venerdì 31 agosto 2012

Per anglofili praticanti: Below stairs di Margaret Powell e altri consigli


Below Stairs, di Margaret Powell, è un libro autobiografico uscito nel 1968, in cui l’autrice racconta la sua vita di cuoca residente presso famiglie abbienti negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. Ebbe un grande successo in patria, ispirò serie televisive e film, tra cui in parte anche la fortunatissima (e davvero notevole) serie tv inglese Downton Abbey, che a ottobre tornerà in televisione con la seconda stagione. Margaret Powell, nata a Hove, in Gran Bretagna, nel 1907, iniziò a lavorare a quindici anni come sguattera di cucina, migliorò la sua posizione fino diventare cuoca, poi abbandonò la carriera per sposarsi con un lattaio con cui ebbe tre figli maschi. Durante la seconda guerra mondiale fu costretta a tornare a lavorare come domestica a ore. Più tardi, per poter condividere i discorsi dei figli che studiavano in scuole esclusive, si mise a studiare e pubblicò queste memorie che le dettero fama e denaro. Morì nel 1984. Recentemente (dicembre 2012) è uscita l'edizione italiana per Einaudi Stile Libero, con il titolo (che non mi pare granché) Ai piani bassi, con la traduzione di Carla Palmieri e Anna Maria Martini.
Per un lettore italiano, io penso, questo libro non risulterà così appassionante come per gli inglesi. La prima parte, che racconta un’infanzia povera in una famiglia numerosa, è francamente poco interessante per l’atteggiamento della scrittrice, del genere “ai miei tempi non avevamo la televisione ma ci divertivamo molto di più”. In controluce ci si legge anche una classe operaia molto diversa da quella italiana, con abitudini assai più sociali e emancipate, ma la miseria è brutta dappertutto e le storie di Margaret Powell toccano corde piuttosto conosciute. Man mano che la ragazza cresce e si addentra nella vita lavorativa, la sua coscienza di classe aumenta, e così pure il suo risentimento per le differenze economiche e soprattutto per l’ineffabile presunzione di superiorità dei datori di lavoro – si sa che gli inglesi non brillano per democraticità sociale né per semplicità nei modi. Le vicende specifiche, le condizioni di lavoro, i personaggi appena sbozzati sono molto meno interessanti, anche perché si sente che Margaret Powell non è una scrittrice, la sua maniera di narrare è piatta e un po’ noiosetta. Per intenderci, non è Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro. Comunque, un valore documentario ce l’ha, e piacerà soprattutto agli anglofili impenitenti che non si stancano mai di cene di sette portate e parafuoco di ottone lucidi. 
Consiglio di leggerlo insieme al Diario di una lady di provincia, di E. M. Delafield, del 1930,  uscito nel 2010 da Neri Pozza con la traduzione di M. Pareschi. Qui abbiamo la visione del mondo delle padrone di Margaret Powell, le signore capaci di vivere con grazia e grande scialo di sense of humour, understatement e chi più ne ha più ne metta, la loro situazione di privilegio mai messa in discussione. Il mondo è fatto così, a scale appunto, chi nasce lady può trovare il tempo, tra le mille incombenze della sua vita indaffarata, di vedere il mondo attraverso la lente dell’ironia, chi nasce cuoca è costretta a prendere tutto sul serio. Certo la lady di Delafield è divertente, si permette di essere blandamente eccentrica, sa quanto e come si possono infrangere le regole senza uscirne affatto, ride di se stessa, dei propri tic, delle proprie limitazioni, delle proprie insicurezze, tanto ha ben chiara la propria collocazione sociale che niente può mettere in discussione. Lettura che più leggera non si può ma molto efficace nel far sorridere di un mondo (credo) scomparso, dove lo snobismo era tale che la mancanza di denaro poteva essere oggetto di autoironia e, sotto sotto, di un certo autocompiacimento.
I due libri sono perfetti per gli anglofili desiderosi di prendere un tè con una gentildonna, servito da una cameriera in guanti bianchi. Chi ha apprezzato, che so, Gosford Park di Altman, si aspetti qualcosa di meno cattivo, di meno preciso, ma certamente più genuino: due libri che sono proprio stati scritti rispettivamente upstairs e downstairs. E non si perdano Downton Abbey, la serie più costosa della televisione inglese, con attori superbi, ambientazioni che fanno sognare e vicende appassionanti, sia ai piani alti che nel seminterrato.



