lunedì 19 marzo 2012

LEGGERE COSE TURCHE IN TURCHIA


Negli ultimi anni ho girato la Turchia un po’ in lungo e in largo, e naturalmente la curiosità mi ha portato a leggere molti libri di autori turchi, o che ne parlano. Quest’anno me ne ero portata dietro alcuni, diversissimi per valore e leggibilità. Ho cominciato con un romanzo giallo che mi ha fatto arrabbiare moltissimo, tanto che ne ho scritto delle note a caldo, a Trebisonda. E niente facili ironie su quello che si può perdere in quella città. Mi dispiace davvero per Sellerio che è un mio mito insuperato, ma questo Hotel Bosforo di Esmahan Aykol è uno dei libri più brutti che abbia mai letto. E soprattutto più inutili. Una trama insulsa e del tutto pretestuosa, un giallo di cui non frega niente a nessuno, men che meno all'autrice che per tre quarti del libro pensa a altro e poi alla fine telefona la soluzione giusto per scaricarsi la coscienza. E il motivo del delitto, che non rivelo, è quello più sfruttato nella maggior parte dei libri degli ultimi dieci-quindici anni. Il resto è una serie di cliché dei più banali, scritti nella prosa di una ragazzina di prima media poco dotata ma convinta di essere spiritosa. Sembra un repertorio di luoghi comuni sui turchi a uso dei tedeschi, e viceversa. Tipo: i turchi fumano come turchi, i tedeschi sono precisi. Ma va'? È come se Aykol volesse gratificare gli uni e gli altri presentandoli a volte con gli occhi di un popolo, ora dell'altro. Il risultato è che come terzi ci si sente un po' esclusi.

Si svolge in una Istanbul tutta localini furbi e gran bevute, naturalmente lontanissima dal turismo ma non per questo meno stereotipata e finta. L'insopportabile protagonista, libraia tedesco-turco-ebrea specializzata in gialli, il che per qualche ragione che non ho afferrato la qualificherebbe a risolvere delitti, incontra una vecchia amica tedesca che resta invischiata in un assassinio. Primo, non si capisce perché la tedesca ha cercato la libraia di cui aveva perso le tracce da secoli. Due, la libraia fa un paio di telefonate da scocciatrice e questo è tutto lo sviluppo della trama. In compenso tutti se la vogliono scopare, e lei non sembrerebbe mal disposta, non disdegna poliziotti né delinquenti ma alla fine la vita la premia. L'unica idea che ha in testa è andare dall'estetista, avere le unghie in ordine e mettersi elegante. Ah no, dimenticavo, anche schiaffare la madre in un ospizio alle Baleari. L'autrice è talmente stupidotta che crede di dare pennellate di realtà nominando un paio di volte la "crisi di febbraio” (di che, e di che anno?).
Insomma, mi chiedo perché questo libro è stato tradotto: sperando di cavalcare l'onda dei gialli esotici? Ma questo non è né giallo né esotico, solo un'emerita cazzata che fa venire i nervi per il tempo sprecato a leggerlo. E per Sellerio, che sa fare di molto meglio.
L‘autrice, nata nel 1971 a Edirne, vive tra Berlino e Istanbul, è stata giornalista e barista e ora si dedica esclusivamente alla scrittura. Traduzione di Emanuela Cervini.    

 

Mi è andata molto meglio con Scandaloso omicidio a Istanbul di Mehmet Murat Somer, anche questo pubblicato da Sellerio (ma Gli assassini del Profeta, dello stesso autore, è appena uscito da Bompiani). A differenza dell'inqualificabile Hotel Bosforo, si tratta di un giallo divertente e notevolmente sofisticato in cui Istanbul è una presenza reale, fuori dai cliché turistico-folkloristici ma convincente. Il/la protagonista, personaggio che potrebbe essere molto rischioso, risulta invece simpatico e plausibile: non ha nome, parla di sé al femminile ma di giorno lavora come informatico abilissimo e un po' hacker (caratteristica ormai inevitabile per ogni personaggio poliziesco, Sherlock Holmes ai giorni nostri invece che chimico eccellente sarebbe hacker) in panni maschili, la sera si veste da donna, preferibilmente seguendo il modello Audrey Hepburn, e si reca al night-club di cui è comproprietaria, dove non disdegna di fare la sua parte di marchette. Spasima per ogni maschio ben messo e attraente, il suo idolo è John Pruitt: ho controllato, un modello palestrato e lucido. Si offende se la chiamano finocchio ma pretende rispetto e attenzioni come donna, e nel caso è in grado di mettere ko i più muscolosi usando arti marziali e semplici botte. È coraggiosa, vagamente ironica, paziente con le altre "ragazze" che le contano i loro guai e la tirano in mezzo, forse un filino distaccata ma senza snobberie, e coinvolta fino in fondo. Quando una delle ragazze, che le ha chiesto aiuto, viene uccisa, parte in quarta alla ricerca della verità in modo forse imprudente e avventato ma certo non timido. 


