domenica 24 maggio 2015

The dark side of London: se andate a Londra, questi sono i romanzi da mettere in valigia come alternativa allo Shard e al Royal baby. Celia Dale, In veste d'agnello e Marie Belloc Lowndes, Il pensionante



Non avere letto In veste d’agnello, di Celia Dale (1912- 31 dicembre 2011) noir o poliziesco o thriller che lo si voglia considerare, è un vero peccato. Le notizie biografiche su questa scrittrice sono scarse, una foto la mostra con una faccia certo non bella eppure di straordinaria facciosità. Fu sposata, lavorò come segretaria di uno scrittore (o editore, i dati che ho trovato sono discordi), fu critica letteraria, pubblicò tra il 1943 e il 1988 tredici romanzi e una raccolta di racconti. Questa credo sia l’unica sua opera tradotta in italiano, il che è sicuramente un ulteriore gran peccato. Pubblicata quando la sua autrice aveva settantasei anni, affronta uno degli argomenti più sgradevoli e moralmente disgustosi che conosca, cioè le truffe agli anziani, ma lo fa in maniera davvero egregia, acchiappando il lettore dalla prima pagina e portandoselo appresso senza sforzo fino all’ultima. Londra, anni ottanta: Grace Bradby e Janice, alias Mrs Black e Mary, uscite dal carcere insieme e coabitanti per convenienza, si presentano a casa di vecchiette che vivono sole in veste di inviate dei servizi sociali, le imbottiscono di balle a proposito di possibili somme integrative alla pensione, poi Mary – l’assistente – si offre di fare una bella tazza di tè, riempie di sonnifero la tazza della padrona di casa che si addormenta, dopodiché le due hanno tutto il tempo di rovistare con calma e portarsi via tutto, la pensione, i risparmi se ci sono, i pochi oggetti che possono essere rivenduti ai mercatini delle pulci o ai bottegai poco scrupolosi: insomma la vita, i ricordi, l’identità delle vittime. Il bottino non è ricco ma facile da piazzare, e facendo tre o quattro colpi al giorno ci vivono bene in due. Grace è più anziana, piccola, robusta e affabile, ed è la mente: pianifica, punta le potenziali vittime all’ufficio postale quando ritirano la pensione e le segue fino alle loro abitazioni, si segna gli indirizzi, controlla le targhette, poi si premura di disfarsi immediatamente della refurtiva, sempre in mezzo alla folla, sempre il più lontano possibile da casa. Janice è l’anello debole: bruttina, pettinata come John Lennon, totalmente vacua, romantica, alla ricerca di un uomo che la tratti bene, vittima di impulsi autolesionisti come tenere piccoli oggetti trafugati. Sono due personaggi magnifici, soprattutto Grace, che malgrado la sua naturale amoralità, la sua totale mancanza di empatia, il modo cinico e spontaneo con cui delinque e manipola le vite altrui, non riesce a suscitare rifiuto, per il modo magistrale con cui Celia Dale conduce la sua narrazione. Poi c’è un giovanotto che entra casualmente nella loro vita, e un uomo solitario che fa scattare nella mente fertile di Grace un piano assai più ambizioso… Non dico niente sulla trama perché è avvincente e piena di colpi di scena. Dico solo che è un romanzo eccellente, ed è una vergogna che non sia più conosciuto. Dipinge vividamente la Londra degli anni ’70/80, swinging e cosmopolita forse, nei giusti quartieri, ma piena di sacche di dignitosa miseria o di ignominioso benessere dove non arrivano né la moda, né i turisti, né la musica, neppure gli immigrati, una Londra più vicina a quella umanissima di Dickens che al nostro immaginario contemporaneo. Fa pensare anche a certe figure dei romanzi di Barbara Pym, vite grigie e nascoste come i loro sentimenti. Tutte le vecchiette prese di mira da Grace e Janice sono altrettanti personaggi completi, mai descritti come tipi o macchiette, ma sempre persone, riconoscibili nella loro unicità e diversità. Un personaggio grandioso è Marion Robinson, l’ex attrice egocentrica ma non stupida che diffida di Grace, e vive di ricordi tra fotografie e abiti di scena, legata alle proprie abitudini di vecchia che non ammette di essere stata messa da parte dalla vita, sicuramente ispirata alla realtà (Celia Dale era figlia dell’attore James Dale). Nei pensieri del poliziotto che cerca di risolvere il caso delle vecchiette derubate, perché non tutto va sempre bene alle due delinquenti e prima o poi qualche errore lo commettono, c’è a un certo punto un desolato ritratto della condizione senile: Rinchiusi dentro covi e tane in tutta l’Inghilterra, uomini e donne anziani tenevano duro, con coraggio o malumore, ubriachi o sobri, matti o sani di mente, ma con il diritto alla vita finché durava, confortati dai loro tesori, dagli oggetti che testimoniavano che erano stati giovani, che avevano amato ed erano stati amati, che avevano lavorato, che avevano delle capacità, che contavano qualcosa. Derubarli era una sorta di omicidio, privarli con l’inganno del loro passato significava disprezzare la loro dignità. Anch’egli è un personaggio accattivante, altruista, capace di accogliere, entusiasta e contento del proprio lavoro, bonario, e insieme ingenuo e tradito dal bisogno di essere amato. Ecco, l’amore manca a tutti in questo romanzo, o chi ce l’ha deve nasconderlo, e c’è anche chi, come Grace, non ha mai saputo che cosa farsene e non sa neppure nominarlo: Il matrimonio non è così eccitante. […] Non sono mai stata interessata al sesso, cara, è solo l’aspetto legale della situazione a essere più vantaggioso, se si è sposati.
Tutto questo è raccontato in modo piano e veloce, oggettivo, attentissimo ai particolari concreti che dipingono un’epoca, ricco di interni di cui sembra di sentire l’odore e intravedere le penombre, senza indulgere in emotività o eccessi di psicologia, sempre in terza persona ma alternando il punto di vista di Grace, di Janice e del poliziotto. Purtroppo la traduzione di Rosalia Coci inciampa e barcolla, appoggiandosi a un lessico a dir poco sorprendente: per limitarsi alle pagine 120-122, confonde fodere e tappezzeria, introduce neologismi come graticolato per graticcio, ci introduce nel piccolo patio circondato da pareti dietro le tende che si intuisce poi essere una veranda, o meglio un balcone verandato, ci racconta di una proficua mattinata in giro per la Harrow Road dove, a dispetto della conurbazione di edifici popolari, trovò alcune enclavi di vecchie casette a schiera, nei seminterrati delle quali si annidavano ancora alcune promettenti vecchiette per il giorno dopo. Non è che voglio essere pignola, ma un libro così bello avrebbe meritato una maggiore cura.        