martedì 28 agosto 2012

Stefania Bertola, Romanzo rosa



È dal 2009, anno in cui uscì La soavissima discordia dell’amore, che aspettavo con ansia un romanzo di Stefania Bertola, che mi diverte sempre senza farmi sentire minimamente scema a leggere, appunto, “letteratura rosa”. Il fatto è che Stefania Bertola è scrittrice molto intelligente e molto spiritosa, per cui i suoi libri sono tutto il contrario del tipo di romanzo di cui si parla nel titolo, cioè quei prodotti di serie sfornati da collane di grandissima diffusione (Melody, si chiamano nel romanzo, e non sarò io a fare il nome reale che viene subito in mente) per soddisfare lettrici affamate di romanticismo. E bisognose di sognare, per cui non vanno mai deluse né spiazzate. Qui si parla di un corso di scrittura organizzato al Circolo dei Lettori di Torino, in cui la famosa scrittrice Leonora Forneris insegna regole e misteri necessari per scrivere un Melody in una settimana, a quindici allievi speranzosi di poterla un giorno emulare. La protagonista è Olimpia, cinquantottenne bibliotecaria zitella e zia, di cui leggiamo il work in progress, cioè la storia che scrive seguendo i consigli, o meglio gli ordini, dell’insegnante. Gli altri frequentatori del corso sono figurine schizzate in fretta, di cui vorremmo sapere di più. C’è anche una Consolata che sparisce subito, e mi piacerebbe sapere perché il mio nome è utilizzato sia da Margherita Oggero che da Stefania Bertola per qualificare un tipo umano, torinese e femminile in cui non mi riconosco per niente? Mah, misteri dell'onomastica applicata. Comunque, il problema di questo Romanzo rosa è che la storia parodistica di Turquoise, giovanotta scozzese produttrice di marmellate artigianali, e dei suoi tira e molla con Angus, giovanotto scozzese produttore di marmellate industriali, non regge i sette capitoli che ci sono propinati, alternati a quelli in cui assistiamo per pochi attimi alle dinamiche tra compagni di corso e ci tocca leggere le lunghe dispense dell’insegnante sull’argomento Melody, appunto. Insomma alla fine abbiamo partecipato anche noi  al corso di scrittura, e forse ci può venire la voglia di cimentarci in un bel Melody storico, o porno soft, o legale, perché la scelta dei vari sottogeneri è vasta e stimolante e gli strumenti in mano ormai ce li abbiamo. Però… a me non è bastato. Avrei voluto sapere di più su quei tre giorni del ’77 in cui Olimpia ha provato la passione che tutto travolge, o i particolari del ménage perfetto di Carlo alla Crocetta, o di Giovanna a Biella, o della vita privata di Leonora Forneris. Insomma alla fine rimane un po’ di insoddisfazione rispetto alle curiosità suscitate dai personaggi di primo piano, e un filino di noia a proposito dei personaggi Melody e delle loro vicende. Quella che non manca e non delude mai, e rende comunque la lettura gradevolissima la lettura, è la scrittura spiritosa, limpida e spumeggiante di Stefania Bertola. Che speriamo ci darà presto un altro romanzo bello e divertente come gli indimenticabili Aspirapolvere di stelle, Biscotti e sospetti o il già citato La soavissima discordia dell’amore.  

giovedì 23 agosto 2012

Il Museo dell'Innocenza di Orhan Pamuk a Istanbul

Siccome sono un'ammiratrice totale di Orhan Pamuk (di come scrive, non sempre di quello che scrive, certe volte non lo capisco) ma un'ammiratrice sul serio, vorrei essere una sua frase per avere la certezza di essere bella e necessaria, insomma per amore, sono andata a vedere il Museo dell'Innocenza che Pamuk ha voluto costruire in onore del romanzo eponimo Il museo dell'innocenza (2006, qui la recensione). Che non ho letto, quindi queste mie note si limitano a considerazioni esteriori e generali. Avrei voluto leggerlo, e prima di partire l'ho cercato sotto forma di ebook ma non l'ho trovato. 

Comunque. Si trova a Beyoglu, nella parte cosiddetta europea di Istanbul, non lontano da Taksim. In Cukur Cuma, in una stradina precipite e fascinosa, tra vecchie case di legno abbandonate e botteghe di antiquari, un edificio di tre piani fuoriterra, dall'aspetto non antico, dipinto di rosso scuro, tipo sangue secco. Leggo in una recensione che è un palazzo del 1897 che Pamuk ha fatto ristrutturare da un architetto per adattarlo alla funzione di museo, al quale lo scrittore ha lavorato per quasi quindici anni. L'entrata (biglietteria a finestrino su strada) costa 25 Tl, circa 12 €, in un paese in cui l'entrata in un sito archeologico è di 3 TL, meno di 1,50 €. Però se ti presenti con la tua copia del romanzo entri gratis, bontà loro. I visitatori sono avvisati di parlare piano, non telefonare, non fare foto né video. 

