lunedì 19 novembre 2018

Le tragiche "Donne incompiute" di Houria Boussejra

Non si trova molto in rete sulla scrittrice marocchina Houria Boussejra (Rabat 1961 o 1962, le fonti divergono - 2001) cui la
Bibliothèque Nationale de France attribuisce il genere maschile. Qualcosa c'è nella tesi di dottorato in Letterature francofone del 2007 all'Università di Bologna di Paola Martini, ma non sono riuscita a capire dove sia vissuta o come. E' l'autrice di Donne incompiute, edito da Barbès nel 2002, che la presenta come "la scrittrice anticonformista e ribelle per eccellenza del Marocco". Difficile crederci leggendo i sei racconti, ognuno intitolato a una donna, che compongono lo smilzo libretto, peraltro assai leggibile e veloce. Donne incompiute è uno di quei libri di cui, più che darne un giudizio, mi piacerebbe poter discutere, sentire altre interpretazioni, anzi, mi piacerebbe che mi fosse spiegato perché io non so bene che cosa dirne al di là del profondo sconcerto che questi racconti mi hanno provocato.

Sono sei storie di donne, di serve anzi. Donne, e prima bambine, vendute, schiacciate, usate, maltrattate, che come unica uscita dal loro stato hanno l'invidia, l'odio e l'istinto di rubare, portare via quello che appartiene ad altre donne, come se dessero per scontato che nulla si può costruire e l'unica possibilità è rubare ciò che già esiste, a partire dagli uomini (il mitico "marito ricco" della padrona) visti come strumenti per raggiungere l'unico valore davvero significativo e sicuro, il denaro. E questa mi pare una conclusione davvero desolante. Terribile è il ritratto della società che viene fuori da queste vicende - familiari venali e pronti a vendere le bambine al migliore offerente, uomini violenti, rapaci e parassiti, nei ceti abbienti padrone meschine, padroni pronti a approfittare della debolezza delle schiave bambine, indifferenza e crudeltà. Ma quello che a mio parere colpisce di più è che nessuna delle sei protagoniste, pur nella differenza (in realtà piuttosto irrilevante) delle loro storie, tenta una vera ribellione scegliendo di emanciparsi per seguire una strada diversa, per raggiungere qualche obiettivo capace di cambiare la sua vita, ma tutte usano lo strumento più tradizionale di tutti, il proprio corpo, per ottenere agi e sicurezze.

Ora, mentre scrivo queste parole mi rendo ben conto della loro sostanziale stupidità: Tamou, Aicha, Sherifa, Fatma, Mira, Saadia usano l'unico strumento che gli appartiene, l'unico di cui possono disporre, è ovvio. Meno ovvio mi pare il motivo che ha spinto Houria Bousserja a narrare queste vicende, peraltro non realistiche né sottotono. E mi piacerebbe essere aiutata a capire. Se mi capiterà sottomano qualcos'altro di quest'autrice lo leggerò, ma non credo che andrò a cercarmelo.
Traduzione a dir poco erratica di Véronique Seguin (Dépôt SACD).         

venerdì 16 novembre 2018

La maledizione del poliziotto che vende: Hakan Nesser, L'uomo con due vite e Il commissario e il silenzio

Non sono un'appassionata di gialli e men che meno di noir, ma quando, come adesso, attraverso un periodo di poca concentrazione ne leggo volentieri, perciò ho iniziato L'uomo con due vite di Håkan Nesser (di cui avevo già letto L'uomo senza un cane, 2006) che avevo scaricato già da un po' e l'ho letto, almeno nella prima parte, con gran piacere. E ho avuto la conferma di un sospetto che nel tempo è diventato convinzione. In effetti, potrei risparmiarmi la fatica di scrivere questa recensione e aggiornare semplicemente quella del romanzo precedente.

C'è una maledizione su una gran parte degli scrittori contemporanei: l'obbligo di scrivere gialli, noir, thriller ecc, per cui anche notevoli scrittori portati più per il mainstream che per il genere si trasformano in Simenon (il quale, immagino, sta scontando molti anni di purgatorio per le sue colpe di avere dato la stura alla trasformazione della quotidianità più banale in motivo di interesse, per cui le birre del commissario Maigret e il coq au vin di madame Maigret hanno figliato stuoli di investigatori ognuno con le sue preferenze in fatto di birra e vino, carne e pesce, formaggi e gelati, ognuno con la sua vita privata esemplare o inquieta, mogli e fidanzate, ex mogli e figli di vario letto, di cui dobbiamo sorbirci l'epopea). Ora, sono convinta che anche Håkan Nesser sia uno di questi, almento nei due romanzi che ho letto con l'ispettore Gunnar Barbarotti come protagonista.

Un inciso: chissà perché invece, se di un investigatore femmina si vuole proprio parlare, non ci si discosta mai troppo dal modello Miss Marple e si tratta sempre di un'anziana signora che beve solo tè o, nel caso si tratti di una serie televisiva, di qualche giovane signora assolutamente imbecille dedita a qualche attività molto caratterizzata, tipo beneficienza o antiquariato. Sarei felice di essere smentita, se qualcuno ha notizia di una investigatrice sveglia e dinamica in circolazione e me lo segnala gli sarò riconoscente.

L'uomo con due vite (2008) ha una prima parte bella e interessante, in cui è narrato l'incontro assolutamente imprevedibile tra due personaggi "quasi" estremi, un anziano senza qualità e una giovane già segnata dalla vita. Questa prima parte è molto riuscita, crea empatia per i personaggi, sorprende e coinvolge. Quando poi entra in scena Barbarotti e la sua corte di colleghi e colleghe, quello che mi è venuto da pensare è un bel "chi se ne frega". Barbarotti ha una famiglia allargata e felice (buon per lui che avevo incontrato divorziato e pieno di cicatrici), gli altri hanno difficili rapporti con le donne o con gli uomini, figli propri e altrui. Una percentuale notevole ha una moglie incinta, spesso sull'orlo del parto. Quella che tiene abbastanza è la vicenda principale, proprio perché contravviene alle regole del thriller. Nel complesso un libro molto soddisfacente, che mi ha spinto a bissare con Il commissario e il silenzio (1997).

Qui il protagonista è il commissario Van Veeteren, ovviamente divorziato, deluso, stropicciato, piuttosto beone, con la fastiosa e insistita abitudine di masticare stuzzicadenti e seminarli in giro ecc ma altrettanto infallibile nel risolvere il caso senza bisogno dell'aiuto dei colleghi (anche qui con moglie incinta, sono certa che il tasso di natalità della polizia svedese è nettamente superiore a quello del resto della popolazione). La storia è tradizionalmente incentrata su delitti che vorrebbero essere particolarmente spaventosi ma non hanno nessuna valenza visiva né emotiva. C'è un ambiguo prete che dirige una setta di donne fuori di testa, anche troppi personaggi di contorno, ma insomma la soluzione arriva un po' prevedibile e un po' telefonata. Si può leggere, perché è ben scritto e ottimamente tradotto da Carmen Giorgetti Cima (come pure gli altri due), ma insomma se ne può anche fare a meno, non lascia tracce.   

