lunedì 28 novembre 2011

Leggere per vivere. La mia storia di lettrice, quinta puntata

Leggevo come una furia da bambina, ma questo non mi impediva di giocare anche come una furia con amiche e amici furiosamente amati. Ero molto libera pur avendo genitori anziani, probabilmente perché essendo come ho già detto la quinta, ultima e molto più piccola dei miei fratelli, si erano un po’ stancati del ruolo. Mi guardavano vivere, dandomi regole e sicurezze ma anche una fiducia illimitata. E mio padre mi nutriva di libri e immaginazione. A dieci anni decise che potevo passare a letture da grandi e cominciò con I Malavoglia. Mi piacque enormemente. Per questo non ho mai creduto che ai bambini si debba fornire solo letteratura calibrata, quelle tremende classificazioni “dai nove ai tredici anni”, “dagli undici ai quattordici e cinque mesi”, come se ci fossero degli ingranaggi che scattano, clic clic, a ogni compleanno. Il troppo facile non aiuta a crescere. Non so che cosa capii a quella prima avventura nel mondo complesso della vita adulta, ma so che rileggendo I Malavoglia anni dopo mi piacquero altrettanto. Fui presa, stregata ancora una volta e non mi fermai più. Cominciò, per mio padre, un tormentone che non ebbe fine fino a quando non fui abbastanza grande da comprarmi i libri che volevo: “Papà, che cosa leggo?” Andavamo in biblioteca e lui cercava, sfogliando i volumi su cui, all’ultima pagina, lui scriveva con una matita con la mina dura a pressione, la data dell’ultima volta che l’aveva letto (non era raro ci fossero tre, quattro date) e un “Sì” o un “No” che volevano dire adatto o non adatto, in base a una pruderie sessuale legata alla sua educazione. Mio padre era nato nel 1894, e non mi negò mai un libro perché troppo difficile, troppo problematico, ma solo perché, a suo parere, era troppo scollacciato. Devo dire che i suoi standard non erano severi. Non mi diede mai Zola ma Balzac, Stendhal, Flaubert, moltissimi romanzi inglesi e russi, storie che della vita parlavano eccome, in tutti gli aspetti, solo che non usavano certe parole né descrizioni precise. Ricordo ancora con dispiacere e vergogna quando per Natale gli regalai, ero ormai più che ventenne, Fattaccio a Buenos Aires di Manuel Puig. Non l’avevo letto ma ero stata incuriosita da una recensione. Ne fu scandalizzato, e rivedo l’espressione mortificata con cui mi chiese: “Ma tu l’hai letto?” Risposi, sinceramente, di no, lui non fece commenti e non ne parlò più. Di Puig in seguito ho letto alcuni romanzi che ho trovato molto belli, ma capisco che non erano adatti per mio padre, proprio per niente. A me invece la letteratura erotica o pruriginosa, o anche pornografica, non dispiace affatto. Al ginnasio ho letto tenendolo sotto il banco Cioccolata a colazione, di Pamela Moore, che all’epoca passava per molto osé. Ricordo solo un passaggio che parlava di meduse, alghe, probabilmente riferendosi a un’erezione: non lo capii per mancanza di esperienza, e non ho mai più avuto la curiosità di rileggerlo pur avendolo trovato tristemente negletto nelle bancarelle dell’usato. Ma, come credo molti della mia generazione, ho letto con piacere Emanuelle, con un po’ di noia, in quanto per nulla masochista, Historie d’O, e recentemente mi sono sorbita il tomo di Catherine Millet La vie sexuelle di Catherine M., certo ripetitivo dato l’argomento, ma molto interessante finché l’autrice racconta della sua ossessiva pratica sessuale con chiunque le capitasse a tiro, dell’esibizionismo e del gusto di sprofondare nell’abiezione, molto meno quando, finalmente accoppiata, la sua perversione si trasforma in banale narcisismo.

Mio padre, industriale, in politica conservatore (amava definirsi codino, forse nemmeno scherzosamente), uomo molto colto, profondamente liberale e rispettoso degli altri ma certo non in sintonia con i rivoluzionari, era in letteratura un amante dell’avanguardia. Leggeva Joyce in inglese ben prima che fosse tradotto in italiano, adorava Gadda, Musil, era di una curiosità senza prevenzioni quando si trattava di libri. Ricordo di essere corsa alla mitica libreria Hellas di Angelo Pezzana, l’unica libreria moderna nella Torino della mia giovinezza, per comprare su sua commissione Il tamburo di latta appena tradotto, molto prima del Nobel che rese famoso Gunther Grass. Senza che mai me l’avesse insegnato, da lui ho imparato a leggere le recensioni e capire se quello di cui si parla può diventare un “mio” libro. Le recensioni indirizzano i miei acquisti, e raramente mi sbaglio. Forse per questo adesso scrivo volentieri di libri, ma faccio fatica a occuparmi di quelli che mi hanno delusa. Stroncare non mi sembra utile né mi interessa molto. Se invece un libro mi è piaciuto ne parlo, ne scrivo e vorrei farlo leggere a tutte le persone che amo. Adoro imprestare i libri, mi provoca una profonda soddisfazione essere diventata per alcuni amici una sorta di biblioteca circolante. Anche se come autrice può sembrare che mi dia un po’ la zappa sui piedi e gli amici librai non apprezzeranno, sono convinta che ogni libro prestato diventerà, prima o poi, un libro comprato in più. A lungo sono stata molto pistina: i miei libri li voglio indietro, ne tengo un’accurata contabilità, posso diventare noiosa se non ritornano nelle mie ahimè troppo affollate librerie. Alcuni li ho ricuperati dopo anni, quando ormai avevo perso le speranze, e li ho accolti con tutta la gioia e la cura che si dedica a un amore ritrovato.

