mercoledì 22 marzo 2017

Allegro come un passerotto al Valentino, gustoso come un gelato di Pepino: Stefania Bertola, Ragione e sentimento

Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus, perché Stefania Bertola è tornata tra noi in piena forma e generosità di piaceri. E non sembri eccessiva la citazione oraziana, i personaggi di Ragione e sentimento hanno fatto il classico (alcuni nel mio liceo, il D'Azeglio) e sanno apprezzare due parole di latino quando ci vogliono.

Se non la conoscete peggio per voi, ma anche felici voi: potete rifarvi con i suoi incantevoli romanzi. Ho sovente scritto di lei in questo blog, a proposito di Ragazze mancine, Romanzo rosa, Il primo miracolo di George Harrison, Solo Flora, per cui non sto a ripetermi sdilinquendomi in complimenti ma consiglio vivamente la lettura di Ne parliamo a cena, A neve ferma, Aspirapolvere di stelle, Biscotti e sospetti, La soavissima discordia dell'amore, mi ringrazierete calorosamente soprattutto se siete femmine dotate di senso dell'umorismo e capacità di lasciarvi andare al piacere delle parole.

Qui si tratta di una famiglia impoverita e improvvisamente costretta a lasciare la villona di Chieri per un appartamentento in via Giolitti 45, cioè piazza Maria Teresa, mica Mirafiori sud, per interderci. Sì, perché siamo a Torino, naturalmente, e in particolare tutt'intorno a casa mia, il che mi ha fatto sentire molto a mio agio. Se poi aggiungo che l'unico cambio di scenario ci porta a Oropa, cioè chez la mia madonna nera preferita, be', mi è sembrato che Stefania Bertola volesse farmi un regalino personale. E naturalmente, come in tutti i suoi romanzi, non manca un personaggio che si chiama Consolata. Per tornare alla famiglia Cerrato, si tratta di madre e tre figlie ovviamente modellate su Mrs Dashwood, Elinor, Marianne e Margaret Dashwood, le protagoniste di Sense and sensibility di Jane Austen. Ma non è necessario averlo letto né ricordarlo nei particolari per apprezzarne la riscrittura, anche se sarebbe bello che ne conseguisse una rilettura.

Anche la vicenda, naturalmente, ricalca la trama di Sense and sensibility, aggiornandola al 2014 per cui i maschi che variamente ronzano attorno alle ragazze Cerrato sono perfetti rappresentanti dell'oggi pur conservando le caratteristiche caratteriali e la funzione narrativa dell'originale: c'è lo squinternato cantante di una band di sfigati (ma nasce bene!), l'insegnante precario che riceve il suo primo incarico a Lecce, un solido giudice un po' disadattato, il maestro di ballo latino strafigo, il fratellastro un po' intronato, il cugino generoso. E ci sono le amiche sentimentalmente casiniste, una coppia di lesbiche sagge e generose, una bellissima nigeriana senza scrupoli e con il sedere perpendicolare, i bambini variamente rompiscatole. La ragione è rappresentata dalla ragionevole Eleonora, che naturalmente conosce anche il sentimento, mentre il sentimento sconvolge Marianna benché vergine e affiliata all'associazione di supercaste Turris Eburnea. In più, rispetto all'originale, c'è una dose massiccia di ironia, una prosa spiritosissima, il gusto del paradosso e un occhio molto acuto nel notare le assurdità e le ridicolaggini dei comportamenti umani. C'è una conoscenza bonaria ma precisa di un certo mondo torinese, la capacità di individuare tic e vezzi senza compiacersene né ridicolizzare nessuno.

Insomma ci sono tutti, ma proprio tutti, gli elementi necessari per passare qualche ora deliziosa, rasserenante, ottimista e intelligente quanto basta. Non so più che cosa inventarmi per convincervi, per cui mi limito a ripetere: leggete Ragione e sentimento e vedrete che mi sarete molto riconoscenti.
Anzi, guarda, mi sento così generosa che a seguito pubblico due (mie) recensioni a suo tempo uscite su LN-LibriNuovi.

Stefania Bertola, Aspirapolvere di stelle
È un libro rosa. E noi non leggiamo questo tipo di libri, vero? Però per fortuna, una mia amica me l'ha imprestato senza che gliel'avessi chiesto. Meno male! Mi sarei persa qualche ora di perfetta goduria, parecchie risate a scena aperta, quell'incantevole sensazione mista - desiderio di andare avanti con gli occhi che si chiudono o la minestrina che brucia inesorabile sul fuoco, e il cuore che si stringe al pensiero di avvicinarsi all'ultima pagina. Insomma un libro che mi ha presa e portata via in un mondo certo consolatorio, certo lontano dagli spigoli della realtà, ma divertente, spiritoso, scritto benissimo, pieno di strizzate d'occhio ma privo di compiacimento, un libro intelligente e leggero per scelta. Vi sembra poco?

Dunque ci sono tre ragazze, Penelope, Ginevra e Arianna. Una città mai nominata ma con tutti i nomi delle strade e dei locali al posto giusto, non descritta ma suggerita, non spiegata ma viva e concreta. Vi dirò un segreto, è Torino. Le tre ragazze hanno messo su un'agenzia di servizi, le Fate Veloci, specializzata in pulizie, cura delle piante e decorazioni, cucina sopraffina. Quello che tutti vorremmo poterci permettere per vivere bene, anzi meglio, accuditi dalle fate: Penelope, la mia preferita e sicuramente anche la preferita dell'autrice, è una 'bella intronata', semplice, compassionevole verso gli animali, colleziona i fumetti di Diabolik, non ha mai letto un libro, diffida degli scrittori e li considera perdigiorno spocchiosi. Ginevra, dedita al culto del marito morto e lazzarone, non capisce mai quando le occasioni d'amore la sfiorano o cercano di abbrancarla. Arianna, fornita di marito simpatico e gradevole figlioletto, è pronta a mettere tutto in ballo per una scopata romantica con un lituano misterioso del tipo mordi e fuggi. Tre pasticcione gentili e umanissime ma professionalmente impeccabili, con cui è facile identificarsi, viste con sguardo complice, amichevole, privo della stucchevole autoironia che sembra ormai indispensabile per parlare di donne. Aggiungiamo un fratello delinquente, una sorella biologa marina sessualmente più che disinvolta, un segretario torvo e ambiguo, un violinista seduttore, e come ciliegina sulla torta uno scrittore famoso, strabello, con gli occhi turchesi e abilissimo giocoliere. Manca qualcosa? Allora ci metto un'attrice drogata di succhi di radici, un cugino pittore di vetrine, una ragazza africana 'ornamento del quartiere' e portata per la filosofia, una telefonista piagnona, una villa in precollina, un pitone, una gattina zoppa, dei topolini bianchi, un intreccio senza sbavature, una conclusione che soddisfa tutti, e una scrittura sciolta, brillante e sapiente, piena di bollicine ma controllata, molto più ironica che comica. E per chi sa, un ricordo affettuoso di Malcom Skey, collaboratore dell'Einaudi che ha amato Torino tanto da lasciarci la vita.

È abbastanza per giustificare la lettura di un romanzo rosa? Per me sì, senza dubbio, ma non ditemi che non vi avevo avvertiti. E adesso sono qui che aspetto la seconda puntata. È vero che le ragazze hanno trovato una soluzione temporanea ai loro problemi sentimentali, ma se ho imparato a conoscerle bene, prima o poi ricominceranno a fare casini. Per piacere, Stefania Bertola, ci racconti la seconda puntata. Sono certa che le vite di Penelope, Ginevra e Arianna ci potrebbero riservare ancora divertenti sorprese.  (La Finta Tartaruga)


Stefania Bertola, La soavissima discordia dell'amore
Sono profondamente convinta che ogni momento ha il suo libro, così come ogni stagione ha le sue goloserie, un bel pinguino in una sera di giugno piace quanto un cartoccio di caldarroste in ottobre. Così ci sono giorni in cui va bene leggere Guerra e pace, altri che richiedono Massa e potere, e poi quei giorni azzurri e leggeri di cui un libro come La soavissima discordia dell’amore è l’indispensabile complemento. Ho detto azzurri e non rosa perché è vero che Bertola è maestra di trame amorose lievi come ragnatele, ma non è mai sentimentale, mai sdolcinata, sorretta com’è da una robusta ironia e, ancora di più, dalla capacità di svelare l’assurdo umanissimo comportamento di chi è innamorato. E tutti innamorati sono i protagonisti del romanzo, prima di tutto il gruppo di ragazze variamente incasinate che come in tutti i suoi romanzi costituisce il nucleo attorno al quale si attorciglia l’azione, poi anche i giovani maschi confusi ma decisi a arraffare le proprie amate e tenersele strette. 