Concludo in modo poco elegante, con un'autocitazione: Perché uno scrittore che scrive bene, che sa costruire un ambiente, un groviglio di psicologie, un ritmo narrativo come Håkan Nesser abbia bisogno della struttura poliziesca, non lo so. Mi ha fatto l'impressione di quando si usa il trucchetto del cucchiaio che diventa aeroplano per fare mangiare la minestra ai bambini - vi ricordate? ecco l'aereo che vola vola, apri la bocca, aaahm! - come se fosse necessario per indurre il lettore a aprire il libro e leggerlo. Ma probabilmente sono io che sono rétro, e penso che per leggere un libro non c'è bisogno di escamotage. La domanda, ovviamente, è retorica: in questi tempi confusi e ansiogeni l'idea che ci sia un commissario capace di districare ogni casino e di mettere ordine nella confusione del mondo è la massima utopia. Perciò il poliziesco tira, e vende: è il mercato, bellezza! 

venerdì 2 novembre 2018

Com'è complicato vivere in Islanda: Jón Kalman Stefánsson, Grande come l'universo

Jón Kalman Stefánsson è bravissimo, è poeta e narratore, mi ha stregato con Paradiso e inferno (soprattutto) e La tristezza degli angeli, mi è piaciuto e mi ha interessato con Il cuore dell'uomo e Luce d'estate, ed è subito notte. Anche I pesci non hanno gambe, che compone un dittico con Grande come l'universo è un bel romanzo, sia pure non sorprendente come gli altri, ma comunque ricco di motivi d'interesse, per esempio i complessi rapporti con gli americani di stanza in Islanda dopo la seconda guerra. Grande come l'universo riprende i personaggi del romanzo precedente e ne porta avanti le vicende, nella medesima ambientazione cioè "il posto più nero d'Islanda", la piccola città di Keflavik.

Ritroviamo quindi Ari lo scrittore - editore che nel romanzo precendente aveva buttato a mare famiglia e carriera per fuggire in Danimarca, e ora ritorna per vedere il padre malato, Jakob, e ripercorrere i rami della sua complicata famiglia. Ma forse non è la famiglia a essere complicata ma piuttosto la struttura del romanzo che mette a dura prova l'attenzione e la capacità di entrare nel testo del lettore, è estremamente esigente, forse più adatta a una buia notte nordica in cui si può leggere per ore senza distrazioni che alla lettura spezzettata e spesso disturbata che caratterizza i nostri giorni. O almeno, i miei in questo periodo, e infatti ho trovato piuttosto faticoso seguire lo spezzettamento delle vicende che passano continuamente dall'oggi all'ieri - e che cosa sarà mai questa moda per cui un romanzo non può più assolutamente seguire un andamento cronologico per non sembrare ingenuo e superato. qui bisogna dire che l'oscillazione temporale è giustificata dal fatto che le vicende seguono tre generazioni, dal nonno Oddur e sua moglie, l'inquieta e vivace Margret, al padre Jakob e le sue numerose donne, le zie, gli zii, i numerosi amici. I personaggi sono molti, e un altro elemento di difficoltà sono i nomi per noi ostici in quanto non se ne può riconoscere il genere, e lo stile rapsodico e poetico richiede che non si metta pronome davanti al verbo, per cui confesso che in più di un punto ho dovuto fermarmi e rileggere per capire chi faceva che cosa, o chi parlava.

Ci si ritrova quindi a ricostruire un puzzle di episodi smembrati e dispersi, in epoche e luoghi diversi sia pur debitamente indicati all'inizio del capitolo. A questo proposito mi sento di consigliarne la lettura in formato cartaceo, in quanto è più facile ritornare all'inizio del capitolo e riordinare le sequenze temporali. O almeno, così penso dopo averlo letto in digitale e avere un po' sofferto di non poterne sfogliare velocemente le pagine. Ma questo non ne diminuisce il fascino, né distoglie dalle storie potenti che Jón Kalman Stefánsson ci racconta, le donne intelligenti e capaci di desiderio, i giovani che amano la musica e si dividono tra le glorie locali e Elvis, la scoperta dei libri e della letteratura, di Dante e di Gente indipendente di Halldor Laxness, di Mozart e Hemingway. C'è la gioventù e c'è la vecchiaia, l'amore e la curiosità, la morte, il mare. Solo il mare rende uomini, ripete l'eroe dei fiordi Oddur, e nel mare si trova il pesce che dà da vivere a tutti, marinai e operai dell'industria ittica, ma il mare è anche crudele e assassino, traditore e ammaliatore.

Insomma un altro bellissimo romanzo da leggere però, a mio parere, di seguito a I pesci non hanno gambe per non perdersi alla ricerca degli antecedenti, e poter seguire le giravolte dei personaggi con facilità godendo la bella prosa, spesso poetica, tradotta con la consueta maestria e sensibilità da Silvia Cosimini, autrice anche della postfazione.  


martedì 23 ottobre 2018

L'occhio e il cuore di Istanbul: il fotografo Ara Güler e Orhan Pamuk, Istanbul


In occasione della morte del celeberrimo fotografo turco (di origine armena) Ara Güler, famoso come "l'occhio di Istanbul", pubblico una vecchissima recensione a un libro che ho più che amato a suo tempo (così come amo la città di cui parla), Istanbul di Orhan Pamuk (ed. orig. 2003, pubblicato da Einaudi nel 2006. 

A parte il ritratto (di cui non sono riuscita a trovare l'autore) tutte le foto sono di Ara Güler. A Istanbul è stato recentemente aperto un museo in suo nome, che penso valga davvero la pena di visitare. Se andate a Istanbul non perdetelo (insieme al Museo dell'Innocenza) e se amate questa città, non perdete Istanbul di Orhan Pamuk.

   








Staccarsi da questo libro è difficile come tornare da un viaggio di quelli che prendono i sensi, il cuore e il cervello. La città cui Pamuk dedica il suo corposo canto d’amore è un fantasma che può assumere le sembianze di qualsiasi città il lettore porti nell’angolo della sua memoria dedicato alla nostalgia. E’ costruita con la solidissima materia dei sogni e del rimpianto, ritratta in centinaia di fotografie e incisioni in bianco e nero, minuziosamente nominata nel repertorio di quartieri e di vie, percorsa a piedi, in macchina e in battello, auscultata e indagata nelle pieghe più fuorimano, eppure non è reale. Questa Istanbul bellissima e malinconica è Orhan Pamuk, che generosamente ci permette di condividere con lui il sentimento di una vita che si forma in un luogo universale.

Le parole chiave sono tristezza e felicità. Tristezza è sentirsi a metà del guado, testimoni del fallimento del grande impero ottomano di cui si perde la memoria come le sue rovine che si sgretolano per incuria, e incapaci di realizzare fino in fondo l’occidentalizzazione sognata da Atatürk. Pamuk, che in Neve rappresenta con agghiacciante efficacia le contraddizioni della Turchia contemporanea, in questo libro tiene l’occhio costantemente rivolto al passato, intrecciando i ricordi dell’infanzia (è nato a Istanbul nel 1952 e continua a viverci) e dell’adolescenza con i giudizi dei viaggiatori occidentali, come Nerval e Gauthier, le incisioni settecentesche del tedesco Melling, l’autorappresentazione degli scrittori cittadini “tristi e solitari”, le meravigliose fotografie di Ara Güler e quelle scattate dal padre. Da bambino assiste alle liti dei genitori e alla progressiva decadenza della famiglia. Da ragazzo percorre ossessivamente le solitarie stradine lastricate, “tristi e buie”, dei sobborghi, dove ancora sopravvivevano povere case di legno man mano sostituite dai palazzi di cemento. Corre a guardare gli incendi delle magnifiche ville signorili in legno, scoloriti e misteriosi relitti del passato imperiale, trascorre giornate a contare le navi sul Bosforo e ascoltarne i malinconici fischi nella notte. Legge sui giornali le notizie degli automobilisti che si inabissano nelle acque profonde dello stretto dopo avere lanciato un’ultima occhiata al cielo. Beve e scherza con gli amici per tacitare la tristezza. E la felicità? Quella sta nell’illusione, nel ricordo, nel sogno. Nella pittura fino al momento in cui il giovane Orhan riesce a dire alla madre (e sono le parole conclusive del libro): “Diventerò scrittore, io”. 