Però qualcosa è successo due anni fa, quando a causa del rifacimento del tetto ho dovuto svuotare completamente il mio alloggio e traslocare per un paio di mesi. Quell’inscatolamento frettoloso e faticoso di montagne di libri mi ha fatto scattare il coraggio di compiere un’azione di cui non mi sarei mai creduta capace: ho eliminato tantissimi libri (e quando dico tantissimi intendo una decina di scatoloni). Quelli inutili, che non mi erano piaciuti e non mi avevano lasciato niente. Ho scritto su Facebook che li avrei regalati a chi se li veniva a prendere in fretta, e ho subito trovato un amico disponibile. Quando ho ripreso possesso della mia casa ho verificato che in realtà lo spazio riconquistato sugli scaffali era poco, così ho fatto un’altra decina di scatoloni dove sono finiti vecchissimi compagni di strada (saggi obsoleti che non avevo letto nemmeno quando li avevo comprati ma erano indispensabili all’epoca, libroni da tavolino, e una seconda severissima scrematura di romanzi) dove credo di avere commesso molte ingiustizie e molti errori. Per fortuna non ho segnato nulla, e cerco di non ricordare quella strage. In compenso ho un intero scaffale vuoto, il che mi dà un brivido di piacere ogni volta che lo guardo. E non ho più la fantasia-terrore di morire soffocata sotto una valanga di libri nel crollo delle librerie del mio studio. Nel frattempo mi sono comprata un e-reader, e il futuro nessuno lo può conoscere…

sabato 26 novembre 2011

Leggere per vivere. La mia storia di lettrice, quarta puntata

Delle fiabe ho amato soprattutto quelle di Andersen, perché anche lì c’erano misteri e cupezze a palate. Le figlie di Waldemar Daa, per esempio, con il vento che soffia nella casa abbandonata e racconta le tragiche vite delle ragazze ridotte in miseria dall’ostinata ricerca alchimistica del padre. Di una, imbarcata su una nave travestita da uomo, si dice che per fortuna cadde da un albero e morì prima che i marinai scoprissero il suo segreto. Solo rileggendola da adulta ho capito il perché. E la miseria dello studente nella sua soffitta gelida, che compra aringhe avvolte in pagine strappate da libri di poesia in Il folletto del droghiere, mi ha colpito come il destino doloroso del piccolo malato di Cinque in un baccello. Molti anni dopo ho visto la piccola casa in cui visse Andersen a Cintra, in Portogallo. Era un tipo ben complicato, maestro di squisitissime infelicità, e ha scritto storie di un sadismo inarrivabile anche nel campo della fiaba e della letteratura per ragazzi, che a questo riguardo non ha mai scherzato. La piccola fiammiferaia, tanto per fare un esempio che non è tra i miei preferiti, a me sembra molto più pericolosa di qualsiasi cartoon giapponese. E Il bambino cattivo, storia di un vecchio professore (o poeta, non ricordo bene) che in una sera di pioggia accoglie in casa un piccino biondo e zuppo ricavandone in cambio una freccia nel cuore, a parte le implicazioni pedofile e omosessuali, ha procurato non pochi turbamenti alla mia giovane immaginazione. Ma ripeto, più una storia mi risultava incomprensibile più ne rimanevo affascinata. In confronto a quelle di Andersen, le fiabe dei fratelli Grimm mi sembravano piuttosto scontate, ma non dimentico un’illustrazione in cui una bambina trova delle fragole in pieno inverno scavando nella neve di un bosco oscuro: una magia povera ma potente. Ancora adesso, in fondo, spero sempre di trovare qualcosa di rosso e di caldo nel gelo, di imbattermi nel meraviglioso a poco prezzo, e mi illudo che basti scavare un po’ per portare alla luce un tesoro.

Una collana senza misteri ma divertentissima era La Biblioteca dei miei Ragazzi della Salani. Libretti dalla carta ruvida, la copertina piena di bei colori, incantevoli disegni in bianco e nero all’interno, titoli allegri e vicende coinvolgenti. Tempesta e Mollica, Un Pierrot e tre bambine, Lo sbaglio del quarto piano, e soprattutto il meraviglioso Otto giorni in una soffitta, che ho ritrovato magicamente proprio mentre ci pensavo sgattando in una pila di libretti smangiati e muffiti. Non era la mia edizione, dei tre fratelli Alano, Francesco e Maurizio che trovano in soffitta la bambina Nicoletta sfuggita alla perfida nonna Giulia e l’adottano di nascosto finché la loro giovane e bella madre la scopre accogliendola in casa, il primo era diventato Paolo; ma chi se ne importa, i disegni erano gli stessi, la minestrina senza burro e la torta di albicocche c’erano ancora, e me lo sono portata a casa con la sensazione di avere trovato delle fragole profumate sotto un cumulo di neve.

