sabato 30 novembre 2013

Il 2000: sembrava una data così fondamentale, e chi se la ricorda più?


Un altro breve racconto, per la semplice ragione che gli ultimi libri che ho letto non mi sembrava che valessero lo sforzo e la fatica di scrivere una recensione. Così per non lasciare del tutto inattivo il blog ho ripescato un'altra cosa brevissima scritta per il Capodanno del 2000.
                                                                 
NON PIÙ MILLE
La donna camminava lentamente facendo dondolare con una mano un parasole di seta color crema. Portava un abito scollato di pizzo nero e tacchi altissimi che la facevano barcollare. Mi chiesi come potesse sopportare il gelo della notte invernale. Vista da dietro, la sua figura sottile faceva pensare a una giovinezza inoltrata e un’espressione meditativa. Quando la superai e mi volsi a guardarla, vidi invece che era quasi vecchia e sotto alle spesse lenti da miope piangeva lacrime così brucianti da esalare vapore. “Non si sente bene? Le serve qualcosa?” le chiesi. Non è mia abitudine rivolgere la parola per strada a donne sconosciute, ma quella era una notte speciale, sembrava che tutti conoscessero tutti e parlassero con tutti. Lei scosse il capo, forse non mi vide nemmeno, tra il buio, le lenti e le lacrime. Non insistetti, perché ero in ritardo. Viola, vestita di lamé d’argento, mi aspettava nella baraonda della sua casa profumata di fiori e frizzante di champagne, calda di cibo, vibrante di musica e dell’allegria di chi in quel momento stava pensando: “Purché mi basti il fiato ancora per tre ore, due ore, un minuto, dong! Mezzanotte!”. Nella strada non c’era più nessuno. I caroselli con il claxon schiacciato, le urla ubriache, i fuochi artificiali e gli spari sarebbero cominciati dopo, nel nuovo millennio. Mi volsi ancora a guardare la donna. Si riparava sotto il parasole per difendersi dai primi fiocchi lenti e radi. Quando mi aprì la porta, Viola aveva in mano una coppa piena di vino e due orchidee bianche dietro all’orecchio. Mi baciò sulla bocca e disse: “È bello essere insieme stanotte”. Gli amici mangiavano e si scambiavano brandelli di ricordi, dichiarazioni d’amore, e nomi, sfilze di nomi di assenti lontani spariti defunti. Viola mi teneva per mano come se avesse paura che d’improvviso mi sarei buttato dalla finestra, spalancata per fare uscire il fumo. Trascinandomela dietro, mi affacciai a guardare in strada. La donna in nero era sul marciapiede di fronte, avanzava piano piano nel vortice di fiocchi bianchi stringendo il parasole con entrambe le mani. “La neve!” gridò qualcuno, spingendomi via. A mezzanotte le coppe scintillanti volavano l’una verso l’altra in brindisi storditi, su tutti i volti splendeva il sollievo: “Ce l’abbiamo fatta! Siamo qui, siamo vivi, noi, i privilegiati, abbiamo piantato solidamente un piede nel 2000, alla faccia delle persone care o dei nemici caduti per strada!”. Ballai un lento con Viola, sussurrandole nell’orchidea ciancicata parole d’amore che non avevo mai saputo prima. Verso l’alba uscimmo. Nevicava fitto e quel bianco intatto era più eccitante dello champagne. Tutta la città era per strada, solo i malati e i troppo vecchi erano rimasti nelle loro tane calde a leccarsi le ferite. Certo qualcuno stava morendo, felice di avere comunque varcato la soglia fatidica o incosciente del giorno e dell’ora. I fuochi d’artificio scoppiavano anche se la neve li spegneva prima che potessero levarsi nel cielo giallognolo. Ebbi la visione di tutto il pianeta che brindava, ventiquattr’ore di tappi che saltavano, baci distribuiti a casaccio o con intenzione, coppie che copulavano per inaugurare il millennio, bambini che nascevano al momento giusto, un caos di vita e di morte che festeggiava un evento insignificante, un giorno di più per il mondo, uno di meno per noi sopravvissuti. Per un attimo mi parve di riconoscere la donna in nero appoggiata a un lampione, con un bicchiere in mano e un braccio che le cingeva la vita. Poi la folla si mosse e non la vidi più. Tornai a casa con Viola per fare l’amore, ma eravamo così ubriachi che ci addormentammo vestiti nella luce sporca del mattino. La sera, la neve era già sciolta.     

martedì 12 novembre 2013

Un racconto sul tempo e sulle feste, almeno credo.