Non c’è colore locale, vagheggiamento, compiacimento, neppure indulgenza in questo ritratto della giovinezza di un autore e della decrepitezza di una città. Non è una guida, non si perde in notizie storiche e descrizioni di monumenti. C’è la forza trasfigurante di una scrittura limpida e precisa, capace di evocare una vita in una frase. C’è un elenco nel decimo capitolo, intitolato “Tristezza”, che riassume in modo meraviglioso un mondo, tutto quello che appartiene alla città e ne costituisce corpo e spirito. C’è la fiducia nella parola e nella memoria perché il passato non si perda e diventi il terreno fertile da cui può nascere un libro straordinario. 


lunedì 22 ottobre 2018

Donne insolite: Hiromi Kawakami, I dieci amori di Nishino, Adar Abdi Pedersen, In direzione del cuore, Letizia Frosi, Cercasi fidanzato disperatamente

Dieci donne parlano dello stesso uomo, conosciuto in momenti diversi, amato, non amato, sfiorato o osservato con attenzione. Le donne sono diversissime, dalla bambina curiosa dell'amico della madre alla donna in carriera autosufficiente e decisionista alla ragazza semplicemente innamorata. L'uomo è uno solo, spezzettato e cangiante come in un caleidoscopio, ma alla fine chissà se potremo dire di conoscerlo. Da Kawakami Hiromi, la magnifica autrice dello struggente La cartella del professore e di Le donne del signor Nakano, un romanzo lieve e curioso, di gradevolissima lettura. 




Tutt'altra storia quella che ci racconta Adar Abdi Pedersen in In direzione del cuore, Dalla Somalia alla Danimarca passando per l'Italia. Un libro fondamentale per chi vuole capire il mondo in cui vivamo non solo attraverso i telegiornali. La vita di una donna coraggiosa e tenace, come un lungo viaggio che dalla Somalia la porta a Torino e poi in Danimarca, combattendo contro un sistema di valori da cui vuole liberarsi, aiutando gli immigrati a integrarsi nella società europea, e vivendo tutte le contraddizioni di cui un simile percorso è disseminato. Da leggere per sapere e per capire, perché Adar non è e non deve essere sola, e la sua storia ci riguarda. 







Infine Clotilde, la protagonista di Cercasi fidanzato disperatamente di Letizia Frosi, si distingue nettamente dalle donne precedenti perchè è l'eroina di un tipico romanzo chick-lit e come tale se la cava benissimo. Ha ventisei anni, vive con la mamma, ha delle amiche un po' streghe un po' affettuose, è carina ma forse non ci crede, cerca l'amore ma combina pasticci... finché non incontra Riccardo, e da quel momento possiamo solo sperare e sognare e far progetti con lei. Che non ci delude, portandoci al finale divertiti e soddisfatti.

domenica 21 ottobre 2018

Buendia Books, la casa editrice che non c'era: due novità, Roberta Anau con "Sotto l'ala di Lilith" e Massimo Tallone, "Bartleby mi ha salvato la vita"

Nata da poco ma già ben piantata, robusta e vivace, ecco la nuova casa editrice torinese Buendia Books, nelle sue stesse parole una casa editrice indipendente che propone un “nuovo-vecchio modo” di far libri: una realtà editoriale che è anche artigianato, manualità, creatività e labor limae, un marchio che si prende cura di ciascuna opera, dalla selezione allo sviluppo dell’idea-progetto fino alla realizzazione e alla promozione.[...] Tumulto editoriale, sperimentazione, colore e voglia di qualità e leggerezza: questa è la Buendia Books, spiccate il volo con noi!
 

Ed ecco un paio delle novità imperdibili: nella collana le Fiaschette (che si presenta così: Le Fiaschette: libretti snelli, maneggevoli, economici, agili compagni di viaggio o di break. Adatti a contenere racconti da leggere… in due sorsi), Roberta Anau, autrice tra l'altro di Asini, oche e rabbini e Un'ebrea terra terra ci racconta tre donne veramente fuori dall'ordinario - Havà, Jonà e Rebecca, oltre a una civetta gialla che la sa lunga. Tre racconti veloci, profondi e lievi, legati alla sapienza biblica e alla cultura ebraica, che la penna esperta di Roberta Anau rende irresisitibili. 

Più corposo ma non meno leggibile il saggio di Massimo Tallone Bartleby mi ha salvato la vita. Con la caratteristica ironia e una profonda cultura letteraria, Massimo Tallone, messi da parte misteri sabaudi, satanismi vari e l'indimenticabile Cardo, ci insegna a curarci con i libri e a fare riferimento ai nostri autori preferiti per uscire dai guai e risolvere i momenti criti della vita, con 27 schede di esempi pratici - e scusate se è poco!

Quindi benvenuta alla Buendia Books, e occhio alla farfalla quando la incontriamo!

venerdì 12 ottobre 2018

Benvenuto a un nuovo arrivo: Gatta, Topina e Buon Anno, racconti fantastici e del margine, Buckfast Edizioni

Eccolo qui! appena uscito dalle rotative (se si chiamano così), fresco di stampa e caldo come un panino appena sfornato. Venti racconti fantastici, ironici o spaventosi, grazie a Buckfast Edizioni. E un grande grazie alla mia amica Liliana Lanzardo, autrice dell'immagine di copertina.
E per fa venire la voglia di leggerlo, ecco alcuni incipit. 

Gatta, Topina e Buon Anno
Stracchi come gelati in giugno, Massimo, Gigi e Fede trascinavano gli zaini sulle spalle ingobbite. Rassegnati. La testa tutta presa da quello che sarebbe successo dopo, al momento dolce della libertà, finita la visita didattica al Museo Egizio. La quinta nella loro carriera scolastica.
– McDonald’s a un isolato. Ce li avete i soldi, ragazzi?

Di un'apparizione mariana sulla Mole Antonelliana di Torino
Era il mese di maggio e gli antichi giardini olezzavano di rose e mughetti, lungo i vialetti di ghiaia ben pettinata sbocciavano timidi giacinti. Dove fossero gli antichi giardini, però, nessuno lo sapeva. Anche la città olezzava, di fitte cacche canine, di take–away cinesi, di gas di scarico, nei mercati salivano fragranze di olive piccanti, tome stagionate, pesce, sudore, aglio, menta. C’erano strade odorose di kebab e altre di cumino e coriandolo. Felafel e gyros, hamburger e patatine fritte, pizza ai quattro formaggi e curry, cioccolato e tigli in fiore. In molti angoletti, attorno alle panchine dei parchi, sui marciapiedi dei locali più allegri, nel folto dei ragazzi muniti di dreadlock e cani al guinzaglio aleggiavano volute di fumo inebriante. Una città profumata, puzzona, appetitosa e nauseante. Vicino al Po do-minava l’odore umido e marcio dell’acqua. Torino era in preda a una specie di trip allucinogeno del naso. Ai cittadini spuntavano canappie esagerate, le narici si allargavano fremendo e inalavano golose, imprudenti, gli stimoli indiscriminati. C’era chi ricordava ancora l’odore dell’aria di primavera, gli stessi che versavano una lacrima al pensiero del virile sentore di vino rosso e acciughe al verde nelle belle piole del tempo che fu.

La casa di vetro
Da quando vivo in una stanza di vetro, il mio cuore è talmente gonfio di aria, di gioia, di luce che so per certo come morirò. Quel muscolo felice scoppierà imbrattando le pareti, per la semplice, insostenibile pienezza.