Un discorso a parte, che non riuscirò mai a esaurire, meritano i romanzi di Emilio Salgari. Mi sono entrati nel sangue, proprio, molto prima di sapere leggere perché mio padre me li leggeva a voce alta, e poi hanno nutrito la mia fantasia per anni e anni. Mi sono precocemente innamorata del Corsaro Nero: non riuscivo a parlarne nemmeno con mio padre tanto mi emozionava. Carmaux e Van Stiller, le battute scipite che mi parevano geniali (“Chi va là?” “Il diavolo!”), il fratellino sacco di carbone, i lamantini che affioravano di notte ricordando al Signore di Ventimiglia i fratelli morti, “Guarda! Il Corsaro nero piange”, i turni di guardia di notte, la Folgore, gli arrembaggi, le navi nemiche arpionate e Honorata Van Guld, cazza la randa, potrei continuare per venti pagine a accumulare ricordi che ancora mi fanno tremare il cuore. Ma a Salgari devo soprattutto la passione per i viaggi, per l’Oriente, l’India dei marabù e dei Thug, le pagode e i vicoli di Benares, i misteri della jungla nera, i fuochi nella notte, i babirussa, le tigri, i manghi che hanno il gusto di mille sorbetti, l’albero del pane e chi più ne ha più ne metta. Sono stata molte volte in India e certamente Salgari ne è responsabile, ma la cosa più incredibile è che ho potuto verificare che c’era tutto quello lui mi aveva promesso. Non ho incontrato mai Tremalnaik né il fedele maharatto Kammamuri, la tigre Darma e il cane Punti, la folle Ada né ho mai sentito il ramsinga dei thug ma solo perché non ho cercato bene. La casa della mia infanzia aveva due piani e io avevo paura a fare le scale, un po’ perché erano buie e un po’ perché c’era appesa una stampa di Fouquet che mi guardava male (e che ora è appesa nel mio studio, benevolo nume delle lunghe ore che passo a scrivere al computer), per cui chiamavo sempre mio padre che mi aspettasse sotto quando dovevo scendere. Lui si divertiva a fingere di suonare il ramsinga (quale strumento sia in realtà non l’ho mai saputo) terrorizzandomi, e insieme riempiendomi di piacere. In compenso riaprendo I misteri della giungla nera da grande l’ho trovato illeggibile, scritto in modo vetusto e del tutto sconclusionato come struttura. Malgrado la sua fama di scrittore per ragazzi, Salgari è un vero esponente del decadentismo, i suoi personaggi sono febbrili, nevrotici, tormentati, si innamorano di bellissime quindicenni, possibilmente pazze, che comunque muoiono subito. Poi è profondamente libertario, anticolonialista, capace, in tempi in cui i bianchi portavano in giro con orgoglio il loro fardello di razza superiore uccidendo e depredando con disprezzo in nome della civiltà, di eleggere a eroi indiani, malesi, filippini e cinesi, corsari e deportati in fuga dalle prigioni di Port Blair. Non c’è angolo del mondo su cui non abbia scritto. Visitando il sito di Angkor in Cambogia, ho scoperto che era nientemeno che La città del Re Lebbroso. A Sandokan, principotto malese, ha fornito un aiutante tuttofare portoghese, l’ineffabile Yanez che fuma l’ennesima sigaretta sdraiato sul canapè. Si può essere di più larghe vedute? Chi ha lo ha letto nell’infanzia non potrà mai essere razzista. Salgari ha contato più di un amore, più di quello che ho studiato e letto negli anni successivi. Ė una pietra miliare, un demiurgo della mia immaginazione e di tante esperienze che ho inseguito sulle sue tracce. Ho per lui una riconoscenza totale. Senza Salgari, probabilmente, la mia vita sarebbe stata diversa.