La soluzione del delitto, in cui compaiono mafia dei ricatti e un politico iperconservatore, è complessa e io forse non ho capito proprio fino in fondo ma non ha importanza, è così che deve andare. La realtà è complessa, il mondo pieno di doppi fondi e inganni, non si può pretendere che giustizia sia sempre fatta. Tutta la vicenda si svolge poi tra interni piccolo borghesi (descritti in modo molto divertente e acuto), night club, molti taxi, la città notturna e il confortevole appartamento della protagonista, in modo del tutto naturale. E i personaggi di contorno sono tratteggiati alla svelta ma a fondo, il mondo dei travestiti è nitido e privo di qualsiasi sfumatura di giudizio, e privi di pregiudizi appaiono anche gli abitanti di Istanbul, la cui parte maschile gradisce molto schiettamente la compagnia delle "ragazze". Insomma sono contenta che sia stata tradotta un'altra avventura della serie, e la leggerò. Mehmet Murat Somer è nato nel 1959, vive a Istanbul e dalle sue interviste sembra un tipo molto simpatico. È stato ingegnere alla Sony, dove ha acquistato la sua competenza informatica, e ha cominciato a scrivere quando ha dovuto lasciare il lavoro per motivi di salute. Immagino che in una società sessualmente conservatrice come quella turca, la/il sua/o protagonista non abbia lasciato indifferenti. Traduzione di Anna Lia Proietti Ergün.


Passando a letture un po’ più corpose, La figlia di Istanbul di Halide Edip Hadivar, un superclassico del 1935 appena tradotto da Elliot, mi ha definitivamente riconciliata con il mondo.
Quanto a Halide Edip Hadivar, si tratta di un monumento nazionale, tanto che è citata nel giallo di cui sopra come donna famosa per antonomasia, e il suo romanzo maggiore, appunto La figlia di Istanbul, uscito prima in inglese poi in una versione in turco, riveste una grande importanza nella cultura nazionale, è studiato a scuola e ha avuto numerose trasposizioni teatrali, cinematografiche e televisive. L’autrice vi racconta gli anni che ha fatto in tempo a vivere tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, quando ancora la Turchia era sotto il dominio di un Sultano e della sua ricca e raffinata classe dirigente, ma cominciavano a sentirsi i primi moti di ribellione dei Giovani Turchi che poi sfoceranno nella rivoluzione del 1908. La protagonista, Rabia, è una bambina di origine modesta, nipote di un imam rigidissimo, la cui figlia si è incapricciata di un attore di strada e lo ha sposato sperando di trasformarlo in negoziante. Ma il matrimonio non dura, il padre sparisce e Rabia cresce sotto il controllo del nonno, che le insegna a recitare il Corano in arabo nelle funzioni religiose. Rabia, che ha una bellissima voce, viene presa sotto la protezione di una ricca dama che le fa dare un’istruzione nel suo palazzo. Di qui inizia l’ascesa sociale della ragazza. Richiestissima in tutte le cerimonie religiose, frequenta persone colte e potenti, si scontra con situazioni difficili, soffre, ama e forse riuscirà a essere felice. 

Più della vicenda in sé, che forse ha aspirazioni metaforiche un po’ oscure per noi oggi da interpretare, è godibile l’ambientazione in una Istanbul dove sorprende la mancanza di barriere sociali, in cui si muovono personaggi molto attraenti: il padre di Rabia, ingenuo e impulsivo ma artista nell’anima, attore e regista di teatro delle ombre; il derviscio saggio e indulgente verso le debolezze umane; la ricca signora che non vuole invecchiare e dalle stanze dell’harem organizza, invita, decide e muove i destini di molte persone; le schiave circasse, per le quali “la bellezza è necessaria perché sposano i sultani”; gli alti funzionari dell’impero, mossi dal senso dovere e dello stato, che alla fine devono aprire gli occhi sulle ingiustizie e le crudeltà perpetrate del Sultano; e naturalmente la protagonista, bambina e poi ragazza dalla tempra d’acciaio, religiosa ma dotata di indipendenza di giudizio, volontà e anticonformismo, un personaggio magari non simpaticissimo ma pienamente convincente. Insomma un romanzo ancora leggibile e gradevolissimo, non del tutto riuscito nella struttura, un po’ brusco nel finale, ma pieno di particolari, vivace nel ricreare un ambiente e l’atmosfera del quartiere di Sinekli Bakkal (“il droghiere assillato dalle mosche”) che dà il titolo in lingua originale. 