Monemvassia
Il piacere di arrivare nel tardo pomeriggio, installarsi in una comoda camera d’albergo, fare una doccia e uscire con l’unica preoccupazione di scegliere il ristorante in cui cenare! Olimpia pensò che non se ne sarebbe mai stancata. Finché avrò gioventù, salute e soldi, fa’ che possa goderne, dio dei turisti oziosi. Mentre si spalmava di crema idratante per non spelare, mentre infilava un vestito allegro e una collana multicolore di frutti di plastica, i sandaletti rossi, gli anelli, non smise di guardare dalla finestra. C’era un fico proprio fuori nel cortiletto, e dietro si vedeva il mare agitato, scuro, illuminato da una luna ancora pallida sul cielo color indaco.

Regina
Per attraversare il viale con il buio, niente da fare, doveva aspettare che ci fosse qualcuno cui accodarsi. Non che non si fidasse dei semafori, ma preferiva non rischiare da sola. Fin da bambina aveva escogitato questo stratagemma per superare l’ansia delle due vaste carreggiate, la paura di scivolare, inciampare, cadere, sparire nelle ombre solcate dai fari.

Resurgam
A quell’ora qualsiasi isola era bellissima nello spolverio d’oro dei raggi ormai freddi. La barca scivolò nell’ombra della costa, in silenzio, senza quasi ferire l’acqua trasparente. Nella parete di rocce si aprivano bocche scure, non si riusciva a distinguere se erano vere e proprie grotte o semplici spaccature. Nessuno aveva voglia di parlare, i commenti morivano in gola nell’aria sospesa tra il giorno e la notte, ma quando la prua superò l’ultimo tratto di scogliera e sbucò nella baia ancora piena di sole tutti si rianimarono. Rocco, lo skipper, indicò il grande edificio che si ergeva come una fortezza.

Per amore di un topo
Siete mai stati innamorati di un topo? Alla mia amica Carlotta è successo, me l’ha raccontato lei stessa. Carlotta è una donna non più giovane ma molto attraente, dinamica, piena di interessi; insegna in un liceo, viaggia, è impegnata in un gruppo ecologista, organizza corsi di scrittura creativa per la terza età e prima che questa storia cominciasse aveva una relazione con un nostro comune amico, simpatico e ragionevolmente innamorato di lei. L’altro protagonista di questa storia, invece, è un topolino di campagna, minuscolo, di colore grigio chiaro e con una lunga coda sottile.

Una notte con Barbablu
Marina, arrabbiata e infreddolita, guardava con poca speranza la strada di campagna che si perdeva dietro una curva, dove le prime ombre si raccoglievano sotto una fila di pioppi. Quello era proprio un viaggio cominciato male. La sua amica Lauretta, con cui era partita, che cosa aveva pensato bene di fare se non filarsela con un motociclista conosciuto nel primo bar dove si era fermate a mangiare un panino? E non ha nemmeno il casco, pensò Marina. Spero che li fermino e gli diano una multa tale che lei sia costretta a tornarsene a casa stasera stessa. Spero che lui sia un maniaco sessuale e l’abbia violentata e uccisa in un bosco. Si pentì immediatamente di avere pensato una cosa simile e fece mentalmente le sue scuse a Lauretta. La multa era più che sufficiente. Poi quello stupido camionista che ci aveva provato e l’aveva costretta a scendere in piena campagna, nell’unica strada in tutt’Italia dove passava una macchina ogni mezz’ora. Mentre scendeva in fretta e furia il cellulare le era caduto dalla tasca dei pantaloni finendo schiacciato sotto una delle enormi ruote del camion... E stava anche cominciando a piovere.

martedì 2 ottobre 2018

Stephen King, Stagioni diverse: non c'è bisogno di fantasmi per fare paura se si è un grande scrittore

Io a proposito di Stephen King ho una teoria che la lettura di Stagioni diverse ha rafforzato. Premetto che non sono un'esperta, ho letto una minimissima parte della sterminata produzione di questo autore, e nemmeno i titoli più famosi. Però di questo mi sono convinta: Stephen King è un grande narratore, capace di creare atmosfere e personaggi più o meno inquietanti e angosciosi, del tutto convincenti e vividi, che lasciano una traccia profonda. Ha scritto l'eccezionale 22/11/63, che a mio parere basterebbe da solo a dargli fama. Non avrebbe nessun bisogno di introdurre fantasmi eccessivamente descritti come in Duma Key o mostri troppo concreti come in It, ma evidentemente la fama planetaria e le esigenze editoriali lo costringono talvolta a spiegare un po' troppo per i lettori testoni e portare a conclusione vicende complicate. Inoltre è un grandissimo scrittore di racconti, il che torna a tutto suo merito.

Questa raccolta di quattro racconti (tre lunghi, quasi piccoli romanzi, e uno più breve), ognuno intitolato a una stagione dell'anno, è del 1982, dopo il grande successo di Carrie (1973) ma ancora agli inizi della sua carriera, e non si appoggia a particolari effetti horror. Sono in realtà racconti straordinari, cui si può forse (ed esclusivamente) imputare una certa prolissità, soprattutto i primi due: ma restano più che godibili e appassionanti. Il primo, Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, ambientato in un penitenziario, non ha alcun elemento fantastico o horror, ma è una storia complessa e sorprendente che ruota intorno alle incredibili strategie di sopravvivenza e riscatto dei condannati. Il secondo, Un ragazzo sveglio, è quello che mi ha colpito di più: il lungo rapporto tra un ragazzo piuttosto fuori dall'ordinario e un ex nazista emigrato negli USA dove vive in incognito porta a una conclusione profetica di un fenomeno che nella realtà non si sarebbe manifestato che alcuni anni più tardi, in maniera davvero magistrale e sommamente inquietante (lo so che dico troppo poco ma non voglio fare spoiler, perché spero veramente che a qualcuno, leggendo queste note, venga voglia di cercare Stagioni diverse, facilmente reperibile in rete). Il corpo, da cui è stato tratto il famoso film Stand by me, racconta l'avventura di un gruppo di ragazzi alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo - il corpo del titolo - e le conseguenze a lungo termine della loro spedizione nei boschi. Infine Il modo di respirazione si svolge in un insolito club maschile di Manhattan, apparentemente molto british ma ricco di misteri, i cui soci si trovano per raccontare delle storie, una delle quali, parecchio inquietante, è al centro del racconto.

Non voglio dire di più del contenuto, ma si capirà che questo corposo libro mi ha dato grandi soddisfazioni. Letteratura d'immaginazione, intrattenimento, senza messaggi o riflessioni esemplari, né, dio mi scampi, autobiografismo: proprio quello che mi piace. Ottima scrittura, scorrevole, veloce e essenziale: proprio quello che mi piace. Appassionante, spinge alla lettura, incuriosisce: proprio quello che mi piace. E mi ha confermato che Stephen King non ha bisogno di apparizioni né di effettacci per acchiappare i lettori, perché è un ottimo narratore.            

venerdì 31 agosto 2018

Un romanzo epico e romantico tra i banditi del Tauro: Yashar Kemal, Memed il falco

Avete immaginazione, vi piacciono i romanzi dove scoprire paesi, abitudini, storia e storie lontane dalla vostra? In poche parole, leggete per sognare e scoprire e non solo per identificarvi? Allora anche a voi piacerà il romanzo di Yashar Kemal, Memed il falco, uscito in Turchia nel 1955 e pubblicato in Italia nel 2001 da Tranchida con la traduzione di Antonella Passaro. A me è piaciuto tantissimo, mi ha fatto passare ore bellissime sulle montagne del Tauro con i banditi in fuga perenne, il fiato corto, le mani e i piedi sanguinanti per la durezza delle rocce su cui si arrampicano, la fame e la paura, l'orgoglio e la ferocia che gli dilaniano il cuore.