C’è un libro, invece, che pur amato da bambina ho capito veramente solo quando l’ho scoperto da grande, leggendolo in inglese: Alice nel paese delle meraviglie. L’edizione in mio possesso aveva illustrazioni così così, Alice era una ragazzina poco attraente, con i capelli corti e scuri, una gonnellina a pieghe che le scopriva le ginocchia e un golfetto abbottonato. Mi piaceva, mi colpiva il racconto a forma di coda del topo e la lacrimosa canzone della Finta Tartaruga, “Buon brodo verde e oro”, Bill il giardiniere del Coniglio Bianco (che orrore la traduzione Bianconiglio!), il Cappellaio Matto e la Lepre Marzolina, ma è da adulta che gli ho votato un’ammirazione sconfinata. In assoluto è il libro che vorrei avere scritto io. La mia invidia per Lewis Carrol, la sua capacità di giocare con le parole, di allargare e stringere la realtà a proprio piacere, di costruire archetipi indimenticabili frullando poesie, nursery rhymes, figure familiari dell’immaginario infantile, è feroce. E il piacere che mi dà infinitamente rinnovabile. Ė l’unico libro che leggo e rileggo: quando incappo in una giornata no, di quelle grigie e pesanti che fanno sembrare la vita un budello senza finestre, apro una copia ormai tutta squinternata in inglese con le illustrazioni di Tenyel e il mondo ricupera i colori, si riempie di festa. Come, per parlare di film mi succede con Rocky Horror Picture Show, che mi rimette sempre di buonumore appena vedo Brad e Janet nella chiesa dell’American Gothic. Non amo altrettanto Alice oltre lo specchio, per i miei gusti troppo costruito, appesantito da un certo intellettualismo e sdolcinature. Ma Alice nel paese delle meraviglie è il libro che porterei con me su un’isola deserta, quello che salverei se dovessi sceglierne uno solo. L’unico, ripeto, che vorrei davvero avere scritto io: penso che essere ricordato come l’autore di questo meraviglioso viaggio nel paese delle meraviglie debba rendere il reverendo Charles Dogson, dovunque si trovi ora, l’anima più felice e fiera di tutto l’aldilà.

giovedì 24 novembre 2011

AA VV, Sorci verdi, Storie di ordinario leghismo

Diciassette autori, nomi illustri e altri meno noti, riuniti per raccontare gli orrori, le bestialità, lo squallore, il grezzo non-pensiero della Lega. Libro, secondo me, non solo utile ma necessario, perché il pericolo sempre in agguato è di derubricare la Lega a fenomeno folkloristico, farsi due risate con il dito alzato di Bossi e le battute (alcune, ammettiamolo, irresistibili) sul Trota, alzare le spalle con superiorità alle pulizie ferroviarie di Borghezio, pensare che certi fenomeni non ci possano riguardare direttamente e succedano sempre due città più in là. Per me, ad esempio, che vivo a Torino dove la Lega, a parte appunto Borghezio, non è molto protagonista, è stato uno shock svegliarmi un giorno con un presidente della regione verde come un ramarro. E nelle idee della Lega, il razzismo dichiarato e gridato, improvvisamente mi trovo a inciampare tutti i giorni. Ecco, in questo libro l'argomento principale è il razzismo contro gli stranieri, ma il primo racconto è dedicato alle donne, alle ragazze padane del più scalcagnato dei concorsi di bellezza. Se avessi partecipato a questa antologia, avrei scelto come argomento la politica contro le donne della Regione Piemonte, che sta sostenendo la presenza del Movimento per la vita nei consultori e negli ospedali. Insomma, Sorci verdi ha un suo significato civile e politico innegabile, ma va detto che al di là di quello ha anche un significato letterario autonomo e ricco. Le voci degli autori sono disparate, liberissime, ciascuno porta avanti la sua personale ricerca (o accusa) con gli strumenti che gli sono più congeniali e con parecchia fantasia, e il risultato è un libro molto interessante, ma anche molto divertente (il paradosso abbonda), vario, inquietante, che fa pensare ma anche sorridere. Vorrei sottolineare che il titolo è geniale, perfetto. E che il racconto più efficace è Comizio di Angelo Ferracuti, un testo composto di un collage di citazioni autentiche dai discorsi di alcuni rappresentanti della Lega. Il risultato è agghiacciante e comico, si legge e non si crede ai propri occhi. Siccome gli autori sono molti, i testi brevi e tutti interessanti, mi limito a nominarli: leggetelo, non solo vale la pena ma fa bene al cervello.
Giulia Blasi, Polenta e salsiccia; Annalisa Bruni, Non mi pento; Giuseppe Ciarallo, Pietà l'è morta (MissisSile Burning); Giovanna Cracco, Cambio della guardia; Alessandra Daniele, Il sole sorgerà ancora; Girolamo de Michele, Il deficiente. La selezione della classe dirigente di domani; Valerio Evangelisti, Federalismo fiscale; Angelo Ferracuti, Comizio; Fabrizio Lorusso, Johan Messican a la descoverta de la Padania; Davide Malesi, I miei vicini è gente che lavora; Stefania Nardini, La primavera di Maryam; Valeria Parrella, Matteo piccolo piccolo; Walter G. Pozzi, Il Celtopardo; Alberto Prunetti, Una cartolina razzista dalla spiaggia; Stefano Tassinari, Adige; Massimo Viaggi, Niente case ai bingo bongo; Lello Voce, Summer Radio Days (Io sono un tiratore scelto).
Il ricavato delle vendite del volume sarà devoluto alla biblioteca del carcere di Padova.