Qui tutto ruota intorno a una rappresentazione teatrale che interpreta in maniera molto insolita l’immortale Shakespeare, e dello spirito del Bardo è pieno questo libro, dalle parole del titolo e dei  titoli dei capitoli alle vicende in cui si trovano a agitarsi Agnese, la disegnatrice di piastrelle abbandonata dal fidanzato che vuole sposare due cinesi, Emilia, la ritrattista di capolavori il cui marito vive in Africa con un’infermiera spagnola, Teresa che vive con Arturo e deve sposarlo anche se né lui né lei ne hanno alcuna voglia, Margherita docente di crittografia quantistica e innamorata di un violoncellista evanescente, e poi Rocco il regista di teatro sperimentale, Vasilij lo psicopata italo-calmucco, Joseph il marchettaro che scopre una vocazione d’attore, Tancredi il ricco stordito e la spaventosa fidanzata Rosy, e altri di minore impatto. 

Non è tanto la trama, che accumula volontariamente paradossi e inverosimiglianze, a rendere questo romanzo così divertente, gradevole, affettuoso verso i personaggi e i lettori, ma la prosa scintillante, piena di intelligenza e del tutto libera sia da autocompiacimento che cattiveria, e l’atmosfera di sensualità allegra e priva di complicazioni che non siano quelle dovute, appunto, alla soavissima discordia dell’amore. L’occhio sulla realtà attuale è acuto, e la precisione topografica e sociologica di Torino che fa da palcoscenico alla vicenda ricorda quella di Fruttero & Lucentini. Una lettura consigliata a tutti, per un momento di disimpegno che non fa vergognare né richiede di accantonare il cervello.  





venerdì 17 marzo 2017

Una megalopoli piena di sorprese: Altaf Tyrewala, Karma clown - Dispacci da una nazione iperrreale

Questo bel giovanotto si chiama Altaf Tyrewala, è nato a Mumbai nel gennaio del 1977, ha studiato a New York e attualmente vive a Dallas, in Texas. In Italia ha pubblicato Nessun dio in vista (Feltrinelli). Scrive in inglese. Tradotto in sei lingue, prima di diventare scrittore ha fatto il cassiere, l’operatore in un call center e il portiere in uno stabile, il che gli dà le credenziali indispensabili per diventare uno scrittore americano di moda (o di culto?). Ne parlo per tre motivi: primo, scrive racconti e è stato pubblicato da una casa editrice, Racconti appunto, alla quale va tutta la mia ammirazione e solidarietà. Secondo, scrive racconti ambientati a Mumbay, e io amo i libri che mi parlano dell'India di cui ho una feroce nostalgia. Terzo, scrive racconti che lascio giudicare al lettore perché io non ne sono stata affatto convinta ma forse mi sfugge qualche sottigliezza, o semplicemente sono troppo antiquata. 

Già il titolo barocco e supericercato fa capire che non si tratta certo di racconti esotizzanti o nostalgici della Bombay del passato (ma se volete leggere un romanzo struggente e bellissimo su Bombay negli anni '70, quello che fa per voi è Narcopolis di Jeet Thayill), anzi. E in effetti si parla di librerie che chiudono, film porno, guardiani di centri commerciali e di palazzi di ventisei piani, guardiani che prevedono le disgrazie, cellulari rubati e ritrovati, anziani rimasti in India e giovani che se ne vanno, funerali e nascite, tra grottesco molto insistito e metafore eclatanti. 

In MmYum's (che sta per McDonald's), racconto lungo che occupa quasi la metà del volume, Arnold, mascotte in plastica della catena di fast-food vestito di verde e arancione (ma sì, pensate pure a Ronald McDonald che è lui), prende improvvisamente vita e si alza dalla sua panchina per inoltrarsi nella giungla urbana di Mumbai. Con'è normale, gliene capitano di tutti i colori. Ora, anche una zuccona come me capisce che dietro c'è una profonda critica alle multinazionali e al neocolonialismo capitalistico (ma Altaf Tyrewala ci tiene a farci capire che lui non sta con chi vi si oppone e ne disapprova metodi e contenuti - e come non capirlo, vive e pubblica negli USA) ma confesso che mi è parso un po' vuoto e alla fine noioso. 

Ecco, forse l'ennesimo libro scritto da un immigrato negli USA che racconta agli americani il proprio paese proprio come gli americani voglio pensare che sia. Niente di troppo inaspettato, ma soprattutto niente di troppo sincero. Molto leggibile, molto ben scritto, veloce e anche divertente, lo consiglio senz'altro come lettura gradevole che può dare qualche spunto di riflessione, se riuscite a credere al bell'autore che parla del suo paese con disincanto, strizzando l'occhio all'Occidente di cui ormai fa parte. Traduzione di Gioia Guerzoni.   

 

mercoledì 15 marzo 2017

Il mondo tra Costanza e Alessandria: Panaït Istrati, Josué Jéhouda, La famiglia Perlmutter

Panait Istrati a Braila
Ho trovato questo libro per caso sul bancone della mia libreria, i Comunardi di via Bogino, e me ne sono immediatamente impadronita, incredula di tanta fortuna. Ogni tanto salta fuori qualche cosa di Panait Istrati tradotta in Italia, e le edizioni Elliott hanno fatto opera meritoria a pubblicare questo La famiglia Perlmutter, scritto nel 1927 con Josué Jéhouda (di cui non sono riuscita a trovare alcuna notizia in rete, e anche la casa editrice non ne ha scovato gli eredi) e ambientato nel 1907. La traduzione è di Alessandro Bresolin, e c'è un opportuno apparato di note. 

A Costanza, sul Mar Nero, dal 1906 c'è un servizio regolare di quattro piroscafi che fanno la rotta Costantinopoli-Pireo-Smirne-Alessandria d'Egitto. Il viaggiatore che prendeva l'Orient Express da Parigi poteva arrivare in una settimana comodamente in Egitto, e alla ricca amministrazione ottomana non importava niente che il servizio fosse in netta perdita. Ne sostenevano le tasse i romeni, che i piroscafi non li prendevano mai...
Il cambusiere Sotir, appena sbarcato a Costanza, si reca a trovare i Perlmutter, una famiglia ebrea cui è legato da stretta amicizia e con cui funge da messaggero del figlio Isaac che vive a Alessandria d'Egitto. Il padre Avroum è sarto, la madre Rivke una donna devota e dolce, i cinque figli sono sparsi per il mondo e variamente infelici. Sotir, tenendo le fila di alcuni di loro, accompagna il lettore in una storia densa, piena di sorprese, struggente e aperta su quel mondo che non smette mai di affascinare che era l'impero ottomano.

Se Costanza era un porto cosmpolita, dove si incontravano romeni, greci, turchi, bulgari, ebrei provenienti da varie parti, Alessandria lo era cento volte di più. Attorno alla taverna Il fante romeno dell'espatriato Binder circola un'umanità variopinta in cui ognuno ha dietro di sé una storia degna di essere raccontata, e ascoltata. Così veniamo a conoscere la vita di Binder e dell'ebreo ortodosso Yusuf che vende biglietti della lotteria, incontriamo Isaac e Shimke Perlmutter e ne scopriamo le vicende, così come quelle di Avroum Perlmutter prima che finisse a Costanza in povertà, e della bella e anticonformista Esther Perlmutter che fa l'antiquaria al Cairo.