La vicenda è ambientata nella Turchia ormai repubblicana, Ankara è lontana ed è meglio non disturbarla con gli affari del posto, l'epoca precisa non è detta ma possiamo immaginare che non sia lontana da quella di pubblicazione. Malgrado tutto ciò che è cambiato, nelle campagne ai piedi dei monti vige ancora una specie di feudalesimo in cui gli Agha, signorotti autoproclamati, derubano i contadini di terre, animali e raccolti, spadroneggiano grazie alla corruzione di polizia e autorità, e per mantenere il proprio potere si appoggiano alle bande che vivono sulle montagne depredando i viandanti, e taglieggiando e o proteggendo, a seconda della propria inclinazione, gli abitanti dei villaggi. Ataturk, il padre dei turchi, non è mai nominato, e l'Islam rimane sullo sfondo, scontato ma evanescente. Ma nella visione fortemente epica e romantica di Yashar Kemal il bandito è anche il puro, l'innocente che si ribella, e mosso da un senso di giustizia superiore abbandona la società per ricreare un mondo migliore sulle vette e nei boschi del Tauro.

Tale è il protagonista Memed lo smilzo (ogni personaggio ha un suo soprannome che lo definisce e lo umanizza), orfano di padre e presto anche di madre, costretto fin dall'infanzia a lavorare nei campi infestati dai cardi che lo feriscono e lo fanno sanguinare, per dare al prepotente Abdi Agha la maggior parte del raccolto e patire la fame. Il suo sogno è fuggire dalla presa, e dalle botte, di Abdi Agha, ma quando all'età di dodici anni mette in atto il suo proposito, le conseguenze saranno solo ancora più botte e ancora più fame. Crescendo Memed giunge a uno scontro diretto con il suo nemico, c'è di mezzo una ragazza, Hatché, e un morto. Memed fugge in montagna, prima unendosi a un bandito rozzo e violento (da coloro che deruba si fa consegnare persino le mutande, costringendoli così a tornare nudi al villaggio, e guadagnandosi l'odio di tutti) poi formando una sua piccola ma sempre più temuta banda.

La vicenda è appassionante e si fa sempre più complessa via via che Memed incontra svariati personaggi, dai suoi compagni ai vari signorotti ai capi nomadi o turcomanni, ai contadini che lo aiutano; i personaggi femminili sono ovviamente meno numerosi e meno in vista di quelli maschili, ma hanno una loro potenza e una volontà fortissima. Più che Hatché, due volte vittima di conflitti in cui si trova coinvolta a causa del suo uomo, altri emergono anche se in ruoli minori: la vedova Isaz pronta a diventare madre di tutti, lei che è stata derubata dell'unico figlio, o Hürü ostinata nella sua ricerca di vendetta e giustizia, mentre tra gli uomini abbondano le figure indimenticabili, da Jabbar a Osman il grosso, i banditi e i capi villaggio, i poliziotti crudeli e quelli misericordiosi, Ali lo zoppo infallibile cercatore di piste, e molti altri. Memed emerge tra tutti perché ciò che lo anima non è solo il desiderio di vendetta, ma un fortissimo senso di giustizia sociale, un'etica contro corrente ma salda e sincera, il che gli conquista l'ammirazione e l'affetto dei contadini e il suo nuovo soprannome: il falco. 

Importantissimo è anche il ruolo della natura, aspra e difficile ma fonte di salvezza nelle montagne, dolce e generosa nelle pianure sempre vagheggiate come la fertile Chukurova. La vendetta si avvicina o si allontana a seconda delle traversie, la tragedia incombe e il destino è crudele. Ma è consolante, giungendo alla fine, pensare che Memed il falco è il primo volume di una quadrilogia, anche se credo che solo i primi due siano stati tradotti in italiano. Vale la pena di leggere la biografia di Yashar Kemal, e io sicuramente continuerò a leggere le sue opere. In ebook si trova tutto in inglese, e alcune cose anche in italiano. In questo blog ho parlato del mio primo (un po' problematico) incontro con l'autore, nelle pagine di Guarda l'Eufrate rosso di sangue.          

lunedì 6 agosto 2018

Una città di pietra impossibile da dimenticare: Ismail Kadarè, Chronicle in stone

Essere in viaggio non facilita la scrittura del blog perché il tempo è poco e non sempre coincide con un collegamento wifi, ma si leggono lo stesso cose bellissime di cui viene voglia di parlare (anche boiate, ma questo è un altro discorso). Sono stata un paio di giorni a Argirocastro, in Albania, città gradevolissima e patria di Ismail Kadarè, scrittore che amo, ne ho visitato la casa e questo mi ha stimolato a cercare Chronicle in stone, libro dedicato alla sua città e alla sua infanzia. Non sono riuscita a trovare una traduzione in italiano e ho letto quella in inglese, ma appena sarò a casa cercherò meglio. Non riesco a credere che non sia mai stato tradotto.
(E infatti, appena tornata in patria, l'amico Ettore Dovio mi ha segnalato l'edizione Tea 2009, titolo La città di pietra, traduzione di Francesco Bruno).  

Chronicle in stone ė un libro magnifico, che ricostrusce la vita ad Argirocastro dalla metà degli anni trenta del ‘900 alla fine della guerra. Allora sotto il dominio degli italiani (visti come pessimi, ma caratterizzati dalla cura nel vestirsi - i bottoni lucidi dei soldati - e una ridicola vanità personale - l’odore di brillantina che ne annuncia l’arrivo, oltre che per avere introdotto in città l’inaudita novità di un bordello), sperimenta ben presto l’orrore della guerra cambiando continuamente occupante quando greci e tedeschi se la passano di mano ogni poche ore. Gli inglesi si fanno conoscere perché, al posto dei pascoli nella valle, costruiscono una pista per aerei. Gli aerei, appunto: grande novità, grandissimo amore e passione di occhi e cervello per il piccolo protagonista, lo stesso autore che narra ciò che ha vissuto in prima persona.

Ma intorno non c’è solo guerra e minaccia, la città ferve di vita e i personaggi, all’interno e fuori della famiglia, sono numerosissimi. Il nonno, le nonne, le zie, le amiche di casa - le donne sono moltissime e fondamentali, sia quelle che girano portando notizie che quelle che si parlano gridando da una finestra all’altra, praticano la magia e altre arti esclusivamente femminili - e poi gli amici con cui commentare e cercare di interpretare il mondo degli adulti, e i tipi più o meno strani che circolano per le vie, e ognuno è portatore di una storia diversa. E la città stessa, l’antica città di pietra con le grandi case costruite sulle cisterne che possono nascondere terribili misteri, con i tetti di pietra che luccicano al sole, e l’antica cittadella che sovrasta dall’alto... Poi tutto precipita, l’avvicendarsi degli occupanti si intreccia alla nascita della resistenza e alle diverse posizioni politiche, alle rappresaglie, i continui bombardamenti diventano parte della routine quotidiana, la guerra semina sangue e tradimenti, le persone, anche le più vicine, cambiano, con l’occupazione nazista si realizza un’antica profezia - la città finirà quando sarà invasa da nemici con i capelli gialli -, c’è lo sfollamento, e quella che sicuramente finisce è l’infanzia del protagonista.