Con Il pensionante (1913) di Marie Belloc Lowndes (1868-1947) siamo invece nella Londra nebbiosissima e freddissima di fine Ottocento. L’inizio è di quelli che acchiappano al cuore e ti stendono a terra: Ellen e Robert Bunting, una coppia di ex domestici divenuti affittacamere, siedono in silenzio in un gelido interno, disperati e affamati, sull’orlo della miseria più nera. Hanno venduto tutto il vendibile, rinunciato persino a mangiare, perso qualsiasi speranza. Quand’ecco che si odono due forti scampanellate alla porta… Irresistibile. Il pensionante, appunto, è molto eccentrico ma si rivela una manna del cielo: disposto ad affittare tutte le camere vuote pur di non avere vicini, a pagare più del richiesto per non essere disturbato, molto quieto, di giorno sta in casa a leggere la Bibbia e fare misteriosi esperimenti, di notte esce nella fittissima nebbia e chissà dove va… Come avrete capito non è il fattore sorpresa che conta nel romanzo, ma la tensione che sale dalla prima pagina: Londra è sconvolta da una serie di efferati delitti (e uso coscientemente l’espressione abusata) che avvengono tutti secondo un rituale ripetuto, e le vittime hanno tutte le stesse caratteristiche: prostitute o ubriacone, comunque il tipo di donne che si possono incontrare in piena notte nei sordidi vicoli dei quartieri operai. A poco a poco i delitti del Vendicatore (così la stampa ha soprannominato l’assassino) si avvicinano alla dimora dei Bunting, nella centrale Marylebone Road (notate, vicinissima a Baker Street e al mitico n221B dove abita Sherlock Holmes, e al Museo delle Cere di Madame Tussaud, che infatti ha un ruolo cruciale nella vicenda). Mrs Bunting comincia a essere divorata dai sospetti, mentre la sua casa è intensamente frequentata da un giovane ispettore di polizia che oltre a occuparsi dei casi del Vendicatore è innamorato della figlia di Mr Bunting, temporaneamente in visita dal padre. Qui mi taccio e lascio il gusto della scoperta ai lettori, limitandomi a qualche osservazione. In tutto il romanzo non vi è una parola sulle vittime, che sono devianti, quindi la loro morte è irrilevante. Solo di una si dice che era “una brava moglie, e una brava madre” fino a che non ha cominciato a bere. Quello che fa impressione a tutti, che sconvolge l’opinione pubblica, non è tanto la morte provocata quanto l’impunità con cui il delitto avviene, l’interruzione del patto singolo-società. La gente per bene sa che non potrà essere vittima del Vendicatore perché si comporta decorosamente, non beve e la notte sta a casa. Così quando il Vendicatore comincia a colpire di giorno, è troppo, l’indignazione per l’inefficienza delle forze dell’ordine cresce e il capo della polizia è costretto a dimettersi. Molto interessante è anche l’analisi minuziosa del ruolo dei media, l’attenzione agli articoli dei giornali che soffiano sul fuoco della paura, la loro lunghezza e posizione, l’attesa per l’arrivo degli strilloni che nel silenzio della via (o bei tempi pre inquinamento acustico da traffico automobilistico!) portano il terrore e l’eccitazione per il nuovo delitto. Così come la presenza massiccia dei giornalisti e lo svolgimento delle operazioni all’inchiesta, tutta la narrazione è improntata a un’aderenza alla realtà che l’impianto romanzesco non deforma affatto. Altro motivo che fa di Il pensionante una lettura davvero istruttiva oltre che divertente, è che porta alla luce, oltre alla passione per i delitti, un’altra delle ossessioni inglesi all’origine di innumerevoli variazioni: il rapporto tra servi e padroni. Basti pensare a Gosford Park di Altman, a Il servo di Losey, ai televisivi Upstairs and downstairs e Downton Abbey, a Ai piani bassi di Margaret Powell. I signori Bening non denunciano il loro inquietante inquilino un po’ perché hanno paura di tornare alla miseria, un po’ per riconoscenza e soprattutto perché è un gentiluomo. Per questo Ellen fin dall’inizio decide di accoglierlo riconoscendolo tale dalla pronuncia e dal modo di fare malgrado sia privo di bagagli e di aspetto un po’ equivoco, per questo non se la prendono per le stranezze e sono sempre pronti a compiacerlo. La upper class si sa che è sempre un po’ eccentrica. E non è facile capire dove finiscono l’avidità e la necessità e dove comincia la fatalistica accettazione delle differenze di classe che fa degli inglesi, in alto e in basso, dei grandissimi snob. Infatti, politicamente il signor Bening è un conservatore convinto. Traduzione di Rosalia Coci. Il mantello di Inverness che il pensionante indossa e viene nominato sovente, è un mantello con la pellegrina, per intenderci lo stesso di Sherlock Holmes. Il pensionante ha avuto cinque trasposizioni cinematografiche tra il 1927 e il 2009.  
Marie Belloc Lowndes, di padre francese e madre inglese, nacque a Londra e trascorse la giovinezza in Francia; appartenente a una famiglia ricca di celebrità (il fratello, Hilaire Belloc, fu un famoso poeta e scrittore cattolico) fu scrittrice prolifica e di successo fino alla morte.