Al piano terreno c'è una grande parete coperta di cicche di sigarette, 4213, quelle fumate da Füsun, la donna follemente amata dal protagonista Kemal, da lei raccolte e annotate una per una da Pamuk. Al primo e al secondo piano parecchie vetrine relative ai capitoli del romanzo, con brevi citazioni incise su targhette rétro, in turco e inglese, e spesso impossibili da leggere perché piazzate molto in alto e pochissimo illuminate. Gli oggetti riuniti nelle vetrine sono in effetti fascinosissimi, e tutto sommato sono stata contenta di non poterli situare nella storia, così li ho visti nella loro sognante incongruità. Davanti a me due ragazze turche, molto giovani, esaminavano a lungo vetrina per vetrina, sussurrandosi riconoscimenti e scoperte. C'erano foto, molte, ritagli di giornali, documenti d'identità, capi d'abbigliamento, e soprattutto oggetti di uso quotidiano: bicchieri, bottiglie, portacenere, accendini, tazzine, posate, pezzi di bambole, scarpe spaiate, un vestito a fiori, bricchi per il caffè, eccetera eccetera con tutto quello che riuscite a immaginare. A ogni gruppo di oggetti, vecchi ma non antichi, si accompagnava la sua citazione, a volte evidente, a volte del tutto sorprendente per chi non sapesse fare un immediato collegamento. Il tutto in un'atmosfera tra l'ecclesiastico e il tombale. Al terzo piano, una mansarda, la ricostruzione della stanza in cui Kemal trascorse gli ultimi anni della sua vita e narrò la vicenda del suo amore a Pamuk che poi scrisse il romanzo. 

E qui, ammetto, sono schiattata d'invidia, come chiunque scriva, anche se non ho mai coltivato questo tipo di ambizione: non è un monumento smisurato all'ego di chiunque potere costruire un mondo fisico e materiale scaturito da quello mentale? Cercare e trovare tutti gli oggetti, a uno a uno, che quel mondo hanno nutrito e affollato? Sceglierli tu, continuare a aggirarti nel tuo mondo mentale, così difficile da abbandonare quando si finisce di scrivere una storia e bisogna staccarsene? Orhan Pamuk deve avere un Ego gonfio come una mongolfiera e nemmeno la più piccola ombra, il minimo sospetto, di senso dell'umorismo, per essersi inventato questo museo. Eppure, che fantastico atto d'amore per la letteratura, che atto di fede nella parola creatrice: davvero qui il verbo si fa, non tanto carne, ma carta, metallo, cuoio, stoffa, vetro, pane, caffè, raki...  

Nel seminterrato una fanciulla cortese ma indifferente vende libri, manifesti e cartoline, ma non c'è niente sulla genesi del museo se non un costoso e mastodontico librone in turco. Alla richiesta se c'è un sito del museo cui fare riferimento, mi sono sentita come se avessi preso sottobraccio la regina a un ricevimento a Buckingham Palace. Ma aveva ragione la ragazza, la mia domanda era più che cretina, era assurda: il Museo dell'Innocenza è l'esatto opposto di un sito internet. Ne è la negazione e l'antitesi.
Però, con il senno di poi, tanto per smentire la gentile ragazza, ecco il link al sito del Museo. 