Leggere per vivere - la mia storia di lettrice, terza puntata


Felicissima friandise, invece, la serie di Mary Poppins di P. L. Travers. Niente a che vedere con la sdolcinata interpretazione disneyana, Mary Poppins è severissima, autoritaria e piena di difetti, primo dei quali una vanità senza limiti. Altro che i sorrisi di Julie Andrews. Giovanna e Michele, con i loro fratellini minori Giovannino, Barbara e Annabella, sono stati i miei amici per molti anni. Mi affascinava quella vita così diversa dalla mia, fatta di spedizioni per comprare il panpepato (mai saputo che cosa sia), pioggia e soprascarpe, zucchero d’orzo e “mettiti il cappello”, cene nella stanza dei bambini e “se sento una sola parola…”. Una vita di regole rigidissime e infrazioni continue attraverso le magie di Mary Poppins, che lei ogni volta negava in nome di una sua indiscutibile dignità. Le mie storie preferite erano “Venerdì disgraziato”, in cui Michele in crisi di capricci e perfidia spacca un piatto di porcellana su cui è dipinto un paesaggio con figure, poi ci finisce dentro e verifica i guai che ha combinato in quel mondo, “Compere di Natale” dove i bambini incontravano Merope, una delle Pleiadi scesa in terra a cercare i regali di Natale alle sue sorelline, “Il parco nel parco” dove i personaggi di plastilina fatti dai bambini prendevano vita in mezzo all’erba. Quanto volte ho scostato fili d’erba nella speranza di scoprire che vi si agitavano piccole repliche di esseri umani! Per non parlare poi dei personaggi di contorno, Robertson Ay la cui unica incombenza nella vita era lucidare stivali, l’ammiraglio Boom, il poliziotto innamorato della cameriera Ellen sempre raffreddata, un mondo intero insieme rassicurante e sempre pronto a squarciarsi per lasciare entrare Nelly Rubina, la signora Corry dalle dita di zucchero d’orzo e le sue grosse lacrimose figlie, il vento dell’est e quello dell’ovest, gli aquiloni e i pettirossi. Basta dimenticare il film e tuffarsi nelle pagine dei volumi originali per perdersi in un incanto pieno di fantasia e spigoli stimolanti. Ebbi però una grave delusione quando, in quarta o quinta elementare, nell’ora dedicata alla lettura a voce alta, proposi alle mie compagne di classe le vicende della famiglia Banks: troppo irreale, nessuna situazione strappalacrime, ottenni un pollice verso unanime.
Non che disprezzassi le storie patetiche, anzi. Senza famiglia di Hector Malot l’ho molto amato, nel mio baule di ricordi indelebili stanno le frittelle di Mamma Barberin, la povera scimmia Capitano squassata dalla tosse, il signor Vitalis che muore di stenti, la canzone napoletana Fenesta vascia e patrona crudele che fa incontrare Remigio e suo fratello sullo yacht Cigno che avanzava regale nei canali della campagna francese, tra chiuse e argini, trainato da cavalli… E la protagonista di In famiglia, dello stesso autore, mi ha insegnato molto sui meccanismi dell’ascesa sociale: sola, miserrima, raminga, riesce a farsi assumere in una fabbrica, trova rifugio in una capanna abbandonata vicino a un ruscello e investe il primo guadagno in un pezzo di sapone, uno specchietto, un pettine e una pezza di cotone bianco con cui si cuce delle camicie. Così, presentandosi al lavoro pulita e ordinata, inizia una carriera che alla fine la porterà a conquistarsi tutto ciò che le mancava. Magari mi rimanessero in mente con la stessa lucidità i tanti libri che leggo ora, e riuscissi a trarne gli insegnamenti che la mia ignoranza di bambina sapeva raccogliere.
Avere letto tanti romanzi ottocenteschi, fin dall’infanzia, mi ha reso molto sensibile alle dinamiche sociali, alla concreta realtà del lavoro, a pormi sempre la domanda “ma come mangia questo personaggio? come paga l’affitto, i vestiti?” e sicuramente ha influenzato anche il modo in cui costruisco le storie che scrivo. Mi infastidiscono quei libri, non importa se realistici o fantastici, che si svolgono in una borghesia diffusa, sganciata dalle necessità economiche, dove tutti sono liberi di coltivare i propri squisiti tormenti come se i soldi piovessero dal cielo. E anche nella mia vita sono sempre incuriosita dalla provenienza sociale, dalle origini delle persone che incontro.
Non perderò tempo a parlare di quei romanzi “per bambini” che ancora negli anni cinquanta-sessanta facevano parte delle letture obbligate, ma non imposte, che anch’io ho fatto. Mi sono appassionata a I ragazzi della via Pal, Il piccolo lord, Il giardino segreto, Il lampionaio, ovviamente e senza riserve a Piccole donne, un po’ meno a Piccole donne crescono, I ragazzi di Jo, Otto cugini, Rosa in fiore. Di Piccole donne ricordo praticamente tutto, dal primo capitolo con il Natale senza altro dono che il Pilgrim’s progress e la recita casalinga alla morte di Beth e al ritorno del colonnello March dalla guerra. Non mi sono mai fatta una ragione che Jo, con le sue mele mangiate in soffitta e i suoi libri, i capelli tagliati per mandare i soldi al padre, il vestito di tartan (stupenda parola incomprensibile) bruciato sulla schiena, i guanti usati, i pomeriggi passati a leggere all’antipatica cugina ricca che la chiamava Josephine, il coraggio, la capacità di saltare gli steccati, rifiuti l’amore di Laurie. E che se lo sposi quella gatta morta di Amy. Un colpo basso che Louise May Alcott avrebbe potuto risparmiarci, a me e a milioni di altre lettrici. Per farle sposare un vecchio tedesco triste e noioso, poi. Non glielo perdonerò mai e poi mai.
Lessi anche Davide Copperfield in un’edizione illustrata ma completa, assolutamente entusiasta ma scervellandomi su molti particolari incomprensibili. Agghiacciata dalla scena in cui, dopo che la madre, infelicissima per il matrimonio con l’orrido Murdstone, muore insieme al bambino appena nato, Davide viene portato nella stanza dove i due cadaveri giacciono sotto un lenzuolo. Affascinata dalla zia Trottwood furiosa con gli asini che le mangiano i fiori del giardino, schifata da Huria Heep e dalla sua viscida madre, commossa per la triste sorte di Dora Spenlow e il suo panierino di chiavi. Incapace di penetrare i motivi che rendono impossibile il matrimonio tra la bella Emilie e l’eroico Ham Peggotty, dalle mani che sporgono dalle maniche troppo corte. Mah, i misteri della vita sono così tanti e affascinanti che averne incontrato un bel numero in queste pagine meravigliose mi ha sicuramente resa, se non più sveglia, almeno più sensibile e attenta agli altri. Un antidoto efficacissimo contro l’egocentrismo e la contemplazione del proprio ombelico. Come si possa considerare Dickens un autore per bambini non lo capirò mai. Da grande ho letto tutti i suoi romanzi e l’ho elevato nell’empireo dei miei autori guida. Ne parlerò a suo tempo.