Molti sono gli elementi che rendono questo smilzo libretto (114 pagine) una lettura appassionante e indimenticabile. Prima di tutto le vicende dei personaggi, insolite e piene di interesse, i loro destini di sconfitti in modi e luoghi che esulano dai topoi letterari che conosciamo. Poi l'ambientazione che ha un fascino inarrivabile: la sorprendente Costanza e i suoi traffici marittimi, l'ambiente degli ebrei orientali ancora lontano dalla tragica tempesta che li spazzerà di lì a una trentina d'anni, già carico di dolore e fatica ma con la speranza di un porto sereno rappresentato dalla Palestina; Alessandria formicolante di gente arrivata da ogni angolo del Mediterraneo cui offre un rifugio e una possibilità di vita. Naturalmente non si può non pensare al gioiello di Kira Kiralina dello stesso autore, ma a chi rimanesse affascinato dai luoghi consiglio vivamente Il quartetto di Alessandria di Lawrence Durrell (Justine, 1957; Balthazar, 1958; Mountolive, 1958; Clea, 1960) o Cortile a Cleopatra e Ballata levantina di Fausta Cialente. E l'ultimo motivo di attrazione (ma per me è il primo) è la scrittura semplice, vivida, tutta fatta di particolari, dialoghi e azioni, mai appensantita da considerazioni o psicologismi, dolce e piena di accettazione di tutto ciò che è umano. Sì, credo che uno dei motivi che mi fa amare così tanto Panait Istrati sia che condividiamo il motto di Terenzio Humani nihil a me alienum puto. E i suoi libri fanno aprire gli occhi sul mondo e sull'umanità, che non smettono mai di affascinarmi, sorprendermi e farmi venire voglia di partire immediatamente senz'altro bagaglio che una valigia piena di libri*.

 *Si fa per dire, ovviamente: leggasi "con un e-reader pieno di libri". Per chi legge in francese è facile trovare in rete tutto Panait Istrati, dal meraviglioso Les chardons du bagaran al resto della sua produzione, ma non mancano le traduzioni in italiano.

  

giovedì 9 marzo 2017

L'8 marzo si lotta, ma il 9 si costruisce! La vocazione, un racconto (quasi) ottimista



LA VOCAZIONE
 Nell'isola il monastero non godeva di buona fama. C'era chi diceva ci fossero i fantasmi - il solito fantasma della monaca monacata contro voglia, senza tenere conto del fatto che era stato un monastero maschile - e chi sosteneva che era frequentato dalle coppie adultere per consumarvi i loro misfatti; ma questo era sicuramente falso perché c'erano decine di posti più vicini e più adatti allo scopo. Secondo una voce mai provata, vi si era svolto un fatto di sangue quando era ancora abitato, così terribile e immondo che solo i vecchi avevano il coraggio di parlarne, dopo essersi fatti il segno della croce: un delitto di gelosia tra monaci. Sta di fatto che il monastero era lì, in cima all'unica montagna dell'isola, raggiungibile solo per un sentiero che anche i muli temevano di affrontare: deserto, cadente, pieno di topi e pipistrelli, ma anche di tesori abbandonati, codici miniati, icone, affreschi mangiati dalla muffa e arredi sacri tempestati di pietre preziose e smalti. Nessuno ne ricordava l'esistenza fuori dell'isola e nessuno degli isolani era così malvagio, o coraggioso, da andarvi per rubare o anche solo verificare se le dicerie erano vere.

Così, quando Eleni, una grossa vedova senza figli che viveva della carità pubblica e di una piccola pensione del marito morto in mare, cominciò a dire che voleva andare a stabilirsi nel monastero per vivere in preghiera, tutti pensarono che gli stenti e la vedovanza le avessero tolto definitivamente la ragione. Era sempre stata una donna strana, solitaria, che non si era mai integrata nella vita del villaggio, né si sapeva da dove venisse; Stavros l'aveva portata nell'isola trent'anni prima, quando era una bella ragazza alta e robusta, con occhi neri troppo grandi e mani come palette per la cenere. Finché Stavros era stato vivo, Eleni gli si era dedicata completamente, senza dare confidenza a nessuno nei lunghi periodi in cui lui, marinaio, se ne stava lontano; e nessuno, sull'isola, le aveva dato completa fiducia, soprattutto dopo che fu evidente che il suo matrimonio era destinato a rimanere sterile. Una donna sposata (e tutto sommato, anche non sposata) senza figli era quasi indecente, non si doveva fidarsene; Eleni, poi, non sembrava neanche dispiaciuta. Ormai Stavros era morto da quattro anni, ma lei era rimasta sull'isola, perché probabilmente non aveva nessun posto a cui ritornare; gli isolani l'avevano aiutata quando era stato necessario, senza perdere la diffidenza nei suoi confronti.

Ecco perché, quando una domenica mattina all'uscita dalla chiesa Eleni annunciò la sua intenzione di trasferirsi nel monastero, nessuno le diede retta, gli uomini andarono alla taverna, le donne a casa a preparare il pranzo senza nemmeno risponderle. Ma Eleni non si dette per vinta, e la sera, all'ora di cena, si recò a casa del pope per comunicargli la sua decisione. Il pope, seduto a tavola con la moglie e i numerosi figli, quando la vide arrivare sbuffò senza ritegno.
"Che vuoi?" le disse bruscamente.
"La tua benedizione, perché voglio rifugiarmi nel monastero a pregare per i vostri peccati. Sono stata chiamata e intendo rispondere."
Il pope la guardò a bocca aperta.
"Chiamata? Chi ti ha chiamata, che cosa vuol dire?"
Era indignato per essere stato interrotto nella cena domenicale, un pasto di tutto rispetto che amava consumare nel sereno raccoglimento della famiglia. Eleni, inconsapevole del fastidio che aveva arrecato, se ne stava in piedi nella piccola stanza, davanti alla tavola apparecchiata, senza curarsi degli sguardi curiosi dei bambini. Dalle pareti la guardavano severamente le fotografie incorniciate di nero degli antenati.
"Faccio dei sogni," disse Eleni "tutte le notti faccio dei sogni e ho delle rivelazioni da fare a tutti. I sogni mi guidano, mi dicono che cosa devo fare".
Il pope era sconcertato.
"Dei sogni? Delle rivelazioni? Il monastero? Ma tu sei matta, figlia mia! Vattene a casa e sogna quell'anima santa di tuo marito che almeno era una persona sensata e non diceva sciocchezze come te".
Faceva segni a sua moglie perché intervenisse e prendesse in mano la situazione, ma la donna, timida per carattere, se ne stava seduta in mezzo ai figli senza dire una parola.
"Vai a casa, Eleni, te ne prego, e facci una dormita sopra".