lunedì 13 agosto 2012

... e uno brutto

Camilla Lackberg, Lo scalpellino
Partivo per le vacanze, Amazon mi fa continuamente delle offerte che non si possono rifiutare, quale momento migliore per leggere un giallo scandinavo con i miei propri occhi e rendermi conto dei motivi di tanto successo? Così ho acquistato Lo scalpellino, non ricordo a quanto ma spero a bassissimo prezzo, e poi ho cominciato a leggerlo sotto una tamerice di una spiaggia di Chios. E va be' che ogni tanto alzavo gli occhi e mi consolavo, ma che brutto libro! Svezia, ai giorni nostri (ma per quel che riguarda un filo di apertura al mondo, potrebbe essere Papuasia o Paraguay). A Fjallbacka, paesino sul mare vicino a Goteborg, un pescatore di aragoste tira su le nasse e ci trova impigliato il cadavere di una bambina di sette anni. Patrick Hedstrom, il poliziotto incaricato del caso, la riconosce subito: è la figlia di un'amica di sua moglie. Di qui parte una vicenda che ha la sua remota origine e motivazione (naturalmente) in una serie di fatti del passato, mentre nel presente assistiamo all'agitarsi, non sempre comprensibile né spiegato, di numerosi personaggi. E qui posso cominciare a fare le mie lamentele: raramente, neppure nei libri per bambini, ho incontrato personaggi più rozzi, monocromi, caratterizzati da un'unica qualità, o difetto, di questi: nemmeno bozzetti ma tipi, figurine a una dimensione. C'è la madre buona e la madre depressa, il buono  e la strega, il poliziotto sensibile e quello stronzo, la puttanella e il fanatico religioso, la donna maltrattata e il buon operaio tutto d'un pezzo... mah. Veramente scoraggiante. La vicenda è una raccolta di tutti gli stereotipi che sembrano necessari per costruire oggi una qualsiasi narrazione, in particolare "gialla" (lo so che non di dice più, tutto è noir, o thriller, o al massimo poliziesco, ma per questo libro giallo basta e avanza). Le radici hanno origine in una trucida vicenda del passato, piattamente inserita tra un capitolo e l'altro, talmente inverosimile da rasentare il comico involontario, e del tutto superflua. Il poliziotto protagonista ha problemi personali: bambino in fasce, moglie depressa, sensi di colpa perché non dedica più tempo alla famiglia. A metà, assolutamente a pera, tanto per gradire e perché senza mancherebbe un ingrediente irrinunciabile, come l'aglio nelle ricette di Vissani, una botta di pedofilia. Verso la fine una scena talmente inqualificabile che mi vergogno a scriverne: domanda di matrimonio in ginocchio con estrazione della scatolina con l'anello, ecc ecc. Ma non si vergogna Camilla Lackberg? Evidentemente no, perché il suo orrido libro è stato tradotto in uno scatafascio di lingue, probabilmente ha venduto moltissimo. E si capisce perché: è il grado zero della narrazione, semplice fino a diventare acqua fresca, zeppa di luoghi comuni, situazioni stranote, rassicurante come la telenovela delle due del pomeriggio. Anche le vittime si adeguano: muoiono i diversi, i difficili; gli antipatici sono colpevoli, di modo da non irritare nessun lettore. Un moralismo piccino piccino pervade sia la storia principale che quelle di contorno, tutto si svolge nell'ambito della famiglia, gli unici rapporti di cui si parla sono tra genitori e figli, rapporti tremendi, distruttivi e vischiosi. Non manca neppure il conflitto tra suocera e nuora. Le donne non parliamone, tutte vittime, serve dei maschi, o lamentose sul genere "tu non sai che cosa significa essere donna e madre". Ma le donne svedesi non erano molto più libere di noi mediterranee, e da molto prima? Comunque il quadro che ne viene fuori è desolante. La scrittura poi è piattissima, banale, e la traduzione non l'aiuta: in una stessa pagina ho trovato insieme espressioni come "girarsi i pollici", "rispondere per le rime", "andare a rotoli", "prendersela calma", "avere una bella cera". A distanza di poche righe, troviamo due volte "togliere qualche peluzzo dal copriletto" per sottolineare che il personaggio è una fanatica della pulizia, e via così. Infine, perché questo titolo quando lo scalpellino è un personaggio minorissimo e presto fuori gioco? Come chiamare, si parva licet, Donna Prassede i Promessi sposi o Caronte la Divina Commedia.
Camilla Lackberg, nata nel1974, vive a Stoccolma e ha venduto sette milioni di copie con i suoi libri. Lo scalpellino, selezionato dall'Accademia svedese del poliziesco come miglior giallo dell'anno, è il terzo episodio della serie di Erica Falck e Patrik Hedstrom. Traduzione di Laura Cangemi.
Mi scuso se manca la dieresi su alcune vocali di nomi svedesi, ma nella versione ridotta di Pages per iPad non so dove stanno i caratteri esotici.
P.S. Con tutto ciò, io Lo scalpellino l'ho letto fino in fondo.

Un bel libro...

