasi doppiaggio cinematografico e televisivo come le margherite costellano i prati in primavera, e con meno frequenza gli articoli giornalistici, i miei capelli imbiancano e i miei nervi si logorano e i miei denti si stringono, l'umore mi si abbassa. Al momento è il mio arcinemico linguistico.

sabato 7 luglio 2018

Un fotografo importante, un libro importante: Il racconto fotografico di Dario Lanzardo, a cura di Liliana Lanzardo

L'ultima fatica che Liliana Lanzardo dedica al marito Dario Lanzardo è appunto il magnifico e ricchissimo volume Il racconto fotografico di Dario Lanzardo, edito da SEB27.
Non ci provo neppure a dare conto della vastità del contenuto, che ripercorre tutta la vita e le svariate attività in cui si è impegnato Dario Lanzardo, per cui mi limito a riprodurre le parole introduttive di Liliana Lanzardo.
Un testo pieno di fascino che ripercorre la storia degli ultimi sessant'anni, ponendo problemi stimolanti e dando risposte esaurienti.

Dario Lanzardo ha lasciato un testo dal titolo Il racconto fotografico, sul seminario tenuto nel 2009 all’Unione Culturale Franco Antonicelli di Torino nel quale aveva presentato i suoi libri fotografici con la proiezione delle immagini. Lo stava riscrivendo, in vista d’una pubblicazione, per inserire le ultime opere edite e per riorganizzare le immagini attorno ai temi centrali della sua ricerca, con citazioni letterarie e riferimenti autobiografici, in particolare alla propria infanzia. Tale rifacimento avrebbe cambiato radicalmente la struttura del testo, ma sono rimasti solo alcuni appunti. Nel completare Il racconto fotografico con la descrizione delle opere edite in ordine cronologico, mantenendo l’impostazione originale, la curatrice del volume ha utilizzato quanto già scritto da lui e gli ultimi suoi appunti, ha integrato le parti mancanti con testi delle sue monografie, recensioni e suoi ricordi. Si si sono inseriti inoltre le opere letterarie, i lavori in corso e i progetti di ricerca. Ne risulta una scrittura a due mani, nella quale la sua narrazione e quella di Liliana Lanzardo sono intrecciate ma ben distinte. Si è elaborato questo intreccio di testo e immagini al fine di far conoscere l’intero suo percorso e mettere in luce il pensiero e la poetica che attraversano la sua opera e danno carattere unitario alla ricca varietà dei suoi libri  ai quali non si può che rinviare perché se ne apprezzi la qualità fotografica.

Mercoledì 3 ottobre 2018 - 18:00
Torino, Cooperativa Borgo Po e Decoratori
via Lanfranchi 28
presentazione del volume a cura di LILIANA LANZARDO
IL RACCONTO FOTOGRAFICO DI DARIO LANZARDO

martedì 26 giugno 2018

Doppia razione di racconti: Yekta Kopan, La perdita di te, Michele Orti Manara, Il vizio di smettere

Due libri per chi ama i racconti, scritti da due autori che io pensavo, entrambi, molto più giovani di quanto siano in realtà (di Michele Orti Manara ho assistito a una presentazione al Salone del Libro di Torino 2018 e ha l'aria giovanissima, vi assicuro) e, entrambi, molto, molto bravi.

La perdita di te (Edizioni Clandestine, traduzione dall'inglese di Barbara Gambaccini con contributi di Elisabetta Pellini, basata sulla traduzione dal turco di Hande Eagle) di Yekta Kopan, nato nel 1968 a Ankara e ora residente a Istanbul, poeta, narratore, saggista, conduttore radiofonico, doppiatore e sceneggiatore, è una veloce raccolta di cinque racconti, tutti in prima persona, in cui si parla di perdite appunto, soprattutto del padre, di rapporti, di donne, di pittura, di persone. Non hanno importanza né la trama né, in fondo i personaggi. Sono riflessioni su se stesso che si avviluppano e si sfrangiano, affascinando come un soffitto coperto di specchietti che riflette le figure spezzettandole e ripetendole. Sono anche racconti moderni, che parlano di un paese moderno e di un autore moderno perfettamente a suo agio a Istanbul come a Londra. Sicuramente cercherò qualcos'altro di quest'autore per farmi un'idea più chiara, e lo consiglio a chi è interessato alla Turchia e ai racconti. Però spero che Edizioni Clandestine, se decide di continuare a pubblicarlo, dedicherà una maggiore attenzione alla traduzione. Non ho la minima idea se sia fedele o no, che cosa si sia perso nel passaggio dal turco all'inglese, ma quello che vorrei sottolineare è che l'italiano ha le sue leggi, che magari il traduttore non conosce ma vanno rispettate se non si vuole che il lettore si deprima e si scoraggi.  


