sabato 17 gennaio 2015

Viaggiare e scrivere, scrivere è viaggiare: il viaggio e la parola (e una botta di narcisismo)

Parangtritis, Giakarta, Indonesia

Il viaggio ha avuto e continua a avere molta importanza nella mia vita e di conseguenza nella mia scrittura e nei miei libri. Prima viene la lettura, poi il viaggio, inestricabilmente collegati dal fascino delle parole, e di lì poi arriva la scrittura.

Infanzia, l’India.
Per molto anni per me il viaggio è stato sogno. Non era come adesso che i bambini a pochi mesi sono già stati in tutto il mondo. Sono stata per la prima volta all’estero che avrò avuto dieci undici anni. Però ancora prima che imparassi a leggere, mio padre faceva con me un gioco che mi ha segnata: facevamo dei viaggi sull’atlante. Mi faceva vedere la carta, i paesi, mi raccontava le cose che c’erano, le abitudini, quello che aveva imparato dai libri, perché era un grandissimo lettore ma non aveva viaggiato affatto. Di qui, e dal fatto che mi leggeva i libri a alta voce o mi faceva vedere le figure, derivano i miei due grandi amori: la lettura e i viaggi. I libri sono stati i primi veicoli della mia immaginazione e dei miei viaggi.
Puri, Orissa, India

Tra i libri che hanno abitato e riempito la mia infanzia abbastanza solitaria e piena di preziosi tempi morti, fondamentali sono stati quelli di Salgari. Questo autore che aveva una fantasia sterminata e pochissima esperienza dei luoghi, ha saputo infondere nei suoi libri un senso di meraviglia, di stupore, curiosità, lontananza, che non è solo banale esotismo. Di Salgari ho letto tantissimo, sono stata talmente innamorata del Corsaro Nero che quasi non riuscivo a dirne il nome a alta voce, mi ricordo brani interi. Ma quello che mi ha veramente segnato sono stati Tremalnaik e i misteri della giungla nera. L’India. Kammamuri il fedele maharatto, i thug, il tempio della dea Kali in mezzo alla giungla, la sacerdotessa folle, i Sunderbans eccetera. E poi le parole. Il babirussa, l’albero del pane, il mango dal gusto di mille sorbetti, il ramsinga, il kriss, il sampan… Ho sempre amato molto le parole, proprio in quanto tali, non per ciò che rappresentano. Non mi importa tanto sapere com’è fatto veramente un babirussa o a che cosa serve il ramsinga, ma quelle due parole mi appagano proprio di per sé. E quando sono finalmente andata in India la prima volta sono rimasta senza parole: c’era tutto quello che diceva Salgari. Gli avvoltoi spazzini delle città, i vicoli di Benares, le pire fumanti, tutto. Sono i thug non li ho visti anche se sono andata nella loro città, Jabalpur. Comunque, l’India è presentissima nelle cose che scrivo. Rappresenta la lontananza, e la diversità. È diventata una delle mie patrie d’elezione. Mi ha ispirato tantissimo. C’è in D'amore e no, Il gioco della masca, Est di Cipango, Irene a mosaico, Lei coltiva fiori bianchi, Alcune ipotesi di vita al femminile.

Puri, Orissa, India
Mezza Anguria.
Un buon esempio è un racconto che appare nel volume Il gioco della masca. È la storia di un mendicante, Mezza Anguria, detto così perché ha la faccia invasa da una massa di carne che gli divora i lineamenti, e essendo così spaventoso paradossalmente come mendicante ha molto successo. È anche la storia di un suo amore disperato e assoluto per una ragazza che non può ricambiarlo anche se lo sposa. Questo racconto è nato dal fatto che una sera alla stazione di Delhi, aspettando che il mio treno partisse, sono andata a un teastall dove c'erano due tizi che chiacchieravano amabilmente bevendo un tè. Uno aveva una voce raschiante, quasi un rantolo. Quando l'ho guardato ho visto quello che sarebbe diventato Mezza Anguria, un viso mostruoso e un comportamento del tutto normale. Giunta a Ajmer, nel Rajahstan, l'ho incontrato nuovamente. Chiedeva l'elemosina fuori dal Dargha, un centro di pellegrinaggio musulmano molto frequentato. E' scattato qualcosa, ho cominciato a pensare: come può vivere una persona così? Così è nato il racconto di Mezza Anguria. 

Fece amicizia con i facchini scalzi dalle belle giacche rosse che passavano le giornate seduti sui gradini della stazione in attesa di viaggiatori cui strappare valigie e bauli, e da loro imparò tutti gli orari dei treni in transito. Con una piccola mancia all'incaricato di ritirare i biglietti ottenne l'accesso ai binari ogni volta che voleva, saliva sui treni durante le lunghe soste, o passeggiava lungo i vagoni di prima classe chiusi a chiave, spingendo la faccia contro le reti metalliche e le sbarre che difendevano i ricchi. I treni gli rendevano bene; in genere gli bastava mostrarsi per ottenere il pedaggio che avrebbe liberato i viaggiatori dalla sua presenza, ma se qualcuno riusciva a voltare la testa fingendo di non averlo visto, una litania di preghiere e benedizioni recitate con la sua voce innaturale otteneva l'effetto voluto. [...]
Se poi riusciva, dopo averli spaventati a Delhi, a sorprenderli ad Ajmer affacciandosi ai finestrini con l'impercettibile stiramento della fessura che era tutto il suo sorriso, quelli sganciavano biglietti da dieci o venti rupie immediatamente, nell'illusione di poter così dimenticare ciò che i loro occhi increduli avevano visto loro malgrado. (Dal racconto Mezza Anguria, in Il gioco della masca).