CENTO DI QUESTI GIORNI

Eh quanta gente! Siete sicuri di essere venuti nel posto giusto? Cercate proprio me?
La festa, la festa, che festa volete farmi? Ma fatemi il piacere! Ma non parliamone nemmeno! Non voglio nessuna festa. Lo so benissimo che stasera a mezzanotte compirò cento anni. Vi sembra una cosa da festeggiare?

Piuttosto, non potete liberarmi da quei tipi della televisione, ragazzotti con la coda di cavallo e giovanotte aggressive che quasi mi infilano il microfono in bocca, che mi tormentano da stamattina? Nonna Marianna mi chiamano, e la cosa mi fa arrabbiare perché non sono nonna di nessuno, ma non dico niente, chi mai ci può parlare con simili energumeni?
Va be’, grazie mille. Siete ben gentili a esservi presi tutto questo disturbo. Mi dicono che il mondo là fuori è impazzito per questo Capodanno del 2000. Non era meglio se andavate a ballare con i morosi e le morose? Tanto io vado a dormire presto. Però adesso smettetela con la storia del compleanno.
 Mi viene da prendermela con mia madre, anima santa, che mi ha fatta nascere proprio allo scoccare del secolo. Già lei mi raccontava che, nel paesino di montagna dove aveva partorito nella stalla per trovare un po’ di caldo, tutti mi chiamavano “la figlia del secolo”. Non immaginava certo che sarei vissuta cent’anni! Cent’anni sono troppi per chiunque. I primi venti faticosi, dieci meravigliosi, dieci di sofferenza ignobile, quindici di ricostruzione, quindici di serenità, dieci di rassegnazione, venti di felicità pura perché sopravvivevo, perché ogni mattina ritrovavo il respiro e la luce e il piacere di prendere un caffè. Tre figli con due uomini diversi e nessun nipote. Ma potevo raccontare questo ai ragazzotti e alle giovanotte? No di certo. Per cui, ho sorriso alle domande sceme, ho ringraziato per le mentine, e mi sono tenuta dentro tutto quello che a loro non interessa. Loro vogliono sentirmi dire “Sì, sono felice, sì i miei tempi erano diversi, sì, è una grande emozione vedere l’alba del nuovo millennio.”
Ho visto due guerre, il fascismo, la guerra fredda, lo sbarco sulla Luna, il crollo del muro di Berlino. Sì, certo, sono informata. Perché non dovrei? Ma chi se ne frega del nuovo millennio. Cambierà qualcosa per me, domani? Dovrò sempre chiedere aiuto per andare al gabinetto, sottopormi alle visite noiose di chi vuole sapere come va la pressione, sopportare i vezzeggiativi e le vocine artefatte delle gentili infermiere che mi lavano, mi voltano, mi imboccano, mi infiocchettano e mi rincalzano le coperte come se fossi il Bambin Gesù nella mangiatoia.
Voi invece ragazzi mi siete proprio simpatici. Be’, per me siete tutti ragazzi, è normale. Ma come vi è venuta l’idea di una festa in questo posto così triste? Lì per lì mi avete presa alla sprovvista, però adesso sono molto contenta.
Che buone cose avete preparato, che bella tovaglia, che festoni allegri. Una fetta di torta sì, volentieri. Un dito di spumante, certo. Davvero è champagne? Ma chi lo paga? Anche la trombetta! Quella no, per piacere, e nemmeno il cappellino di carta. Non siamo mica in un telefilm americano. Bella roba da offrirmi, il torrone! Scherzava? Uno scherzo scemo, se lo lasci dire. Senza offesa. 