Eleni andò a casa, ma non rinsavì. La mattina dopo, all'ora in cui le due taverne aprivano le porte e i proprietari uscivano a gettare acqua sul selciato polveroso, lei era già lì vestita come per un matrimonio, con l'abito nero ornato di pizzo e una collana di oro e granati. Sedette tranquillamente sotto il grande leccio al centro della piazza e rimase a guardare il traffico delle sedie che venivano portate fuori, dei tavolini di legno verniciato di azzurro lavati con gli stracci sporchi, delle prime tazze di caffè servite da ragazzini assonnati. Guardava tutto con i suoi occhi neri troppo grandi, e non apriva bocca malgrado tutti la osservassero curiosamente. Ma a nessuno veniva in mente di rivolgerle la parola.
Quando sulla piazza cominciarono a comparire le donne che si recavano alla bottega per comperare due pomodori o mezzo chilo di fagioli, Eleni si alzò in piedi e si mise a parlare a voce alta ma calma, con la sicurezza di chi ha qualcosa da dire e sa che tutti la ascolteranno, perché le sue parole sono importanti.
"Statemi a sentire" disse "tutti quanti, ma soprattutto voi, donne, che ho un annuncio da farvi. Tempo fa ho fatto un sogno: ero sulla montagna, vicino al monastero, raccoglievo ginepro e origano. C'era un gran vento e una gran luce, e a un certo punto mi è apparsa la Santa Trinità, che portava nere vesti, lunghe fino ai piedi, e mi guardava terribilmente. Ascolta, Eleni, mi ha detto, ti devo fare una rivelazione: io sono femmina. Ha alzato le nere vesti fin sopra il capo, e ho visto che era vero, era proprio femmina, ve lo posso testimoniare. Ora che sai, mi ha detto, dillo agli abitanti del villaggio, e poi vieni nel monastero, prega e digiuna e medita per il resto della tua vita. Da allora, la Santa Trinità mi appare tutte le notti. Ecco l'annuncio che vi dovevo fare: adesso che anche voi sapete, potete capire perché voglio andare al monastero".
Finito il suo discorsetto, si guardò intorno soddisfatta e vide che gli ascoltatori erano numerosi e attenti. Dalla chiesa stava arrivando di corsa il pope, avvertito da un fedele che sulla piazza succedeva qualcosa di interessante, dai vicoli sbucavano altri attirati dall'assembramento. Eleni era salita in piedi sul muretto di pietra che circondava il tronco del leccio e guardava tutti con calma.
"Com'era la Santa Trinità, Eleni?" le chiese una donna.        
"Bella, coperta da nere vesti e neri scialli. Ma adesso sono stanca, torno a casa. Mi sono alzata presto per pregare. Padre" si rivolse al pope "voglio andare al monastero. Mi dia la sua benedizione".
Ma il pope si era voltato e se ne stava tornando alla chiesa, e la nera sottana svolazzante, la crocchia grigia e la schiena dritta esprimevano tutta la sua indignazione.

Eleni tornò a casa, in un vicolo cieco dietro alla piazza, seguita da un gruppetto di donne che avrebbero voluto ulteriori particolari del sogno. Entrarono con lei nel cortile, Eleni offrì acqua e caffè, e parlarono ancora insieme fino a che lei disse che era troppo stanca e si ritirò nella sua stanza. Nella piazza, anche gli uomini bevevano caffè e discutevano il sogno di Eleni.
Da quel giorno, tutte le mattine Eleni saliva sul muretto del leccio e raccontava a chi voleva ascoltarla i suoi sogni della notte, che non cambiavano mai molto: in tutti compariva la Santa Trinità, e tutti si concludevano con l'espressione della volontà di ritirarsi a vivere nel monastero. Variavano però le circostanze del sogno; una volta la Santa Trinità si presentava allattando una bambina, un'altra volta, "col capo coperto da un nero fazzoletto", si dava da fare a spolverare e rassettare, ma più sovente si limitava a dare la prova della sua femminilità esibendo quello che le nere vesti normalmente avrebbero dovuto celare.
Gli isolani, all'inizio solamente sconcertati, finirono per appassionarsi a questi racconti e accorrere sempre più numerosi la mattina nella piazza; la loro diffidenza si era trasformata in curiosità, poi in interesse e persino simpatia. Venivano contadini e pescatori che abitavano lontano dal villaggio, alzandosi all'alba e facendo ore a dorso di mulo o su sputacchianti barchette a motore per ascoltare le parole di Eleni, poi si fermavano a discutere alle taverne e nei cortili delle case. Era opinione generale che le novità predicate dalla donna meritavano di essere esaminate con attenzione. Presto si formarono due partiti, uno fortemente avverso a quella rivoluzione teologica, l'altro, prevalentemente femminile, propenso a dare credito ai sogni e a farsene sedurre. Tutti quanti, dopo un po', cominciarono a pensare che se Eleni ci teneva tanto ad andare a vivere nel monastero, aveva tutti i diritti di farlo.
Il pope, turbato, non sapeva quale decisione prendere. Non dava importanza ai vaneggiamenti della donna, quello che lo preoccupava era il monastero. Gli isolani lo consideravano loro proprietà ed erano convinti di poter scegliere che cosa farne, ma lui sapeva che in realtà apparteneva alla Chiesa, solo il vescovo avrebbe potuto decidere. D'altra parte, il vescovo era lontano, su un'isola che distava almeno un giorno di viaggio, e a memoria d'uomo non aveva mai dimostrato nessun interesse per quel rudere.
Tutti i giorni, dopo il resoconto mattutino, a casa di Eleni c'era  una processione di donne che recavano dolci, zucchero e caffè, rimanendo a parlare con lei fino a quando non si ritirava nella sua stanza per sognare quello che avrebbe raccontato il mattino dopo. Qualcuno aveva portato nel suo cortiletto una panca e delle seggiole, e le chiacchiere fiorivano tra il profumo del caffè e quello del basilico e del gelsomino che crescevano nelle latte. Eleni, contenta di parlare con le donne, era prodiga di particolari. Qualche volta anche un uomo faceva la comparsa nel gruppo di donne vestite di nero, ma era raro. Gli uomini preferivano bere alla taverna e confabulare tra di loro.

Infine una delegazione di isolani si recò dal pope per cercare di convincerlo a concedere a Eleni il permesso di vivere nel monastero; anche sua moglie, che era timida con gli estranei ma non con lui, perorò la causa. Così, alla fine, il pope cedette. Una domenica mattina di luglio, quando la chiesa era piena di gente per la messa, risonante di cori e profumata dal fumo delle candele, il pope disse:
"Ho deciso che è giusto che Eleni possa finalmente realizzare quello che sembra essere diventato lo scopo della sua vita. Potrà andare a vivere nel monastero quando vuole".
Le candele tremolavano e anche la voce dei fedeli tremolava per l'emozione. Qualcuno tossì per nascondere un singhiozzo, le donne si fecero tre segni di croce per dimostrare la loro contentezza e la riconoscenza per la magnanimità del pope.
"L'accompagneremo tutti" disse una vecchia, e gli altri annuirono, esprimendo la loro approvazione con sternuti e applausi. Nel buio della chiesa le camicie bianche delle donne splendevano alla luce dei ceri sgocciolanti, le loro collane luccicavano allegramente. Le facce severe dei santi nelle icone sembravano sorridere e il pope si sentì improvvisamente sicuro di avere fatto la cosa giusta. Alla fine della messa tutti uscirono nella luce accecante del mattino estivo e si radunarono sotto il leccio per decidere come si sarebbe dovuto procedere per accompagnare Eleni al monastero. La causa di tutto quel trambusto non era presente, perché ormai da settimane disertava le funzioni per restare a pregare nella sua stanza.

Alcune donne andarono alla casa di Eleni a comunicarle la buona notizia, mentre gli altri organizzavano per il pomeriggio una grandiosa processione che l'avrebbe condotta nella sua nuova residenza. Alle cinque, quando il caldo cominciò a diminuire, tutto era pronto e la cerimonia ebbe inizio. Il pope aveva accettato di partecipare, ma a titolo privato e senza paramenti. In testa a tutti veniva Eleni, vestita col suo abito della festa, i pizzi bianchi ben stirati sul nero del raso, e subito dopo un gruppo di donne che cantavano salmi in onore della Santa Trinità; seguivano alcuni giovani che si erano caricati sulla schiena le cose che Eleni aveva voluto portarsi dietro, il letto, il materasso, rotoli di coperte, un tavolo e una sedia, fagotti di abiti e biancheria, una grande fotografia di Stavros in divisa da marinaio, con il bordino a lutto; poi la maggior parte degli abitanti dell'isola, quelli in grado di affrontare la salita, con i notabili in testa, il pope, il maestro, e tutti gli altri dietro. Per una volta donne e uomini finirono per trovarsi insieme, perché anche se alla partenza erano stati rigorosamente separati, ben presto fu solo la resistenza alla fatica a stabilire l'ordine di marcia. Molti portavano dei doni, soprattutto cibo, formaggio, olive, carne cotta, e il sole ancora caldo del tardo pomeriggio ne traeva profumi violenti e poco mistici. A poco a poco, le persone più anziane rimasero indietro, i bambini sopravanzarono anche Eleni e le donne, e la processione finì per assomigliare più a una nera biscia che scivolava lentamente su per il pendio della montagna che a un corteo trionfale.
Infine tutti raggiunsero il monastero ed Eleni si installò maestosamente nel refettorio, che era pressoché intatto. I mobili e i suoi averi furono deposti ordinatamente dove lei indicava, i regali ammassati sul tavolo, e il pope le impartì una benedizione piuttosto sbrigativa, perché era ormai quasi buio e la discesa poteva diventare difficoltosa; nessuno, nell'entusiasmo dei preparativi, aveva pensato a portare delle lanterne. Gli isolani ripartirono in gruppo compatto, gli anziani cercando l'appoggio dei figli, i giovani contenti dell'occasione di poter restare un po' insieme al buio, e la processione si trasformò per molti in una scampagnata. Gli uomini rimasero fino a tardi nelle taverne e bevvero più del solito, le donne si scambiarono visite nei cortili e sulle porte di casa, i giovani riuscirono a darsi più baci quella sera che in un intero mese, così tutti pensarono con gratitudine a Eleni che sognava i suoi sogni là in cima alla montagna. Solo il pope era inquieto, si rivoltava nel letto chiedendosi se aveva preso una decisione saggia.