Ora, posso testimoniare che la città esiste ancora ed è molto bella. Vale la pena di andarci e di passarvi qualche giorno. Io ci sono stata due volte, ho visitato alcune delle grandi case sopravvissute alle vicende storiche del secolo passato, in cui Argirocastro ha avuto un destino alterno avendo dato i natali, oltre che a Ismail Kadarè, anche a Enver Hoxha. La casa di Kadarè è stata ricostruita dopo un incendio che l’ha distrutta nel 1999, quella di Hoxha è stata trasformata in museo etnografico. Vi sono ottimi alberghi e ristoranti, un centro vivacemente commerciale, una vasta parte nuova, la cittadella è molto interessante da visitare. Certo conoscere la città aiuta, ma ovviamente questo libro, scritto in una prosa vivace e semplice, priva sia di retorica che di pesantezze stilistiche, spesso ironica, e corredato di veloci pagine di notizie tipo titoli di giornale che contestualizzano gli eventi, avvince, interessa, incuriosisce a prescindere. E spero che faccia venire la voglia, a chi lo legge, di visitare la bella città cui è dedicato.

giovedì 26 luglio 2018

Altro che Erasmus! Arthur Conan Doyle, Avventura nell’Artico

Be’ questo è un libro che chiunque abbia un po’ di immaginazione, piacere per l’avventura, voglia di lasciarsi andare a un altrove sia locale che temporale, non potrà che apprezzare. A vent’anni, nel 1880, mentre frequentava il terzo anno della facoltà di medicina della Edinburgh University, Arthur Conan Doyle si imbarcò per sei mesi come medico di bordo sulla Hope, una baleniera con 50 uomini di equipaggio, che salpava da Peterhead in Scozia per l’Artico alla ricerca di foche e ovviamente di balene. Ecco, questo non è un libro adatto agli animalisti sentimentali e ipersensibili, perché come ben si sa  (e Brigitte Bardot a suo tempo ha ripetuto per anni) la caccia alle foche non era praticata con delicatezza. In compenso è ricchissimo: a cura di Jon Lellenberg e Daniel Stashower (con la traduzione di Davide Sapienza), si compone di una vasta introduzione con attente e complete cosiderazioni circa l’impatto sulla sua scrittura e sulla sua carriera, in particolare sul periodo che trascorse a Southampton e alcune straordinarie foto del periodo, del “Diario di Arthur Conan Doyle medico di bordo della baleniera artica Hope” dei mesi trascorsi in mare (completo di riproduzione di pagine autografe del diario con schizzi di mano dell’autore relativi agli episodi narrati), degli “Scritti Artici” che derivano evidentemente dall’esperienza giovanile e comprendono “L’incanto dell’Artico”, “Vita a bordo di una baleniera della Groenlandia”, “Il capitano della Pole Star”, “L’avventura di Brack Peter” (di quest’ultimo racconto è protagonista Sherlock Holmes) più un apparato di note davvero esauriente che sostiene egregiamente tutti i testi e funziona benissimo anche nell’edizione digitale.

Certo non c’è suspense nel diario, non ci sono né amore né sorprese narrative, ma acchiappa e diverte e interessa e si imparano un sacco di cose leggendolo. Il giovane medico di bordo (soprannominato “il più grande tuffatore del Nord” per le ripetute, e pericolosissime, cadute in mare) se la godette moltissimo, e ricordò sempre questo periodo come il più divertente della sua gioventù. Inoltre sapeva già come raccontare, e le vicende quotidiane della baleniera, tra cadute in mare, caccia, pesca, osservazioni sui compagni, incontri con altri battelli, descrizioni del ghiaccio incredibilmente vivide, riflessioni e disegni, sono un’avventura e un piacere continui. Vivamente consigliato (con l’avvertenza di cui sopra per le anime troppo sensibili).

giovedì 19 luglio 2018

Dalla Cina al Mediterraneo Colin Thubron, Ombre sulla via della seta

Colin Thubron, Ombre sulla via della seta.
Solo due parole su un titolo da cui mi aspettavo moltissimo e poi mi ha lasciata un po’ perplessa. In molti punti ho fatto una gran fatica a proseguire, e sono stata tentata di mollare lì Mr Colin a sgattare tra i suoi mattoni selgiuchidi. Mi è mancato un discorso d’insieme, un filo conduttore chiaro da seguire. Ma siccome nel libro c’è molto, e ha molti meriti, ne parlo perché sono sicura che a molti piacerà. 

Il protagonista e autore parte da Xian, in Cina, per arrivare a Antiochia, oggi Antakya sulla costa mediterranea della Turchia, seguendo l’antica via della seta dei mercanti, attraverso Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Iran, ma si limita in fondo a elencare necropoli e tombe, molte tombe, lasciando tantissimo nel non detto. Alcuni dei posti di cui parla li ho visitati, e confesso che la sua descrizione mi ha deluso. Il fatto è che attraversa paesi di cui interesserebbe ben altro che scoprire quello che resta del mausoleo della tal sultana o del tale condottiero, nel tentativo di far coincidere tradizione e realtà. 

Tra i meriti, la scrittura molto letteraria, anche troppo, seguita con un po’ di fatica dalla traduzione di Raffaella Belletti, e l’indubbia cultura sia a livello di storia dell’arte (per lo più islamica) che, e qui il discorso si fa più interessante, sulle varie popolazioni e etnie che incontra nei suoi spostamenti (uiguri, hazeri ecc). Però, dal punto di vista del viaggio non ci dice granché: parla solo degli spostamenti brevi con autisti locali mentre fa balzi di molte centinaia di chilometri senza dare spiegazioni. Insomma forse è solo un problema di carattere: per fortuna non faremo mai un viaggio insieme perché non abbiamo lo stesso modo di viaggiare. Ma sono convinta che invece per altri possa essere un un libro molto fascinoso e interessante.

giovedì 12 luglio 2018

Il narratore speleologo: Loris Maria Marchetti, Tappeto Mobile

Oggi una raccolta di racconti di un autore contemporaneo, caratterizzato dalla ricercatezza della scrittura e dalla profondità dell'analisi psicologica, Tappeto mobile di Loris Maria Marchetti. Poeta, saggista e narratore, in questi dieci racconti Marchetti inanella lacerti della memoria, piccoli brandelli di ricordi rivestiti di un linguaggio sontuosamente letterario, che non teme periodi lunghi, subordinate e un lessico ricercato. C'è il passato, c'è una Torino sparita, luoghi, abitudini e ruoli analizzati, sviscerati, ricostruiti con acribia e profonda umanità, cercando cause e spiegazioni, gesti minimi, tic rivelatori e sofferenze nascoste.

Si parla di una cena al primo ristorante cinese di Torino, in via Goito, che avrà un profondo impatto sulla vita di due persone, dell'apparenza che inganna e i fatti veri, le differenze sociali e la Nemesi, la Fiat mamma e matrigna (in uno dei racconti più riusciti, I cancelli di Mirafiori). Ci sono le ragazze, le donne (molte) che suscitano l'attenzione dell'io narrante, sempre presente in tutti i racconti ma reticente e misterioso. Su tutto si stende una patina di lontananza, che in certi momenti fa sospirare où sont les filles d'antan, ma poi con un robusto colpo d'ala si torna all'oggi. Spesso il narratore si interroga sulla vera natura dei sentimenti nutriti dalle ragazze nei suoi confronti (Letterature comparate), sulla vera natura di una ragazza dalla fama usurpata (Brividi neri), sulla vera natura del sentimento forte ma indefinibile che lo lega a un'amica di lunga data (Colonna sonora), persino sulla vera natura dei rapporti coniugali di una coppia di vicini (Una famiglia) cercando di ricostruirne il senso attraverso le intermittenti epifanie della verità, scrutando quel tanto o quel poco che emerge del grande mistero che ognuno nasconde in sé, nel profondo, coprendosi con la menzogna o semplicemente perché è incapace di mostrasi come è.