Queste due recensioni sono già apparse in questo blog, rispettivamente il 14/5/2013 Celia Dale (Le dimenticate, 4) e il 21/5/2013 Marie Belloc Lowndes (Le dimenticate, 5).

giovedì 14 maggio 2015

Piccole ambizioni: un racconto che ha appena compiuto venticinque anni (e li dimostra tutti)

Questo post è lungo perché continene un racconto inedito, un reperto archeologico (è del 1990), che mi è tornato in testa da un po'. Non so perché ma l'ho cercato, ho dovuto fare i salti mortali per aprirlo e renderlo leggibile dato che Word7 non ne voleva sapere, ma alla fine eccolo qui. E non me ne vergogno neppure.

                                                       
PICCOLE AMBIZIONI

Ho sempre desiderato essere felice. Non mi hanno mai interessato il potere o i soldi, o la fama, nemmeno possedere molte cose né avere molti uomini. Io volevo essere felice, e basta. È troppo? Non credo, anzi mi pare molto poco. Eppure...
Da bambina ero allegra, sicura, e molto ingenua. Dicevo le più grosse stupidaggini senza rendermene conto, solo per il piacere di usare le parole che avevo letto in qualche libro e mi avevano affascinato per il loro suono. Mi ricordo che una volta, durante un pranzo, guardai mia madre attraverso un bicchiere e dissi ad alta voce: "Vedo la mamma sul lastrico di Parigi!" Volevo proprio dire quello, perché la parola "lastrico", di cui non conoscevo bene il significato, mi piaceva molto e avevo visto mia madre piccola piccola su di uno sfondo grigio che mi aveva fatto venire in mente quell'espressione. La risata che accolse la mia frase mi stupì e mi offese, e forse da quella volta fui più cauta nell'usare parole del cui significato non ero sicura, per quanto mi piacessero. Altre parole che mi piacevano molto erano rivoltella, scevro, sineddoche, e nomi geografici come Titov Veles e Banja Luka. A Titov Veles ci sono stata, e mi ricordo che c'erano casette di legno dipinto d'azzurro che pendevano l'una verso l'altra in modo buffo e commovente, ma Banja Luka non l'ho mai vista. Queste parole mi davano felicità, ma adesso è molto più difficile accontentarsi di questi semplici piaceri.