Samotracia (Grecia) vista da Gokceada, Turchia
Scrivere per impossessarsi dei luoghi, la Grecia.
Anche quello verso la scrittura per me è stato un lungo viaggio di avvicinamento. Il primo racconto che ho scritto, nel 1982, si intitola: Quattro storie di viaggio. Immagino che quattro viaggiatori occidentali solitari si trovino la sera in un losmen in Indonesia, fa caldo, non c’è l’elettricità, intorno c’è la notte nera, solitudine, insetti. Uno comincia a parlare, racconta il motivo per cui si trova lì da solo, poi a uno a uno ognuno racconta quel pezzo di storia che giustifica il suo essere lì, un momento che compendia tutta la sua vita. La mattina dopo non si salutano nemmeno, e ognuno riprende la sua strada. Ero appena tornata da un viaggio in Indonesia. Adesso certamente non mi riconosco più nel modo in cui l’ho scritto, ma i temi mi appartengono.
A me piace viaggiare per catturare i luoghi, le atmosfere. Scriverne è un modo per riviverli e anche per impossessarmene definitivamente. Da luoghi di tutti, diventano luoghi solo miei.

Quello che per me è stato il primo paese dell’immaginario che ho conosciuto, in cui ho viaggiato di più, da quarantacinque anni quasi ogni anno, è la Grecia. La conosco bene, è la prima delle mie due patrie d’elezione, cui si è aggiunta l'Anatolia su cui però non ho mai scritto, non so perché. Ma mentre l’India è grande, lontana, difficile, oscura e spaventosa, la Grecia è vicina, familiare, sorella, facile. Eppure la maggior parte delle cose che ho scritto sulla Grecia sono legate a argomenti oscuri. Vi ho ambientato storie di fantasmi, di potenze magiche, di miti spaventosi, rivisitazioni di fiabe cruente, non so perché. Forse sotto la solarità classica ci ho sempre visto la prevalenza dell’Ade. Quando mi hanno chiesto di partecipare a un’antologia di racconti scritti da donne ispirati ai temi di Lovecraft, mi è venuto spontaneo ambientare la mia storia in Grecia. Si chiama Resurgam, e si rifà sia a miti classici che a quello della Grande Madre mediterranea. La Grecia è presente in Est di Cipango, Irene a mosaico, Il cuore in ballo, Racconti fantastici e del limite, e soprattutto Gli anni al sole che è ambientato per la maggior parte a Chios. L’altro aspetto per cui la Grecia è molto presente è, ovviamente, il mare.
Milos, Grecia

A che cosa serve il viaggio. 
Vorrei aggiungere una cosa: quando parlo di viaggio in questo contesto, bisogna dimenticare i significati di vacanza, relax, distrazione, riposo o insomma tutti i sinonimi che si danno al viaggio in questi giorni di pacchetti vacanze dall’altra parte del mondo. Io mi riferisco al viaggio come spostamento, spaesamento, allontanamento da quello che costituisce la nostra vita quotidiana, ma anche dai problemi, i pensieri dominanti, quando facendo tabula rasa ci si dimentica di noi stessi, e ci si apre a quello che ci circonda. Ci si presenta al mondo solo con la nostra faccia e un passaporto, magari anche una carta di credito, ma comunque nessuno ci conosce. Il contrario del famigerato lei non sa chi sono io: nessuno sa chi sono io. 

A che cosa serve insomma il viaggio, se lasciamo a parte il viaggio-divertimento di massa, il viaggio-pacchetto vacanze? Secondo me, prima di tutto a imparare. Chi viaggia deve per forza rendersi conto che ci sono altre vite, altre culture, altre realtà, che lui e la sua piccola vita non sono l’ombelico del mondo. (Naturalmente c’è chi viaggia per trovare conferme a quest’idea, ma qui non ce ne occupiamo). Il viaggio è andare dove non si trova niente di quello che c’è a casa, serve a imparare la differenza e la mancanza. A aprire i sensi a odori, sensazioni tattili, concetti di bellezza diversi da quelli cui si è abituati. Apprezzare di più quello che si ha, al ritorno. Poi serve a fare incetta di cose da sognare al ritorno.
Puri, Orissa, India

Serve anche a ricordare che non per tutti il viaggio è privilegio. Quando ci si sente un po’ persi, un po’ oppressi dall’eccesso di cose ignote, di odori estranei, dalla difficoltà di comunicare con persone che non parlano come noi, non pensano come noi, è un buon esercizio riflettere sul fatto che il mondo è pieno di persone che vivono le stesse sensazioni non per divertimento ma per necessità. Persone che non hanno in tasca il biglietto di ritorno, e devono adattarsi alla svelta, o imparare a convivere con il disagio, la paura, l’estraneità, l’isolamento. E come abbiamo dovuto imparare noi negli ultimi anni, persone per cui il viaggio e il mare sono rischio e morte, fuga e dolore, strappo e separazione, senza ghirlande di fiori all'arrivo né drink di benvenuto.
  
