mercoledì 4 febbraio 2015

Come scrivere un grande romanzo, guadagnare un milione di dollari e farsi venire gli occhi azzurri: La verità sul caso Harry Quebert, di Joël Dicker

Questo bel giovanotto dagli occhi cerulei e il petto villoso si chiama Joël Dicker, è nato a Ginevra nel 1985 e ha scritto un romanzo di gran successo, La verità sul caso Harry Quebert, uscito in Svizzera nel 2012 e nel 2013 in Italia per Bompiani. Il romanzo, bestseller in Europa dove ha raggiunto i vertici delle classifiche (in Italia nei top 10 per diverse settimane), è stato tradotto in trentatre lingue e ha  fruttato all'autore i premi Goncourt des lycéens e Grand Prix du Roman de l'Académie française. Tutto questo per sottolineare che sono ben cosciente che sto parlando di un libro che è piaciuto moltissimo a critica (fatico a crederlo) e pubblico (e qui, ahimè, mi tappo la bocca per non dare giudizi). E' stato interpretato come un omaggio a La macchia umana di Philip Roth per l'amicizia tra due scrittori, la riabilitazione del proprio mentore e l'ambientazione in una provincia americana; ricorda inoltre la serie TV Twin Peaks di David Lynch per la scomparsa di una ragazzina e Lolita di Vladimir Nabokov per l'amore proibito con una minorenne. Io che non ho letto né La macchia umana Lolita e mi sono persa Twin Peaks, ci ho visto una serie senza fine (è di lunghezza sterminata) di cazzate spaziali condite da perle di saggezza come I libri sono come la vita, non finiscono mai del tutto, che mi pare notevolissima nel suo genere. Però, ho letto che anche se il primo libro di Joël Dicker, Les derniers jours de nos pères, ha venduto solo 3.500 copie, gliene hanno subito chiesto un altro, e quando ha  tirato fuori dal cassetto La verità sul caso Harry Quebert che gli sembrava troppo lungo, glielo hanno strappato di mano impedendogli di togliere un po'di pagine e pubblicato correggendo solo l’ortografia. Niente editing per un capolavoro (ma un autore che sbaglia l'ortografia già mi sembra un po' strano). D'altra parte il racconto racchiude al suo interno una piccola guida per aspiranti scrittori in trentun consigli inseriti all'inizio di ogni capitolo.

La storia è ambientata in piani temporali differenti che si alternano per fortuna in modo chiaro, con tanto di data all'inizio, e si svolge a Aurora nel New Hampshire, con qualche puntata a Concord, dintorni e New York. Nel 2008, il giovane scrittore di successo Marcus Goldman si reca a Aurora per scoprire chi ha ucciso Nola Kellergan, ragazza di quindici anni scomparsa nel 1975, il cui cadavere è stato scoperto nel giardino della villa di Harry Quebert, anziano scrittore di successo che è stato insegnante, pigmalione letterario e amico di Marcus, che viene accusato dell'assassinio. Gli altri personaggi sono abitanti della cittadina, padre e amici di Nola, poliziotti, tipi loschi e ragazze ingenue. Marcus viene a sapere che nel 1975 Harry, trentaquattrenne, ha avuto una relazione con Nola, un amore impossibile e totale. Con una serie di contorcimenti che si fanno frenetici verso la fine, la vicenda cambia continuamente prospettiva e ogni fatto si ribalta, con l'intenzione di spiazzare il lettore e costringerlo a rimanere incollato al romanzo fino all'ultima delle 784 pagine nell'edizione cartacea. In un'intervista l'autore ha affermato che con questo libro mirava a ottenere sui suoi lettori lo stesso effetto che ha avuto su di lui la serie TV "Homeland": Vedi una puntata, poi un’altra, poi cominci a fare delle stupidaggini tipo vederne quattro di fila di notte così il giorno dopo non riesci a lavorare... La mia ambizione era ottenere lo stesso risultato con un libro. Io confesso che verso la fine ero talmente stremata che chiunque avesse ucciso la povera Nola mi pareva un benefattore, e al momento dovessi dire il nome dell'assassino farei fatica a ricordarlo. Non dico una parola di più sulla trama, e passo alle osservazioni generali.