Altre cose che mi rendevano molto felice erano leggere, disegnare, e guardare le illustrazioni di certi libri che mi facevano sognare. Ero felice leggendo Salgari, e ridevo per ore su battute scipite come: "Chi va là?" gridò Van Stiller. "Il diavolo!" rispose Carmaux. Carmaux, Van Stiller, Tremal Naik e il fedele maharatto Kammamuri, e anche Yanez con la sua ennesima sigaretta fumata sul canapè, riempivano la mia immaginazione in maniera del tutto soddisfacente. Poi mi piaceva giocare a indovinare i proverbi, e il mio preferito era: "L'unico animale che non cade è il verme", anche se gli altri giocatori non lo accettavano quasi mai perché nessuno lo conosceva.
Mi rendeva felice leggere libri che parlavano di paesi lontani, e immaginare che in questi paesi ogni cosa fosse diversa da quelle che conoscevo, persino le stoviglie, i mobili, la forma delle case e l'aspetto delle strade, l'erba che cresceva lungo i fossi. Le innumerevoli possibilità di differenza che il mondo offriva mi facevano sognare indefinitamente. Mio padre mi faceva compiere dei viaggi sulla carta geografica, a puntate, un paese per volta, di cui mi raccontava le cose che sapeva. Non ricordo se erano poche o tante: mi ricordo però che questi viaggi mi hanno riempita di felicità e da grande mi hanno spinta ad andare a vedere di persona paesi che fossero il più possibile diversi da tutto quello che conoscevo.
Un'altra cosa che mi ha sempre resa felice è andare a dormire, con la prospettiva di sognare, anche se da bambina avevo sovente degli incubi che mi facevano svegliare in preda al terrore. Il sonno è un piacere senza fine anche oggi, e spesso i sogni sono più importanti degli avvenimenti della giornata, e sicuramente mi portano una maggiore felicità.

Naturalmente con il passare degli anni fu sempre più difficile ottenere la felicità con mezzi così semplici, e fui costretta a inventarne dei nuovi. L'adolescenza è un'età esigente, e quel che è peggio per lo più non ha le idee chiare sulle proprie esigenze. Ma io mi esercitavo quotidianamente, e ben presto capii che cosa volevo; amore, naturalmente, come tutte le mie amiche e coetanee, e dei bambini. Mi sembrava che non ci fosse al mondo nulla di più soddisfacente di un bambino piccolo che si morde i pugnetti e frigna per la fame, sbavando su di un bavaglino di batista con i pizzi. Ci pensai per un po', poi mi misi in azione per procurarmi quello che volevo. Sapevo che non era difficile; in fondo avevo già sedici anni e avevo sempre tenuto le orecchie ben aperte, fin da quando ero una bambina anch'io. Però non volevo fare le cose in modo avventato, così scelsi come padre dei miei figli un amico dei miei genitori, sui trent'anni, scapolo e con l'aria affidabile. Mi ci volle un paio di mesi per convincerlo che non poteva far a meno di fare l'amore con me, perché il fatto che fosse amico dei miei rese le cose più difficili. Però poi fu facilissimo, dopo la prima volta.
I miei genitori cercarono di convincermi ad abortire ma io mi rifiutai nel modo più assoluto, e li feci sentire dei vecchi cinici sporcaccioni, il che si rivelò poi vantaggioso quando fui virtuosamente sposata al poveretto che ancora non capiva bene che cosa gli fosse successo. Prima dei diciassette anni ebbi un maschio e a diciotto una femmina, cosa che mio marito non mi perdonò mai perché gli avevo fatto credere che prendevo la pillola. Lui era avvocato, agli inizi della carriera, e guadagnava poco. Io ero innamorata, e felice: i miei bambini avevano bavaglini di batista (forniti da mia madre) e tutto era perfetto. Mio marito, dopo il primo periodo in cui era stato più che altro stupefatto, mi amava, e amava i bambini; e io ero felice. Ma sapevo che sarebbe venuto il momento in cui mi sarei stancata dei bambini e delle loro bave, e dell'amore sempre disponibile del mio affettuoso marito.

Studiavo mentre portavo i bambini ai giardinetti, e mentre rigiravo la minestra sul fuoco, così non mi fu difficile dare l'esame di maturità e poi potei iscrivermi all'università. Che cosa studiavo? Non lo ricordo più, perché non faceva parte dei miei progetti di felicità, era solo una maniera per uscire da una situazione che non mi soddisfaceva più. All'università conobbi gente interessantissima, e capii che cosa mi serviva in quel momento per essere felice. In effetti, avevo superato la fase adolescenziale del bisogno di amore incondizionato; e ora avevo bisogno di fare qualcosa che mi facesse sentire utile per la società, e importante, attiva, adulta. Niente a che vedere con pannolini e minestrine, né con l'amore coniugale consumato nello stesso letto tutte le sere in osservanza della legge.
I miei nuovi amici erano del tutto diversi dal serio avvocato con cui dividevo la vita. Cominciai a uscire con loro sempre più spesso, lasciando i bambini a mia madre che si divertiva a fare la nonna. I miei amici parlavano di politica, e la facevano. Si riunivano la sera in vecchie osterie fumose e parlavano di progetti segreti a monosillabi, cercando di non farmi capire quello che dicevano. A poco a poco fui introdotta nei loro segreti e capii che era esattamente quello che mi era necessario per ritrovare la perfetta gioia che mi aveva riempita nei primi anni del mio matrimonio. Anche questa volta, mi ci volle un po' di tempo per essere ammessa nella loro confidenza, ma poi fu facilissimo: divenni una di loro e infine cominciai ad avere i primi incarichi e a dividere le loro responsabilità. All'inizio furono piccole parti in rapine nelle quali dovevo solo guidare macchine rubate da altri o seguire impiegati di banca per stabilire le loro abitudini. In quella fase continuavo ad abitare a casa con mio marito e i bambini, quando avevo il tempo di occuparmi di loro. Ma venne il momento in cui fu chiaro che dovevo abbandonare la mia vita precedente, e lo feci senza rimpianti; ero sicura che i miei bambini sarebbero stati ben accuditi, e per quel che riguarda mio marito, non ebbi alcun senso di colpa. Era giovane, bello e sano, e avrebbe trovato decine di donne disposte a consolarlo del mio abbandono.