Un reperto archeologico, ecco che cosa sono per quei lì che volevano parlarmi, intervistarmi, interrogarmi. Loro vedono solo l’involucro, l’esterno così cambiato, non capiscono niente di quello che c’è dietro. Io invece sono una persona, e la cosa più importante che mi resta è la dignità. Sono una donna che ha molto vissuto e molto amato, è stata molto amata, ha assistito costernata alla rovina del proprio corpo, ha dovuto accettare, accetta, ma non dimentica. Se avessi detto a quel ventenne sprizzante di ormoni con la sua telecamera in spalla che ancora ricordo una notte di luglio con Alberto, l’odore del mare e il tocco delle sue mani, si sarebbe fatto il segno della croce e sarebbe fuggito via come davanti a un’indemoniata.
La musica sì, quella mi piace. Con Alberto andavamo all’opera, quando avevamo i soldi. Come faceva quell’aria? “Su brindiamo nei lieti calici che la bellezza infiora…”. Proprio adatta a questa bella festa. Peccato che non abbiate il disco, o il compact, o quello che si usa adesso. Anche questa canzone va benissimo. Non la conosco, ma è carina. Belle le parole.
Non ho raccontato niente a questi sani ragazzi brufolosi. Non sapranno mai che quando Alberto morì io mi tagliai le vene, per dieci anni lo invocai ogni notte mordendo le lenzuola bagnate di lacrime, poi ritrovai la voglia di vivere perché un altro uomo mi desiderava, e io accettai il suo amore per rinascere. Non racconterò le discussioni appassionate con gli amici, l’occhio aperto sul mondo, i dubbi, i mille interrogativi che hanno accompagnato la mia vita.
Il sindaco! Con tutto quello che avrà da fare! E io che non mi sono nemmeno cambiata. Rose rosse, per me? La pergamena del comune? Un bacio del sindaco, che onore! Fa sempre piacere un bacio da un bell’uomo. Le foto però non mandatemele, è tanto che non sopporto più di vedermi in fotografia. Come siete tutti gentili! Ma grazie, che bei regali. Uno scialle, un plaid, una sciarpa! Ma qui non fa mica freddo, sapete. Non risparmiano sul riscaldamento. E poi, verrà pure l’estate.
Mi viene un po’ da piangere. Il sindaco non l’avevo mai visto da vicino. Tutta questa gente così gentile, con i vestiti da sera, che trova il tempo di venirmi a salutare! Poi andrete a divertirvi in qualche bel locale, spero.
Non state a farmi tante domande. Non sono saggia. Sono solo vecchia, ecco tutto. Ero bionda, sì, quando avevo i capelli. E avevo mani morbide labbra rosa e gambe lunghe. Già, quella sono io a vent’anni con Alberto, il giorno del nostro matrimonio. E lì sono con Luigi e i miei figli, in ferie al mare. Ho anche lavorato, certo. Stiratrice, commessa di panetteria, cameriera d’albergo, cose così. Sono nata povera e non ho studiato. Ma non sono scema né ignorante.