La prima è che in questo libro è impossibile mettere in atto la famosa "sospensione di incredulità" in quanto è impossibile credere anche a una sola parola che vi è scritta, sostanzialmente per due motivi: si vede che è costruito a tavolino dosando gli ingredienti dalla prima pagina all'ultima, e storia e personaggi sono talmente inverosimili che anche il più bendisposto dei lettori si scoraggia. Per il primo punto, ce la sbrighiamo in fretta notando che è ambientato negli Stati Uniti (gran mercato per i thriller!), ha al centro una delle fissazioni più pervasive della fiction americana cioè la pedofilia, è disseminato di tic e ingenui snobismi tipicamente USA: p.e. i protagonisti - compresa la quindicenne innamorata - si dilettano di opera lirica, abbondano la metaletteratura e consigli di scrittura che piacciono sempre, i personaggi vomitano quando devono dimostrare di essere scioccati, insomma sembra di essere in un serial statunitense. Per il secondo, non ho neanche voglia di stare a analizzare i personaggi. Basti dire che per dimostrare che quello tra Nola e Harry è un grande amore, i due si ripetono a vicenda in continuazione ti amo da morire, e la quindicenne ribadisce: non ho mai amato così tanto, e qui possiamo crederle senz'altro. Nola, poverina, è un personaggio talmente insensato che fa persino pena pensare al numero di capriole cui lo costringe l'autore, e ciononostante rimane assolutamente sfocato. Cura il suo amato come una mamma ansiosa, gli fa da mangiare, lo accudisce e rilegge quello che lui scrive ripetendo è bello! è meraviglioso! (e a giudicare dai brani riportati rimane qualche dubbio sulla sua capacità critica) mentre lui ha l'ispirazione (giuro).
 
Mi ha colpito (ma questa non vuol essere una critica, è solo un'osservazione) il modo in cui sono rappresentate le madri: la parodistica, grottesca madre ebrea di Marcus; l'intrigante, isterica, interferente, arrampicatrice, stupida, avida (con doppia capriola finale) madre di Jenny, e, in absentia, la perfidissima madre di Nola (con triplo salto mortale anche lei). Parodistica risulta anche la figura dell'editore di Marcus, Barnaski, con la sua mania dei ghost writers, i suoi anticipi milionari e le sue piratesche strategie di marketing, e qui salta fuori il discorso più irritante, o divertente, a seconda dei punti di vista. Divertente per involontario umorismo: perché il modo come è presentato lo scrittore, anzi gli scrittori, è a dir poco caricaturale. Sia Harry che Marcus a un certo punto della loro vita decidono di scrivere un grande romanzo. Proprio così. Vanno a passare qualche mese in New Hampshire con questo intento, e entrambi naturalmente ci riescono, almeno in apparenza. 

L'unico valore riconoscibile è quello economico: il numero di copie vendute, l'anticipo, il guadagno, e non parliamo di bruscolini ma di milioni di dollari (l'anticipo di Barnaski a Marcus). E il successo: ma davvero a New York fermano gli scrittori di un unico libro al Central Park per fargli i complimenti, o si siedono al loro tavolo da McDonald's per chiedergli notizie del prossimo libro, annunciato ma non ancora uscito? e i benzinai li riconoscono da una quarta di copertina? E gli abitanti di Aurora sono così scemi che, saputo che un'abitazione locale è stata affittata da uno scrittore, danno per scontato che sia un grande scrittore famosissimo e ne fanno una delle glorie locali? Insomma, siccome l'ironia non alberga in queste pagine, alla fine tutto pare un'enorme parodia.        
Per non parlare delle incongruenze, o ingenuità, se vogliamo essere buoni. Qualche piccolo esempio. Massima cura di Harry e Nola è non far scoprire la loro relazione che sarebbe uno scandalo per la minore età di lei, ma passano una settimana in albergo a Martha Vineyard: lì nessuno gli chiede i documenti né si insospettisce? E quando Nola è in clinica, Harry può entrare indisturbato a spiarla e lasciarle bigliettini sul cuscino. O l'amicizia ferrea e il debito di riconoscenza che lega Marcus a Harry, così forte che quando finalmente agguanta il successo con il primo libro (di cui non ci è dato sapere neppure di che cosa parla) si dimentica di chiamare il suo mentore per più di un anno. O la collanina perduta che salta fuori all'ultimo momento in puro stile CSI, l'indiziato di rapimento e stupro che scopriamo essere gay proprio al minuto dell'incriminazione... ma non voglio infierire, perché l'autore implicito che ne viene fuori, cioè Joël Dicker medesimo, alla fine risulta simpatico, uno che si impegna allo stremo per scrivere il best seller seguendo tutti i trucchi e i tic che ha studiato diligentemente (e ci è riuscito infatti!), ma non ha pelo sullo stomaco, è trasparente. 