Come ho detto, Michele Orti Manara l'ho visto dal vivo e posso assicurare che è molto simpatico e disinvolto. Adesso che ho letto Il vizio di smettere, uscito con la valorosa Racconti Edizioni, posso dire anche che è estremamente bravo (e la copertina di Francesca Protopapa particolarmente attraente). Sedici racconti di cui alcuni brevissimi, tutti al presente e nervosi, veloci, talora solo dialoghi (Diglielo e basta), in cui non disdegna l'assurdo e l'inesplicabile (Una vita in venti minuti) né teme di entrare in prima persona in situazioni complesse (Post-it), rappresentando e narrando senza sprecare una parola, con una scrittura netta, precisa, sicura, la scrittura di chi sa quello che fa e come lo vuole fare. Sia che parli di un gatto o di un collaboratore domestico straniero o di una donna ossessionata da uno stalker, Orti Manara lo fa con le parole giuste e la giusta misura. Anche di questo autore aspetto con piacere la prossima uscita, augurandomi che la sua bravura non diventi virtuosismo, la sua sicurezza riesca a fargli evitare la frigida perfezione da scuola di scrittura. Orti Manara tiene un blog con il bellissimo nome di nepente. Ma comunque, e lo dico da Figlia di Chtulhu, uno con una maglietta così andrà sicuramente lontano. E io glielo auguro di cuore.         

lunedì 25 giugno 2018

Angelica tra stelle e gomitoli: Elena Grecchi parla di Il cuore in ballo

L'amica Elena Grecchi parla di Il cuore in ballo sul suo blog LaGrecchi - Stelle, trame e gomitoli

Che tipo è una ragazza di vent’anni al giorno d’oggi? Di quelle che vivono da sole, laureate con centodieci e lode e dignità di stampa, fanno la ballerina e per mantenersi anche ogni altro genere di lavoro? Se avete voglia di scoprirlo dovete leggere Il cuore in ballo di Consolata Lanza, Buckfast Edizioni.
Con una prosa allegra e molto ironica Consolata ci porta nel mondo di Angelica e sembra di cadere indietro nel tempo, quando si era più magri, più disponibili e la cosa più importante in assoluto era “la compenetrazione di due anime” o una scopata fantastica come sintetizza un personaggio del libro!
In questo romanzo allegro e leggero seguiamo le vicende di Angelica, per lo più amorose, e l’eterno dilemma tra scelte di vita stabili e concrete e il colpo di testa.
Mi chiedo se la scelta del nome sia una citazione di Angelica, personaggio creato da Anne e Serge Golon protagonista di una serie di libri ambientati in Francia al tempo del re Sole e resa celebre dai film tratti dai romanzi. Anche questa Angelica aveva una vita sentimentale piuttosto intensa…
Consolata ha uno stile ritmato, molto ironico e ci consente di distrarci dal nostro presente almeno per qualche minuto se non per qualche ora, se volete conoscerla meglio vi consiglio di seguire il suo blog, Anaconda Anoressica, con un nome così non vi viene voglia di andare a vederlo?

https://lagrecchi.it/

giovedì 14 giugno 2018

Un viaggio della mente, del cuore e degli occhi: Lawrence Durrell, The greek islands

Sono un po' sparita di ultimo ma non è che abbia battuto la fiacca, ho letto libri un po' così e poi mi sono imbattuta in The greek islands di Lawrence Durrell.
Excusatio non petita: di nuovo un libro in inglese, di cui non sono riuscita a trovare traccia di traduzione in rete. L'ho trovato in una cartolibreria di Corfù e non sono riuscita a resistere malgrado sia scritto in corpo microscopico stile messaggio tra spie, con l'idea di dargli un'occhiata qua e là. Ho avuto una passioncella per Lawrence Durrell e il suo Quartetto di Alessandria e altro, anni fa sono anche andata a vedere la sua casa di Corfù, insomma un acquisto tra il doveroso e l'incuriosito. Ho cominciato a sfogliarlo cercando le isole che conosco meglio, ho letto qualche pagina e poi ho ricominciato dal principio e non sono più riuscita a staccarmente.

Uscito nel 1978, The greek islands sembra un reperto della cività cicladida, una di quelle kukles che ho sempre sognato di trovare su una spiaggia deserta tra cocci e conchiglie. Il fatto è che si tratta di un repertorio pressoché completo delle isole abitate della Grecia, a esclusione di Cipro, in cui non si nomina né un ristorante né una spa né un albergo né un pub né un resort. Sembra impossibile, sembra incredibile ma è così. Durrell parla della civiltà delle isole prima della megali catastrofì del turismo di massa. Non mi vergogno di sembrare una snob, ma ho avuto l'immensa fortuna di poter intravedere (e immaginare) quel che ne restava, poi per molti anni me ne sono tenuta lontana per riprendere in seguito a frequentarle sapendo che erano diventate un'altra cosa. Gradevolissima, bellissima, ma niente a che vedere con quello che erano state per secoli. E su certe isole non ho messo e non metterò più piede, voglio ricordarle com'erano, come si dice. Ora, sarò snob ma non sono scema, so che il turismo ha riportato vita, benessere e gente in luoghi paradisiaci ma spopolati, dove la vita era dura, la povertà spingeva all'emigrazione, ogni pugno di grano era frutto di fatica. Ma ha anche spazzato un'intera, mirabile civiltà, non c'è altro da dire.