Bella traduzione e esaurienti note di postfazione di Fabio De Propris. Devo dire che raramente si leggono libri di narrativa con un paratesto tanto completo. Helide Edip Hadivar fu la prima donna a diplomarsi al liceo americano di Istanbul, è stata insegnante, socialmente e politicamente impegnata, seguì Mustafa Kemal (Atatürk) nella guerra d’indipendenza, ma poi se ne distaccò per dissidi politici. Tornò in Turchia dopo la sua morte, insegnò all’università, fu deputata in Parlamento e morì nel 1964.


Ci voleva, dopo i dolori che mi aveva inflitto il mio amatissimo Orhan Pamuk.
Pensare che sono andata fino a Kars, che, vi assicuro, non è vicina oltre a essere un posto tra i più insoliti che si possano visitare, piena di emozione perché è il luogo dove si svolge quel meraviglioso romanzo che è Neve (che rimane secondo me un testo fondamentale per chi vuole cominciare a capire le complicate relazioni politico-sociali-religiose della Turchia, così diverse anche nelle definizioni, dalle nostre), e ho trascorso ore sotto la pioggia alla ricerca dei luoghi descritti. Ma in viaggio mi ero portata Il libro nero, che mi ha stravolta di noia malgrado ci siano cose bellissime, e bloccata per un bel po' perché andavo avanti a mezza pagina al giorno. Il problema, e non è la prima volta che capita con Pamuk, mi era già successo con La nuova vita, è che non sono riuscita a capire di che cosa parlasse questo romanzo. E mi piacerebbe molto, proprio molto, che qualcuno me lo spiegasse. Il fatto è che Pamuk mi strega con le parole, che usa in modo meraviglioso costruendo mezzetinte e sinfonie di sensazioni, nostalgie, sfumature, brividi, mi attira come un pifferaio magico dipingendo con una frase un personaggio, un paesaggio, un tratto umano che mi colpisce al cuore: poi di colpo si fa filososo di una filosofia che non capisco e non mi stimola. Così finisce che leggo pagine su pagine per obbligo, con il desiderio di tagliarmi le vene per farla finita in fretta. 

Il libro nero si svolge in una Istanbul notturna, anche troppo misteriosa e oscura. Io ho adorato Istanbul, libro pervaso della più lancinante nostalgia, affascinato e affascinante inno d’amore per una città meravigliosa; il capitolo decimo, Tristezza, è una delle cose più belle che abbia letto in vita mia. Qui tornano molti dei temi di Istanbul, la città per prima cosa, il quartiere di Nışantaşı, il palazzo di famiglia, la notte, i rapporti familiari, ma è un’altra cosa. Il protagonista Galip, avvocato felicemente sposato con Rüya, una cugina che ha avuto momenti di sbandamento nella prima giovinezza, tornando a casa trova un biglietto della moglie che gli annuncia di essersene andata: diciannove parole scritte con una biro verde. Si sono perse anche le tracce di Celâl, fratellastro di Rüya e giornalista famoso, che tiene una rubrica seguitissima su un quotidiano a diffusione nazionale, a sua volta cercato da una troupe televisiva inglese che lo vuole intervistare e da misteriosi lettori che conoscono tutti i suoi articoli a memoria. Galip segue le tracce di entrambi, e nelle sue peregrinazioni si imbatte in situazioni grottesche come il bordello le cui ragazze sono sosia di famose attrici, visita i sotterranei in cui un artista folle ha stipato i manichini che riproducono tutti i tipi di abitanti della città, incontra persone del passato suo o di Rüya variamente perse nelle loro ossessioni, si introduce nello studio di Celâl e a poco a poco si sostituisce a lui, arrivando a scrivere lui stesso la rubrica. La conclusione, quando arriva, non chiarisce ma sicuramente pone termine alla ricerca. La narrazione di questa vicenda è alternata agli articoli di  Celâl, alcuni dei quali veramente straordinari come la descrizione di quello che succederà quando il Bosforo sarà prosciugato o la fascinazione per il cavedio del Palazzo Cuor della Città dove tutta la famiglia aveva abitato un tempo. 