La latitanza era divertente, e io stavo con un capo, quindi ero sempre nel centro di tutte le azioni più importanti e arrischiate. Non capivo molto degli obiettivi generali che il gruppo si poneva - all'epoca ero anche abbastanza ignorante di politica e avevo letto pochissimo dei molti libri e documenti che circolavano negli anonimi appartamenti che occupavo con il mio attraente amico. Quello che mi piaceva era essere dentro al segreto, sentirmi parte di qualcosa di speciale e importante, e leggere sui giornali quello che veniva scritto su di noi - e riderne, poi, con gli altri nei momenti in cui c'era tempo di ridere. Ero perfettamente felice, la mattina, di uscire a fare la spesa per i miei compagni di latitanza cambiando continuamente fornitori, cucinare per tutti e partecipare alle riunioni nell'ombra del mio amico, che era l'unico motivo per cui venivo tollerata nel gruppo. Mi accorgevo benissimo che nessuno si fidava di me: non che non fossi fidata, ma mi consideravano un po' cretina. Non mi vennero più affidati incarichi di nessun tipo, né macchine da guidare né appostamenti e alla fine nemmeno pacchi di volantini da abbandonare nei cestini dei rifiuti. Ma ero tollerata, perché facevo bene da mangiare e non aprivo mai bocca. Dopo un anno, ne ebbi abbastanza, anche perché la tensione aveva reso quasi impotente il mio amico, e a furia di fare la spesa, stare chiusa in casa e assistere in silenzio alle riunioni, mi sembrava di essere di nuovo sposata, con la differenza che mio marito era tutt'altro che impotente. D'altronde, senza l'eccitazione di partecipare attivamente, quella vita era diventata noiosa come qualsiasi altra.

Decisi di eclissarmi. Avevo paura che non me l'avrebbero permesso, ma quando sparii nessuno parve accorgersene e nessuno mi cercò né mi minacciò in alcun modo. Forse non se ne erano accorti davvero. In fondo, ero stata poco più di un oggetto di arredamento - anche se mi piace pensare che abbiano sentito la mancanza della mia buona cucina.
Avrei potuto rientrare nel mio ménage borghese; certamente non era troppo tardi, ma non ne avevo voglia. Mi ripresentai ai miei genitori, accettai di buon grado rimproveri e recriminazioni, portai per qualche giorno i bambini al cinema e allo zoo e poi me ne partii per l'Inghilterra con un bel po' di denaro, fornito da loro, che erano sembrati molto sollevati dalla mia decisione di andarmene. Non avevo rivisto mio marito, se non in occasione della richiesta di separazione legale. Più tardi divorziammo, ma non lo rividi più.

A Londra, mi iscrissi a un corso di inglese e cominciai a fare una vita stupenda. Passavo il tempo tra pub e discoteche, o sdraiata sui prati dei parchi a fumare spinelli con altri giovani allegri come me. Ebbi più uomini in quel periodo di quanto pensavo fosse possibile collezionare in una vita. Mi divertivo da pazzi e la mia felicità era perfetta. Se i soldi scarseggiavano, scrivevo a casa annunciando che ero costretta a tornare per mancanza di fondi e immediatamente ricevevo un vaglia postale che mi permetteva di riprendere la vita che mi piaceva.
Dopo un paio d'anni capii che anche questa fase era esaurita e decisi di unirmi a un gruppo di miei amici che partivano per l'India.