Soprattutto non sono in pace solo perché gli anni sono passati, tanti, crudeli o gioiosi, perché la mia pelle è rugosa e gli occhi lacrimano. Dentro sono sempre la stessa. Mica solo l’amore ricordo, i due uomini che ho amato e i pochi altri con cui ho diviso una notte o una settimana. Ho avuto tre figli, e nessuno è stato fortunato. Il primo me l’hanno ammazzato i fascisti da partigiano, il secondo è scampato alla guerra ma è morto in fabbrica sotto a una pressa, e Maria, la più piccola, l’ho vista con questi occhi piangere e torcersi dopo un aborto che non mi aveva confessato. Forse non sono stata una buona madre per lei, se no avrebbe avuto più fiducia in me e non sarebbe morta senza avere il tempo di dirmi chi aveva amato. Ma nel mio stanco ventre avvizzito, tradito dal tempo contro la mia volontà, sento ancora il peso di quei tre figli tanto attesi e voluti, che mi hanno lasciata sola a trascinare la maschera ambigua e umiliante della vecchiaia. Troppi funerali ho visto nella mia vita, troppe tombe aspettano i fiori che non ho più la forza di portargli. Ma non ho dimenticato i miei morti, credetemi.
Adesso vi racconto una cosa che vi sembrerà strana. Certe volte, la mattina, quando mi lavo la faccia, non posso proprio fare a meno di vedermi nello specchio. Non lo faccio volentieri, credetemi. Eppure, se mi guardo bene, vedo la stessa Marianna di sempre. Gli stessi occhi allegri che vedo da cent’anni, lo stesso naso troppo lungo, le fossette se mi sorrido. Ma se invece intravedo per caso la mia immagine riflessa nel vetro della finestra mi pare di vedere mia madre. Mi pare di muovermi come lei, di avere le stesse espressioni, e mi impressiono. Dicono che succede a tutti, invecchiando. Io comunque preferisco sempre non vedermi per niente.
Mi fa ridere l’idea di apparire in televisione proprio adesso che la mia faccia fa senso a vederla. Eh da giovane ero vanitosa, mi piaceva essere guardata, mi piacevano i complimenti, e dire che Alberto era gelosissimo, e anche Luigi, che quando stavo con lui non ero più tanto giovane. Ma naturalmente allora la televisione non c’era.
Però, a quelli lì non ho raccontato che non ho dimenticato niente. Ho cent’anni, sono diventata un personaggio da fiaba, e come tale mi comporto. Chiedete, ragazzi. La nonnina crollerà il capo candido sorridendo, dirà che tutto era diverso ai suoi tempi, la gente era buona, la vita semplice, il mondo comprensibile e amichevole. Come se fossi nata centenaria, come se il fatto che ora sono vecchia avesse cancellato tutto il resto della mia vita. Ma che cosa credete che si vivano a fare cent’anni? Davvero pensate che io non abbia mai bestemmiato, che non mi sia mai sbronzata, non sia mai stata piegata, travolta da un orgasmo, innamorata e pronta al delitto per vivere il mio amore, invidiosa, gelosa, cattiva, furiosa per la politica e capace di barare a poker, davvero credete di essere i primi a vivere?
Ma fatemi il piacere. Chiedete alle vostre nonne. Prima di diventare vecchi si è giovani, tutti quanti, mentre il contrario non è certo.
Grazie, grazie a tutti. Che bella festa. Per un attimo mi è sembrato che fossero qui anche Alberto e Luigi, lì vicino alla finestra, sorridenti. Mi vien da ridere! Pensate se avrebbero mai potuto starsene vicini calmi e tranquilli. Si sarebbero pestati a sangue, si sarebbero cavati gli occhi a vicenda. Ma per fortuna non si sono mai incontrati in vita.
Voglio dormire un po’, ma grazie ancora.
Ci vediamo l’anno prossimo, se ve ne ricorderete.