Il monastero sembrava una spelonca, ma gli edifici che lo componevano erano ancora abbastanza solidi. Attorno al cortile interno si aprivano i locali comuni, il refettorio che prendeva tutto un lato, la farmacia (i monaci erano stati esperti erboristi), le dispense, la cucina. Separata dal resto degli edifici, in un angolo del cortile, stava la cappella con il grande coro in cui i monaci cantavano all'alba e al tramonto, ornata da mosaici dai colori ancora brillanti e da affreschi affumicati. Al primo piano, lungo ballatoi di legno pericolanti, si aprivano le celle; proprio sopra il refettorio c'erano la biblioteca e la sala di lettura. Salendo per una scaletta di pietra si arrivava sul tetto piatto, protetto verso l'esterno da un muro che dava al monastero il suo aspetto di fortezza. Di lì si vedevano tutto il pendio della montagna e la strada che saliva, il villaggio con i frutteti e gli uliveti, in basso i campi coltivati e il mare, le poche case del porto e il piccolo molo che si stendeva verso il mare aperto come un indice puntato; sulla destra, in cima al promontorio, un faro bianco e azzurro. Anche le mura del monastero erano state bianche un tempo, ma ora erano ingiallite, scrostate, segnate da crepe come fantastiche carte geografiche.
Eleni si sentì subito a suo agio e si mise alacremente al lavoro per rimettere ordine. Spazzò e ripulì, ammonticchiò detriti, sfregò pavimenti polverosi e scacciò i pipistrelli che stavano attaccati ai soffitti; cercò persino di cancellare la fuliggine dagli affreschi della chiesa, lavò i pochi vetri ancora interi e strappò le erbacce che invadevano il cortile. Tempo per fermarsi a meditare gliene restava poco, ma lavorando in solitudine pensava e la sera era tanto stanca che andava a dormire con il sole, così i suoi sogni erano lunghissimi.

Passarono un paio di mesi prima che qualcuno si decidesse a salire al monastero per vedere come stava; l'estate era troppo calda per affrontare la salita della montagna arida e rocciosa. Ma verso la fine di settembre un gruppo di donne cariche di doni partì dal villaggio la mattina presto e raggiunse il monastero nel momento in cui Eleni, che lavorava dall'alba, si era seduta sotto un fico in un angolo del cortile per riposarsi e mangiare alcuni frutti che erano caduti, caldi per il sole, rossi e aperti come una ferita. Il portone del cortile era spalancato e le donne la sorpresero così, né lei si alzò per accoglierle, ma rimase immobile a guardarle mentre si avvicinavano, con un fico in mano a mezz'aria, bloccata nell'atto di portarselo alla bocca. Era tanto tempo che non parlava che non le venne niente da dire.
Le donne avevano molte domande da farle e curiosità da soddisfare, ma Eleni doveva riprendersi dalla sorpresa per ritrovare la disinvoltura necessaria a raccontare i suoi ultimi sogni. Nel frattempo le altre girarono per i locali vuoti e ripuliti con grandi esclamazioni di meraviglia, indicandosi i vecchi armadi pieni di libri, i mosaici, le icone, di cui avevano sempre sentito raccontare senza averli mai visti. Non erano i tesori di cui si favoleggiava, ma solo quel che restava degli arredi del monastero, rimasti abbandonati dopo la morte dell'ultimo monaco che vi aveva abitato, chissà quanto tempo prima. Le donne ammiravano il lavoro di Eleni, immaginando la fatica che le era costato, e dopo aver visitato tutto quanto, si riunirono nel refettorio, fresco e ombroso contro il troppo sole del cortile.
"Come sei magra, Eleni!" disse una delle donne. "Che cosa mangi? C'è abbastanza acqua nel pozzo?"
Ma alle altre non interessavano le condizioni fisiche di Eleni, e la interrogarono sui suoi sogni, perché questo era lo scopo della visita: volevano sapere se la Santa Trinità aveva fatto nuove rivelazioni. Eleni, che aveva ritrovato la parola, raccontò a lungo e la visita si concluse al tramonto con la massima soddisfazione di tutte. Le donne ripartirono con una lista di oggetti che Eleni desiderava, tra cui pennelli e colori, e con molte cose da raccontare. La Santa Trinità aveva dato ulteriori prove della sua femminilità comparendo senza le nere vesti, in tutta la sua terribile bellezza; Eleni era sempre più ferma nella volontà di vivere in eremitaggio e preghiera.

Ogni tanto, durante tutto l'autunno, gruppi di donne, e più raramente uomini, salirono sul monte portando a Eleni quello che le occorreva. L'opera di pulizia del monastero era quasi terminata e tra le altre cose che lei aveva chiesto c'erano sementi e piantine per l'orto, e anche del cemento, che, trasportato a dorso di mulo, servì a chiudere le crepe più grosse con l'aiuto di pietre e detriti, e a consolidare i muri crollanti. Così l'eremita si fece anche muratore, giardiniere, manovale, contadino.
Con l'arrivo dell'inverno le visite cessarono. Eleni si dedicò ad attività sedentarie all'interno del monastero, che pur essendo gelido, le offriva riparo dal vento furioso che squassava notte e giorno la montagna, e dalla pioggia che quell'anno fu abbondantissima. Non sapeva scrivere che la propria firma, e leggeva compitando solo i caratteri maiuscoli: ma si mise con impegno a esaminare i libri pieni di tarli ammucchiati negli armadi scuri della biblioteca, decifrandone faticosamente i titoli e restando ore a fantasticare su quello che poteva essere scritto nelle pagine fitte e sotto le figure dorate e colorate. Tutti i giorni si costrinse a leggere almeno una pagina, e anche se non capiva quello che leggeva, tuttavia faceva progressi.
Ma l'attività che più la tenne occupata durante quell'inverno fu un'altra. Nella cappella, ripulita come si poteva dalla fuliggine, gli affreschi scrostati delle pareti erano una sfida: teorie di santi barbuti la guardavano con aria di disapprovazione, pieni di severità e increduli quando lei parlava delle rivelazioni della Santa Trinità, per cui si mise a ridipingere le figure trasformandole in sante. L'impresa non era impossibile, perché larghi pezzi di intonaco erano caduti e bastava completare le figure mezze cancellate con caratteristiche femminili; era più difficile trasformare le facce barbute, ma Eleni si scoprì un'insospettata abilità di pittrice e trasse molta soddisfazione sia dal lavoro che dal risultato. Per dipingere le facce delle sante si ispirò alle donne che conosceva, così alla fine le pareti della cappella sembravano una processione al villaggio, in cui tutte le donne camminavano pregando col capo coperto e le vesti scure, mentre gli uomini non erano ancora arrivati o erano rimasti a bere alla taverna.
Modificare i mosaici fu più difficile. Eleni dovette staccare tutte le tessere con cura per non perderne nessuna, dividerle per colore, ridisegnare le figure sul cemento fresco e inserire le tessere al loro posto prima che questo indurisse; ma il risultato fu superbo, e per concludere in bellezza, il grande Pantocrator dell'abside divenne una Santa Trinità dal capo velato di nero, con gli occhi bistrati e un sorriso terribile; la mano levata nel gesto benedicente poggiava su un petto florido e rotondo. Tessere nere nei mosaici originali non ce n'erano, ed Eleni si scervellò su questo problema a lungo, prima di trovare la soluzione: le tessere dorate e quelle azzurre e rosse dell'abito di Cristo vennero annerite a una a una con l'inchiostro rinsecchito che ancora riempiva i calamai della sala di lettura, sciolto nell'acqua fino a formare una vernice densa e lucente.
In questi lavori passò l'inverno, e quando il vento cominciò a tacere e i pendii della montagna a rinverdire, Eleni capì che le rimaneva ancora un compito: riscrivere il Vangelo in chiave femminile, di modo che le sue creazioni pittoriche e musive potessero poggiarsi su una base più solida. Quest'impresa si annunciava più complicata delle altre per la necessità di fare uso di carta e penna, strumenti che le incutevano un certo timore. Ormai però si sentiva capace di tutto, e si mise al lavoro, pensando che si sarebbe trattato di una faccenda lunga, ma prima o poi ne sarebbe venuta a capo.