Su questo concordo completamente con Loris Maria Marchetti, quello che arriva ai nostri occhi spesso distratti (ma i suoi sono attentissimi e pieni di empatia) non è che una pallida ombra della realtà, sempre molto più complessa di quello che appare. E per fortuna che ci sono scrittori come lui, speleologi dei sentimenti, che con attenzione, umanità e sapienza scavano per portare alla luce tesori di inquieta raffinatezza. Come raffinato è questo libro, piccolo come dimensioni ma di grande impatto, che consiglio a tutti coloro che nella lettura non cercano solo la soluzione del solito delitto, ma sperano di trovare anche un'eco, forse persino una risposta ai tanti interrogativi che la vita ci pone continuamente.   



lunedì 9 luglio 2018

L'attimino fuggente: repetita iuvant

Ripubblico un vecchissimo post purtroppo ancora attualissimo e doloroso come quando l'ho scritto (22/10/08). 


C'è un argomento che esito a riprendere ma mi opprime, mi angustia, mi irrita e mi fa sentire inadeguata ai tempi. Si tratta delle sciatterie che leggo nella prosa dei giornali, ancora più di quel che sento tra radio e televisione. Ad esempio, è ormai invalso l'uso di interpretare il "mi" dei falsi riflessivi come un "a me" invece del "me" che è in realtà. A me opprime, a me angustia, a me irrita, a me fa sentire inadeguata la sciatteria del linguaggio. A me stupisce che un errore così orripilante sia entrato nell'uso senza, credo, che chi l'utilizza si renda assolutamente conto che è scorretto. Eppure, mi stupisce che sia così difficile dire mi opprime, mi angustia, mi irrita, mi fa sentire inadeguata. Il che mi farebbe stare molto, molto meglio.

Altro esempio, l'invenzione di verbi che velocizzano, come l'incredibile, ma esistente perché l'ho letto oggi sulla Repubblica, "tappare" per "fare tappa": quando X tappò a Genova... Il più ridicolo l'ho letto nella lettera di una tizia che si lamentava di non trovare bocchi lavorativi alla sua altezza, sempre su Repubblica: sono una ragazza di trent'anni, laureata in xy, masterizzata a Londra. E mode di cui non si sentiva la necessità, come spiaggiare invece al posto di arenarsi. O l'uso arbitrario di accezioni dovute, sembrerebbe, a un malinteso iniziale che poi si fa regola: paventare nel senso di far paura invece di temere, prevedere, molto di moda in questo periodo sui giornali, o rampollo inteso come giovane di famiglia importante. Per non parlare dei verbi intransitivi usati transitivamente, una vera epidemia.

Smetto qui perché sento che mi sta già venendo l'orticaria, e poi so di non fare bella figura a mettere in piazza le mie fisse. Ma lo farò ancora. Mi propongo sempre di tenere una lista degli attimini fuggenti in cui inciampo, poi opero una specie di rimozione che mi salva sul momento ma non è sana.
Resta il fatto che, non ho timore di ripetermi, a ognuno dei fare sesso che ormai costellano qualsiasi doppiaggio cinematografico e televisivo come le margherite costellano i prati in primavera, e con meno frequenza gli articoli giornalistici, i miei capelli imbiancano e i miei nervi si logorano e i miei denti si stringono, l'umore mi si abbassa. Al momento è il mio arcinemico linguistico.

sabato 7 luglio 2018

Un fotografo importante, un libro importante: Il racconto fotografico di Dario Lanzardo, a cura di Liliana Lanzardo

L'ultima fatica che Liliana Lanzardo dedica al marito Dario Lanzardo è appunto il magnifico e ricchissimo volume Il racconto fotografico di Dario Lanzardo, edito da SEB27.
Non ci provo neppure a dare conto della vastità del contenuto, che ripercorre tutta la vita e le svariate attività in cui si è impegnato Dario Lanzardo, per cui mi limito a riprodurre le parole introduttive di Liliana Lanzardo.
Un testo pieno di fascino che ripercorre la storia degli ultimi sessant'anni, ponendo problemi stimolanti e dando risposte esaurienti.

Dario Lanzardo ha lasciato un testo dal titolo Il racconto fotografico, sul seminario tenuto nel 2009 all’Unione Culturale Franco Antonicelli di Torino nel quale aveva presentato i suoi libri fotografici con la proiezione delle immagini. Lo stava riscrivendo, in vista d’una pubblicazione, per inserire le ultime opere edite e per riorganizzare le immagini attorno ai temi centrali della sua ricerca, con citazioni letterarie e riferimenti autobiografici, in particolare alla propria infanzia. Tale rifacimento avrebbe cambiato radicalmente la struttura del testo, ma sono rimasti solo alcuni appunti. Nel completare Il racconto fotografico con la descrizione delle opere edite in ordine cronologico, mantenendo l’impostazione originale, la curatrice del volume ha utilizzato quanto già scritto da lui e gli ultimi suoi appunti, ha integrato le parti mancanti con testi delle sue monografie, recensioni e suoi ricordi. Si si sono inseriti inoltre le opere letterarie, i lavori in corso e i progetti di ricerca. Ne risulta una scrittura a due mani, nella quale la sua narrazione e quella di Liliana Lanzardo sono intrecciate ma ben distinte. Si è elaborato questo intreccio di testo e immagini al fine di far conoscere l’intero suo percorso e mettere in luce il pensiero e la poetica che attraversano la sua opera e danno carattere unitario alla ricca varietà dei suoi libri  ai quali non si può che rinviare perché se ne apprezzi la qualità fotografica.

Mercoledì 3 ottobre 2018 - 18:00
Torino, Cooperativa Borgo Po e Decoratori
via Lanfranchi 28
presentazione del volume a cura di LILIANA LANZARDO
IL RACCONTO FOTOGRAFICO DI DARIO LANZARDO

martedì 26 giugno 2018

Doppia razione di racconti: Yekta Kopan, La perdita di te, Michele Orti Manara, Il vizio di smettere

Due libri per chi ama i racconti, scritti da due autori che io pensavo, entrambi, molto più giovani di quanto siano in realtà (di Michele Orti Manara ho assistito a una presentazione al Salone del Libro di Torino 2018 e ha l'aria giovanissima, vi assicuro) e, entrambi, molto, molto bravi.

La perdita di te (Edizioni Clandestine, traduzione dall'inglese di Barbara Gambaccini con contributi di Elisabetta Pellini, basata sulla traduzione dal turco di Hande Eagle) di Yekta Kopan, nato nel 1968 a Ankara e ora residente a Istanbul, poeta, narratore, saggista, conduttore radiofonico, doppiatore e sceneggiatore, è una veloce raccolta di cinque racconti, tutti in prima persona, in cui si parla di perdite appunto, soprattutto del padre, di rapporti, di donne, di pittura, di persone. Non hanno importanza né la trama né, in fondo i personaggi. Sono riflessioni su se stesso che si avviluppano e si sfrangiano, affascinando come un soffitto coperto di specchietti che riflette le figure spezzettandole e ripetendole. Sono anche racconti moderni, che parlano di un paese moderno e di un autore moderno perfettamente a suo agio a Istanbul come a Londra. Sicuramente cercherò qualcos'altro di quest'autore per farmi un'idea più chiara, e lo consiglio a chi è interessato alla Turchia e ai racconti. Però spero che Edizioni Clandestine, se decide di continuare a pubblicarlo, dedicherà una maggiore attenzione alla traduzione. Non ho la minima idea se sia fedele o no, che cosa si sia perso nel passaggio dal turco all'inglese, ma quello che vorrei sottolineare è che l'italiano ha le sue leggi, che magari il traduttore non conosce ma vanno rispettate se non si vuole che il lettore si deprima e si scoraggi.  


