lunedì 15 settembre 2008

Dove nascono le storie?

Ogni anno la difficoltà di rientrare nella vita quotidiana con le sue limitazioni e le sue discipline – per prima quella di scrivere – diventa più forte. Brutto segno, se basta il breve stacco di un mese o due per provare questo rifiuto , o meglio questa impossibilità verso se stessi... non depone a favore della qualità della vita. Va be', sono fatti miei e non rivestono un interesse generale, e tutto il discorsetto ha l'unico scopo di spiegare perché questo blog è rimasto inattivo per più di due mesi.
E' rimasto in sospeso un interessante discorso con Alessandro Defilippi a proposito di dove nascono le storie, cui lui ha aggiunto un tema che mi incuriosisce, cioè le costrizioni. Anche io penso, come Defilippi, che le storie nascano, e ancora più crescano, nell'inconscio. Crescono di notte, nell'insonnia, nel dormiveglia e nei sogni, e di giorno in un angolo della mente lontano dalla coscienza finché si riversano nelle parole coscienti e costruite che riconosciamo come nostre. Sento già le proteste: ma questa è l'ispirazione! Tu pensi di avere questa malattia vergognosa! Veramente non ho mai capito che cosa fosse l'ispirazione, era uno di quei concetti che quando studiavo a scuola mi bloccavano per astrusità. Poi ho capito che certe volte le parole non contano granché, sono giusto il packaging, che cambia con il tempo e le mode, di concetti più stabili. Che cosa intendevano i Greci invocando le Muse, che cosa intendeva il poeta romantico invocando l'ispirazione? Forse, si parva licet, solo quello che dico io tutti i giorni quando mi siedo davanti al computer: speriamo che mi venga un'idea! speriamo che quest'idea si sviluppi senza arenarsi subito in qualche secca assassina, speriamo che cresca bella e forte e appassionata (appassionante), speriamo che la sua vita sia lunga e operosa... Oppure, ispirazione è alcol, assenzio, droga, caffè, anfetamine, che altro? non me ne intendo. Per me sicuramente sono i sensi, soprattutto odorato, vista e tatto. Poi be', c'è anche un lavoro razionale, ma viene dopo. Anche qui concordo con Defilippi che una storia può avere un inizio luminoso e una fine dai contorni incerti che si definiscono man mano che ci si inoltra nei territori dell'immaginario.
Delle costrizioni parlerò in un secondo tempo per non dilungarmi troppo.

9 commenti:

Alessandro ha detto...

L'ispirazione: altro bel tema. Credo fosse Joyce quello che diceva che il genio è un 10% di ispirazione e un 90% di traspirazione, cioè disudore, quindi di lavoro e fatica. E non ricordo chi fosse quell'altro che diceva che l'ispirazione è il gesto di avvicinare la sedia alla scrivania. Su questo sono del tutto d'accordo. Quando una storia è nata, ed è magari solo una frase, una musica, un'immagine, ecco che bisogna sedersi alla scrivania e fare i conti con la pesantezza del lavoro, anche se scrivere, come diceva Luigi Barzini jr. a proposito del mestiere del giornalista, è sempre meglio che lavorare. Anche questa, quella della seggiola e della scrivania, è una costrizione. Sempre per continuare con le citazioni, gioco che mi diverte come un tempo quello dello scambiarsi le figurine dei calciatori (cel'ho! -in realtà si diceva "celo!"-; manca!)eccone una, straordinaria, di Buzzati: «Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l'animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi. Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre illusioni. Crediamo di fare cosa importante tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca. [...] Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse).»

Alessandro ha detto...