Con la primavera arrivò anche una visita, lo stesso gruppo di donne che per primo era salito al monastero in settembre. Eleni fu lieta di vederle e di mostrare loro tutto il lavoro che aveva fatto durante l'inverno; le donne rimasero stupefatte e ammirate, anche se un po' sconcertate dall'aspetto femminile che aveva assunto la cappella, soprattutto dalla figura nell'abside. Alcune di esse si riconobbero sulle pareti e furono lusingate di essere state trasformate in sante. Avevano portato del caffè, e mentre lo bevevano nel refettorio dove Eleni continuava a vivere, lei confidò il suo progetto di riscrivere il Vangelo con un Cristo femmina. Questo le confuse definitivamente; ripartirono ansiose di raccontare quello che avevano visto e sentito.
Le notizie portate dalle donne destarono molta curiosità, e le visite al monastero si fecero più frequenti. Non tutti apprezzarono le innovazioni apportate da Eleni, nel villaggio cominciarono a circolare mormorii e proteste, soprattutto tra gli uomini, finché il pope non poté più fare finta di non saperne niente e fu costretto ad affrontare la faticosa salita per andare a controllare di persona le voci. Per sentirsi più sicuro, si fece accompagnare dalla moglie e da un paio di figli, di modo che il suo arrivo al monastero potesse sembrare dettato più dal desiderio di fare una scampagnata che dalla necessità di controllare una possibile eresia. Eleni non fu contenta di vederli arrivare, ma li accolse con dignità e li fece accomodare sotto il fico ombroso e profumato. Il cortile era trasformato in un orto, con file di tenere piantine che spuntavano ordinate e fiorite dalla terra arida.
"Allora, Eleni" disse il pope cordialmente, "come te la sei passata quest'inverno? Sei sempre sicura di essere fatta per vivere in eremitaggio?"
Sua moglie guardava Eleni con timore reverente, chiedendosi come fosse possibile resistere per tanto tempo in un posto così remoto. I ragazzi correvano urlando e pestando le aiuole ben coltivate, finché un eloquente sguardo di Eleni li ridusse alla calma, e si sedettero in un angolo all'ombra addentando il pane e le olive portati dalla madre.
"Sono certa sì, padre," rispose lei "ho lavorato moltissimo, e ho fatto un buon lavoro, credo. Non vede come è ben tenuto il cortile, come sono aggiustati i muri? Venga a vedere dentro, come tutto è in ordine e pulito".
Ma al pope interessava poco che il posto fosse pulito, lui voleva vedere la cappella per verificare con i suoi occhi se quello che aveva sentito era vero. Eleni ve lo accompagnò. Dentro faceva un caldo soffocante e l'aria odorava di cera. Le candele fornite dalle donne del villaggio brillavano sull'altare e davanti agli affreschi rinnovati. Il pope, accecato dalla luce del sole, ci mise un po' a mettere a fuoco le immagini che popolavano le pareti e l'abside, ma quando ci riuscì, per poco non si mise a gridare per l'agitazione. Riuscì con sforzo a trattenersi e senza far commenti uscì nel cortile. Il resto della visita fu velocissimo e poco dopo, trascinandosi dietro moglie e figli a passo di corsa sul sentiero pericoloso, tornò al villaggio in preda alla paura. Chi poteva assicurargli che l'ira divina non si sarebbe scatenata sull'isola quella notte stessa? Scrisse immediatamente una lunga lettera al vescovo; per fortuna la mattina dopo sarebbe passata la barca che svolgeva il servizio postale.
              
Ma prima che giungesse una risposta, l'isola fu distratta da una novità. In una baietta deserta attraccò un grosso yacht a motore, appartenente a un ateniese rumoroso e gioviale, che tutte le mattine si faceva accompagnare al porto in fuoribordo da un marinaio; poi affittava un mulo, saliva al villaggio, e trascorreva la giornata alla taverna, parlando con chi gli capitava e ricevendo la visita dei notabili. Sembrava avere un sacco di soldi e grandi progetti: ben presto convinse un possidente a vendergli la terra attorno alla baia dove aveva attraccato, e annunciò che vi avrebbe costruito un albergo di lusso. Fu raggiunto dopo qualche giorno da un gruppo di persone che si misero a girare per il villaggio visitando le case che avevano stanze libere da affittare, per vedere se erano adatte; poi cominciarono a parlare di una strada carrozzabile per unire il porto al villaggio, e di bagni, e di docce, e di impianti di desalinizzazione dell'acqua, e di ristoranti, e di cavi telefonici e di traghetti giornalieri, e di mille altre cose che facevano girare la testa agli isolani. Certo, ogni tanto qualche turista era già arrivato fin lì, aveva preso alloggio in una casa del villaggio o si era fatto ospitare dai pescatori che vivevano nelle baie raggiungibili solo in barca; qualche yacht attraccava al molo e più di una volta nelle due taverne della piazza si erano visti gruppi di gente vociante che sembravano divertirsi un mondo a mangiare sui tavolini traballanti, trovando "deliziose" le insalate paesane e "incantevoli" i marmocchi che li fissavano a bocca aperta, ma l'idea di uno sfruttamento turistico dell'isola non era ancora venuta a nessuno. L'ateniese parlava di cifre enormi, proponeva prestiti, prometteva guadagni, agitando le mani su cui scintillava una pietra preziosa grossa e rossa come l'occhio di un coniglio. Tutti cominciarono a farsi prendere dalla febbre del turismo.

In questo clima, Eleni fu dimenticata per un po', ma poi arrivò una lettera del vescovo che annunciava una visita entro pochi giorni. Non sembrava preoccupato, anzi, aveva l'aria di considerare il problema risibile, tuttavia era disposto a sottoporsi a un viaggio così scomodo, sicuro che la sua presenza sarebbe bastata per rimettere le cose a posto. Il pope, che aveva guardato da lontano, con diffidenza, l'ateniese, si agitò invece moltissimo all'idea di una visita pastorale, anche se il vescovo si sarebbe fermato solo poche ore, giusto il tempo di parlare con Eleni. "Mi faccia trovare la donna al villaggio" diceva la lettera. Il pope aveva il triste presentimento che la cosa non sarebbe stata tanto facile da realizzare.
Infatti Eleni, avvisata dal solito gruppo di donne, si rifiutò categoricamente di lasciare il monastero anche solo per poche ore.
"Se il vescovo mi vuole parlare, sa dove trovarmi" rispose.
Neanche il pope, che si sobbarcò un'altra volta la lunga salita, riuscì a convincerla. Così dovette rassegnarsi a confessare al vescovo la sua sconfitta, e cominciò a organizzare la spedizione episcopale come meglio poteva, preparando muli e rinfreschi per renderla meno penosa. Gli isolani vivevano giorni esaltanti, divisi tra due eventi tanto insoliti: la presenza degli ateniesi e l'arrivo del vescovo. Molte tra le donne avevano disapprovato l'iniziativa del pope, ma non osavano dare voce ai loro dubbi, sapendo che Eleni era andata troppo in là perché le gerarchie ecclesiastiche potessero continuare a ignorarla. Aspettavano il giorno della resa dei conti con sentimenti contrastanti, e la segreta speranza che lei riuscisse a tenere testa a tutti. Il vescovo, accompagnato da cinque o sei accoliti, sbarcò la mattina presto dal traghetto, di cattivo umore perché la traversata era stata brutta e la cabina poco confortevole; salì con difficoltà sul mulo che doveva portarlo al paese (era un uomo anziano, alto e corpulento, e non faceva una bella figura seduto all'amazzone sulla sella) e, appena arrivato, si ritirò con il pope e il suo seguito in sacrestia. Quando riemersero, il sole era ormai alto e il caldo tremendo. Tutti gli abitanti dell'isola erano radunati nella piazza, compresi gli ateniesi e qualche turista, e si misero al seguito del vescovo e degli altri ecclesiastici che erano montati nuovamente sui muli.