lunedì 21 novembre 2011

Andrea Camilleri, La setta degli angeli

Di massima soddisfazione la lettura dell'ultimo libro di Camilleri, come sempre, una vicenda veloce e teatrale ambientata nel 1901 nel paesino di Palizzolo, dove l'avvocato idealista Matteo Teresi porta allo scoperto una turpe storia che coinvolge pessimi parrini e bravissime picciotte. Intorno un coro grottesco di nobili e borghesi che si ritrovano al circolo "Onore & Famiglia", carabinieri, vescovo e magistrati, sullo sfondo la mafia. Ma quello che colpisce stavolta, o almeno ha colpito me, è la cupezza della vicenda e soprattutto della sua conclusione desolata. Non che Camilleri sia uno scrittore consolatorio, che rifugge dalle crudezze o blandisce il lettore (rileggete quel magnifico e tremendo romanzo che è La presa di Macallè e capirete che cosa voglio dire), ma al di là del divertimento che come sempre le sue pagine frizzanti provocano, si intravede una specie di scoramento, di sfiducia nella possibilità di vincere nella lotta tra bene e male, onestà e ipocrisia, potere e verità, potenti e popolo. Conoscendo la sua viva partecipazione alle vicende politiche del nostro paese, viene da pensare che questo pessimismo, questo senso di sconfitta sia legato ai bruttissimi tempi che abbiamo vissuto. E perciò gli rivolgo un augurio, esattamente come lo rivolgo a me stessa, dandogli affettuosamente e rispettosamente una pacca sulla spalla: magari adesso andrà meglio, caro Andrea. Certo non è quello che avresti voluto tu né quello che vorrei io ma contentiamoci, tiriamo il fiato, aspettiamo di vedere quello che succede. Rallegriamoci che almeno ci siamo liberati di quella nuvola plumbea che ci è stata sulla testa per troppo tempo. E spero che il prossimo libro sarà bello come questo ma molto, molto più allegro.

Leggere per vivere: La mia storia di lettrice, seconda puntata.