Riprendo per un'altra citazione. Si parlava ieri a Portici di Carta, durante la presentazione del tuo bel libro (Lei coltiva fiori bianchi, CS editore) della presenzaa o meno di una specificità della scrittura femminile. Oggi, su Carmillaonline, è comparso un intervento, firmato da rosella Simonari, da cui stralcio questo brano, senza darne alcun giudizio, ma solo per rirpendere il discorso di ieri: "E questa attenzione alla scrittura come corpo sembra evocare l’écriture féminine teorizzata da Hélène Cixous nel suo famoso saggio “Il riso della Medusa” (1975): “bisogna che la donna scriva il suo corpo, che inventi la lingua inafferrabile che faccia saltare le pareti, le classi e le scuole di retorica, le ordinanze e i codici, che sommerga, trapassi, valichi il discorso-con-riserva ultima, ivi compreso quello (…) che, mirando all’impossibile, si ferma di botto davanti alla parola ‘impossibile’ e la scriva come ‘fine’” (Cixous, 1997: 235). L’ écriture féminine è un tipo di scrittura non necessariamente collegata biologicamente all’essere femmina, quanto piuttosto alla scrittura “che annulla la distanza fra corpo e parola” (Bono, 2000)".

consolata ha detto...

Non sono brava come te con le citazioni ma sono d'accordo sulla pesantezza dello scrivere, soprattutto nel momento delle prime battute sulla tastiera che sembrano sempre un compito impossibile.
Quanto alla scrittura femminile, andrò a vedere l'intervento su Carmilla anche se non ho ben capito il discorso che tu stralci. Troppo difficile, troppo astratto. E poi a me vengono subito i nervi a leggere: bisogna che la donna scriva il suo corpo. Ma perché? Prima di tutto, perché la donna deve sempre essere identificata con il corpo e poi perché deve darsi degli imperativi categorici da sola? Io penso che la donna (uso questa espressione, che mi infastidisce, solo perché la usa l'autrice dell'intervento; io parlo solo di donne, non della donna. Ti immagini uno che scrive "bisogna che l'uomo scriva la sua mente" intendendo lo scrittore maschio?) deve scrivere quello che meglio le aggrada. Le donne hanno dovuto sottostare a tante regole stabilite dai maschi, non sento proprio il bisogno che me ne dettino altre le donne. Penso che una donna (di nuovo, non la donna!) debba solo appropriarsi della libertà di scrivere e poi fare quello che le pare, il possibile o l'impossibile, inventare la ligua inafferrabile o usare le parole più trite, interpretare parti maschili o raccontare la mente o il corpo femminile o quello maschile così come gli uomini hanno sempre raccontato il corpo femminile sostituendosi alle donne, ma soprattutto non farsi mai dire da nessuno quello che "bisogna" che faccia.

Alessandro ha detto...

Sono d'accordo con te. Tollero con sempre maggior fatica questo linguaggio psicoanalichese. Continuo però a pormi il problema se esista una specificità della scrittura maschile (diciamolo in questo modo, per essere più chiari) rispetto a quella femminile. La risposta ovvia e politicamente corretta è no. Non esiste una differenza: uomini e donne sono entrambi esseri umani e scrivono in quanto tali. A me però pare manchi qualcosa. Diciamo ad esempio che non conosco un Jane Austen di sesso maschile. Non conosco un Hemingway femminile. Sono contento che sia finalmente chiaro che Pauline Reage (l'autrice dell'Histoire d'O) fosse una donna e non un uomo. Certe mie lettrici mi rimproverano uno scrivere troppo pietroso, da "uomo" secondo loro.
Mi pare però che il problema sia un altro: che la diffedrenza, la specificità uomo/donna esista e che la grande perdita finora sia stata quella di non aver potuto ascoltare in pieno, per motivi politici, culturali, per discriminazioni, queste due voci così diverse, così complementari.

consolata ha detto...