La salita era faticosa per tutti. Il corteo strisciò lentamente lungo il pendio, colorato e scintillante alla testa per i paramenti del clero, nero dietro, con le macchie chiare degli abiti dei turisti sparse qua e là. Alcuni degli ateniesi avevano grosse macchine fotografiche e correvano su e giù sudando a grandi gocce per fare fotografie al vescovo e agli altri sui muli, ai vecchi che salivano pregando e ansimando sotto i vestiti pesanti, alle donne che malgrado tutto portavano regali per Eleni, sempre alla ricerca di inquadrature efficaci e di colore locale. I turisti, stanchi ma curiosi, seguivano senza sapere bene dove stessero andando.
Giunti sullo spiazzo antistante al monastero, tutti scesero dai muli e il vescovo guidò la processione con dignità, ben dritto sotto la stola ricamata, il viso severo e preoccupato. Il portone del cortile era chiuso e sprangato. Il pope bussò e ribussò, ma nessuno venne ad aprire; poi cominciò a chiamare a voce alta, ma nemmeno allora ci fu risposta. A poco a poco anche il resto del corteo era giunto sullo spiazzo, e tutti si unirono ai richiami. La montagna deserta risuonava di un grido solo: 
"Eleni! Eleni! Apri, Eleni!"
Infine, quando sembrava che non sarebbe successo più nulla, Eleni comparve sulle mura del monastero, mezza coperta dal parapetto, vestita con il suo abito con i pizzi, la collana di granati che luccicava al sole.
"Che cosa volete?" chiese tranquillamente.
"Eleni," disse il pope con voce forte e chiara, come gli sembrava ci si dovesse rivolgere a un personaggio così temibile "qui c'è il vescovo che ti vuole parlare. È venuto apposta da lontano per parlare con te, Eleni. Scendi giù e aprici."
"No" rispose lei. "Parliamoci così, mi piace di più." Si sedette di sghembo sul parapetto. "Che cosa volete? Il mio Vangelo non è ancora pronto, ma appena lo sarà ve lo farò avere. Per il momento, preferisco essere lasciata in pace".
Il vescovo provò a parlare, ma la voce non gli uscì. Dovette schiarirsi la gola e chiedere un sorso d'acqua. Nell'agitazione il pope aveva dimenticato di prendere i rinfreschi, così la voce passò come un'onda lungo tutta la folla ammassata sullo spiazzo.
"Il vescovo vuole dell'acqua!"
Infine qualcuno portò un termos e il vescovo riacquistò la parola.
"Vieni giù e facci entrare" disse.
"No" rispose lei.
"Mi dicono" riprese il vescovo, un po' sconcertato che la sua autorità non fosse stata riconosciuta, "che stai facendo e dicendo delle strane cose, per niente in accordo con l'insegnamento della Chiesa. Non posso tollerare una simile mancanza di disciplina. Devi abbandonare immediatamente il monastero e tornare al villaggio, poi decideremo il da farsi".
"No" ripeté Eleni.
"Come, no?" ribatté il vescovo che non era mai stato trattato così in tutta la sua vita, e cominciava ad arrabbiarsi. "Scendi giù, brutta eretica, facci vedere come hai sconciato la cappella di questo santo monastero".
Eleni lo guardò dritto negli occhi, per quanto era possibile con tutto quel sole che picchiava senza pietà, ma non rispose.
"Vieni giù, Eleni, facci entrare" disse una delle donne. "Ti ho portato del caffè e del formaggio, e le altre hanno zucchero, dolci e vino".
Ma Eleni, scrollando le spalle, si accomodò meglio sul parapetto.
"Vieni giù, aprici" cominciarono a gridare gli altri, e alla fine la confusione divenne totale. Gli ateniesi correvano qua e là con le loro macchine fotografiche, i turisti intimiditi se ne stavano in un angolo chiedendosi l'un l'altro che cosa stesse succedendo.
Il vescovo, che sentiva di dover riprendere in mano la situazione, riaprì il dialogo.
"Che cosa fai qui? Perché vuoi restare? Il monastero non ti appartiene, non puoi farne quello che vuoi".
"Il monastero mi appartiene, invece," rispose Eleni "me l'ha detto la Santa Trinità che mi appare tutte le notti".
"Ma come puoi sapere che si tratta veramente della Santa Trinità? E che aspetto ha?"    
Il pope inorridì sentendo quella incauta domanda, ma era troppo tardi. Eleni salì in piedi sul parapetto, e cominciò a gridare con voce ispirata: 
"Ha nere vesti, un nero scialle, è femmina, vuoi vedere com'è fatta?"
Si alzò la veste sul capo, mostrando a tutti la sua nudità, e aggiunse:
"E guarda, fa così!"
Il getto non raggiunse il vescovo, verso cui forse Eleni aveva cercato di dirigerlo, ma si disperse in mille goccioline iridescenti che il vento spinse verso la montagna. Dalla folla si levò un "Oh!" reverente e impaurito, tutti si volsero e si avviarono giù per il sentiero a passo veloce, in silenzio. Anche il vescovo si volse e si diresse verso i muli.     
"Andiamocene" disse. I suoi accoliti e il pope gli corsero dietro.
Al porto una barca aspettava il vescovo per ricondurlo alla sua isola. Lui non volle fermarsi al villaggio nemmeno per la cena che la moglie del pope aveva preparato lavorando fin dall'alba. Il pope gli corse dietro con un cestino pieno di viveri, gridando: "Per il viaggio! Per il viaggio!", e riuscì a raggiungerlo prima che si imbarcasse.    
"Comunque" disse il vescovo, con voce calma ma ancora rosso per la rabbia e il movimento, "c'è un documento del 1706 che testimonia che il vescovado ha regalato il monastero alla chiesa dell'isola. Sono fatti vostri, risolveteveli voi".
La barca partì, e il pope rimase sul molo con il suo cestino in mano, stanco e mortificato, mentre il sole al tramonto trasformava il mare in un tripudio d'oro liquido. Tornò al villaggio a piedi, per schiarirsi le idee.