Poi, e non ditemi che sono fissata: nemmeno una parola sul sesso, che pure si può immaginare sia un notevole incentivo per Harry, e un terreno da esplorare per Nola; insomma un elemento, molto importante in qualsiasi storia, a maggior ragione fondamentale in questa vicenda in cui un trentaquattrenne si innamora ricambiato di una quindicenne, in modo esaltato e totale. A parte un episodio del tutto ridicolo in cui alla povera Nola si attribuisce una grottesca machiavellica seduttiva da Mata Hari (ma forse anche questa è la voluta soddisfazione di un american dream) e che non coinvolge Harry, la nostra coppietta del ti amo da morire è pura siccome un angelo. Perché, poi? Forse negli USA il sesso non vende bene? Non direi, per quel che ne so. Oppure a Ginevra si usa così... paese che vai, usanze che trovi. Io comunque ho aspettato fino a pagina 784 una rivelazione, un colpo di scena che mi spiegasse l'omissione, ma La verità sul caso Harry Quebert si conclude senza nemmeno una copula, mannaggia. 

La bella traduzione è di Vincenzo Vega.

Avrei ancora da dire moltissime cose (ho preso una marea di appunti mentre leggevo) ma mi accorgo che ho scritto veramente troppo su questo libro. In una cosa sono d'accordo però con l'autore: si può sempre scoprire qualcosa di nuovo ripensando al passato. Scoprire verità dopo trenta, cinquant'anni, che rivoluzionano il punto di vista, cambiano tutto, la storia come le storie. E quasi mai in senso positivo.            
 

9 commenti:

Massimo Citi ha detto...

Scrittori digeribili per una narrativa a perdere... Ma chi avrà ancora voglia di leggere con autori del genere?

Fumetti di Carta (Orlando Furioso) ha detto...

...però Twin Peaks, il serial, te lo consiglio!
Una cosa così non l'ho mai più vista.
...Che detta così può sembrare una minaccia :)
No, a parte gli scherzi: per me quella serie tv merita almeno una possibilità ;-)
Ciao!
O.

consolata ha detto...

@Massimo: Tu pensi? ma io ho sentito parecchie persone cui è piaciuto. Non è che la mia opinione sia il vangelo. Inoltre io non credo che siano i bravi autori a far venir voglia di leggere, anzi... sono convinta che tanti leggono solo perché trovano dei libri poco problematici, e se non li trovassero abbandonerebbero l'impresa. @Orlando: figurati! Twin Peaks non l'ho visto solo perché all'epoca non avevo la televisione (pura e dura e troppo pimpante per avere tempo per la tv), mica per snobberia. Nulla è al di sotto di me! e mi è sempre rimasta la curiosità per Laura Palmer e i fatti suoi.

Massimo Citi ha detto...

Azz... Hai maledettamente ragione. Fatto si è che ho preso in mano più volte il libro di Dicker e l'ho posato senza mai acquistarlo. Ma hai ragione: senza un autore che faccia esattamente ciò che il lettore si aspetta è probabile sarebbero in molti a smettere di leggere. Il che è ancora da dimostrare sia una sciagura.

consolata ha detto...

È la democrazia letteraria, baby. Pochi leggono, pochi libri necessari e un po' difficili. Tutti leggono, molti libri facili e inutili e intercambiabili e soprattutto prevedibili. Tutto sommato preferisco la seconda. Si può sempre esercitare la facoltà di scelta.

consolata ha detto...

Speciale per Massimo: non ti dirò di leggerlo data la mole e l'effettiva inconsistenza, ma La verità sul caso H.Q. è interessante perché dà una rappresentazione mitologica dello scrittore di successo (notorietà hollywodiana, televisione, frequentazione di vip, feste e soprattutto tantissimi soldi - il protagonista, dopo un solo libro, prende casa, studio e segretaria a Manhattan, suv, e via dicendo) e dell'editoria dove si ragiona a colpi di milioni di dollari e milioni di copie su libri ancora non scritti e commissionati al succitato esordiente, l'unica cosa importante è il marketing, il libro in sé non conta niente infatti alla fine c'è uno scambio di libri tra autori che significa "questo o quello per me pari sono, l'importante è che ne abbiamo pubblicato uno a testa". Non ho insistito su questo aspetto perché non so - forse in America è proprio così. O forse è fantasy, SF applicata al mercato editoriale... o forse è come il pubblico si immagina che sia? Comunque, a me è parso meno realistico della Divina Commedia (si parva licet).

Massimo Citi ha detto...

Questo riguarda solo marginalmente l'editoria italiana, dove gli autori famosi e ricchi si contano sui dito di una sola mano. Che il mercato americano sia anche così lo sappiamo dai tempi del buon Schiffin.... I libri considerati come promessa di ulteriori, interminabili incassi: ne ho letto e non li considero un esempio di biblio-sf. Ma parlando di cose "serie", mi presti la rece per LN?

consolata ha detto...

The rece is yours!

Massimo Citi ha detto...

Ne approfitto immediatamente. Smack!