Ma tutto questo è un niente di fronte all’accumulo che intasa le pagine del libro nero, appesantito dall’aspirazione di farsi enciclopedia della Turchia e da metafore insistite, ripetute e incomprensibili come l’ossessione, di Celâl prima e poi anche di Galip, per le lettere che si possono leggere sui volti delle persone, per la sensazione dell’Occhio che li insegue, o la persecuzione del lettore che lo accusa di plagio, che si sovrappongono alle potenzialità di interesse della storia, spegnendola. Almeno per me che fatico a capire le astrazioni, e mi sono trovata a divincolarmi nella noia mentre immagini struggenti e folgoranti andavano perdute nella fatica di arrivare alla fine della pagina. Bisogna dire che ho viaggiato in macchina per cui il tempo della lettura era spesso limitato alla sera, mentre questo libro richiederebbe di essere affrontato con più calma e concentrazione. Comunque, magari un capolavoro ma di una pesantezza davvero notevole.
Traduzione meravigliosa di Şemsa Gezgin.


Per riprendersi completamente è perfetto il libro che ho letto dopo, Un viaggio in Turchia di Irfan Orga. Nato nel 1908 da una ricca famiglia borghese che perse tutto con la guerra del 1914-18, fu ufficiale d’aviazione di stanza in Inghilterra durante la seconda guerra mondiale, ma al suo ritorno in Turchia venne processato e radiato perché viveva senza essere sposato con una straniera, irlandese, in attesa che lei ottenesse il divorzio. Nel 1947 tornò definitivamente a Londra dove scrisse parecchi libri direttamente in inglese. Morì nel 1970. Un viaggio in Turchia racconta un soggiorno nella sua terra d’origine fatto da Orfa nel 1955-56, data smentita dal figlio nella postfazione, ma che coincide con alcuni cenni alla situazione politica contenuti nel testo. La traduzione dall’inglese di Luca Merlini è molto imprecisa e talvolta anche sbagliata: la grafia dei nomi turchi varia di volta in volta, Diyarbakir è scritto almeno in tre modi diversi, oltre a diventare talora invece che una città, una regione, – non ce l’ha un correttore automatico? E perché non traduce Selcuk, che addirittura in un punto diventa nome di un sultano, mentre si tratta della dinastia che in italiano si chiama Selgiuchide? Ciò detto questo è un libro scorrevolissimo e molto godibile. 

L’autore, a metà tra l’etnologo dilettante e il vagheggiatore romantico dei bei tempi eroici, arriva a Smirne dall’Inghilterra ma l’inquietudine lo spinge a proseguire verso Konya a visitare un conoscente, Hickmet Bey, proprietario terriero e notabile locale. Con lui, un altro compagno e una guida compie un’escursione sul monte Karadağ, nei pressi della città di Karaman, alla ricerca dei nomadi Yürük che vi si accampano nei mesi estivi, mentre d’inverno uomini e bestie cercano riparo ai rigori dell’inverno anatolico nella località detta Binbirkilise, cioè le Cento Chiese, un sito di rovine bizantine. Tutti partono armati della pistola da cui non si separano mai, ma con scarpe da città e senza la minima attrezzatura per l’eventualità di dover trascorrere una notte all’aperto, cosa che puntualmente si verifica perché il villaggio in cui contavano di trovare ospitalità si rivela abitato da persone ostili e minacciose. Malgrado tutto riescono a raggiungere gli Yürük, che, ospitali e indifferenti, li accolgono nel loro accampamento per tre settimane durante le quali volentieri raccontano le proprie credenze, leggende, abitudini e tradizioni, permettendo ai quattro ospiti di condividere le loro giornate, partecipando a battute di caccia e incontri sociali con donne e uomini. 

Irfan Orga è evidentemente affascinato da questa popolazione arcaicamente autosufficiente, contenta della propria esistenza, priva di desideri, che pur avendo contatti con la civiltà dei contadini e della città non ne è per niente attratta. Gli Yürük si ritengono fortunatissimi e pensano che l’accampamento sia la felicità e soprattutto sono del tutto liberi. Lì sulla montagna stato e legge non arrivano, la giustizia se la fanno da sé, vivono allevando pecore, capre e cammelli, coltivando pochissimo mais e frumento, tagliando legna in foreste lontane giorni di cammino e vendendo in città quella in esubero, e cesti di giunco. Sono musulmani ma hanno sciamani che praticano magia bianca e nera (l’autore ne fa esperienza diretta). Le donne sono molto più libere delle altre turche, non si velano il viso, non sono timide, lavorano moltissimo nell’accampamento e al pascolo, tessono, partoriscono in cammino senza fermarsi neanche un giorno, e sono soggette a leggi crudelissime che regolano il loro comportamento sessuale cui è legato l’onore della famiglia. Naturalmente ci sono poi dettagli quali la mancanza di igiene, malattie, mortalità per parto e infantile, faide sanguinose, pericoli ambientali (tra cui serpenti e orsi, in un episodio tra i più impressionanti una bambina di tre anni è rapita da un’orsa che ha perso il cucciolo). 