Lawrence Durrell ha conosciuto benissimo la Grecia, vi è vissuto a lungo, e in particolare ha viaggiato in barca a vela tra le isole, come si intuisce dal fatto che riporta sempre le condizioni dei porti d'arrivo, e spesso su queste si basa per giudicare la piacevolezza o meno dell'isola stessa. Il suo interesse precipuo, però, è legato alle tracce del mondo classico che vi si possono trovare, ai legami mitologici o storici con la Grecia antica. In seconda istanza viene la bellezza della natura ( le sue preferite sono Corfù, Rodi e Creta, in ragione della vegetazione lussureggiante) e pari merito, la
simpatia e l'empatia per i greci contemporanei intesi più come individui che come popolo.
Su molti dei suoi giudizi non sono affatto d'accordo (come si fa a dire che i villaggi della mastichochoria di Chios non sono interessanti? evidentemente non li ha visti!), altri mi sembrano assurdi (non sbarca neppure a Samotracia, una delle mie passioni, indispettito dalla mancanza di un porto e inquietato dalla presenza del santuario dei Cabiri, affermando che è cupa, è barbarica [...] sentii i cannibali che scaldavano i pentoloni). Va be', ognuno ha le sue fisime; e quelle di Lawrence Durrell ci stanno come quelle di chiunque altro.

Ma lui ha avuto il merito di scrivere un libro parziale, informatissimo sulle cose che interessano a lui, appassionante come un romanzo, bellissimo, felicemente fuori tempo, fortemente personale, pieno di fascino e denso di aneddoti, personaggi e descrizioni vivacissime. Con una utilissima appendice su flora e fauna. Verrebbe voglia di trovarsi con Lawrence Durrell davanti a un bicchiere di retsina e un piattino di olive (lui preferirebbe uzo e polipo, lo so) a discutere delle rispettive opinioni su questa o quell'isola, in gara di informazioni e conoscenza dei luoghi, in una taverna riparata dal vento ma abbastanza vicina al mare da farcene sentire il respiro.

P.S. E siccome anche stando fermi si possono fare viaggi, ecco che mettendo a posto il volume di cui sopra nello scaffale dei libri in inglese, che cosa scopro? Che l'ultimo della fila al quale lo stavo appoggiando era esattamente lo stesso, con il biglietto del traghetto Lesbo - Chios del 24/8/2003 come segnalibro tra le pagine. Se non è un viaggio nella memoria (bucata come un setaccio) questo...

            

lunedì 11 giugno 2018

Un romanzo di corsa: Alessandro Dutto, sangue sul Tour

Una brevissima segnalazione di sangue sul Tour (la minuscola è voluta) di Alessandro Dutto (anche qui, a seguire la grafica del libro, ci vorrebbero le minuscole, ma va be'), veloce come il romanzo medesimo, un noir insolito e un po' sperimentale. L'autore è prima di tutto editore, insieme al fratello Fabrizio, della magnifica Araba Fenice di Boves, di cui molto ho letto e spesso ho parlato, e poi anche scrittore in proprio di testi legati alla tradizione piemontese e agli autori piemontesi, tutti reperibili sul sito dell'Araba Fenice.
La storia non è complicata ma sicuramente originale. Durante il Tour di France, nella salita sul Tourmalet dei Pirenei, un camper esplode provocando venticinque morti. Il Tour viene interrotto, la polizia annaspa tra le ipotesi più disparate, terrorismi vari, false piste e belle donne equivoche, il brigadiere Dupont combatte con l'ottusità dell'ispettore Gobain, i media impazzano, ma alla fine, come è giusto, tutto si chiarisce con soddisfazione anche del lettore (come me) del tutto ignaro di ciclismo, Tour e campioni relativi.
La sperimentazione consiste nel fatto che l'autore ha eliminato tutte le parti narrative, di raccordo, raccontando la vicenda solo attraverso dialoghi composti di brevi battute e monologhi, e in parte anche la punteggiatura e le maiuscole. Questo non rende le cose troppo difficili per il lettore e la vicenda è godibile fino alla fine.     
   

martedì 22 maggio 2018

Il Festival Monferrato Scrive a Santa Caterina di Rocca d'Arazzo

Sabato 19 e domenica 20 maggio si è svolto a Santa Caterina di Rocca d'Arazzo il festival letterario Monferrato Scrive. Organizzato dall'avvocato Massimo Capirossi con la presidenza della dottoressa Elisabetta Bo, ha radunato scrittori, poeti, giornalisti, artisti di tutta Italia nell'incantevole collocazione della Soul's House e altri luoghi vicini.
Ci si prepara alla discussione, al confronto, alla raciproca conoscenza nel Pensatoio.
Il posto è bellissimo e invita alla condivisione e all'ascolto.
C'era anche Amnesty International.
Non si vorrebbe mai smettere di scoprire persone interessanti con cui confrontare le esperienze.


E la natura fa la sua parte, il bosco mormora e le nuvole difendono dal sole ma rispettano la cultura.

Una magnifica esperienza che non potrà che crescere negli anni a venire.

Presentazione di Il cuore in ballo alla Biblioteca civica A. Cavallari Murat di Lanzo