Secondo me la differenza, e mi ripeto, è legata al genere in quanto prodotto culturale. Voglio dire: se a una donna non è mai venuto in mente (credo) di scrivere "Il tesoro della Sierra Madre" è perché i condizionamenti culturali, scelti o imposti non ha importanza, le abitudini di vita, i gusti, sono molto legati all'identità di genere. In questo senso trovo fondamentale l'esperienza delle persone transessuali, e penso che il giorno in cui non saranno più costrette a scrivere cose autobiografiche per spiegarsi e giustificare la propria esistenza al mondo, sarà davvero più che interessante vedere quali storie racconteranno e soprattutto come. Comunque io non penso che donne e uomini siano "uguali" in quanto esseri umani e basta, penso solo che uomini e donne possono scrivere in qualsiasi modo e occuparsi di qualsiasi argomento gli faccia piacere, senza essere inchiodati a una scrittura "femminile" o "maschile". Così come nelle professioni, le donne per il momento si sono dedicate a quelle meno appetite dagli uomini e più vicine alle loro attività tradizionali, ma nulla se non i condizionamenti di genere impedisce che ne affrontino altre finora escluse dalla loro sfera d'intervento. Se ne hanno voglia. E lo stesso vale per gli uomini, anche loro chiusi nella loro gabbia di genere, solo più larga e soprattutto fatta di materiali che si sono scelti da sé. Quasi sempre.
Insomma, e in questo sono davvero inguaribilmente ottimista, se l'umanità sopravvive ai suoi sforzi di autodistruzione probabilmente succederanno cose che noi umani non abbiamo mai visto, e avremo un autore di "Orgoglio e pregiudizio" con i baffi, e molti capitani coraggiosi, Achab, Nemo, Tremalnaik , D'Artagnan eccetera eccetera, con le mestruazioni.

maxciti ha detto...

Sono vivo, in fondo, anche se non ancora del tutto nei miei panni. D'altro canto un tema come questo non poteva non attirarmi.
Mi sono chiesto spesso, in realtà, dove sia e come si presenta la differenza tra uomini e donne. Certo Hemingway non poteva che essere maschio e Jane Austen doveva essere femmina ma se a fare la vera, profonda differenza fosse, in realtà, i tempi nei quali sono vissuti? Esiste un blocco, un gradino, un limite del quale spesso ci dimentichiamo: gli editori. Sono loro a «creare», almeno entro certi limiti, i modi e le mode nei quali uomini e donna scrivono. Loro a definire i modelli ai quali uomini e donne debbono adeguarsi, modelli dai quali non è affatto facile separarsi. Difficile immaginare una storia di pirati scritta da una donna, eppure esistono. Chi scrive si pone (inconsciamente) la domanda: «quanto di ciò che scrivo è accettabile per il mio sesso?». Il genio emerge, secondo me, quando questa divisione autoimposta cade e il sesso di chi scrive scompare. Non capita spesso (e io non amo Hemingway, detto per inciso) ma talvolta capita. E giocare su questa separazione è probabilmente uno degli aspetti migliori dello scrivere.

consolata ha detto...

Ben arrivato, Max. Certo che hai ragione, e infatti sono vagonate le scrittrici che hanno usato uno pseudonimo maschile. E in tempi recenti mi viene in mente un esempio opposto, forse, che è quello di Elena Ferrante. Ma io penso che ci sono molti libri che, se coprissimo il nome dell'autore prima di leggerli, ci rivelerebbero comunque pochissimo sul genere di chi li ha scritti.
Correggo, nella mia seconda risposta a Alessandro, il termine "transessuale" con "transgender".

Alessandro ha detto...

Molto interessante l'idea di Consolata sul transgender. Penso che uno degli obiettivi della letteratura fantastica potrebbe essere proprio questo: quello di provare, nell'apparente maggiore libertà del genere, a esplorare una voce nè maschile nè femminile. Sono d'accordo -come non potrei- con Max sull'aspetto editoriale della faccenda, che ci riporta a quello che Consolata ha definito "genere in quanto prodotto culturale". Ma, e forse qui sopravvive la mia formazione medica, mi pare di percepire un'irriducibilità nel genere di origine biologica. E' cosa di cui discuto anche con altre persone, colleghi analisti, amici... Mi pare, in sintesi, che esista tra uomo e donna una possibilità di comunicazione che s'arresta a un certo punto su questo irriducibile. Questo crea le due diverse voci, al di là degli evidenti, innegabili aspetti culturali e socio-politici. Quell'irriducibile, che avverto come limite disperante nella comunicazione con le persone amate, è anche una ricchezza, proprio in quanto diversità. Non so se sono riuscito a essere chiaro. E' un tema difficile.

consolata ha detto...

Hai certamente ragione, anch'io non credo che donne e uomini siano uguali. Quello che credo è che nessuno può, e soprattutto nessuno deve, dire che cosa è maschile e che cosa è femminile per decreto divino e biologico. Men che meno la scrittura.