Come ho detto, Michele Orti Manara l'ho visto dal vivo e posso assicurare che è molto simpatico e disinvolto. Adesso che ho letto Il vizio di smettere, uscito con la valorosa Racconti Edizioni, posso dire anche che è estremamente bravo (e la copertina di Francesca Protopapa particolarmente attraente). Sedici racconti di cui alcuni brevissimi, tutti al presente e nervosi, veloci, talora solo dialoghi (Diglielo e basta), in cui non disdegna l'assurdo e l'inesplicabile (Una vita in venti minuti) né teme di entrare in prima persona in situazioni complesse (Post-it), rappresentando e narrando senza sprecare una parola, con una scrittura netta, precisa, sicura, la scrittura di chi sa quello che fa e come lo vuole fare. Sia che parli di un gatto o di un collaboratore domestico straniero o di una donna ossessionata da uno stalker, Orti Manara lo fa con le parole giuste e la giusta misura. Anche di questo autore aspetto con piacere la prossima uscita, augurandomi che la sua bravura non diventi virtuosismo, la sua sicurezza riesca a fargli evitare la frigida perfezione da scuola di scrittura. Orti Manara tiene un blog con il bellissimo nome di nepente. Ma comunque, e lo dico da Figlia di Chtulhu, uno con una maglietta così andrà sicuramente lontano. E io glielo auguro di cuore.         

lunedì 25 giugno 2018

Angelica tra stelle e gomitoli: Elena Grecchi parla di Il cuore in ballo

L'amica Elena Grecchi parla di Il cuore in ballo sul suo blog LaGrecchi - Stelle, trame e gomitoli

Che tipo è una ragazza di vent’anni al giorno d’oggi? Di quelle che vivono da sole, laureate con centodieci e lode e dignità di stampa, fanno la ballerina e per mantenersi anche ogni altro genere di lavoro? Se avete voglia di scoprirlo dovete leggere Il cuore in ballo di Consolata Lanza, Buckfast Edizioni.
Con una prosa allegra e molto ironica Consolata ci porta nel mondo di Angelica e sembra di cadere indietro nel tempo, quando si era più magri, più disponibili e la cosa più importante in assoluto era “la compenetrazione di due anime” o una scopata fantastica come sintetizza un personaggio del libro!
In questo romanzo allegro e leggero seguiamo le vicende di Angelica, per lo più amorose, e l’eterno dilemma tra scelte di vita stabili e concrete e il colpo di testa.
Mi chiedo se la scelta del nome sia una citazione di Angelica, personaggio creato da Anne e Serge Golon protagonista di una serie di libri ambientati in Francia al tempo del re Sole e resa celebre dai film tratti dai romanzi. Anche questa Angelica aveva una vita sentimentale piuttosto intensa…
Consolata ha uno stile ritmato, molto ironico e ci consente di distrarci dal nostro presente almeno per qualche minuto se non per qualche ora, se volete conoscerla meglio vi consiglio di seguire il suo blog, Anaconda Anoressica, con un nome così non vi viene voglia di andare a vederlo?

https://lagrecchi.it/

giovedì 14 giugno 2018

Un viaggio della mente, del cuore e degli occhi: Lawrence Durrell, The greek islands

Sono un po' sparita di ultimo ma non è che abbia battuto la fiacca, ho letto libri un po' così e poi mi sono imbattuta in The greek islands di Lawrence Durrell.
Excusatio non petita: di nuovo un libro in inglese, di cui non sono riuscita a trovare traccia di traduzione in rete. L'ho trovato in una cartolibreria di Corfù e non sono riuscita a resistere malgrado sia scritto in corpo microscopico stile messaggio tra spie, con l'idea di dargli un'occhiata qua e là. Ho avuto una passioncella per Lawrence Durrell e il suo Quartetto di Alessandria e altro, anni fa sono anche andata a vedere la sua casa di Corfù, insomma un acquisto tra il doveroso e l'incuriosito. Ho cominciato a sfogliarlo cercando le isole che conosco meglio, ho letto qualche pagina e poi ho ricominciato dal principio e non sono più riuscita a staccarmente.

Uscito nel 1978, The greek islands sembra un reperto della cività cicladida, una di quelle kukles che ho sempre sognato di trovare su una spiaggia deserta tra cocci e conchiglie. Il fatto è che si tratta di un repertorio pressoché completo delle isole abitate della Grecia, a esclusione di Cipro, in cui non si nomina né un ristorante né una spa né un albergo né un pub né un resort. Sembra impossibile, sembra incredibile ma è così. Durrell parla della civiltà delle isole prima della megali catastrofì del turismo di massa. Non mi vergogno di sembrare una snob, ma ho avuto l'immensa fortuna di poter intravedere (e immaginare) quel che ne restava, poi per molti anni me ne sono tenuta lontana per riprendere in seguito a frequentarle sapendo che erano diventate un'altra cosa. Gradevolissima, bellissima, ma niente a che vedere con quello che erano state per secoli. E su certe isole non ho messo e non metterò più piede, voglio ricordarle com'erano, come si dice. Ora, sarò snob ma non sono scema, so che il turismo ha riportato vita, benessere e gente in luoghi paradisiaci ma spopolati, dove la vita era dura, la povertà spingeva all'emigrazione, ogni pugno di grano era frutto di fatica. Ma ha anche spazzato un'intera, mirabile civiltà, non c'è altro da dire.

Lawrence Durrell ha conosciuto benissimo la Grecia, vi è vissuto a lungo, e in particolare ha viaggiato in barca a vela tra le isole, come si intuisce dal fatto che riporta sempre le condizioni dei porti d'arrivo, e spesso su queste si basa per giudicare la piacevolezza o meno dell'isola stessa. Il suo interesse precipuo, però, è legato alle tracce del mondo classico che vi si possono trovare, ai legami mitologici o storici con la Grecia antica. In seconda istanza viene la bellezza della natura ( le sue preferite sono Corfù, Rodi e Creta, in ragione della vegetazione lussureggiante) e pari merito, la
simpatia e l'empatia per i greci contemporanei intesi più come individui che come popolo.
Su molti dei suoi giudizi non sono affatto d'accordo (come si fa a dire che i villaggi della mastichochoria di Chios non sono interessanti? evidentemente non li ha visti!), altri mi sembrano assurdi (non sbarca neppure a Samotracia, una delle mie passioni, indispettito dalla mancanza di un porto e inquietato dalla presenza del santuario dei Cabiri, affermando che è cupa, è barbarica [...] sentii i cannibali che scaldavano i pentoloni). Va be', ognuno ha le sue fisime; e quelle di Lawrence Durrell ci stanno come quelle di chiunque altro.

Ma lui ha avuto il merito di scrivere un libro parziale, informatissimo sulle cose che interessano a lui, appassionante come un romanzo, bellissimo, felicemente fuori tempo, fortemente personale, pieno di fascino e denso di aneddoti, personaggi e descrizioni vivacissime. Con una utilissima appendice su flora e fauna. Verrebbe voglia di trovarsi con Lawrence Durrell davanti a un bicchiere di retsina e un piattino di olive (lui preferirebbe uzo e polipo, lo so) a discutere delle rispettive opinioni su questa o quell'isola, in gara di informazioni e conoscenza dei luoghi, in una taverna riparata dal vento ma abbastanza vicina al mare da farcene sentire il respiro.

P.S. E siccome anche stando fermi si possono fare viaggi, ecco che mettendo a posto il volume di cui sopra nello scaffale dei libri in inglese, che cosa scopro? Che l'ultimo della fila al quale lo stavo appoggiando era esattamente lo stesso, con il biglietto del traghetto Lesbo - Chios del 24/8/2003 come segnalibro tra le pagine. Se non è un viaggio nella memoria (bucata come un setaccio) questo...