Era inverno, per cui andammo tutti a Goa; quando cominciarono i monsoni, ci trasferimmo a Manali. Oh, che vita stupenda! C'era l'erba più buona del mondo, e non costava nulla, come tutto il resto d'altra parte. Tutti erano buoni e si volevano bene e si aiutavano. Vivevamo in modo semplice, mangiando pesce fritto a Goa e cavolfiori e purea di patate a Manali, e accettavamo l'India così com'è, prendendoci tutte le malattie e i pidocchi, camminando a piedi nudi, offrendo fiori e noci di cocco nei templi. Io ero felice come non ero mai stata prima. L'unica cosa che mi mancava era un bambino, perché lì tutti ne avevano, e se li portavano dietro dappertutto, belli sporchi e con il moccio al naso come veri piccoli indiani. Così mi misi d'impegno a farmi mettere incinta da qualcuno, e naturalmente non fu difficile. Ebbi una bambina che partorii in casa con l'aiuto delle mie amiche e di una donna del posto, e non sono mai riuscita a stabilire chi fosse il padre, per quanto mi sia sforzata. Era una bambina bellissima e me la portavo in giro in uno scialle legato sulla schiena; per fortuna era leggera. Ebbe i vermi e la crosta lattea, e fu vaccinata nel dispensario locale, insieme ai bambini del posto e ai figli delle mie amiche; la allattai fino ai due anni, e anche se ebbe un notevole ritardo nell'imparare a parlare, ora è perfettamente sana e normale.

Venne il momento, però, che anche questa vita felice cominciò a dimostrare qualche limite. Alcuni dei miei amici, specialmente gli ultimi arrivati, bucavano, e non era piacevole stare con loro. Avevano una sgradevole tendenza a rubare e morire con frequenza, non erano affidabili insomma per spartire una vita felice. Non mi piaceva vedere le loro bocche sdentate né correre in giro nei villaggi alla ricerca di una dose se non erano in grado di farlo da soli. La loro presenza sciupò il mio paradiso e a poco a poco sostituirono del tutto gli sballoni gentili con cui ero partita qualche anno prima. Ma io non mi riconoscevo in loro, non mi piacevano, e così, sia pure con grande dispiacere, decisi di ritornare in Europa. Devo dire che come uomini questi si erano dimostrati migliori di mio marito e dei terroristi: si occupavano dei bambini e sarebbero stati disposti a fare da mangiare, se le loro compagne non si fossero tanto preoccupate di vivere come le donne del luogo, dandosi quindi un gran da fare a cucinare su fornelletti alimentati con sterco di vacca seccato sulle pareti delle case, su cui cuocevano pane non lievitato e verdure non lavate; qualunque pratica alimentare occidentale era guardata con sospetto. In fondo, forse il motivo principale per cui lasciai l'India era che avevo una voglia pazza di un piatto di gnocchi alla bava e di una milanese con pomodoro e basilico.
Ormai mi avvicinavo ai trent'anni ed ero stata molto tempo lontana dall'Italia. Scesi dall'aereo avvolta nel mio sari, con una bambina mocciosa tra le braccia, bella magra e con un brillate al naso, e mi resi immediatamente conto che ero completamente fuori posto. All'aeroporto mi aspettava mia madre con i miei due figli già grandini; mio padre era morto l'anno prima, e questo mi aveva resa orfana, ma ricca. Passai i primi giorni dopo il mio ritorno a mangiare e a comprarmi vestiti e prodotti di bellezza. Quando mi fermai per pensare al futuro, ero ingrassata di parecchi chili e mi ero tagliata i capelli corti, con una permanentina leggera.

Divorziata, ricca, con tre figli, e la permanente: nessuna di queste caratteristiche era sufficiente per la mia felicità, e così mi misi alla ricerca di qualcosa di nuovo che mi potesse riportare al mio stato abituale, di svegliarmi al mattino e ridere da sola per la contentezza della prospettiva di una giornata in più da vivere, bella nuova e appassionante.
Mia madre, ora che era vedova e con tanto tempo a disposizione, cominciò a interferire nella mia vita e a cercare di convincermi che quello di cui avevo bisogno era, nell'ordine: una ragazza alla pari, un uomo, un'occupazione part-time, e riprendere i contatti con le mie amicizie giovanili - quelle di prima che cominciassi a frequentare l'università, ovviamente. Appresi di essere stata processata in contumacia per la mia appartenenza al gruppo terroristico, che era stato arrestato in massa; ma siccome nessuno degli imputati pareva ricordarsi bene di me né delle mie attività all'interno dell'organizzazione, la mia posizione era stata considerata insignificante, e avevo goduto di un'amnistia. Il buco nella narice si era rimarginato in fretta, e così tutto quello che mi rimaneva del mio passato erano i figli, più qualche sparsa abilità non molto utile nel mio nuovo contesto, come accendere un fuoco di torte di vacca.

Non mi ci volle molto a capire di che cosa avevo bisogno, non appena mi fui sistemata come mia madre mi aveva consigliata, in un grande appartamento con i miei bambini, un baby-sitter inglese, ma nessun lavoro, perché non ne avevo bisogno e volevo rifarmi per un po' delle privazioni dell'India. Avevo bisogno di un amore, di un grande, appassionato, fatale amore, con cui sperimentare le mie nuove rotondità e gli agi della mia nuova vita. Avevo scoperto la televisione e gli spot pubblicitari, e questi mi avevano aperto nuovi orizzonti a proposito di quello che ci si poteva aspettare da un uomo. Basta col pane azzimo e le verdure bollite, con gli accoppiamenti al buio su un tavolaccio di legno: volevo champagne al lume di candela e week-end in antichi castelli trasformati in albergo, viaggi su macchine veloci in cui abbandonare casualmente pellicce antiecologiche. E, naturalmente, ottenni tutto quello che volevo.