Ferdinand von Schirach, Il caso Collini
Bel romanzo breve di uno scrittore di cui ho apprezzato molto il precedente Un colpo di vento. A Berlino, nel 2001, un uomo, spacciandosi per giornalista, raggiunge nella sua stanza d'albergo un anziano industriale, lo uccide con quattro colpi di pistola, gli spappola la faccia a calci fino a perdere il tacco di una scarpa, poi chiede che sia avvisata la polizia. In tasca ha i documenti che lo identificano come Fabrizio Collini, nato nei pressi di Genova ma risedente da trentacinque anni in Germania, operaio in pensione, incensurato. Si rifiuta di rispondere a qualsiasi domanda sui motivi che lo hanno spinto al delitto. Il giovane avvocato Caspar Leinen, chiamato durante il suo turno di reperibilità dell'Ordine degli avvocati per assisterlo, chiede che il caso gli sia affidato come avvocato d'ufficio, ma presto scopre che, come primo caso della sua carriera, ha davanti un bel problema: la vittima è un uomo cui era legatissimo, il nonno di Philipp, un caro amico con cui ha trascorso infanzia e adolescenza e poi è morto in un incidente d'auto. Sensi di colpa e il dolore di Johanna, sorella di Philipp, lo spingerebbero a chiedere di essere esonerato dall'incarico ma l'anziano e prestigiosissimo avvocato dell'accusa, Mattinger, gli spiega che non può sottrarsi: se vuole fare l'avvocato penalista deve imparare che de e imparare a servire solo la legge, e la legge dice che chiunque ha diritto a essere difeso. Lo sviluppo della questione, in un intreccio di passato e presente, porta alla luce colpe che forse non lo sono, i giudizi della storia e quelli dei tribunali. Non mi addentro molto nei fatti perché questo è un thriller legale, l'intreccio conta parecchio, e i colpi di scena si susseguono fino alla fine. Pur rappresentando delle idee - Caspar la ricerca di una giustizia etica, Mattinger la supremazia astratta della legge, Johanna il sentimento e l'istinto, Collini la dimostrazione vivente dei guasti prodotti dal tradimento della legge-, i personaggi riescono a essere anche persone, ben delineate e credibili. Grande merito del libro è non esprimere giudizi (anche se è chiara la posizione dell'autore). Un romanzo appassionante e intelligente, scritto con virtuosistica semplicità, che consiglio davvero a chiunque nella lettura cerchi uno stimolo al dubbio e alla riflessione, non solo evasione e conferme.
Traduzione dal tedesco di Irene Abigail Piccinini.
Unico dubbio: è verosimile che nel '43, durante l'occupazione tedesca, un contadino dell'entroterra genovese avesse una macchina e soprattutto la benzina per usarla?

lunedì 6 agosto 2012

Julie Otsuka, When the Emperor was divine

Julie Otsuka, When the Emperor was divine

Con questo romanzo molto premiato Julie Otsuka ha raggiunto la popolarità negli USA, mentre in Italia è comparso prima il bellissimo Venivamo tutte per mare. Spero che Bollati Boringhieri mandi presto in libreria anche questo, con la stessa ottima traduzione di Silvia Pareschi. Se Venivamo tutte per mare raccontava coralmente le vite di migliaia di donne giapponesi che dal principio del Novecento sono sbarcate in California per congiungersi con i mariti emigrati, sposati per procura, qui è narrata l'oscura e vergognosa storia dell'internamento dei cittadini statunitensi di origine giapponese dopo Pearl Harbor. Considerati indiscriminatamente potenziali traditori, informatori del nemico, più fedeli all'Imperatore che al governo dello zio Sam, furono allontanati dalle proprie case, privati di averi e libertà, raccolti in campi di concentramento dove trascorsero anni nell'inattività e nel disagio più totali. La famiglia protagonista vive dapprima il trauma di veder prelevato in piena notte il padre (portato via in vestaglia e ciabatte, particolare che tormenterà il figlio bambino per tutto il tempo della separazione) poi, quando per strada compaiono i manifesti in cui si avvisano gli americani di ascendenza giapponese che il giorno tale dovranno partire per una destinazione sconosciuta portando con sé solo una valigia di effetti personali, lo strappo violento della perdita di punti fermi, amici, abitudini, sicurezze. Né il ritorno sarà la facile e felice ripresa della propria vita: ciò che è perduto non si ritrova, essere assimilati ai nemici sconfitti crea disagio e vergogna, gli altri, quelli che sono rimasti, non hanno nessuna voglia di riaccogliere chi avevano già dimenticato. Anche se non raggiunge la commovente (e strabiliante) perfezione della voce corale di Venivamo tutte per mare, Julie Otsuka è una scrittrice sicura e padrona dei suoi mezzi, capace di narrare una vicenda tanto densa con cristallina semplicità, obiettività e distacco, creando i personaggi attraverso piccoli tocchi e notazioni rivelatrici. Alternando i punti di vista dei quattro personaggi senza nome (e il più sconvolgente è quello del padre, l'unico che parla in prima persona, anche se forse è quello che convince di meno), senza mai cedere all'indignazione o all'empatia ostentata, ci fa partecipare con indignazione a un momento di storia poco conosciuto, di cui giustamente gli Stati Uniti non amano parlare perché non torna a onore di uno stato che della democrazia fa il proprio pilastro portante.
Un romanzo bello, severo e necessario.