Dei libri infantili che ho amato appassionatamente ricordo non solo le parole ma anche le illustrazioni. La serie meravigliosa di Karin Michaelis, Bibi, una bimba del Nord, che aveva i disegni più belli che abbia mai visto. Le storie di Bibi la seguono da quando ha sei, sette anni fino ai primi turbamenti dell’adolescenza, insieme alle congiurate, le sue amiche del cuore, Ulla, Anna Carlotta, Astrid e Valborga. Ho ancora in mente le fisionomie delle cinque ragazzine, e saprei descriverne difetti e qualità nel dettaglio, nonché le famiglie di provenienza: Bibi nata da una mésalliance, un matrimonio d’amore tra un capostazione e una giovane aristocratica morta troppo presto, Ulla (con cui Bibi si scambia il nome) e Astrid (invidiosa, falsa, intrigante) borghesi, Anna Carlotta viziatissima, scaltra e fintamente fragile figlia di un pastore protestante, Valborga intelligentissima e piena di risorse, proveniente da una famiglia proletaria, con un nugolo di fratellini minori e una madre sempre ammalata. Questa serie oggi sarebbe improponibile tanto Bibi è libera, priva di paure e paranoie, sempre pronta a partire da sola (come figlia di ferroviere può prendere qualsiasi treno gratis) e ficcarsi in situazioni pericolose come farsi ospitare da un gruppo di zingari nel loro carrozzone. Nessun genitore contemporaneo, iperprotettivo e ansioso, metterebbe in mano ai figli dei libri così, li considererebbe antieducativi. Per me sono stati sorsate di libertà e curiosità. Quando molti anni dopo sono stata a Praga, per esempio, la prima cosa che ho cercato è l’orologio della torre che avevo visto in un disegno precisissimo del volume Bibi e il suo grande viaggio. A Bibi devo anche molti pensieri dedicati a un incontro di sostantivo e aggettivo che mi ha colpito perché non lo capivo bene: una dolce camicetta azzurra. Mi sono interrogata a lungo come una camicetta potesse essere dolce. E ricordo la delusione quando è uscito un volume scritto dalla traduttrice, Emilia Villoresi, in cui Bibi veniva ricondotta alla normalità facendone un’infermiera che si innamorava di un medico italiano. Ricordo ancora le parole della quarta di copertina: Bibi diventa una splendida sposa italiana. Ma va’ là, Bibi continua a aggirarsi per l’Europa con il suo amico Ole, quello che da bambino è caduto nella fossa del padre al cimitero, con la cicogna Jensen, il suo berrettino rosso, gli occhi azzurri, le trecce biondissime e le gambe lunghe con le calze alla scagassa.
Altro scrigno di meraviglie senza fine l’enciclopedia Il tesoro del ragazzo italiano, in un’edizione di prima della seconda guerra mondiale. Otto o nove volumoni rilegati in rosso che estraevo a turno dalla libreria per portarmeli in camera, sul letto. Ancora ho l’abitudine di leggere sdraiata sul letto, il pomeriggio. C’era un po’ di tutto ma io leggevo soprattutto la sezione delle fiabe di tutto il mondo, corredate da illustrazioni di artisti magnifici. Uno, di cui ricordo le fiabe greche e quelle nordiche, faceva figure dalle linee dolci e colori netti, semplici e accattivanti. Ricordo ad esempio, una fiaba dell’Epiro in cui c’era una ragazza con un costume fantastico, trecce nere e lunga palandrana, in cui c’entrava un gallo; o gli alberi azzurri con frutti rotondi nelle fiabe provenienti dalla Finlandia. Ma il più magico era l’illustratore delle fiabe orientali che innalzava architetture tutte torri, pinnacoli, altane, balconi, tanto complesse da sovrastare con la loro incredibile ricchezza persino le vicende delle principesse di Baghdad e i tappeti volanti. Nel Tesoro c’erano anche riassunti di opere teatrali (mi sono rimasti indelebili nella memoria l’Aio nell’imbarazzo e La vita è un sogno) o episodi della vita di personaggi famosi, come il piccolo Mozart che suona davanti alla futura Maria Teresa d’Austria e Ludovico Muratori, pastorello avido di cultura che ascolta fuori dalla finestra le lezioni impartite a nobili infanti. E poi la sezione dei giochi scientifici, che non provavo mai a riprodurre, ma ancora mi rimane la curiosità di controllare se è vero che il vetro può essere tagliato con le forbici sott’acqua. Fantastica miniera questo tesoro, che trattava anche storia e geografia con taglio decisamente fascista, ma alla mia fantasia evasiva e poco portata a interrogarmi sulle questioni reali, d’altronde avevo meno di dieci anni, inarrivabile e indimenticabile.
Poi ci sarebbero decine di altri libri da ricordare, come la serie dei Ragazzi della valle perduta, tre volumi noiosi che ricreano la storia dell’umanità partendo dalla vicenda di due cugini rimasti intrappolati in una valle alpina in cui si erano recati con la nonna per cercare funghi. Una frana li isola dalla civiltà e quelli ripartono dalla caverna, poi si fanno una casa sulle palafitte, infine una casa di pietra. Si accoppiano, hanno dei figli, trovano l’oro (la parte più incomprensibile, per me: dopo avere sempre vissuto in pace e concordia l’oro li divide rendendoli nemici) e alla fine, non ricordo più per quale disastro naturale, ritrovano la via per tornare tra gli uomini. Ho detto noiosi ma forse intendevo solo pesanti, anche questi volumi li ho letti e riletti, magari con più fatica ma con lo stesso piacere di altri più facili. Anzi, qui devo confessare che ho sempre apprezzato i libri che non capivo fino in fondo: mi costringevano a pensare, a interrogarmi sulle parole che mi risultavano oscure, e mi spingevano a fantasticare a lungo. In questo senso basilare per me è stato Amei, una bimba, di Ruth Schaumann, pieno di enigmi e immagini che mi sono rimaste indelebilmente in un angolo del cervello, e solo rileggendolo da adulta ho capito perché: è un libro scritto benissimo, molto difficile, un libro che non considera i bambini piccole bocche da nutrire a bocconcini, ma persone in grado di intuire emozioni grandi come la vita. La frase che ricordavo meglio, “com’è duro questo scopettino!” si riferiva proprio alla capacità di provare dolore anche delle creature più piccole, come le mosche e i bambini. Altra frase indimenticabile, “raccogli un mazzolino di venti violette e cinque foglie verdi”, mi sembrava l’equivalente delle fatiche di Ercole, un’impresa quasi impossibile: come si fa un mazzo con sole venti violette? Ci ho provato tante volte, lo giuro, non ci riuscirebbe nessuno. E ancora, la mosca che scivola sui lucidi capelli neri di una zia così povera che nella dispensa ha solo una fetta di salame e un uovo che sacrifica per Amei, che detesta l’uovo sbattuto… insomma un tipo di nutrimento per il cervello che mi ha aiutata a crescere, lo giuro.