Non fu tanto difficile, anzi, a ripensarci, fu facilissimo. Il mio grande amore aveva quarant'anni, una moglie separata e un figlio sullo sfondo, un sacco di soldi, e la chiara nozione di come bisogna trattare una signora. Non mi ricordo come si chiamava, ma sono sicura che ci amavamo allo spasimo, e nei posti giusti. Riusciva persino a farmi soffrire qualche volta, il che rendeva la mia felicità più squisita. Ero adulta ormai, e vivevo un amore da donna, che mi faceva sentire speciale e straordinaria, tanto che me ne andavo in giro, anche dal parrucchiere o a fare la spesa, come se avessi un'aureola o una corona d'oro in testa. Tutti la vedevano, ero sicura, così come tutti dovevano vedere i segni della passione che coprivano il mio corpo benedetto. Era come essere sempre un po' brilli, anche al mattino appena svegli.
Dovetti purtroppo ammettere che neppure questo tipo di felicità era definitivo, quando il mio amico cominciò a prendere l'abitudine di venire a cenare a casa mia con i miei figli e la baby-sitter, portando talvolta anche suo figlio, e mi propose di passare le vacanze in una casa d'affitto con tutta la prole. Fu triste, ma dovetti lasciarlo. Non era certo quello che volevo! Ma lui sembrava stanco delle vacanze alle Laccadive in tête-à-tête, tra cene a cinquanta dollari a lume di petrolio e giornate a nuotare sul reef. Questa fu una vera delusione, e la decisione di lasciarlo fu molto sofferta. Capii che era inevitabile quando, nel bel mezzo di un week-end alla Locanda Cipriani di Torcello, cominciò a raccontarmi come faceva la minestra di verdure sua madre con i prodotti dell'orto della loro vecchia casa di campagna. Fu la fine, ed era tempo.

Ero di nuovo da capo, e avevo trentacinque anni. Mi avevano detto che a certa gente capitava di invecchiare, e ne avevo una conferma in mia madre che, avendo compiuto i sessant'anni, non era più quella intangibile bellezza che avevo conosciuto per tutta la vita. A me non sarebbe successo, naturalmente, ma cominciavo a rendermi conto che forse non erano tutte bugie quelle che avevo sentito sull'argomento.
Da allora, quante ne ho provate per essere felice! E non posso lamentarmi, mi sono andate bene tutte. Ho deciso di diventare una donna in carriera e ci sono riuscita, in poco tempo ho creato un'azienda che fornisce alle industrie oggetti da regalo per i clienti, e abbiamo un fatturato di miliardi. Ho abbracciato la causa ambientalista, e sono stata eletta in consiglio comunale con un numero record di preferenze. Ho viaggiato, e scritto libri di viaggio che sono stati best-seller per mesi. Ho ripreso gli studi, e dopo essermi laureata col massimo dei voti, ho ottenuto il dottorato di ricerca e mi hanno offerto di rimanere all'università; devo ammettere che alcune delle mie pubblicazioni non hanno lasciato indifferente il mondo accademico.
Ma adesso mi capita sempre più sovente, prima di addormentarmi, di ripetermi parole come Banja Luka o rivoltella. Ho provato a rileggere Salgari, ma il suo linguaggio mi risulta insopportabile e nemmeno Tremal Naik riesce più a emozionarmi. Forse sono un po' stanca di essere felice. Forse non sono più capace di esserlo. Comunque, sono ben lungi dall'essere finita: forse proverò le gioie dell'essere nonna, o diventerò una campionessa di bridge, e soprattutto, mi sono riservata una grande felicità per quando sarò vecchia, se mai mi capiterà: scriverò la mia autobiografia, e questo mi terrà occupata e soddisfatta per un bel po'.

martedì 12 maggio 2015

Shirley Jackson, La lotteria: i turpi segreti del New England, e Roald Dalh, Il libraio che ingannò l'Inghilterra: come scrivere un romanzo in quindici minuti

Di Shirley Jackson confesso che finora avevo letto solo il racconto La Lotteria che dà il titolo a questa breve raccolta, ma sono sicura che leggerò altro e mi sono già scaricata un paio di ebook. Morta nel 1965 appena quarantottenne, la scrittrice in vita rifiutò sempre di farsi intervistare e promuovere le sue opere che peraltro le avevano dato notevole fama, soprattutto, appunto, La lotteria. Quando, nel giugno 1948, questo breve racconto venne pubblicato su The New Yorker, la reazione fu immediata e prolungata, e i lettori sconvolti inondarono la rivista di  missive indignate o atterrite perché presero per reale la storia, in effetti piuttosto agghiacciante. In un sereno villaggio campestre di trecento anime, come da tempo immemorabile sta per svolgersi la lotteria annuale cui partecipa l'intera popolazione. Scritta con una prosa calma e attenta ai particolari, senza mai impennarsi, la vicenda ci porta a uno sviluppo tremendo e senza via d'uscita.

