giovedì 9 dicembre 2010

Romain Gary, La vita davanti a sé

Sapevo qualcosa e avevo letto qualcosa di Romain Gary, ma niente di questo romanzo. Sono quindi molto riconoscente alla mia amica Daniela che me l'ha fatto conoscere perché è bellissimo, e soprattutto dà un grandissimo piacere alla lettura grazie a personaggi indimenticabili e a una scrittura geniale nel restituire il punto di vista di un ragazzino tanto scafato quanto candido, tanto disincantato quanto capace di tenerezza. Uscito nel 1975, si svolge nella stessa Belleville che diventerà famosa nei romanzi di Pennac (ma Pennac dov'è finito? completamente passato di moda con l'ondata di paura e xenofobia che spazza tanto la Francia quanto l'Italia? davvero non lo merita, anche se dopo il debordante pateracchio Messieur Malaussène non solo più riuscita a leggerlo) e mette in campo un io narrante di nome Mohammed detto Momò, di anni dieci ma forse quattordici, figlio di una puttana mussulmana che l'ha messo a pensione da Madame Rosa (ma forse no) e poi l'ha dimenticato. Madame Rosa è una vecchia ex puttana ebrea, scampata a Auschwitz, grassissima, malata e un po' disgustosa, che tiene in casa un numero variabile di ragazzini, tutti figli di prostitute che non possono tenerli con sé perché quando una donna è costretta a fare la vita, non ha diritto di avere la patria potestà, è la prostituzione che lo richiede. Così parla Momò, che ascolta tutto quello che dicono i grandi e lo ripete con il suo candore senza pietà. Momò cresce tra gli altri bambini, Banania che è sempre allegro, Moise il piccolo ebreo, il suo vecchissimo amico il signor Hamil che gli insegna l'arabo e il Corano, Madame Lola il generoso travestito che batte al Bois de Boulogne, il signor N'Da Amédée il prossineta, e tutti quelli che incontra per strada. Il suo nodo oscuro è quello dell'abbandono, della mancanza della madre, ma si farebbe cavare un occhio piuttosto che ammetterlo. Come si farebbe cavare un occhio prima di ammettere l'amore disperato che lo lega a Madame Rosa. Vagando per strada rubacchia, improvvisa spettacoli con il suo ombrello umanizzato Arthur, parla con le prostitute di strada che lo coccolano e gli fanno regali, si sceglie genitori d'elezione e li segue per vedere dove vivono. Quando Madame Rosa si ammala definitivamente, tutto quel mondo di esclusi si mobilita per aiutarla, dall'ebreo dottor Katz ai neri fratelli Waloumba, ma le cose precipitano e negli ultimi, frenetici capitoli il dramma ci lascia a bocca aperta, sconvolti e commossi. Perché questo romanzo parla di solitudine e amarezza, di solidarietà e di emarginazione, di paura che non sparisce mai e di morte, di calore e dolore e amore, ma lo fa con tale leggerezza, con una tenerezza talmente piena di pudore, che solo alla fine ce ne rendiamo pienamente conto. E intanto abbiamo anche riso e sorriso, senza esserci impiastricciati di buonismo né di un eccessivo ottimismo della volontà (alla Pennac, per intenderci) e quel che resta è buonumore, e amore per la vita. E la voce indimenticabile di Momò.
Ottima la traduzione di Giovanni Bogliolo.