Ifan Orga è un autore sincero e trasparente, persino ingenuo, è facile leggere tra le righe la sua attrazione per questo mondo  favoloso insieme alla repulsione del cittadino abituato a lavarsi, l’ambiguità tra lo “sforzo di capirli, di tirar fuori da loro qualcosa di grandioso e di eroico collegandoli all’Uomo Primitivo” e la sconsolata constatazione “forse erano niente di più che pigri buoni a nulla. Forse il loro nomadismo era una forma di imbecillità”. Oggi gli Yürük, anche detti Turcomanni, sono praticamente tutti sedentarizzati e usano pick-up al posto dei cammelli. In effetti in questi ultimi anni non ho più visto cammelli, neanche nella steppa orientale dove gli accampamenti estivi sono ancora diffusissimi, tranne un unico esemplare condotto a mano su una strada asfaltata nell’entroterra di Smirne; mentre ricordo benissimo, nel mio primo viaggio in macchina in Turchia, nel 1970,  la sorpresa felice dell’incontro con una carovana nei pressi di Pergamo.

Dello stesso autore, che non è né un etnografo né uno storico, è solo uno scrittore che narra le sue esperienze, capace però di descrizioni vivaci e eccellente nel ricreare atmosfere d’antan viste con l’occhio di un bambino, consiglio senz’altro anche Una famiglia turca, avvincente romanzo autobiografico in cui Orfa racconta la vita quotidiana a Istanbul dagli ultimi anni dell’Impero ottomano al 1940, attraverso le vicende di una ricca famiglia borghese in seguito rovinata dalla Prima Guerra mondiale. Le figure della madre e della nonna, donne allevate per vivere protette dai loro uomini e chiuse in case confortevoli improvvisamente costrette a uscire per cercare il cibo, a muoversi da sole nelle strade, a cucinare, cucire e svolgere tutte quelle incombenze che hanno sempre creduto degradanti, a subire umiliazioni legate alla loro condizione di donne sole e impoverite, sono tratteggiate lucidamente e senza eccessiva indulgenza. Lo spaccato della società istanbuliota che ne esce è vivido, anche i personaggi minori risaltano con efficacia sullo sfondo tragico di quegli anni. Dopo avere toccato il fondo della miseria e delle umiliazioni, i figli alla scuola dei poveri dove mangiano bacche di eucaliptus e radici per non morire di fame, la madre  mettendosi a lavorare, lentamente le cose cominciano a andare meglio dopo la guerra, i figli maschi sono accettati alla scuola militare, si impone sulla scena Kemal Atatürk, la proclamazione della Repubblica cancella definitivamente i resti della gloria ottomana, c’è la deportazione degli armeni, i grandi cambiamenti, la vita che va avanti, fino al 1940, quando la madre muore e la famiglia è definitivamente disgregata. La postfazione del figlio Ateş è illuminante e completa bene la narrazione. Oltre a essere di gradevolissima lettura, Una famiglia turca è utile per capire quegli anni complicati e seguire la trasformazione della Turchia da impero decrepito a stato moderno attraverso le concrete vicende di un testimone oculare. Anche in questo libro la traduzione di Luca Merlini è molto incerta; ad esempio, il Mar di Marmara diventa “la Marmara” che scorre mormorando come il Piave.    

ESMAHAN AYKOL, HOTEL BOSFORO, Sellerio 2010, ediz. orig. 2003, traduz. dal tedesco di Emanuela Cervini, pp. 265, € 13,00

MEHMET MURAT SOMER, SCANDALOSO OMICIDIO A ISTANBUL, Sellerio 2009, ediz. orig. 2003, traduz. dal turco di Anna Lia Proietti Ergün, pp. 312, € 13,00

HALIDE EDIP HADIVAR, LA FIGLIA DI ISTANBUL, Elliot 2010, ediz. orig. 1936, traduz. dal turco e cura di Fabio De Propris, pp. 472, € 19,50

ORHAN PAMUK, IL LIBRO NERO, Einaudi 2007, ediz. orig. 1994, traduz. dal turco di Şemsa Gezgin, pp. 505, € 14,50

IRFAN ORGA, UN VIAGGIO IN TURCHIA, Passigli 2008, ediz. orig. 1958, traduz. dall’inglese di Luca Merlini, pp. 207, € 16,50

IRFAN ORGA, UNA FAMIGLIA TURCA,  Passigli 2007, ediz. orig. 1950, traduz. dall’inglese di Luca Merlini, pp. 2007, € 19,50

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