sabato 2 novembre 2013

Che cosa c'è di più bello che mettersi comodi davanti al fuoco e raccontarsi storie paurose? Maria Tarditi, Storie di masche

Oggi do un consiglio di lettura che non è valido per tutti. Diciamo che è assolutamente inadatto a chi pensa che tutto quanto non è McCarthy, Lansdale, Roth, Franzen, D.F.Wallace, ecc ecc, non vale la pena di essere letto. Bisogna anche non vergognarsi di avere delle radici, e un'identità abbastanza forte da non averne paura. Cioè, detto in soldoni, non bisogna avere paura di passare per leghisti se si legge un libro che parla del passato contadino nelle Langhe più per il piacere del ricordo, della rievocazione, che per fare letteratura alla Fenoglio o documentare la sparizione di un mondo alla Nuto Revelli. E, piccolo inciso, approfitto dell'occasione per consigliare a gran voce quel libro meraviglioso e indimenticabile che è Il mondo dei vinti. Di Maria Tarditi so solo che è nata nel 1928 a Monesiglio nell'Alta Langa, ha sempre fatto la maestra elementare a Pievetta, vicino a Garessio, e ha cominciato a scrivere a settant'anni. Ha pubblicato una valanga di libri, tutti legati al suo ambiente di nascita e ai ricordi che ne ha conservato. Nel suo piccolo ha avuto un grande successo tanto che a un certo punto ha fatto il salto dall'editoria locale per essere pubblicata da Baldini e Castoldi. Io ho appena letto Storie di masche, e posso assicurare che dà assuefazione tanto che adesso sto leggendo La venturina. Sono sensibile all'argomento "masche" di cui ho scritto anch'io, con tutt'altra angolazione, che sono poi le streghe contadine del Piemonte, mezze guaritrici mezze povere disgraziate, le cui modeste stregonerie consistono per lo più nella trasformazione in animali minacciosi. Questo Storie di masche, però, ha qualcosa di miracoloso. Come dice il titolo è una raccolta di storie che riguardano sia le masche che le anime del Purgatorio (altri tipetti particolari che infestavano le campagne), qualcuna più originale qualcuna meno, e di ognuna l'autrice descrive il narratore e le circostanze della narrazione, ricreando così un'intera comunità, le usanze, i cibi, le attività, i colori, gli odori, le stagioni... E' un libro abbastanza corposo, sulle duecentocinquanta pagine, ma sarei andata avanti ancora per molto senza stancarmi. I grandi pregi di Maria Tarditi sono la sua umanità, la calda accettazione di quel mondo, l'occhio acutissimo per i particolari, la capacità di fotografare un personaggio in poche righe, la penetrazione psicologica sempre "agita" e mai "raccontata", la prosa vivace, semplice, mai stucchevole, precisissima nel lessico e di grande efficacia. Certo Maria Tarditi è una narratrice compiaciuta, le piace quello che racconta e lo racconta dal di dentro, senza mai prendere le distanze da quel mondo. Si può discordare da quest'approccio così acritico, si può desiderare un po' meno equanimità, un po' più di critica. Certo, è molto conservatrice, e in qualche momento questo può dare fastidio o far venire voglia di passare a letture più corpose e inquietanti. Ma è meglio sorvolare, e lasciarsi andare all'incanto di queste storie di un mondo sparito per sempre. Immaginare di essere vicino al camino acceso, con una voce dall'accento dialettale che accumula spavento su spavento, col profumo delle castagne brusatà e del vin brulè, mentre fuori il vento fa sbattere le imposte, senza vergognarsi, per una volta, di trovarsi in una situazione così poco cool.
Due parole anche sull'Araba Fenice, la casa editrice che ha pubblicato Maria Tarditi dai suoi esordi. Chiunque abbia mai messo piede in un mercato, una festa di piazza, un Salone del Libro o qualsiasi manifestazione di qualsiasi genere a Torino e generalmente in Piemonte, ha di certo visto un banchetto di questi meritevolissimi editori di Cuneo. Nata nel 1991, l'Araba Fenice si è coperta di meriti anche solo ripubblicando I sansussì di Augusto Monti e Il regalo del mandrogno di Ettore e Pierluigi Erizzo (se vi imbattete in questo romanzo non ve lo fate scappare! e mi sarete riconoscenti del consiglio). Ma tutto il suo catalogo è molto interessante. Pubblica Laura Trossarelli che ho più volte recensita su questo blog, e altri autori che vale la pena scoprire, oltre a libri sulla flora, la fauna, l'architettura del Piemonte. Io non resisto mai a quei banchetti, e libri dell'Araba Fenice ne ho a pacchi. In ogni caso il suo metodo di vendita capillare, la presenza assidua, il fatto che i venditori siano sempre cortesi e molto convincenti, ne fa secondo me una realtà del tutto particolare, cui auguro successo e lunga vita.