Quindici giorni dopo, su una rivista della capitale apparve un dossier fotografico intitolato "L'isola dimenticata". Non vi si parlava molto di Eleni, genericamente definita "la fondatrice di una setta eretico-femminista", ma c'erano decine di fotografie del vescovo sul mulo, del pope, degli abitanti del villaggio e scorci pittoreschi dell'isola e del monastero.
"Questo articolo vi porterà migliaia di turisti" decretò l'ateniese, che era tornato dopo una breve assenza in cui aveva preso accordi e trovato fondi per il suo progetto di lancio turistico. "Dovreste fare un monumento a quella donna per la pubblicità che vi ha procurato".
Per un po', il problema di Eleni fu accantonato per pensieri più immediati. Qualcuno suggerì che si facesse ricorso alla giustizia, ma il pope era restio perché sapeva che le donne del villaggio sarebbero state contrarie e poi la sola idea di quello che Eleni avrebbe potuto dire o fare alla polizia lo faceva rabbrividire, per cui non se ne fece nulla.
La primavera avanzava, l'estate si annunciava ingiallendo la stenta erba che copriva la collina e rendendo tiepida l'acqua delle spiagge ancora intatte. L'ateniese, che continuava a far la spola tra l'isola e la capitale, tornava ogni volta più entusiasta e pieno di idee. Gli isolani cominciarono a ordinare lavandini, bidè, piatti da doccia e gabinetti. Gruppi di uomini con strani strumenti si aggiravano lungo i sentieri prendendo misure e facendo disegni, nella baia acquistata dall'ateniese erano cominciati i lavori per l'albergo, con materiali portati via mare dal porto. Traghetti che non si erano mai sognati di far scalo nell'isola cominciarono ad attraccare al molo sbarcando casse, sacchi e passeggeri. Sbarcò persino una jeep, che però rimase parcheggiata sul molo intralciando le operazioni di scarico per mesi, perché non c'era nemmeno un metro di strada percorribile su tutta l'isola. Le taverne della piazza vennero ridipinte e ampliate, comparvero tavolini di plastica e tovaglie, i quartini e i mezzi litri di alluminio in cui era sempre stato servito il vino furono sostituiti da caraffe di vetro; chiunque avesse anche solo uno sgabuzzino libero si affrettò a rimetterlo a posto in vista dell'arrivo dei turisti. Le vecchie botteghe che avevano sempre venduto solo generi alimentari si riempirono di salvagenti, sandali di plastica, creme da sole e stuoie di paglia fabbricate in Corea.

E i turisti arrivarono, già da quell'estate, a piccoli gruppi, rumorosi e famelici, sempre alla ricerca di una spiaggia su cui sdraiarsi e di una barca per farcisi condurre, o di un piatto di insalata e pesce fritto. La mattina assediavano il forno per comperare pane e dolci, consumavano quantità incredibili di vino e acqua minerale, volevano giornali e medicine e sandali per il mare e pinne e maschere e chiacchierare con i vecchi del paese e ascoltare musica e mandare cartoline e telefonare a casa. Il villaggio li accolse e si gonfiò, ma molti trovavano faticoso salire fin lì, anche se la strada era stata ormai terminata e c'era persino un pulmino che faceva servizio trasportando bagagli e viaggiatori, per cui intorno al porto cominciarono a spuntare casette e taverne e poi un paio di alberghi, altri sorsero su altre spiagge, altre strade furono costruite per raggiungerli, altri pulmini si mossero per collegarli al porto, e infine dai traghetti cominciarono a sbarcare macchine e motociclette che percorrevano l'isola strombettando e sollevando polvere sulle mulattiere frananti, restando bloccate in bilico sugli strapiombi, precipitando sugli orti e schiacciando pecore, ma la maggior parte del tempo rimanevano posteggiate vicino al porto o nel paese, ostruendo le strade strette e bloccando le porte d'ingresso delle case. Nessun turista sembrava in grado di muoversi a piedi.  
Gli abitanti dell'isola si arricchirono con il turismo, e tutti, dalle vecchie che apparentemente passavano il loro tempo immobili su una sedia fuori della porta di casa, mentre invece conducevano ogni sorta di traffici, affittando stanze, aprendo negozietti, raccogliendo ricami, lavori a maglia e altri prodotti artigianali per venderli, ai bambini che a sette o otto anni parlavano già due lingue straniere, ai pescatori che rifornivano di pesce le taverne e gli alberghi, al pope che cercava di non guardare quelli che circolavano seminudi per il paese ed entravano in chiesa in calzoncini corti, si trovarono, chi più chi meno, a beneficiare della pioggia di soldi che si abbatteva su di loro. Eleni e i suoi traffici nel monastero erano passati in secondo piano, ma ogni tanto qualcuno saliva fin lassù e le portava notizie e regali, ritornando con altre notizie che non suscitavano più nessun clamore. Aveva affrescato con lunghe teorie di donne dalle facce conosciute le pareti del refettorio, aveva dipinto oscene epifanie della Santa Trinità in ogni cella ancora in piedi, aveva riprodotto tutta la scena della processione del vescovo su un lato del cortile, e si diceva che la riscrittura del Vangelo procedesse, lentamente ma sicuramente. Il pope fingeva di non sapere nulla. Quasi nessuno, ormai, si interessava ai sogni di Eleni.

Qualche turista più curioso degli altri, che aveva sentito delle chiacchiere in giro per il paese, o che si era troppo scottato e doveva evitare la spiaggia per qualche giorno, cominciò a salire per l'aspro sentiero che non era stato asfaltato come gli altri. Quelli che bussavano al portone del monastero venivano accolti gentilmente, Eleni era fiera di mostrare la sua opera, la biblioteca, la bella vista che si ammirava dal tetto; la voce si sparse e le visite si fecero più frequenti. Eleni trovò una cassettina antica che piazzò in evidenza all'entrata, ci scrisse sopra "Offerte per il monastero" in più lingue, facendosi aiutare dai visitatori; e le offerte arrivavano. Cominciò a servire ai turisti caffè e tè, facendosi pagare abbastanza caro, e tutti erano ben lieti di contribuire al mantenimento di un luogo così bizzarro, rallegrandosi al pensiero di quello che avrebbero potuto raccontare agli amici al ritorno. Eleni offriva l'acqua del pozzo gratuitamente.
   Durante gli inverni, si mise a raccogliere erbe selvatiche sulla montagna e preparare tisane, ad allevare api e raccogliere il miele, a fare marmellate di fichi e di more di rovo; dato che sapeva anche ricamare, con i soldi delle offerte si fece comprare della tela e ricamò asciugamani e tovagliette con l'immagine della Santa Trinità in tutte le sue varie manifestazioni. Inventò una grappa di ginepro che battezzò "Latte di Crista", e su ogni bottiglia, ricuperata dalle osterie del villaggio, incollò un'etichetta dipinta a mano con l'immagine del Pantocrator femmina; costava come un whisky invecchiato, ma si esauriva in una settimana. I turisti erano felici di comprare i suoi prodotti, non ce n'erano mai abbastanza. Eleni si arricchì tanto che in pochi anni riuscì a far riparare il tetto e ridipingere la pareti esterne, che così ripresero a brillare bianchissime sul pendio scuro. Il cortile divenne un giardino, fresco come un miracolo per chi arrivava stanco dopo la salita faticosa. Si mise d'accordo con un contadino che affittava i muli a chi non voleva salire a piedi, e si fece dare un tanto per ogni turista che veniva trasportato; in compenso, non permise a nessun altro di fare lo stesso servizio. Continuava ad avere poco tempo per meditare, ma la sera, e durante i brevi inverni, si applicava laboriosamente al suo Vangelo femminile; aveva imparato a scrivere abbastanza bene. Quando le celle furono rimesse a posto, offrì anche ospitalità (a pagamento, ben inteso) a chi desiderava provare l'esperienza della vita spartana del monastero; forniva ricche colazioni e pasti appetitosi, aperitivi e digestivi, lenzuola pulite e portaceneri, indulgente con il bisogno di alcol e di piaceri terreni dei visitatori, ma non installò mai né un bagno né un gabinetto, ritenendo che chiunque voleva godere di quel privilegio dovesse adattarsi a lavarsi al pozzo e fare i suoi bisogni nella natura, come lei faceva ormai da anni.

Così fu che la vocazione di Eleni si ricongiunse con quella dell'isola intera; e non ci fu più nessuno, né il pope, né il vescovo nella sua isola lontana, né men che meno gli abitanti, che fece obiezioni al suo diritto di abitare nel monastero e propagandare la sua teologia eretica; su tutti i dépliant che le agenzie distribuivano per illustrare le attrattive dell'isola, il monastero della Santa Trinità femmina era menzionato come uno dei principali motivi di interesse, una passeggiata consigliata e un soggiorno "che potrà rendere la vostra vacanza un'esperienza indimenticabile".