La sorpresa è che sovente il paese narrato che si ritrova nelle mie parole è completamente diverso da quello che hanno visto i miei occhi. La parola mi aiuta a vedere meglio. Comunque devo conoscere quello di cui parlo, non tanto la storia ma l’odore, il colore, la temperatura di un luogo mi servono per parlarne. Non potrei scrivere una storia ambientata in un paese che non conosco perché per me il racconto non nasce dalla ricerca ma dall’esperienza sensoriale dei luoghi.
Benares, Uttar Pradesh, India

Viaggiare restando qui: Bolzaretto Superiore.
Una cosa molto importante, cui tengo molto, e che ho imparato con il tempo, è questa: viaggiare non significa andare lontano ma guardare intorno a sé con occhi diversi, cercando la distanza e soprattutto la peculiarità dei luoghi. Quello che c’è qui e non altrove. È bellissimo viaggiare così nei posti vicini, anche quelli che conosciamo già. Bolzaretto Superiore, un paesino immaginario dalla collocazione geografica precisa, è un altro dei luoghi fondamentali del mio immaginario. Si trova nel triangolo compreso tra Polonghera, Faule e Moretta, e ha caratteristiche di tutti e tre i paesi. E' nato, per me, una volta che mi sono fermata a bere qualcosa in un bar di Carignano e la prima storia che vi ho ambientato è La vera prova dell'esistenza di Dio. È presente in D'amore e no, Il gioco della masca, Est di Cipango, Ragazza brutta, ragazza bella, Trilogia delle donne virtuose, La ragazza in tailleur rosso fuoco, e Il cuore in ballo dice la parola defintiva su Bolzaretto Superiore. I piccoli spostamenti domenicali intorno a Torino mi hanno dato tanto quanto un viaggio in Tibet. Il viaggio è più negli occhi che nei piedi.

A me piace più viaggiare guardando che entrando proprio nelle cose. Questa ovviamente è un’opinione, una
Benares, Uttar Pradesh, India
questione di carattere. Non mi piace essere portata in giro né che mi spieghino troppo. Preferisco perdere qualcosa che sentirmi dire che cosa devo guardare e perché.
Quando si viaggia è indispensabile la curiosità, non necessariamente l’empatia. Quello che si vede può anche non piacere. Quando qualcuno mi chiede dove sono stata di ultimo (e magari la risposta è l'Albania, il Kosovo, il Montenegro, o altri posti poco appetibili turisticamente), la seconda domanda è immediatamente: bello? ti è piaciuto? Molte volte dovrei dire no, non tutti i posti sono belli, ma non mi importa granché. Io viaggio per vedere posti, non posti belli, è molto differente. 

6 commenti:

emilia cirillo ha detto...

che bello leggerti! Queste botte di narcisismo fattele venire più spesso. Mi hai fatto viaggiare anche a me. E poi sai che adoro Mezza Anguria!Un bacione

Fumetti di Carta (Orlando Furioso) ha detto...

Bellissimo questo post.
Detto da uno cui pesa persino arrivare fino in centro città...
Però viaggio con la mente, grazie ai libri. Ultimamente grazie soprattutto ai tuoi libri, che adoro (e rispetto ai quali ho appena scoperto di non possederli tutti!).
Grazie.
Un abbraccio
Orlando

Massimo Citi ha detto...

Io dovrei dire che viaggio per vedere luoghi suggestivi, senza un accidenti di essere umano che mi disturbi. In sostanza per sottolineare la mia solitudine. Il che non è bello. Ma ti ringrazio per il tuo "viaggio" virtuale. E comunque io adoro Mezza Anguria.

consolata ha detto...

Secondo me il viaggio è una delle cose più personali che esistano, infatti la scelta del compagno di viaggio è fondamentale... ovvio che se le finalità sono diverse, può essere un disastro. Come sempre, bisogna conoscere se stessi per conoscere posti nuovi. @Emilia, @Orlando, @Massimo, magari non faremo mai un viaggio in India tutti e tre, ma abbiamo fatto un sacco di viaggi insieme nei libri che amiamo. E' molto. E Mezza Anguria ringrazia dell'amore che ricambia.

Romina Tamerici ha detto...

Nella mia vita ho viaggiato finora troppo poco...
Mi piace come hai saputo fare tesoro di ogni esperienza.

consolata ha detto...

Anche senza muoversi, si può viaggiare dentro di sé... ho detto una banalità? Scusa @Romina, però ci credo. Soprattutto credo che ogni esperienza sia valida, ma nessuna sia obbligatoria. Grazie per avermi letto.