Tra gli altri racconti spicca Lo sposo, il magnifico ritratto di una donna che si aggrappa alle sue illusioni in un mondo che invece vede fin troppo chiaro, e la giudica senza pietà. Colloquio mette in scena in poche pagine il disagio di vivere in un mondo complessivamente sempre meno comprensibile, mentre Il fantoccio colpisce per l'acutezza delle descrizioni e la sottile inquietudine che suscita con la figura del ventriloquo. Traduzione di Franco Salvatorelli.

Anche se non è compreso in questa raccolta, si trova facilmente in rete il terribile Louisa, Please Come Home, racconto di una crudeltà quasi insopportabile uscito postumo. Insomma Shirley Jackson, amata da Neil Gaiman, Stephen King, Nigel Kneale e Richard Matheson, è un incontro recente ma che durerà a lungo.

Tutto sommato non regge il confronto il famoso Roald Dalh con Il libraio che ingannò l'Inghilterra.
Il racconto che dà il nome al volume è la divertente storia di un truffatore e della sua complice, che riescono a farla franca e vivere nel lusso finché inciampano su un errore davvero inaspettato, e nello stesso tempo del tutto prevevedibile... Si legge volentieri e in fretta, ma i personaggi troppo caratterizzati e privi di ambiguità tolgono fascino alla vicenda.  

Lo scrittore automatico, del 1953, è una satira piuttosto blanda del mondo letterario che affida il suo interesse alle fantasie suscitate dai primi computer. La macchina in grado di scrivere in pochi minuti qualsiasi romanzo facendo guadagnare milioni di sterline al giovanotto geniale e spregiudicato l'ha inventata mi ha fatto ripensare a quando è uscito Il nome della rosa di Umberto Eco, di cui si diceva con leggero disprezzo "l'ha scritto col computer" e anche per me, nella mia immensa ignoranza e superficialità, la cosa suonava come "se l'è fatto scrivere dal computer". Gente più furba di me mi ha spiegato quanto ero stupida, ma insomma una sorta di diffidenza evidentemente circolava nell'aria, accompagnata nel racconto di Roald Dalh da uno spirito un po' goliardico, non particolarmente sottile. Comunque un libro leggibile e distensivo. Traduzione di Massimo Bocchiola.   

lunedì 11 maggio 2015

Il guidatore nel panopticon e la donna che adora pulire: Lesley Thomson, The Detective's Secret

Mi rendo conto che recensire il romanzo di una scrittrice non tradotta in italiano può sembrare un inutile e stupido atto di snobberia, ma i libri di Lesley Thomson mi hanno acchiappato come mi capita raramente. Quest'ultimo, uscito all'inizio di aprile, l'ho aspettato con attenzione e l'ho scaricato appena ho potuto. Non sono rimasta delusa, e sono sicura che leggerò anche il prossimo annunciato per il 2016. The Detective's Secret ha gli stessi protagonisti dei precedenti, Stella Darnell, che dirige un'impresa di pulizie perché pulire è la sua passione e si dedica alle investigazioni perché è figlia di un poliziotto morto, e Jack, guidatore di underground dalle abitudini bizzarre e dal passato pieno di sorprese. La storia è forse un po' troppo complessa all'inizio ma poi prende slancio e ci si lascia affascinare dalla torre dell'acqua in cui Jack si trasferisce, alta sul Tamigi e piena di misteriosi rumori e di segreti, che ricorda il panopticon di Jeremy Bentham per la possibilità che offre di una visione a trecentosessanta gradi sul fiume, sul ponte di Hammersmith e sul quartiere limitrofo, dall'incubo dell'One under, il suicida nella metropolitana, dalle storie di bambini ormai adulti ma segnati da un passato più che oscuro, dalle persone che emergono inaspettate dall'altra parte del mondo, dal Tamigi e dalle sue maree, da Chiswick e le sue stradine lungo il fiume, l'isoletta con il giardino dei morti e molto altro... Non so bene perché Lesley Thomson e le sue storie siano così affascinanti. Certo sono letture di evasione, non è che abbia scoperto una nuova Orahn Pamuk (al momento ancora saldamente in cima al mio Olimpo letterario privato), non fa pensare né comunica particolari emozioni, ma è avvolgente, scrive molto bene, i suoi personaggi sono interessanti e soprattutto l'ambientazione fisica, la Londra quasi tridimensionale che esce dalle sue pagine, fanno venire voglia di continuare a leggerla come quando non si riesce a smettere di mangiare le ciliegie. Spero proprio che qualche editore italiano si decida a tradurla, per il piacere dei lettori che non hanno voglia di affrontarla in inglese.