sabato 19 novembre 2011

Leggere per vivere – 1

Ho ritrovato questo testo, scritto alcuni anni fa con uno scopo che poi si è perso per strada. Siccome parla di libri, e del mio rapporto con i libri, ho pensato di pubblicarlo qui a puntate. Questa è la prima. L'argomento è molto personale e probabilmente poco interessante, ma forse qualcuno potrà riconoscersi in qualche passione condivisa.

LEGGERE PER VIVERE – 1

La meraviglia dei libri, secondo me, è che sono fatti di parole. Senza mattoni né pietre né cazzuola né malta, senza effetti speciali né facce bellissime di attori né technicolor, parola dopo parola, aprono mondi e ti portano via, dove vogliono loro. Cattedrali di parole sontuose o ignobili, fresche o vecchie come il mondo, non hanno limiti legati ai materiali di costruzione, dicono quello che vogliono e tacciono quello che non gli interessa. Con la minima spesa possono tutto, e anche se oggi viviamo nell’età dell’immagine, rimangono il regno inarrivabile dell’economia fantastica. L’immaginazione esiste anche senza l’immagine, e prospera grazie alla parola.

Non riesco a ricordare la mia vita prima dei libri. Mio padre aveva l’abitudine, quando ero piccolina, di raccontarmi l’Iliade a puntate, dalla parte dei Troiani. Rimasi sbalordita quando ritrovandola a scuola, in prima media, scoprii che in realtà i Greci erano gli eroi, e non quegli invasori maleducati di cui mi ero fatta l’idea.. Più tardi cominciò a leggermi Salgari a voce alta, forse anche Cuore che non lessi mai. Poi c’erano i libri illustrati, certi grossi volumi con storie un po’ noiose ma figure stupende, luccicanti e precise, “perché sono fatte con il bianco d’uovo”, ricordo che diceva. Chissà che cosa significa. Mi faceva anche fare lunghi viaggi sugli atlanti: viaggi a puntate, oggi andiamo dall’Italia alla Grecia, domani arriviamo in Persia, poi in India. Di ogni paese mi raccontava tutto quello che sapeva, lui che aveva viaggiato pochissimo e si era fatto le sue conoscenze sui libri. Ecco, non riesco a scindere i libri dal viaggio. Sono stata una viaggiatrice abbastanza precoce e baldanzosa per i tempi, continuo a esserlo malgrado la deprimente globalizzazione e le tristezze portate dal turismo di massa. Ogni luogo che ho visitato mi mostrava una faccia che aveva lunghe, forti radici nelle letture fatte quando non sapevo neppure che i luoghi di cui leggevo fossero reali, raggiungibili, gremiti di persone vive. Di questo, lo so per certo, sono responsabili mio padre e la sua biblioteca.

A casa mia c’erano due biblioteche: una vera, il regno di mio padre, una grande sala con un tavolo al centro e intorno armadi a vetri, e un’altra per bambini, composta da uno scaffale rosso pieno di libri squinternati nella stanza dove studiavo e giocavo – i libri brutti, e un armadio di legno scanalato, scrigno di meraviglie inenarrabili, nell’anticamera al primo piano – i libri belli. Siccome sono l’ultima di cinque figli, molto più giovane dei miei fratelli, questa seconda biblioteca era il mio libero terreno di caccia. Ho potuto usufruire dell’eredità di quattro bambini, più quelli che mi appartenevano davvero, un territorio praticamente infinito da cui forse non sono mai uscita. Per vicende varie i libri della mia infanzia per me sono persi, tesori sepolti che so esistere ma di cui non ho la mappa. Frequentando i mercati dell’usato sto raccogliendone alcuni con fatica. Ogni tanto ho qualche emozione felice, esaltante, quando sollevando un volume qualsiasi scopro uno dei miei amici perduti. Lo vivo come un miracolo, il segno di un destino che di colpo mi sorride contento, sapendo di farmi un grandissimo favore. Ancora ne desidero molti, ma ormai ho la speranza di imbattermi in loro prima o poi, quando meno me lo aspetto, in certi giorni fausti per congiunzioni astrali che non conosco e in cui non credo, ma agiscono di sicuro indirizzandomi al banchetto giusto.